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La seconda occasione
Editoriale

«Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?».
(Romani 7,24)

«Nascere due volte non è più sorprendente che nascere una volta sola».
(François-Marie Arouet Voltaire)

Agli inizi degli anni ’80 è stato condotto nel continente europeo un importante studio sociologico, chiamato «Studio Europeo dei Sistemi di Valori» (European Values Systems Study) che coinvolgeva più istituti di ricerca. Ampio quindi il territorio preso in considerazione e diverse le culture soggette alla ricerca. Correlando i dati emersi, si è scoperto con un pizzico di stupore che vi è un’accettazione crescente della reincarnazione come aspettativa post mortem, mentre sembra essere in calo la fede nel Dio cristiano, fede che per due millenni ha segnato in modo indelebile la storia di questo nostro continente. Giusto per rendere concrete queste affermazioni, può bastare un semplice elemento: una persona su cinque «crede» nella reincarnazione, in alcune zone del continente la proporzione si riduce, diventando una persona su tre; e la tendenza sembra allo stato attuale non invertirsi. Tuttavia gli aspetti di gran lunga più sorprendenti sono altri: stando sempre allo studio citato, pare che le aree geografiche coinvolte in misura maggiore nel fenomeno siano quelle di tradizione cattolica e che la fascia di età, in cui si trova più adesione, sia quella dei giovani.

Davanti a un’indagine sociologica vi è una sconfinata gamma di reazioni: toccando gli estremi, si può provare indifferenza o dispetto. Il dato oggettivo resta comunque e suscita un interrogativo di fondo che la nostra risposta emotiva non scalza: come mai molti cristiani (e tra questi, un discreto numero di cattolici) sono affascinati dalla reincarnazione, dalla certezza che la nostra anima può trasmigrare dal nostro corpo a un altro?

Certamente non è nuova questa dottrina per l’umanità: è stata ed è tuttora uno dei cardini delle religioni orientali; gli antichi Greci, «padri» del pensiero razionale e della speculazione, l’accoglievano nella loro teorèsi (metempsicosi platonica). Ma come valutare nell’attuale epoca post-moderna, in una società occidentale secolarizzata, tale «riflusso» di favore alla reincarnazione?

A nostro giudizio sarebbe davvero accomodante affermare che questo è un problema destinato agli specialisti, ossia da consegnare nelle mani dei sociologi, dei teologi o dei filosofi. Per chi non fosse ancora cosciente dell’incidenza, la reincarnazione tocca nel vivo uno dei punti nodali della fede cristiana, se non «il» punto nodale: la risurrezione dei morti. Mettendola in discussione, verrebbe coin­volto di riflesso anche il senso di quella Risurrezione, da cui dipende il senso ultimo della fede. San Paolo lo aveva ben presente: «Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. […] Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini» (1Cor 15,13-14.19). Senza la risurrezione di Cristo, è vana ogni nostra minima fatica di annuncio evangelico (leggasi pastorale) e risulta vuoto di significato credere in Gesù, perché la morte avrebbe chiuso la sua missione.

Si badi: non si tratta di difendere strenuamente un dogma da una temuta minaccia. Va fatto invece un onesto sforzo (non escluso – ripetiamo – quello pastorale) per tentare di comprendere che cosa l’uomo moderno ricerca nella reincarnazione. Come afferma il domenicano p. Georges Cottier, «l’idea della reincarnazione deve essere presa sul serio. Il suo attuale successo non è l’effetto di una moda ideologica passeggera. Riflette l’angoscia del nostro tempo. E ciò avviene perché, al di là delle immagini e delle sistemazioni teoriche, questa idea risponde a qualche intuizione fondamentale che noi dobbiamo saper cogliere». Quale può essere questa «intuizione fondamentale»?

Può apparire singolare, se non banale, ma il punto d’avvio di un fascino e del conseguente successo della reincarnazione parte dalla problematicità in cui si vive la propria attuale «incarnazione». Molte scelte che l’uomo dei nostri giorni com­pie lo entusiasmano con facilità. Tante altre però gli rendono insoddisfatta questa vita. Sono istantanee che appesantiscono il vivere quotidiano: relazioni sbagliate e deludenti, progetti falliti, rimorsi per azioni compiute in modo avventato che determi­nano il suo destino e quello altrui… Progressivamente inizia a diventare stretta questa singola esistenza. Se ci fosse una seconda possibilità, un’alternativa; se ci venisse data una seconda occasione per «riparare»! È diffi­cile rassegnarsi all’idea che esista solo questa vita per noi, che non si dia un ritorno e, soprattutto, che ogni nostra singola, quotidiana e personale azione det­tata dalla libertà sia determinante e inappellabile, nel bene e nel male. La rassegna­zione diviene poi somma quando si è messi di fronte allo «scacco fi­nale», ossia la morte, e ci si ritrova soli davanti all’estremo interrogativo: cosa c’è dopo?

«Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?»: sarà la promessa della risurrezione o la ciclicità della reincarnazione? L’interrogativo paolino è l’interrogativo di ogni uomo e di ogni donna, a prescindere dal credo che si professa. La fede, la nostra fede, non può eluderlo, pensando magari che sia sufficiente ribadire i termini dottrinali della questione; è riduttiva la soluzione che preveda unicamente la rettifica di pensieri errati: a una domanda vitale gli uomini cercano una risposta altrettanto vitale, che abbia sapore di vita!

Dove trovare allora tale risposta vitale, se non partendo da quel sepolcro vuoto? È nella strada aperta dalla risurrezione di Gesù che ogni uomo può far scorrere la propria esistenza, redenta, riscattata, liberata. Lì viene appagata e superata quella antica attesa di vedere non-morto ogni nostro sforzo; tutto – corpo, anima, cuore, intelligenza, spirito, sentimento – viene raccolto nella luce che trasforma la corrutibilità in incorrutibilità (cf. 1Cor 15,43-44). Lì quel Dio, che segue passo passo la storia dell’uomo, proclama estinto il debito con la morte!

Interrogando profondamente l’uomo, la reincarnazione va valutata nella sua portata antropologica (Aldo Natale Terrin) e nella coniugazione di paradigmi fondanti quali persona-tempo-verità (Luigi Sartori). Nuovi movimenti (PierLuigi Zoccatelli) e antichi culti (Gaetano Favaro e Antonio Scarin) pongono la reincarnazione alla base della loro religiosità: quanto li unisce e li distingue? Uno sguardo retrospettivo sul rapporto intercorso tra reincarnazione, Sacra Scrittura e tradizione cristiana (Luigi Dal Lago) prosegue l’itinerario di questo numero. Cosa ci può dire la scienza ufficiale sulla fattibilità del processo reincarnazionista e quali sono le posizioni di alcuni recenti teologi sul nostro tema, sono i contributi di Aimone Gelardi e di Gio­vanni Ancona. Un confronto tra reincarnazione e risurrezione nel vissuto quotidiano (Giuseppe Toffanello) segna la chiusura di questa monografia.

a. f.


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