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Genesi storica della «sacrosanctum concilium».Motivazioni ed elaborazione del documento
Luigi Dal Lago

Premessa: la «Sacrosanctum concilium» primo frutto del Concilio

E’ noto il clima di incertezza che ha caratterizzato l’inizio del Concilio Vaticano II, tanto che qualche storico parla di «tumultuosa apertura dei lavori» (1). Accanto a grandi speranze, non mancavano preoccupazioni sia da parte di quelli che saranno poi chiamati «conservatori», sia da parte di chi temeva che le istanze di rinnovamento sarebbero state disattese. Preoccupazioni dunque di segno opposto, che la diffusione degli Schemi preparatori non aveva per niente placato. Tali schemi sembravano incompatibili con le direttive esplicitamente fornite dal papa sul senso e sugli scopi del Concilio, ma nello stesso tempo si doveva constatare che Giovanni XXIII non aveva dato un programma preciso, non aveva stabilito una rigorosa procedura. Lo stesso famoso discorso di apertura dell’11 ottobre 1962, pur indicando una precisa direzione, lasciava ai padri conciliari tutto il peso delle decisioni concrete. Ciò spiega l’impressione di poca organizzazione che ebbero alcuni dei protagonisti, anche se, a distanza di anni, il comportamento del papa acquista risalto proprio nel suo essere stato rispettoso della libertà dei padri: toccava infatti al Concilio stesso autogovernarsi e prendere in mano la guida dei propri lavori.

In un simile contesto apparve (e appare) provvidenziale la soluzione «provvisoria» di iniziare i lavori conciliari con lo schema sulla liturgia. Tale scelta, decisa dal Consiglio di presidenza il 15 ottobre 1962 e annunciata in aula il giorno seguente, corrispondeva al bisogno di trattare subito argomenti pastorali e pratici, sui quali si pensava di poter trovare più facilmente un vasto accordo, mentre i temi teologico-dogmatici (come si sarebbe visto con lo schema De fontibus Revelationis) suscitavano maggiori difficoltà e registravano contrapposizioni nette, tra l’altro già delineatesi negli anni precedenti il Concilio.

Ma al di là delle motivazioni contingenti (quello sulla liturgia «schema expeditioris discussionis videbatur», cf. Acta Synodalia I/2, p. 291), si può dire che tale testo era oggettivamente il migliore tra tutti quelli approntati, nonché il più aderente alla realtà. Tuttavia con un certo timore, come nota Jungmann (2), fu accolto l’annuncio che il 22 ottobre si sarebbe cominciato a discutere sulla liturgia. Quale primo documento conciliare la SC ebbe senz’altro il merito di servire da «allenamento» ai lavori delle altre sessioni, ma pagò lo scotto inevitabile del «rodaggio» (3). Ciò spiega i limiti e i difetti che la SC contiene, senza nulla togliere al suo valore profetico di primizia. Nell’ambito di questa breve ricostruzione storica, vedremo anzitutto il ruolo del movimento liturgico come genesi remota della SC; esamineremo poi il contributo determinante della commissione preparatoria, e infine esporremo nei punti critici lo svolgersi della discussione conciliare che permise di giungere, il 4 dicembre 1963, alla promulgazione solenne della SC.

1. La genesi remota della SC e il movimento liturgico nel secolo XX

Tra le varie «questioni» che il secolo XX ricevette in eredità dal passato e si trovò ad affrontare, quella liturgica non fu certamente di poco conto. Essa nasceva, come le altre, dal confronto tra la chiesa e il mondo moderno. L’immobilismo che pesava sulle istituzioni ecclesiali dal Concilio di Trento in poi si manifestava in modo eclatante proprio nella liturgia, benché da molte parti e da tempo se ne invocasse la riforma: basti accennare alle richieste del Sinodo di Pistoia (1786), alle intuizioni di Ludovico Antonio Muratori o alle osservazioni sul distacco del popolo dalla liturgia fatte da Antonio Rosmini nella sua famosa opera Delle cinque piaghe della santa chiesa. Il rinnovamento monastico del secolo XIX, la riscoperta del gregoriano e personalità eccezionali come quella di dom Guéranger (Solesmes) avevano preparato il terreno adatto al rinnovamento. Agli inizi del nostro secolo, le riforme di Pio X mostrarono che qualcosa si poteva cambiare e in parallelo si maturava una nuova coscienza di chiesa, più attenta alla sua dimensione spirituale e interiore e spogliata ormai da ogni pretesa temporalistica.

Fu così che nel 1909 a Malines, durante il Congrès national des oeuvres catholiques, ebbe inizio spontaneo il movimento liturgico, che dal Belgio si estese rapidamente alla Francia, alla Germania e anche in Italia. Non possiamo qui descrivere ma solo ricordare l’opera di persone come Lambert Beauduin, Maurice Festugière, Odo Casel, Pio Parsch e Romano Guardini, nonché la fondazione degli istituti liturgici e delle cattedre universitarie di liturgia, come pure la serie imponente dei vari congressi e incontri di studio nazionali e internazionali che furono organizzati nei primi cinquant’anni del secolo. Nacquero riviste specializzate, alcune scomparse e altre che si pubblicano ancor oggi, come ad esempio in Italia la «Rivista Liturgica» (1914), in Francia «La Maison Dieu» (1945), in Germania «Liturgisches Jahrbuch» (1947), quest’ultima erede a sua volta di precedenti riviste. Furono strumenti di comunicazione indispensabili non solo per il dibattito e la diffusione delle nuove idee, ma anche per proposte pratiche di riforma.

Il movimento liturgico si proponeva di rendere viva ed efficace la celebrazione dei misteri cristiani, in modo che i riti «parlassero» agli uomini d’oggi. Nella volontà di raggiungere tale traguardo, si fondevano le varie anime del movimento. C’era anzitutto l’anima estetico-romantica, che tendeva a restaurare la bellezza e la sobrietà del canto gregoriano e popolare. Già negli anni ’20 si ripeteva lo slogan: «che il popolo canti!». Più importante fu l’anima pastorale, che considerava la liturgia come uno strumento di vita cristiana. Facendo partecipare i fedeli attivamente e coscientemente al culto cristiano, si voleva che da questa fonte i cristiani attingessero il vero spirito di fede. Decisiva si rivelò la terza anima, quella storico-teologica, che ricercava i fondamenti dell’agire liturgico e la natura del culto cristiano. Non si trattava di adottare semplici rimedi palliativi o di introdurre modifiche accidentali dettate da necessità pratiche. Bisognava superare la mentalità delle rubriche e cogliere la sostanza e la profondità del mistero celebrato. Si era capito, cioè, che la prassi liturgica è decisiva per definire e acquisire l’identità cristiana: «l’essenziale della verità cristiana -scriveva Guardini nel 1940 - si manifesta soltanto nel mondo della vita liturgica».

In una retrospettiva storica, proprio la categoria del «mistero», di cui Casel fu il propugnatore, va considerata una riscoperta fondamentale non solo per la liturgia, ma per tutta la teologia e in particolare per la riflessione ecclesiologica. La concezione della chiesa come «corpo mistico di Cristo» fu un’ulteriore acquisizione del movimento liturgico, che trovò accoglienza nel magistero pontificio con l’enciclica Mediator Dei (1947). In tal modo la visione della liturgia intesa come «esercizio del sacerdozio di Cristo» si diffuse sempre più sia presso i pastori che nei fedeli. L’operosità del movimento liturgico, inoltre, ricevette impulso da alcune riforme di Pio XII, come la mitigazione delle norme sul digiuno eucaristico (1953), l’introduzione della messa vespertina e soprattutto il nuovo Ordo della Settimana Santa e della Veglia pasquale (1955). Si giunse così all’immediata vigilia del Concilio Vaticano II.

Come vedremo nel punto seguente, non solo le idee, ma anche gli uomini del movimento liturgico, entrarono a far parte della commissione preparatoria del Concilio. Va ricordato ancora che fin dal 1948 Pio XII aveva istituito presso la Congregazione dei Riti una commissione per una riforma generale della liturgia, la quale lavorò riservatamente (secondo il costume vaticano di allora), elaborando molte proposte ed entrando in amichevoli rapporti con gli esperti che partecipavano ai congressi internazionali di liturgia. Ne erano membri autorevoli A. Bugnini e F. Antonelli, i futuri segretari rispettivamente della commissione preparatoria e della commissione liturgica conciliare (4).

Volendo sintetizzare il ruolo storico che tutte queste persone e le loro iniziative ebbero nella chiesa, si possono citare le parole di Pio XII che nel 1956 (proprio mentre sembrava raffreddare gli entusiasmi per ulteriori riforme) aveva affermato: «Il movimento liturgico... è apparso come un segno delle disposizioni provvidenziali di Dio riguardo al tempo presente, come un passaggio dello Spirito santo nella sua chiesa» (Discorso ai partecipanti al I Congresso internazionale di Liturgia pastorale, Assisi 1956). Sono le stesse parole che il n. 43 della SC applicherà all’intero processo di rinnovamento della liturgia, dimostrando così l’autocoscienza dei padri conciliari circa l’opera che stavano compiendo.

2. La commissione preparatoria De Sacra Liturgia

Quanto detto finora sul movimento liturgico, non deve far pensare che nella chiesa tutti lo guardassero con favore. Prevaleva piuttosto una mentalità verticistica, per cui ogni possibile riforma doveva venire dall’alto, dalla Santa Sede, e le iniziative promosse dagli studiosi nei vari convegni apparivano talvolta come pericolose minacce all’ordine e alla tranquillità della chiesa. L’annuncio del futuro Concilio (25 gennaio 1959), fu dunque accolto favorevolmente dai liturgisti, anche se non conteneva un esplicito accenno alla liturgia: era infatti scontato che l’«aggiornamento» della chiesa non potesse prescindere da una seria riforma anche in campo liturgico.

Nella fase ante-preparatoria furono raccolti i voti e le proposte dei vescovi, dei dicasteri romani, dei superiori religiosi e delle università cattoliche di tutto il mondo. Il 20% di tali voti riguardava la materia liturgica, «auspicando...la semplificazione dei riti, l’introduzione della lingua volgare, l’adattamento ai diversi popoli, la partecipazione dei fedeli» (5). L’esame di questo materiale rivela che le attese di molti vescovi e delle istituzioni ecclesiali più rappresentative erano in linea, quando non si identificavano pienamente, con quelle degli studiosi e dei promotori del movimento liturgico.

Il 5 gennaio 1960 fu istituita, accanto ad altre 9, anche la commissione preparatoria per la liturgia. Fu chiamato a presiederla il card. Gaetano Cicognani, prefetto della Congregazione dei Riti. Il compito di segretario fu affidato a padre Annibale Bugnini. Facendo tesoro dei voti pervenuti, la commissione si mise alacremente al lavoro. Era composta da vescovi, studiosi ed esperti di 20 diversi paesi, per un totale (alla fine) di 28 membri e 37 consultori, nominati alcuni il 25 agosto 1960 e altri nei mesi successivi. La prima riunione ebbe luogo a Roma il 12 novembre 1960. Servì a dare il primo orientamento ai lavori e a formare le sottocommissioni, che avrebbero avuto il compito di rispondere alle questioni selezionate dalla segreteria tra tutto il materiale delle proposte pervenute. Alcuni argomenti erano molto pratici (il calendario, l’arte sacra, le vesti liturgiche e la sacra suppellettile): per evitare il pericolo di ricadere nelle rubriche si decise di premettere al tutto una questione fondamentale sul mistero della sacra liturgia e del suo rapporto con la vita della chiesa. Si ebbero così in tutto 13 questioni affidate ad altrettante sottocommissioni, che presero a riunirsi separatamente e in luoghi diversi per stendere il loro contributo.

Un grande sforzo redazionale fu fatto in pochi mesi, in vista della seconda riunione plenaria, che ebbe luogo sempre a Roma dal 12 al 22 aprile 1961. I vari testi preparati dalle sottocommissioni, furono poi fusi insieme a cura della segreteria e il 10 agosto 1961 si poté così inviare a tutti i membri e consultori un primo Schema Constitutionis: un volume di ben 252 pagine.

Già si delineavano a questo punto le prime difficoltà che si sarebbero dovute affrontare: anzitutto lo scoglio della lingua latina, il cui ventilato abbandono veniva visto come un colpo di mano dei liturgisti. Risultava difficile anche elaborare teologicamente la natura e i fondamenti della liturgia. Per questo dall’11 al 13 ottobre 1961 si tenne una riunione dell’apposita sottocommissione, che cercò di fondere in un unico testo il futuro primo capitolo della SC. Accanto alla prospettiva incarnazionista, per cui la liturgia appariva sotto la categoria di «causa strumentale», fu inserita una visione meno scolastica e più biblica, centrata sul mistero pasquale e attenta alla dimensione escatologica. In questo lavoro si distinse particolarmente il contributo della scuola francese, rappresentata da mons. Jenny e da A.G. Martimort. Poco sviluppati furono invece alcuni aspetti, come il tema del sacerdozio dei fedeli, fondamento teologico della partecipazione dei laici alla liturgia, nonché la riflessione sulla natura dei sacramenti, di cui si volevano certo riformare i riti, senza però rispondere al problema di una prassi sacramentale tutta da «risignificare» nella nuova cultura dell’uomo moderno.

La terza e ultima riunione plenaria della commissione preparatoria ebbe luogo a Roma dall’11 al 13 gennaio 1962. In essa fu elaborato il testo definitivo dello schema preparatorio, che comprendeva otto capitoli e 107 paragrafi, intercalati da Declarationes, che spiegavano i motivi e i principi ispiratori ai quali i diversi articoli si richiamavano. Queste Declarationes furono poi abolite nel testo consegnato ai padri in aula conciliare. Il 1 febbraio 1962 il card. Gaetano Cicognani sottoscrisse e trasmise lo schema «De sacra Liturgia» alla commissione centrale preparatoria: fu il suo testamento, perché morì quattro giorni dopo, il 5 febbraio 1962. Di lui si può dire che aveva favorito con fiducia il lavoro dei vari esperti e consultori, accogliendone suggerimenti e proposte. Pur nel travaglio delle successive discussioni, modifiche e revisioni, questo schema è l’unico fra tutti quelli preparati ante Concilio che sia rimasto sostanzialmente invariato, mantenendo il suo impianto fondamentale. Passando per il filtro della commissione centrale preparatoria subì cambiamenti e mutilazioni, soprattutto quella già accennata delle Declarationes. Su questo punto i pareri divergono: per alcuni fu una grave perdita; per altri un modo per rendere innocue le affermazioni biblico-patristiche; altri ancora sostengono che la loro soppressione permise ai padri una maggior libertà di discussione, favorendo l’approvazione quasi unanime del documento finale. E’ certo comunque che la commissione preparatoria aveva fatto un eccellente lavoro e prodotto un documento che parlava un linguaggio nuovo.

Rimaneva però insoluta una questione che all’apertura del Concilio diventò scottante: si dovevano proporre nella costituzione liturgica soltanto norme generali e «altiora principia», lasciando alla Santa Sede la realizzazione via canonica della riforma, oppure i padri potevano e/o dovevano prendere decisioni concrete? La curia romana e molti vescovi propendevano per la prima ipotesi, come era evidente dalla nota iniziale aggiunta allo schema consegnato in aula; fu durante il Concilio che la seconda soluzione divenne vincente, non senza compromessi e soltanto sotto forma di una «legge-quadro» o di un’«opera aperta», che si sarebbe dovuto completare in seguito (6).

3. La discussione conciliare e l’approvazione della SC

La solenne celebrazione dell’11 ottobre 1962, con la quale venne inaugurato il Concilio Vaticano II, fu valutata dal grande pubblico come imponente e maestosa. Ma i più acuti osservatori non furono di questo avviso.

Scrisse Congar nel suo diario: «Il movimento liturgico non è penetrato fino alla Curia romana. Questa immensa assemblea non dice niente, non canta». La «Cappella Sistina» gli appare come un coro d’opera e gli «eleganti gorgheggi di professionisti prezzolati» lo indignano tanto che preferisce abbandonare la basilica di S. Pietro prima che il papa pronunci il suo memorabile discorso. Jungmann annota: «Così forse doveva essere reso visibile il terminus a quo delle cose liturgiche» (7). Anche in seguito, nella prima sessione conciliare, si riscontra nelle celebrazioni liturgiche la totale assenza di ogni atto comunitario, proprio mentre si discute di actuosa participatio dei fedeli. Il 4 novembre 1962, in occasione dell’anniversario dell’elezione del papa, ci fu una «Messa solenne, davanti al Santo Padre esposto», come si espresse mons. Khoury, arcivescovo di Tiro (8). In seguito le celebrazioni conciliari divennero via via più partecipate e si poté già vedere in esse, specialmente in quelle della quarta sessione, l’effetto positivo della SC.

a) La commissione conciliare per la liturgia

Il primo atto cui i padri furono chiamati fu, com’è noto, l’elezione delle varie commissioni. Anche per la liturgia, come per gli altri ambiti, si dovevano eleggere tra i vescovi del Concilio 16 membri; a questi il papa ne aggiunse altri 9, in modo che ogni commissione era composta da 25 persone. Rispetto a quella preparatoria, la nuova commissione risultò mutata del 56% dei membri: ebbe come presidente il card. Larraona, prefetto della congregazione dei riti, il quale, al posto di A. Bugnini, chiamò all’ufficio di segretario F. Antonelli.

Questa sostituzione sembrava sconfessare l’operato della commissione preparatoria. Inoltre il card. Lercaro, allora forse il più illustre rappresentante del movimento liturgico italiano, non era stato eletto nella lista votata dai vescovi italiani, ma in quella degli episcopati «stranieri». Nonostante queste perplessità iniziali e una certa disorganizzazione, il dibattito sulla schema ebbe regolarmente inizio il 22 ottobre 1962, com’era stato preannunciato. Per suddividere meglio il lavoro, furono create poi 13 sottocommissioni: 3 si occupavano di questioni generali (teologiche e giuridiche); 3 esaminarono ciascuna una diversa parte del cap. I e le altre 7 studiarono i rimanenti capitoli dello schema.

b) Il dibattito conciliare sulla liturgia

Toccò al card. Larraona e a p. Antonelli introdurre i padri nel vivo della discussione sullo schema De sacra Liturgia. Esso consisteva in una breve premessa sull’importanza della liturgia nella vita della chiesa e in otto capitoli, più tardi ridotti a sette, in quanto la trattazione dell’arte sacra e della sacra suppellettile (originariamente capp. VI e VIII) fu riunita nell’attuale settimo capitolo. Il dibattito durò complessivamente per 15 congregazioni generali dal 22 ottobre al 13 novembre 1962 e contò ben 328 interventi orali, oltre a 297 interventi scritti, terminando con il voto fondamentale del 14 novembre (2162 voti a favore, 46 contrari e 7 nulli) che approvò i criteri direttivi dello schema, rinviandolo alla commissione conciliare per gli emendamenti definitivi.

Durante la prima sessione si fece in tempo a votare soltanto il primo capitolo emendato, che il 7 dicembre 1962 ricevette 11 non placet, 180 placet iuxta modum e 1992 placet. Questa amplissima maggioranza, specialmente nella prima votazione, fu per tutti una sorpresa e non lascia trasparire l’ardore e i contrasti che ebbero luogo durante la discussione. Si deve dire però che molti degli interventi contrari allo schema erano fatti a titolo personale e non rappresentavano il parere di un’intera conferenza episcopale. Tale fu il caso, per esempio, di alcuni personaggi molto noti, come i cardinali Spellman, Ottaviani e Ruffini.

Si ebbero in sostanza tre schieramenti. C’era un piccolo gruppo (3% dei padri), molto attivo nel respingere sistematicamente ogni tentativo di riforma. «Il protestantesimo è alle porte», ripeteva il card. Ruffini (9). Un secondo gruppo, abbastanza numeroso, era formato dai moderati, che apprezzavano l’equilibrio dello schema e desideravano un giusto adattamento della liturgia alle mutate condizioni storico-culturali. Infine un terzo gruppo, composto in prevalenza dai vescovi missionari e del terzo mondo, desiderava riforme più radicali e godeva le simpatie dei liturgisti. Si può ricordare a questo proposito il fascino che esercitava la famosa Missa Luba, un tentativo di rivestire i testi latini della messa con musiche tradizionali africane. Non era un buon esempio di adattamento culturale della liturgia, ma contribuiva a spingere verso l’auspicata riforma. Tutto ciò aiuta a spiegare l’esito positivo e inaspettato delle votazioni.

Nei mesi che precedettero la seconda sessione del Concilio, fu svolto un sollecito lavoro redazionale, grazie anche all’eccellente supporto organizzativo fornito dal segretario Antonelli, dai suoi assistenti (tra cui p. R. Falsini) e dal convento di suore francescane che assicurava la trascrizione dei vari interventi. Così nell’ottobre 1963 si procedette a votare i capitoli dal II al VII e i relativi emendamenti (modi). Talvolta fu necessario votare più volte lo stesso capitolo, poiché il numero dei modi superava nei punti più controversi anche il terzo dei voti. Finalmente, il 22 novembre 1963, ebbe luogo la votazione sullo schema nel suo insieme col il seguente risultato: votanti 2178; 2158 a favore, 19 contrari, 1 nullo. La via era dunque aperta per la solenne promulgazione della costituzione sulla sacra liturgia, il primo documento conciliare portato a termine. La discussione, iniziatasi con Giovanni XXIII, era stata guidata a conclusione da Paolo VI: entrambi i pontefici videro come fatto provvidenziale l’aver iniziato i lavori del Concilio con lo schema della liturgia. «Noi vi ravvisiamo l’ossequio alla scala dei valori e dei doveri: Dio al primo posto; la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale, primo dono che possiamo fare al popolo cristiano» (Paolo VI, 4 dicembre 1963, discorso di chiusura della II sessione).

c) I punti controversi della discussione conciliare

Come si è visto, il dibattito di gran lunga più importante fu quello sul primo capitolo, in cui le parti teologico-dottrinali si alternavano alla trattazione di questioni pratiche, formando un miscuglio poco ordinato che comprendeva così tutti gli argomenti più scottanti. Tra questi il problema della lingua liturgica e più in generale dell’adattamento della liturgia all’indole dei vari popoli; la concelebrazione; la comunione sotto le due specie; l’autorità competente per la riforma liturgica e infine la stesura dei nuovi libri liturgici per i sacramenti e l’ufficio divino.

L’abbandono della lingua latina e l’introduzione delle lingue volgari appariva alla minoranza conservatrice come pericolosa innovazione, che avrebbe condotto allo scisma e all’eresia (10). Inoltre, appena qualche mese prima, il 22 febbraio 1962, il papa aveva emanato la costituzione Veterum Sapientia sullo studio del latino, per cui sembrava che la questione fosse già risolta negativamente. Su questo punto le discussioni pro e contro sembravano senza fine, tanto che ci si rese conto che il Concilio si sarebbe prolungato oltre ogni limite se tutti gli schemi fossero stati esaminati con una simile minuziosità. Per fortuna, su precisa indicazione del papa, il 6 novembre 1962 la presidenza fu autorizzata a sospendere la discussione su di un tema qualora i futuri interventi non avessero apportato alcun elemento di novità. Questa decisione di ordine procedurale permise di snellire di molto le discussioni e di dichiarare esaurito un argomento. Inoltre si deve segnalare la capacità di mediazione e di intelligente flessibilità di alcuni periti conciliari, soprattutto di A. G. Martimort, che riuscirono a convincere i padri ancora dubbiosi e a smussare i contrasti. Si ricordi, ad esempio, che proprio parlando contro la possibilità di riformare la struttura della messa, il card. Ottaviani superò il tempo concesso e dovette essere interrotto dal card. Alfrink. L’imponente applauso che ne seguì, fece infuriare Ottaviani al punto tale che per due settimane non si fece più vedere nelle congregazioni generali. Il problema della lingua si intrecciava con quello dell’autorità competente in materia liturgica: salvo il diritto della Santa Sede, fu decisivo il dibattito sul n. 36 § 3 della SC, in cui si approvò che i vescovi di una determinata conferenza episcopale avevano il diritto di stabilire («statuere») e non solo di proporre alla Santa Sede l’adozione della lingua volgare.

Questo ampliamento delle facoltà dei vescovi, in un momento in cui l’ecclesiologia conciliare era ancora poco sviluppata (11), fu probabilmente il punto nevralgico delle discussioni. Infatti, anche per per la comunione sotto le due specie e per la concelebrazione (rispettivamente nn. 55 e 57 della SC), si decise che fossero i vescovi l’autorità competente al riguardo. Il fatto di affrontare questi due problemi, di carattere apparentemente solo disciplinare, soprattutto se si considerano con la mentalità attuale, permise allora di mettere in risalto la dimensione comunitaria e pasquale del mistero eucaristico, rimasta per tanti secoli in ombra. La piena partecipazione dei fedeli all’eucaristia, significata nell’assunzione delle due specie, e il superamento della devozione privatistica nella celebrazione della messa, furono, così, decisivi grandi passi in avanti nel rinnovamento liturgico. L’accento fu posto sulla natura teandrica del celebrare, visto come un atto in cui lo spessore umano (il rito) viene sì permeato dall’agire divino, ma nello stesso tempo lo determina e lo concretizza, per cui sarà sempre necessario «riformare» il rito per renderlo adeguato, sia pure imperfettamente, al mistero che si celebra. Inoltre, l’aver riscoperto che tutto il popolo cristiano, l’assemblea riunita, è «il soggetto integrale dell’azione liturgica», come dice Congar, permise di situare meglio il rapporto tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune.

Infine fu affrontato il problema dei nuovi libri liturgici, necessari strumenti per una nuova mentalità celebrativa. Su questo punto l’accordo fu più facile, anche perché si demandava il lavoro di revisione e di stesura ad apposite commissioni formate da persone competenti di ogni nazionalità e coordinate dalla Santa Sede. Fu questo il compito del Consilium ad exsequendam constitutionem de sacra liturgia, ma con ciò si entra nella storia del post-concilio.Si può dire senz’altro che con la riforma dei libri liturgici e la loro traduzione nelle varie lingue la SC dimostra tutto il suo carattere di «opera aperta», di cantiere sempre in attività per realizzare il necessario adattamento e l’incarnazione culturale della liturgia.

Conclusione

Al termine del secondo periodo del Concilio Paolo VI definì la SC come «frutto di una discussione ardua e intricata», e il rinnovamento liturgico appare oggi «il frutto più visibile di tutta l’opera conciliare» (12). Sono due affermazioni sulle quali è facile concordare. Non a caso la liturgia è stata anche il contrassegno della discordia e della divisione post-conciliare: basti ricordare la vicenda di Mons. Marcel Lefebvre. Forse oggi molte parti della SC sono superate, ma certamente quello del Concilio fu «un atto di grande coraggio e apertura» (P. Visentin), soprattutto se si tiene conto dell’immobilismo che in questo campo da secoli gravava sulla chiesa. La SC contiene affermazioni teologiche fondamentali (come quella cristologica del n. 7, la sottolineatura della chiesa come sacramentum Christi e la centralità del mistero pasquale), nonché alcuni princìpi, come quello dell’adattamento culturale della liturgia, che la rendono tuttora un punto di riferimento insostituibile per la storia della chiesa nel secolo XX.

L. Dal Lago

SOMMARIO

L’articolo si propone di rievocare il momento storico in cui fu elaborata la SC, mostrando anzitutto la sua genesi remota nel movimento liturgico della prima metà del XX secolo. Vengono poi illustrati i lavori della commissione preparatoria e le vicende dello schema De sacra liturgia, che risultò l’unico tra tutti quelli elaborati prima del Concilio ad essere sostanzialmente accettato dai vescovi. Infine viene ricostruita brevemente la discussione conciliare che portò alla promulgazione della SC, accennando ai principali protagonisti del dibattito, fautori o avversari del documento, e mettendo in risalto i punti maggiormente controversi, come la questione della lingua, dell’autorità competente in materia liturgica e del giusto adattamento della liturgia all’indole e alla cultura dei vari popoli. Al di là degli aspetti contingenti ormai superati, la SC dimostra di essere ancora un punto di riferimento obbligato per la storia del cattolicesimo nel nostro secolo.

N O T E

(1) Cf. A. RICCARDI, La tumultuosa apertura dei lavori, in AA.VV., Storia del Concilio Vaticano II, a cura di G. Alberigo, vol. II, Leuven-Bologna 1996, pp. 21-86.

(2) Cf. l’introduzione di J. A. Jungmann alla costituzione SC, in Das zweite Vatikanische Konzil, Teil I (Lexikon für Theologie und Kirche), Freiburg-Basel-Wien 1966, p. 12. Anche il card. Urbani, patriarca di Venezia, pensava che la scelta della liturgia come primo argomento facesse «supporre o il timore di affrontare i temi di fondo o la volontà di ostruzionismo» (cf. A. RICCARDI, La tumultuosa..., cit., p. 84).

(3) Cf. P. VISENTIN, Incidenza della riforma liturgica nella nuova impostazione pastorale, in Culmen et fons, vol. II, Padova 1987, p. 616: «Si può ritenere che la SC sia servita di rodaggio a tutto l’iter successivo del Concilio e praticamente l’opera svolta in quegli anni 1962/1963 per la liturgia sia davvero grandemente meritoria. Tuttavia è giusto prendere atto obiettivamente anche dei limiti di un documento che essendo il primo non poteva far tutto». Il passo è tratto da una relazione tenuta dall’A. nel maggio 1973, a dieci anni dalla SC.

(4) Per tutta questa ricostruzione sono debitore allo studio di A. CATELLA, Interpretare SC: genesi, mentalità, redazione (in corso di pubblicazione).

(5) Cf. G. PASQUALETTI, art. Riforma liturgica, in Nuovo Dizionario di Liturgia, a cura di D. Sartore-A. Triacca, Roma 1984, p. 1189.

(6) Le due espressioni sono usate rispettivamente da Jungmann, per il quale la SC poté essere soltanto «ein Rahmengesetz» (art. cit. alla nota 2, p. 13) e da S. MAGGIANI, La riforma liturgica. Dalla SC alla IV istruzione «La liturgia romana e l’inculturazione», in AA.VV., A trent’anni dal Concilio. Memoria e profezia, a cura di C. Ghidelli, Roma 1995, pp. 39-83, qui p. 40.

(7) Le osservazioni di Jungmann e di Congar, tratte dai rispettivi diari, sono riportate in M.D. CHENU, Diario del Vaticano II. Note quotidiane al Concilio 1962-1963, Bologna 1996, p. 29 (Jungmann) e 39 (Congar).

(8) Ivi, p. 93. Identica valutazione è data da H. RAGUER, Fisionomia iniziale dell’assemblea, in AA.VV., Storia del Concilio Vaticano II, vol. II, cit., p. 210: «La liturgia conciliare, più che un modello, era una clamorosa testimonianza della necessità della riforma».

(9) Cf. M.D. CHENU, Diario del Vaticano II, cit. p. 125 e 135. Chenu parla anche di «silenziosi spioni del Santo Officio» all’interno della commissione liturgica conciliare (ivi, p. 109, nota 125).

(10) Valga per tutti l’intervento di mons. Peruzzo, vescovo di Agrigento: «Il movimento liturgico è viziato quanto alla sua origine, poiché esso deriva da Erasmo e da Lutero. Ogni abbandono della lingua latina ha condotto in definitiva allo scisma e all’eresia» (cf. M.D. CHENU, Diario, cit. p. 88 e Acta Synodalia I/3, pp. 594-597).

(11) Per dare un’idea di come veniva giudicato l’attuale n. 2 della SC , si vedano le astiose considerazioni di un perito conciliare americano, J. C. Fenton, alleato del card. Ottaviani: «Coloro che avevano redatto lo schema della SC erano sufficientemente stupidi da asserire che la chiesa è 'simul humanam et divinam, visibilem et invisibilem'» (cf. G. FOGARTY, L’avvio dell’assemblea, in AA.VV., Storia del Vaticano II, vol. II, cit., p. 112). Concezioni che oggi appaiono ovvie e pacifiche, venivano allora osteggiate con violenta acredine.

(12) Così afferma la relazione finale del Sinodo straordinario dei vescovi (7 dicembre 1985), Exeunte coetu secundo, in EV 9, 1798.

NOTA BIBLIOGRAFICA

Oltre alle opere già citate in calce all’articolo, sono da ricordare i principali commenti alla SC, che contengono tutti una parte storica. Si vedano in particolare: H. SCHMIDT, La costituzione sulla sacra liturgia. Testo, genesi, commento, documentazione, Roma 1966; F. ANTONELLI - R. FALSINI, Costituzione conciliare sulla sacra liturgia, Milano 1965; G. BARAÚNA (a cura), La sacra liturgia rinnovata dal Concilio, Torino 1964.Buone ricostruzioni storiche sono anche in A. BUGNINI, La riforma liturgica (1948-1975), Roma 1983; M. PAIANO, Il rinnovamento della liturgia: dai movimenti alla chiesa universale, in G. ALBERIGO-A. MELLONI (a cura), Verso il Concilio, Genova

1993, pp. 78-86; M. LAMBERIGTS, Il dibattito sulla liturgia,.in AA.VV., Storia del Concilio Vaticano II, a cura di G. Alberigo, vol. II, Leuven-Bologna 1966, pp.129-192; M. PAIANO, Genesi storica della costituzione conciliare SC (in corso di pubblicazione).

La rivista «La Maison-Dieu» ha dedicato nel 1983 i nn. 155 e 156 alla SC; preziosa è la testimonianza di A.G. MARTIMORT, La constitution sur la liturgie de Vatican II, in «La Maison-Dieu», 40 (1984) n. 157, pp. 33-52.


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