«La chiesa guarda con stima anche i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti anche nascosti di Dio, come si è sottomesso Abramo, al quale la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano però come profeta; onorano sua madre Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Per questo essi apprezzano la vita morale e rendono culto a Dio soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno. E sebbene, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorti tra cristiani e musulmani, il sacrosanto sinodo esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e a promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà».
Abbiamo voluto iniziare il nostro fascicolo, dedicato alla presentazione dell’Islam con l’intento di promuovere su questa base di conoscenza il dialogo cristiano-islamico, riportando per intero il n. 3 della Dichiarazione conciliare Nostra aetate dove si parla della religione musulmana. Questo testo, dopo oltre trent’anni e molti passi in avanti, rimane in qualche modo fondamento di una consapevolezza e di un impegno che investono oggi tutta la chiesa, e proprio per questo ne risottolineiamo l’attualità. Globalmente, pur nella sinteticità del dettato, si tratta di una presentazione dell’altro -in questo caso dell’Islam- positiva e non pregiudiziale, segnata dalla volontà di realizzare un incontro sereno e un dialogo aperto con un interlocutore che in passato è stato colto spesso in maniera del tutto deformata e il più delle volte combattuto. Ma seguiamo i passaggi, che meriterebbero più attenta esegesi, del testo stesso.
Dei bei 99 nomi che la tradizione musulmana, basandosi soprattutto sul Corano, attribuisce a Dio, se ne elencano alcuni tra i principali, e si presenta l’Islam come «religione rivelata». L’atteggiamento di sottomissione richiama il fatto che Islam significa etimologicamente «sottomissione», un dato questo che qualifica la religione islamica come religione dell’obbedienza. Il riferimento ad Abramo, secondo i musulmani il «primo monoteista», rimanda ad Ismaele, figlio di Agar, ritenuto capostipite della nazione araba, sicché Abramo diviene la radice comune delle tre grandi religioni monoteistiche: Ebraismo, Cristianesimo, Islam.
Anche Gesù viene menzionato, vista l’importanza dei ruoli che gli sono riconosciuti, soprattutto quello di profeta. Va detto però che egli non partecipa di Dio stesso, non è il Verbo incarnato e non muore sulla croce: il Corano nega questa triplice dimensione del mistero di Gesù, il Messia senza messianismo. Ed è questa la grande differenza, quasi abissale, che separa la fede musulmana da quella cristiana. Lo ha ricordato Giovanni Paolo II a Casablanca, il 19 agosto 1985, di fronte a centomila giovani musulmani: «Credo che noi, cristiani e musulmani, dobbiamo riconoscere con gioia i valori religiosi che abbiamo in comune e renderne grazie a Dio... La lealtà esige pure che riconosciamo e rispettiamo le nostre differenze. Evidentemente, quella più fondamentale è lo sguardo che posiamo sulla persona e sull’opera di Gesù di Nazareth». Accanto a Gesù è collocata Maria, di cui l’Islam difende la concezione verginale. A lei, la madre di Gesù, il Corano riserva una posizione singolare, eminente, parlandone sempre in termini rispettosi e pieni di ammirazione.
Si accenna poi al giorno del giudizio (sappiamo che il tema dell’aldilà e del giudizio finale riveste particolare importanza nella predicazione di Muhammad), alla serietà della vita morale praticata nell’Islam, e si menzionano alcuni dei pilastri della religione islamica: preghiera, elemosina e digiuno (l’elenco completo comprende la professione di fede e il pellegrinaggio).
Si riconosce infine la passata stagione di inimicizia, per la verità lunghi secoli di incomprensioni, di fraintendimenti, di reciproche accuse, di lotte violente e sanguinose. Ma tutto questo va lasciato alle spalle per assumere un atteggiamento di «mutua comprensione», per difendere e promuovere insieme quei valori che possono oggi garantire la sussistenza e il bene comune dell’umanità.
Dunque il Vaticano II, con questo e altri testi, ma anche più in generale con un nuovo modo di essere chiesa e con un rinnovato stile di dialogo, ha segnato un cambiamento epocale. Il cristianesimo sta di fronte alle altre religioni con la sua testimonianza di fede, senza però coltivare alcuna volontà egemonica. Mentre va verso tutti, perché questo è il comandamento evangelico della missione, è disposto a camminare insieme a tutti.
Il nostro fascicolo rappresenta un piccolo contributo a questo camminare insieme per meglio conoscersi e sconfiggere così le barriere del pregiudizio. Solo dalla conoscenza reciproca potrà nascere un vero dialogo.