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Abitare i margini
Editoriale

«Beato l’uomo che ha cura del debole, nel giorno della sventura il Signore lo libera».
 (salmo 40,2)

 

«La povertà più sicura è il non poter utilizzare ciò di cui si ha bisogno».
(Columella, I secolo)

 

          Marginalità: un termine astratto che cela realtà molto concrete. Sotto questa parola si nascondono tante piccole storie di normale urbanità, che frequentemente – specie nel periodo estivo – balzano agli onori della cronaca.

          Marginalità è la storia di Filippo, quarantacinque anni, padre di famiglia, laureato in ingegneria, che di punto in bianco si ritrova licenziato per motivi di riorganizzazione strutturale dell’azienda. Il suo era l’unico stipendio in casa. Filippo risiede in un benestante paese della provincia vicentina. Per necessità ha dovuto vincere il suo orgoglio, la sua dignità, piegandosi ai lavori più faticosi e precari, trovandosi spesso in compagnia di qualche extracomunitario. Sembra incredibile: nel mitizzato nord-est dell’Italia settentrionale una persona di mezza età non riesce a trovare un posto di lavoro stabile che gli garantisca un sereno vivere! Da più di un anno, lui e i suoi familiari vivono giorno per giorno, con quello che riescono a raccogliere. La famiglia di Filippo ha comunque conquistato un traguardo: è entrata nel già affollato numero delle nuove povertà presenti nel nostro territorio.

          Marginalità è anche la vicenda di Clara, separata dal marito, dopo un matrimonio durato dodici anni, che gli ha procurato, tra le poche gioie, tanti dolori e umiliazioni. Ultimo atto: la fuga del marito con un’altra donna, verso una destinazione ignota. Lei conosceva i limiti del partner; ma si illudeva (forse come tante) che, una volta spostati, sarebbe cambiato, lo avrebbe migliorato con il suo amore, con l’amore della famiglia. Purtroppo è rimasta solo l’illusione. Chiesta la separazione, rassegnata – come spesso ci ripete – a vivere «orfana degli affetti coniugali», oggi Clara abita in un piccolo appartamento con i suoi due figli, Andrea e Maria, di dieci e sei anni. Nell’attuale stato non può permettersi una baby-sitter, né una donna per le pulizie. Clara salta da una fatica all’altra, senza respiro: lavorare, accudire i bambini, sbrigare le normali faccende casalinghe. Una vita la sua che sa di eroismo. All’improvviso è assalita da una continua febbre, da reumatismi e senso di nausea. «È solo affaticamento, con un po’ di riposo passerà», ripeteva di continuo a se stessa e agli altri. La diagnosi non sarà così ottimista: un male incurabile la sta lentamente consumando. Clara non si abbatte, è forte; la vita l’ha allenata a mandar giù bocconi amari. Tuttavia è turbata da un interrogativo: che cosa accadrà dei suoi bambini quando lei non ci sarà più?

          Due storie simboliche, due storie vere, simili a quelli che conosciamo, somiglianti alle tante che incontriamo. Non hanno i caratteri dell’emarginazione eclatante; appartengono a quella ordinaria, che prolifica entro le mure domestiche. Abbiamo volutamente indugiato nella loro descrizione, perché riteniamo importante toccare con mano la «concretezza dei margini» che tracciano la sagoma effettiva della nostra società. Altrimenti si cade in una pura retorica su un tema molto vivo, che in primo luogo chiede rispetto, poi solidarietà.

          Quelle di Filippo e di Clara sono due vicende che, nel loro realismo, conducono a un ineluttabile confronto, non tanto sulle cause, ma sui nostri luoghi d’incontro con queste realtà emarginate. Perché – strano a dirsi – spesso sono sconosciute. Attenti come siamo ai fatti di cronaca non ci sfuggono le cifre allarmanti dei consueti rapporti sulla povertà in Italia (l’ultimo presentato pochi mesi fa). Ma cosa c’è dietro la serie di numeri e di percentuali, snocciolati dal giornalista? Sono nascosti drammi, paure, situazioni angosciose, in larga parte senza grandi prospettive per il futuro. Vi sono persone – come ricorda don Luigi Ciotti nel suo contributo – piegate dalla miseria e ri-piegate dalla paura. Sono presenti, magari accanto a noi; ma, se non incontrate, rimangono invisibili.

          Prendiamo ancora a prestito la voce di don Luigi, che riesce con sagacia e acutezza a leggere certe dinamiche sociali. Diminuire la distanza con queste realtà particolari significa frequentare un luogo assai comune, percorso freneticamente da milioni di persone: la strada. Una prospettiva questa che ha fatto propria Gesù di Nazareth. Lui attraversa, vive, abita le strade; guarisce infermi, si ferma a colloquiare con gente di qualsiasi estrazione lungo le vie dei suoi itinerari. Sa che qui incontrerà in un rapporto esistenziale persone bisognose, che da tempo attendono liberazione. Come non ricordare le figure di Zaccheo, dell’emorroissa, del cieco? La strada è un crocevia di incontri tra uomini, di passione e sofferenza (il cammino verso il Calvario), di contatto tra Cielo e Terra.

          Dunque i luoghi non sono tutti uguali: chi è seduto sulle proprie sicurezze vede e giudica il mondo e la storia secondo un’ottica diversa di chi vive nella precarietà. Se la chiesa vuole incontrare i poveri, gli esclusi o gli emarginati, è necessario che entri in familiarità con la strada e con la vita che in essa trabocca, come il Maestro insegna con il suo atteggiamento. Ripercorrere la strada, abitarla significa abitare ogni frazione della vita comune, il tempo, la politica, il territorio, le nostre chiese, affinchè nessuno possa sentirsi solo o abbandonato. Del resto, cosa resterebbe di evangelico nei nostri annunci e nelle nostre azioni, se dimenticassimo l’esistenza di questi «orfani»?

 

          Abbiamo chiesto a chi opera o ha operato «in prima linea» di indicare alcune piste di riflessione. Apre questa monografia Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, che in una rilettura storica ripercorre il mutamento di concezione del senso di solidarietà. Giuseppe Pasini, già direttore della Caritas Italiana, ci guida verso una focalizzazione sulla significatività della chiesa in riferimento alle opere di carità. Un aspetto che non può essere escluso è quello del rapporto tra le istituzioni civili e le opere caritative della chiesa (Maria Teresa Tavassi e Franco Vernò): vive sotto il segno della collaborazione o della competizione? L’articolo di Elisa Bianchi ci aiuta a cogliere i modi per non circoscrivere carità e solidarietà dentro gli angusti confini di qualche episodio, ma per portarle in debita coniugazione con le proprie competenze e professionalità. Si procede ponendo l’accento sulla possibile conciliazione tra azione pastorale e azione sociale, a partire da alcuni spunti patristici e magisteriali (Giovanni Nervo) e da una lettura evangelica dell’urbanità (Luigi Ciotti). Quale metodologia pastorale si può adottare per un’educazione alla solidarietà? A questo interrogativo Vinicio Carletti risponde con la sua personale esperienza, maturata presso l’associazione «Murialdo» di Padova.

          In chiusura di fascicolo proponiamo ai lettori come documentazione la proposta di legge-quadro sul sistema dei servizi alle persone, elaborata dalla Caritas Italiana e dalla Fondazione «E. Zancan» e presentata alle forze politiche nel novembre 1996.

                                                                                                                    a. f.


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