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Per una pastorale che educhialla solidarietà
Vinicio Carletti

            Dal panettiere una donna, mentre aspetta di essere servita, sta raccontando ad una vicina che da quando è separata dal marito ha grosse difficoltà al lavoro: è costretta a usare permessi e ferie per andare a riprendere il bambino a scuola. Il negoziante, che conosce situazioni simili, la invita a rivolgersi ad una signora che sta entrando e ha un problema come il suo. Prima che abbiano finito la spesa, hanno trovato un accordo che le soddisfa entrambe: una porta i bambini a scuola e l’altra li va a prendere e segue nei compiti.

            Questa è una storia che nella sua normalità sembra addirittura banale ma voglio tenerla come riferimento per un modello di solidarietà non eroica, non bisognosa di condizioni eccezionali e pedagogica proprio perché facilmente riproducibile. C’è infatti una esemplarità che induce all’ammirazione ma scoraggia l’imitazione. Viceversa ci possono essere gesti così quotidiani e normali che sembrano non meritare qualifiche di merito e che non producono eroi nella solidarietà ma società, comunità solidali.

1. La solidarietà nell’esperienza dell’associazione «Murialdo»

            Il mio angolo di prospettiva è quello di un volontario nell’associazione «Murialdo» di Padova che accoglie, in stile familiare, ragazzi e giovani che arrivano da situazioni di abbandono, si propone come intermediaria nella ricerca di casa e lavoro per adulti soli e famiglie di immigrati, offre una alternativa al carcere, per i giovani che possono usufruire di un provvedimento di messa alla prova, o all’ospedale psichiatrico quando la famiglia non riesce a gestire la sofferenza di un malato mentale.  L’associazione è composta da religiosi e laici che fanno riferimento alla spiritualità di san Leonardo Murialdo tradotta in uno stile educativo, in una modalità di accoglienza. I religiosi assicurano la loro disponibilità personale e seguono la formazione dei volontari mentre i laici, le famiglie affidatarie, rendono possibile il radicamento nel territorio e la continuità dell’esperienza.

            Quando un ragazzo viene accolto vive per un certo periodo in uno degli appartamenti dove abitano i religiosi e si inserisce nelle attività di studio o di lavoro a seconda dell’età o delle sue personali attitudini. Durante questo tempo costruisce un rapporto privilegiato con l’adulto che lo ha accolto che diventa un riferimento per la sua crescita, un filtro con l’ente pubblico e con la famiglia di origine, quando esiste. Questo soprattutto in ragione di un rapporto di personale fiducia. Successivamente viene inserito in una famiglia o in un appartamento con volontari o obiettori. È la seconda tappa di un percorso di autonomia che viene realizzato mantenendo una vicinanza di rapporti anche quando il giovane va ad abitare in un’altra casa. Questo è possibile quando può vivere positivamente anche la lontananza da chi lo ha accolto e la possibilità di sperimentarsi nei suoi desideri e nelle sue capacità proprio perché mantiene la consapevolezza che ha sempre un riferimento affettivo, una base sicura alla quale tornare per festeggiare i successi e curarsi le ferite.

Gli indicatori di una raggiunta autonomia sono la capacità di tenere un lavoro, di gestire la casa, di creare nuovi legami affettivi. La persona che ha iniziato l’accoglienza rimane il riferimento affettivo ed educativo per il ragazzo e svolge anche il compito di seguire i volontari o gli obiettori nella fase in cui il giovane va a vivere con loro. Sono programmati incontri, circa mensili, tra gli adulti delle singole case e la persona che ha accolto i ragazzi che svolge il ruolo di coordinatore educativo. A questa équipe partecipa una psicologa per avere una valutazione competente sul percorso di autonomia dei ragazzi e l’emergere di eventualiproblemi.

            Questa esperienza ha alcune caratteristiche costitutive che cerco di sintetizzare.

a) La scelta della condivisione[1]. Di fronte alla tendenza di centrarsi sul problema (il disagio del giovane) con il rischio di creare nuove istituzionalizzazioni, si è sempre preferito la scelta della normalità. Il giovane accolto entra in relazioni significative con gli adulti che condividono con lui la vita e mai con le strutture educative e specialistiche che esistono ma per sostenere le motivazioni e le capacità educative degli adulti. L’Associazione difende la propria «invisibilità», esiste per esigenze gestionali, come interlocutore per l’ente pubblico e per la promozione di cultura dell’accoglienza.

b) L’inserimento nel territorio. L’accoglienza si realizza nella quotidianità e nella normalità di case e appartamenti non identificabili all’esterno. Ogni giovane è inserito in ambienti di studio o di lavoro ricercati sul territorio in risposta ai suoi bisogni di incontro, di cultura, di sport. Nel caso si riscontrino bisogni di tipo specialistico (ad esempio interventi terapeutici) vengono attivate le risorse presenti nel territorio per tenere distinta la condivisione di vita da qualsiasi altro tipo di intervento.

c) La personalizzazione del progetto educativo. Nel tempo si è consolidata una modalità di accoglienza che ha come obiettivi la conoscenza dei bisogni del giovane e la definizione di un progetto educativo nell’inserimento. Si persegue, nella misura del possibile, l’incontro dei bisogni del giovane con le capacità di risposta degli adulti. Per questo obiettivo l’Associazione si avvale della consulenza di specialisti e ricerca la collaborazione degli operatori sociali. È ritenuto un elemento qualificante, all’accoglienza e al suo sviluppo, la possibilità di offrire risposte individualizzate, flessibili, che mettono al centro i bisogni del giovane e non le esigenze della struttura.

d) La collaborazione con l’ente pubblico. L’Associazione è nata da una richiesta di collaborazione dell’ente pubblico ed ha avuto tra i suoi iniziatori operatori sociali sensibili al disagio e alle situazioni di abbandono di ragazzi e giovani. Ha cercato di dare risposte preferenzialmente ai Comuni della zona e di adattarsi ai bisogni nuovi, alle nuove forme di povertà e abbandono, come si presentavano. Questo ha prodotto, nell’Ente pubblico, la consapevolezza che l’Associazione è una risorsa che appartiene al territorio e l’ha considerata una interlocutrice attendibile circa le segnalazioni di nuove forme di disagio permettendole di incidere nelle politiche sociali dei comuni, di sperimentare iniziative pilota dando copertura giuridica e finanziaria. Il rapporto di collaborazione è comunque rispettoso delle esigenze e dello stile di accoglienza dell’Associazione. La casa dove il giovane vive non è accessibile alle assistenti sociali e i normali rapporti e controlli sono fatti utilizzando il filtro degli uffici del Centro Studi che è la sede legale dell’Associazione.  

2. Solidarietà per una società solidale[2]

            Faccio ancora riferimento all’esperienza di accoglienza dell’Associazione Murialdo non perché sia un modello da divinizzare ma più semplicemente perché è il contesto che conosco meglio, un punto di partenza per riflettere sull’esperienza. Mi accorgo di alcune intuizioni:

a) Il territorio come problema e risorsa[3]. Il disagio di una persona può essere letto in tanti modi: come una colpa personale, come una sfortuna, come un limite... Dentro questo quadro di riferimento si giustificano emarginazione, esclusione, delega a personale competente, in una logica contenitiva o medica. Il disagio di uno può essere interpretato anche come un segnale del malessere di una società, di un gruppo, di una famiglia che difende la propria normalità e immagine etichettando, escludendo, affidando agli specialisti. Un giovane in situazione di abbandono è solo l’elemento più debole di un sistema che se prevede la possibilità di parti malfunzionanti tende a sostituirle o isolarle. Diversamente, se un sistema sociale prende consapevolezza che è il suo stesso funzionamento a creare disagio, può avviare una trasformazione perché il benessere di qualcuno, sia pur la maggioranza, non tolleri o addirittura produca il malessere di altri. La logica dell’istituzionalizzazione è quella di allontanare da un luogo di appartenenza con il rischio di spacciare per soluzione quella che può essere solo una rimozione. La domanda di istituzionalizzazione, quando è fatta dalla famiglia o dalla comunità territoriale, non fa chiarezza su chi ha bisogno di aiuto: se la persona o la famiglia, la società. Il luogo dove sorgono i problemi è anche quello delle risorse, delle soluzioni. Questa prospettiva è in controtendenza rispetto all’orientamento attuale di delega dei problemi.

b) L’integrazione di volontariato e lavoro sociale[4]. In questo tempo si stanno realizzando delle integrazioni fruttuose tra volontariato e lavoro sociale non solo perché il volontariato si professionalizza e il lavoro sociale acquisisce motivazioni e qualità relazionali. Non si tratta di una integrazione che porta all’uniformità ma piuttosto alla scoperta di quegli elementi originali che rendono insostituibile sia il volontariato che il lavoro sociale. Nell’accoglienza di un giovane in situazione di disagio, di emarginazione, di abbandono, il progetto di inserimento viene costruito considerando indispensabile sia l’apporto specialistico dello psicologo, dell’educatore, dell’assistente sociale sia la relazione, la condivisione di vita che può dare solo il volontario non  perché il tecnico non sia capace di entrare positivamente in relazione ma perché il volontario si presenta come colui che condivide la vita libero dal rischio che quello che fa sia letto come la controparte di un compenso economico. La persona che ha sperimentato l’abbandono, l’esclusione è molto attenta alle ragioni di chi le si avvicina e ha bisogno di sperimentare una accettazione incondizionata: chiede presenza e disponibilità prima che abilità e strumenti tecnici.

c) La normalità come prevenzione e cura[5]. L’esperienza di chi opera da tempo nell’accoglienza porta ad una comprensione dei vissuti delle persone estremamente semplificante: ci si accorge di quanti danni può fare nella crescita di un bambino il disinteresse, l’assenza degli adulti. La domanda autentica, profonda di chi ha sofferto esclusione, abbandono è quella di vicinanza e di tempo. Nel rapporto con loro non sembra così importante essere bravi, intelligenti, precisi ma piuttosto «esserci». C’è il rischio che la quotidianità e la normalità della giornata e delle persone assumano una colorazione grigia, banale forse perché viviamo in un tempo di spettacolarizzazione, di emozioni forti. La quotidianità e la normalità rischiano di essere considerate in antagonismo agli ideali, ai valori mentre ci può essere una «ordinarietà straordinaria»[6] quando diventa possibile dare significato anche ai piccoli gesti, alle solite cose. Trattare in maniera normale una persona ed essere con lui come si è realmente, con l’unica preoccupazione di essere autentici, è la via più diretta per aiutarlo in un cammino di integrazione, di recupero e, a volte, anche di guarigione.

d) La dimensione comunitaria dei problemi e delle soluzioni. Si può fare una lettura contemporaneamente sociologica ed ecclesiale dei processi di esclusione, di emarginazione, di povertà[7]. C’è un rapporto stretto, persino una proporzionalità inversa tra il livello di comunità che la gente (e noi cristiani in particolare) sappiamo esprimete e il tasso di disagio e di devianza che si produce in un determinato territorio. Se si accetta questo punto di partenza la povertà può diventare un indicatore di scristianizzazione. Gli Atti degli apostoli raccontano che «nessuno tra loro era bisognoso perché quanti possedevano campi o case le vendevano, portavano il ricavato agli apostoli e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno»(At 4,34).

     Con il medioevo tramonta un progetto di solidarietà comunitaria e la cura dei poveri viene affidata agli ordini religiosi e alla carità della gente. La solidarietà, la fratellanza, la condivisione sono sostituite con il servizio, la beneficenza e si insinua la norma, sottilmente egoista, di acquisire la perfezione, di guadagnarsi il paradiso attraverso l’aiuto al povero e non con il povero. Il povero perde l’appartenenza alla comunità ed entra nella categoria del diverso[8].

     Oggi paghiamo ancora le conseguenze di queste trasformazioni. Più che fare del bene è utile convertirci a un diverso progetto di Chiesa o, meglio ancora, di ritornare al progetto di comunità cristiana delle origini. Questo aspetto emerge con chiarezza nel momento in cui si prova a fare qualcosa con persone in situazione di abbandono.

      L’esperienza ci insegna che chi accoglie un giovane in difficoltà sente anche il bisogno di essere lui stesso maggiormente accolto e protetto. Chi rischia nella convivenza con un malato di AIDS desidera farlo insieme ad altri, chi si espone all’aggressività di un malato psichico desidera un sostegno e un riferimento personale. Spesso va rintracciato qui il punto debole dei servizi, soprattutto pubblici, dove gli operatori sono più esposti nel rapporto con l’utenza. Si riscontrano rilevanti fenomeni di demotivazione e cortocircuiti proprio in quelle strutture in cui manca un contesto comunitario e un sostegno personale agli operatori. Non è per caso che le più significative esperienze di condivisione sono espresse proprio da realtà comunitarie analogamente a quello che avviene nella vita di famiglia dove più i genitori si vogliono bene, più questo amore passa ai figli[9].


La condivisione di vita con chi ha avuto meno ci costringe, per una questione di sopravvivenza, psicologica e spirituale, ad essere più comunità fosse anche solo perché ci accorgiamo di come l’assenza di comunità produce disagio e rende precari i tentativi di aiuto. C’è un bisogno di comunità, di famiglia ancora più forte in chi è segnato dalla fatica di vivere perché cercare di aiutarlo mantenendo una situazione di lontananza, fargli intravedere la normalità, l’integrazione senza una effettiva accettazione, significa dagli un doppio messaggio: «sei come gli altri - sei diverso da me».

     Come è riconosciuto un diritto alla propria famiglia, per analogia, si può dedurre un diritto di appartenere al proprio territorio e di trovare al suo interno le risposte ai propri bisogni. Questa prospettiva sottolinea come la componente chiave della risposta ai problemi sia la solidarietà prima e più della componente tecnica, specialistica.

e) La solidarietà come benessere per tutti. C’è un passaggio culturale e civile da valorizzare ed è quello di riconoscere che la solidarietà non è una perdita ma un bene di cui usufruisce anche chi opera solidarietà. La solidarietà è un capitale investito che darà un ritorno di benessere per tutti. Aiutare nella ricerca di un lavoro, evitare dispersione scolastica, liberare case sfitte, integrare immigrati, dare nuove opportunità a chi ha pagato il suo debito con la giustizia, significa prevenire rischi sociali, rendere vivibili le città, sicura la vita.

     Un altro passaggio qualificante è la consapevolezza che la solidarietà non appartiene al mondo della carità più di quanto non appartenga a quello della giustizia. Alcune domande, fatte da chi è in situazione di bisogno, sono diritti garantiti dalle leggi anche se vengono concessi come elemosine. L’esclusione, l’allontanamento di chi sta peggio o è diverso ha prodotto un diffuso atteggiamento di delega a «chi di competenza» lasciando ai servizi pubblici un carico di lavoro spropositato. Allo Stato è chiesto di occuparsi di quello di cui le generazioni immediatamente precedenti alla nostra si sono fatte carico in una maniera più naturale attraverso l’aiuto dei parenti e dei vicini[10]. L’esasperazione dell’individualismo, la scelta o il trovarsi a vivere da soli, l’instabilità dei matrimoni che non permette di contare su reti di sostegno informale, la mobilità del lavoro e della residenza che non favoriscono un inserimento territoriale, possono produrre costi sociali insopportabili per qualsiasi sistema di assistenza pubblica.

     Solidarietà è avere cura di sé considerando in questo «sé» non solo se stessi o al massimo la propria famiglia ma anche i vicini, la comunità territoriale, i colleghi di lavoro, le persone che percorrono gli stessi tragitti, che frequentano gli stessi ambienti, che si dedicano ad attività comuni. Solidarietà è il passaggio dalla difesa di un diritto individuale alla tutela di un diritto comunitario, sociale. Alcune trasformazioni sono segnali preoccupanti di una solidarietà che rischia di spezzarsi come sta avvenendo nella tendenza a preferire le assicurazione private, nella natura meno garantista dei contratti di lavoro e nella minore tutela della donna. Che un calo di solidarietà produca malessere per tutti è anche visibile nel fatto che alcune scelte, nella logica del peggior liberalismo, si stanno ritorcendo su tutti, come dei boomerang,  per quanto riguarda la tutela dell’ambiente, il diritto al lavoro, all’informazione. Anche noi siamo e saremo sempre più coinvolti dai danni sociali e ambientali che il nostro stile di vita[11] ha prodotto lontano dai nostri occhi quando abbiamo accettato che il nostro benessere sia costruito sulla miseria di altri. Sarà saggio accorgerci che non c’è giustizia se non ci sarà per tutti. Da qualche parte ho trovato scritto che «la solidarietà è la tenerezza dei popoli».

3. La solidarietà nel rapporto tra persone

            L’incontro con la persona che vive un disagio non è mai facile fondamentalmente perché il bisogno di uno spinge a definire in maniera diversa i rapporti con l’altro. In questa situazione occorre considerare anzitutto chi sia soggetto di cambiamento. Nei rapporti di aiuto è sempre presente il rischio che sia chi aiuta che cerca di guidare il cambiamento proprio perché mette qualcosa della sua disponibilità o professionalità, o perché ritiene implicito che chi sta male non sappia di cosa ha veramente bisogno e tanto meno come ottenerlo. Il cambiamento, invece, è sempre la scelta di chi è titolare di un bisogno e avviene proprio a partire da un riconoscimento e da una accettazione dell’altro come persona e non solo come problema, come protagonista e non solo vittima. L’altro cambia quando cominciamo ad accettarlo per come è. A volte proprio quando smettiamo di pretendere che si sbrighi a cambiare. La solidarietà, da questo punto di vista, non è il dare o fare qualcosa ma accogliersi su un piano di sostanziale parità.

            Per incontrare veramente il povero, il diverso, il lontano occorre non essere visti come forti, ricchi, bravi perché questo rende pericolosamente evidenti le differenze e automatici processi di esclusione. Bisogna percorrere quella strada di spoliazione che ha tracciato il Cristo che da ricco che era si è fatto povero. Noi pretendiamo che gli altri, se vogliono essere aiutati, si adeguino a noi invece Dio ci ha salvato lasciandosi tenere in braccio a Betlemme e lasciandosi inchiodare in croce sul Calvario. Il Vangelo ci mostra solo questo modo, declinato in una infinita varietà di situazioni, con il quale Dio ci ha salvato in Cristo. È sintetizzato nell’inno della lettera ai Filippesi: «Egli era come Dio ma non conservò gelosamente il suo essere uguale a Dio. Rinunciò a tutto, diventò come un servo, fu uomo tra gli uomini e visse conosciuto come uno di loro» (cf. Fil 2,6-7). Questo modello non va preso come una sequenza di istruzioni da realizzare alla lettera perché la conversione che ci è richiesta è quella di scegliere la povertà, la debolezza non solo di accettarla o, peggio ancora, di subirla. La debolezza non è un travestimento, un trucco, una parentesi, un grimaldello per entrare camaleonticamente nella vita dell’altro ma una scelta di vita riconosciuta come l’unica che mostra la verità su noi stessi senza per questo svalutarci. Quando siamo deboli è allora che siamo forti (cf. 2Cor 12,10).

            Spogliati di tutto ciò che è forza e ricchezza rimane l’essenza, la verità del nostro esistere: la sorpresa di essere amati da Dio in maniera personale e infinita. Solo su questo piano possiamo riconoscere l’altro uguale a noi essenzialmente perchè anche lui amato da Dio e perciò fratello[12]. Solo a queste condizioni possiamo parlare di gratuità: un termine imparentato con «grazia» cioè la consapevolezza di essere dei salvati, che «Dio ci ha amato per primo, quando eravamo lontani, nemici», che quello che possiamo fare è solo una risposta a ciò che è già stato fatto per noi. Date gratuitamente perché gratuitamente avete ricevuto (cf. Mt 10,8). Il termine volontariato richiama invece «volontà» alludendo piuttosto ad un impegno che si decide di sostenere. In questo senso è un termine ambiguo e molto meno evangelico.

            La solidarietà è un rapporto su un piano di sostanziale parità ma questo non è mai completamente vero quando chi ha una famiglia, chi può contare su una sicurezza di affetti cerca di essere solidale con chi è solo e si sente non amato. La povertà per uno è scelta per l’altro è subita. Il volontario può tornare in qualsiasi momento alla sua vita, alle sue sicurezze, ai suoi affetti. Il povero non ha uscite di sicurezza. L’unico piano di reale parità è la consapevolezza di essere importanti solo perché amati da Dio e uguali ai suoi occhi. Sentirsi figli di Dio è l’unica solidarietà realmente possibile.

            Fuori da un riferimento trascendente la condivisione è il punto più vicino alla vita dell’altro ma non potrà mai esprimere una pienezza di solidarietà che solo il povero può dare al povero. È comunque il massimo di solidarietà che possiamo esprimere se accettiamo di togliere la maschera dei ruoli. «Condividendo la vita non si separa la propria esperienza da quella dell’altro. Chi condivide non fa il maestro, lo psicologo, l’operatore e neanche il prete, ma vive con l’altro. Cessano di colpo gli stereotipi»[13].

            Chi condivide si pone su un piano di parità quando non giudica, non etichetta, non emargina e questo senza rinunciare ad una propria identità, a proprie scelte di valore. Questo mette in movimento processi di crescita, di autonomia, si cominciano a superare i bisogni, a dare nuovi significati all’esperienza, a liberare energie... Nella condivisione non ci si ferma a voler bene all’altro, a fare delle cose per lui. L’incontro con l’altro, nato sotto il segno della differenza, viene recuperato su una sostanziale reciprocità dove ognuno ha qualcosa da dare e da ricevere. 

            C’è un passaggio oltre la disponibilità a voler bene ed è la capacità di farsi voler bene. Il rapporto con chi si incontra in una situazione di bisogno fa un salto di qualità quando inizia una «restituzione». Viene portato a termine un processo di liberazione dal bisogno, di recupero della propria dignità di persona che vale (e anche dalla dipendenza da chi aiuta!) solo quando chi è stato nel bisogno inizia a fare qualcosa per chi lo ha aiutato o per altri nel bisogno. Se non succede questo occorre interrogarsi sul rischio di dipendenza.

            È comune nell’accoglienza di giovani in stato di abbandono sentirsi provocati su dinamiche di superiorità-sottomissione che evocano facilmente sentimenti di rabbia, tensione, nervosismo oppure sentirsi incapaci, impotenti davanti ad atteggiamenti di passività o accorgersi di essere usati quando l’altro diventa seducente spiattellando tutte le disgrazie, le ingiustizie subite. Questi sentimenti, diversi ma tutti ugualmente negativi, sono un segnale eloquente di qualcosa che non funziona nel rapporto personale e permette di capire che i poveri non restano al loro posto, si difendono chiedendo garanzie, rivendicando diritti, cercando di fissare loro le regole. Si muovono su un piano di forza cioè nella posizione che non si aspetta chi si rende disponibile a fare qualcosa per gli altri. Nel nostro immaginario ci aspettiamo che il povero non insista, accetti quello che siamo disposti a dare, si mostri riconoscente. Ci aspettiamo che il povero soprattutto stia al suo posto cioè fuori dalla nostra vita. Immaginiamo di non avere niente in comune con lui ma solo qualcosa in più da dare. Per la consumata consuetudine con i servizi e con gli specialisti i «casi sociali» hanno la capacità di rompere i nostri modelli, di deludere le nostre aspettative. Hanno già patito il rifiuto e l’indifferenza di molti che «sono passati oltre», hanno sofferto l’oltraggio di vedersi dare come beneficenza ciò di cui avevano diritto.

            Saremmo anche disposti a farli venire dentro ma a condizione che accettino la nostra impostazione di vita, le nostre regole, i nostri valori: in definitiva che diventino come noi, che si lascino modellare, che si fidino. Queste aspettative, più o meno espresse, li rendono ancora più sospettosi perché li mette a rischio di provare nuovi rifiuti, nuovi abbandoni quando arriverà il momento nel quale sarà evidente che non possono reggere alle aspettative che ci siamo dati noi, non ce la faranno a restare nei tempi che abbiamo fissato noi, non riusciranno a realizzare i progetti che abbiamo fatto noi... «Allora noi scopriamo che l’incontro con il povero, con il lontano, specialmente se «sporco, brutto, cattivo,» non è immediatamente l’incontro di Gesù nel povero. È piuttosto l’incontro con noi stessi. Il povero, il lontano fa da specchio alle nostre paure, smaschera le nostre ipocrisie, mette subito allo scoperto le nostre fragilità»[14]. Chi è nel bisogno capisce subito i nostri punti deboli, intuisce se quello che stiamo facendo serve a noi, intravede i bisogni che abbiamo di essere gratificati, fiuta i nostri secondi fini.

            Per questo la prima mossa che ci viene spontaneo fare è quella di allontanarci o, più facilmente, di allontanare il povero, il lontano, il diverso. A volte ci giustifichiamo con la teoria della mela marcia e per il bene degli altri mandiamo fuori quello difficile, diverso, non addomesticabile riproponendo dinamiche di esclusione e rifiuto che l’emarginato conosce bene e che spesso è lui stesso a provocare. Oppure siamo noi a doverci difendere con la professionalità, i ruoli, delimitando gli spazi e i tempi di contatto, chiarendo le competenze e le responsabilità.

            Se questo non avviene e lasciamo che il povero, il lontano entri nella nostra vita, nella nostra casa, sieda al nostro tavolo, lui ci fa il dono di una occasione per guardarci dentro, riconoscerci per quello che siamo. Il fastidio, la rabbia, la delusione possiamo leggerle come proiezioni dei nostri limiti, dei nostri conflitti irrisolti. La pazienza, la misericordia, la comprensione diventano i segnali di come siamo cresciuti, autonomi, sereni. Non è per caso che scopriamo di trovarci bene o male con persone che, se riflettiamo, si assomigliano tra loro. I genitori, se si fermano a considerare su quali campi entrano in conflitto con i figli, probabilmente scopriranno di ritornare su problemi che loro stessi non hanno risolto. Nei figli la vita offre una seconda possibilità di crescita.

4. Educare alla solidarietà

Riassumo in chiave educativa alcune affermazioni:

a) Essere solidali prima di fare solidarietà. Prima delle emergenze, degli aiuti, occorre imparare a non escludere, a non emarginare.  Si potrebbe anche considerare se una difficoltà diventi un problema proprio perché vi è una caduta di condivisione e di solidarietà. La solidarietà appartiene all’essere più che al fare. Impegno della formazione, della pastorale, potrà essere quello di coprire il gap che esiste tra chi aiuta e chi ha bisogno di aiuto non da un punto di vista materiale, questo è possibile, ma sul versante della dignità, del valore, della responsabilità di ogni persona. C’è il rischio, quando si incontra una persona in situazione di bisogno, di vedere solo il bisogno e non la persona e l’incontro con il povero non può assolutamente essere tra uno che vale di più e uno che vale di meno ma, al massimo, tra uno che ha di più e uno che ha di meno.

b) Fare crescere le appartenenze. In questa stagione di individualismi potrà essere utile rivisitare i concetti biblici di «alleanza» e di «popolo di Dio» per scoprire che la comunità non è solo una somma o la localizzazione di individui ma un soggetto che esiste nella misura in cui ci sono legami tra persone, «un insieme di contatti interpersonali per effetto dei quali l’individuo mantiene la propria identità sociale» (Walker). La solidarietà è una caratteristica naturale, normale di qualsiasi appartenenza in virtù di quel legame che si crea tra i membri di uno stesso gruppo e che porta a interessarsi, aiutare, ascoltare sapendo che non si è indifferenti, estranei, lontani all’altro. Dove ci sono legami di familiarità, di comunità, di appartenenza c’è anche solidarietà.

c) Scegliere la condivisione[15]. Il «come» si incontra la persone in situazione di bisogno è più importante di quello che si ha da dare e degli obiettivi che ci si pone. Ognuno di noi ha un insopprimibile bisogno di relazione e di appartenenza. A volte il bisogno di cose e anche il comportamento trasgressivo, vengono mostrati per richiamare attenzione, per ottenere contatti, per stare davanti agli occhi di qualcuno. La distribuzione di mille pasti preconfezionati non vale come un invito a pranzo nella propria casa.. Una pastorale di solidarietà non mette in vetrina il povero per avere aiuti, per coinvolgere altri, non sceglie una modalità di sensibilizzazione gridata, scandalistica, aggressiva ma la piccola via dell’incontro dove ci si riconosce fondamentalmente uguali nella dignità di persone. Quando viene restituito all’altro il senso del suo valere e il diritto di cittadinanza, di appartenenza, si rimettono in moto spontaneamente processi di integrazione e scelte di ben-essere. Diversamente c’è il rischio che ognuno faccia il suo gioco: il volontario si prodiga per cambiare l’altro e si scoraggia quando non vede risultati mentre chi è nel bisogno sfrutta la sua situazione, usa le persone e non cambia mai.

d) Preferire una modalità di intervento integrata. Meritano più attenzione le politiche sociali costruite intorno all’intuizione della comunity care, le metodologie di tutti i gruppi di self help, la proposta del commercio equo e solidale, come anche i processi didattici di peer tutoring[16] dove viene sviluppata l’intuizione che il gruppo, anche quando il denominatore comune è un problema, ha sufficienti risorse per sostenere i singoli e accompagnarli nel cambiamento desiderato.
Siamo ancora condizionati da una logica deterministica, da concetti di causalità lineare, da un approccio ai problemi che cerca colpe più che cause o alternative possibili. Educare alla solidarietà significa preparare le persone a lavorare insieme non solo per motivi organizzativi, per coerenze interne, per non sprecare risorse. Non solo perché un gruppo stimola la creatività, eleva esponenzialmente la ricchezza dei singoli ma, più in profondità, perché la solidarietà non può essere vissuta individualmente. Chi fa solidarietà ha bisogno lui stesso di appartenere, di condividere. Educare alla solidarietà significa

      andare oltre l’organizzazione dei servizi perché a fronte del crescere a cascata delle nuove povertà, fare la scelta di inseguire i bisogni è una prospettiva perdente. Non da oggi è tempo di risposte che superino il progetto mirato sull’individuo da curare, per recuperare e mettere in luce l’azione del territorio e dei soggetti collettivi, nell’esprimere forme di solidarietà condividente. Tale obiettivo richiede di passare da progettare sul caso al progettare sul contesto. L’attenzione al disagio ha portato a capire che l’azione rivolta alla singola persona a rischio difficilmente sortisce effetti duraturi se disgiunta da una simultanea azione sul suo ambiente sociale. La scommessa per il futuro si gioca su questa nuova progettualità sociale: passare dall’attenzione al solo protagonista apparente all’attenzione a tutto il contesto sociale, ricco di tutti quegli apporti (da suscitare e organizzare) che la cultura solidaristica può dare. [...]  Il territorio come fonte di cura, con le sue risorse istituzionali e informali rappresenta un punto di riferimento imprescindibile come luogo in cui è possibile permettere alla gente di riappropriarsi  della soluzione dei propri problemi valorizzando le risorse (in atto e da organizzarsi) di cui dispone. [...] Ci si sta rendendo conto che il modo privilegiato di fare prevenzione e quella di concepire la prevenzione come promozione della comunità locale. [...] A partire da queste considerazioni è necessario pensare a dei progetti incentrati sullo sviluppo dei processi partecipativi riguardanti la comunità nella sua complessità partendo dal promuovere appartenenza dei soggetti alla propria comunità, attivando relazioni permanenti, potenziando nelle comunità la capacità di organizzare risorse nella logica dell’auto-mutuo-aiuto, facilitando l’integrazione tra le varie presenze nel territorio: scuola, comune, gruppi, mondi vitali, movimenti, volontariato, agenzie formative e ricreative, stimolando un processo di presa coscienza della comunità territoriale, non essendo più il tempo di progetti che non si integrino nella logica della globalità[17]

     Da questi presupposti deriva che il ruolo dell’operatore sociale, pastorale, del volontario è quello di promuovere integrazioni, di suscitare partecipazione, di far emergere risorse, di mettere in movimento processi e non più solo quello dell’intervento sulle emergenze.

e) Scegliere la via del segno. La Chiesa ha sempre espresso attenzione al povero, all’emarginato attivandosi per dare risposte e svolgendo contemporaneamente un compito profetico di denuncia, di provocazione alla società civile. È avvenuto così con le scuole, gli ospedali e per una infinità di servizi organizzati attingendo dalle proprie risorse di beni e di volontariato. I valori del vangelo hanno fatto crescere una società più cristiana e più umana. Lo Stato, attraverso le sue leggi e istituzioni continua a dare risposte su un modello di solidarietà che parte dal riconoscimento di una serie di diritti: il lavoro, l’istruzione, la salute, l’informazione... e chiede a tutti, in proporzione al proprio reddito, di contribuire per rispondere ai bisogni della persona. Anche questo è un paradigma di solidarietà da non svalutare. Al cristiano rimane il compito profetico di «restare sulla frontiera» in ascolto dei bisogni che non trovano ancora risposta e disponibile a scelte di condivisione che sottraggano dall’abbandono, dall’emarginazione, dal rischio. Questo processo inizia con l’ascolto dei nuovi bisogni[18] e con una risposta sulla linea della gratuità ma si completa nel momento in cui si crea nella comunità civile la sensibilità per passare dalla risposta volontaristica al riconoscimento di uno stato di diritto. Questo rende possibile una organizzazione di servizi che risponda realmente ai bisogni.

     Ci sono alcuni segnali che dicono come in questi ultimi decenni la comunità ecclesiale, attraverso movimenti, associazioni, congregazioni religiose, tende a fermarsi sulle risposte che sa dare senza spingere perché sia la comunità civile a sentirsi interpellata dai nuovi bisogni. A volte lo Stato è sentito addirittura in competizione sulle risposte mentre è una crescita di civiltà che quello che è dato inizialmente per solidarietà venga successivamente garantito dal diritto. Se non avviene un passaggio «politico» nella lettura dei bisogni, la comunità cristiana non può spostare le tende per cercare su nuove frontiere i nuovi poveri e ricominciare a dare voce a chi non ha voce. Ma «i poveri saranno sempre con voi» e con loro, più che organizzare dei servizi, compito questo che spetta allo Stato, è più utile porre dei segni di solidarietà:

Piccoli. Non pretendono né intendono essere risolutori dei problemi che affrontano, si propongono piuttosto come luogo di possibile incontro di «diversa umanità», di diversa normalità.

Riproducibili. Dal momento che la loro sola specializzazione sta nella capacità di attenzione alle persone, possono innestare quell’effetto moltiplicatore che sovente invece i grandi servizi specialistici scoraggiano.

Partecipativi. Perché la vita di ciascuno possa avere valore per tutti, ambienti dove tutti sono chiamati a sentirsi responsabili di sé e degli altri, in ragione delle proprie risorse e capacità.

Liberanti. Perché promuovono l’autonomia e la libertà delle persone compresa l’autonomia da quanti recano aiuto.

Di trasformazione  sociale. Operano non solo per il superamento della povertà e del disagio ma soprattutto e di conseguenza per una società più fraterna, più solidale, più accogliente[19], una società in cui non si producono più «scarti di umanità»[20].

f) Per una solidarietà «normale». È davvero importante che le persone che esprimono solidarietà non sentano di essere espropriate di qualcosa, che quello che fanno non abbia il peso del sacrificio, della privazione ma piuttosto la serenità di accorgersi che tra il lavoro e la vita di famiglia rimane spazio, tempo, cuore anche per altri. Sono già troppi quelli che vanno a fare volontariato e non sono presenti in casa, con i figli, gli anziani o non danno ai vicini, al quartiere quello che portano altrove.

     Come cristiani siamo rimasti eccessivamente impressionati dall’amore che arriva fino a dare la vita dimenticando che c’è anche quello del bicchiere d’acqua dato alla maniera dei giusti in Matteo 25 che si chiedono «quando mai ti abbiamo visto affamato, assetato, malato, in carcere...» perché quello che hanno fatto è sembrato a loro così piccolo e così normale che non pensavano fosse importante. La solidarietà appartiene alla normalità e alla quotidianità, solo in questo modo è pedagogica perché trasmessa ai figli, agli amici, ai vicini. Quando è eroica, quando si realizza in condizioni eccezionali, produce ammirazione ma non cambiamenti. È pedagogica quella scelta di solidarietà che porta un altro a dire: «Posso farlo anch’io».

Dal panettiere una donna, mentre aspetta di essere servita...

Vinicio Carletti


[1] Cf. Accoglienza. Documento di riferimento per l’accoglienza della famiglia del Murialdo. Lettere giuseppine  n. 6/1997, punti 2.1 e 2.3. Sarete liberi davvero, in «Il Regno-Documenti» (1982), fasc. 17, p. 566.
[2] L. Tavazza,  Il volontariato nella transizione. Supplemento al n. 10 ottobre 1997 della rivista del volontariato,  punto 4.2.3
[3] Cf. M. Bulmer, Le basi della comunity care. Sociologia delle relazioni informali di cura, Erickson, Trento 1992; F. Folgheraiter - P. Donati (a cura di) Comunity care. Teoria e pratica del lavoro sociale di rete, Erickson, Trento 1991.
[4] Sarete liberi davvero, p. 565.
[5] Cf. Accoglienza, punto 2.3.
[6] L’espressione fa riferimento a quello che PaoloVI ha detto del Murialdo nell’omelia della canonizzazione quando lo ha definito «straordinario nell’ordinario».
[7] G. Pegoraro, Evangelizzare in contesti di emarginazione, Associazione Murialdo di Padova, p. 4.
[8] Sarete liberi davvero, p. 564.
[9] Cf. G. Pegoraro, Evangelizzare, p. 4.
[10] Cf. P. Abrams, Neightbourhood Care and Social policy: A Research Prospective, Berkhamsted, The Volunter Centre, Hertfordshire 1978.
[11] Cf.  Questione di stile... di vita, Caritas diocesana, Trento 1996.
[12] Accoglienza, punto 2.0.
[13] Sarete liberi davvero, p. 566.
[14] G. Pegoraro, Evangelizzare, p. 3.
[15] Accoglienza, punto 2.1.
[16] Comunity care significa comunità che ha cura di sé e il termine esprime una strategia di intervento sociale di matrice anglosassone che considera il territorio come una rete di relazioni, come risorsa che è possibile attivare per la soluzione dei problemi. I gruppi di self help, cioè di auto aiuto sono quelli composti da persone che condividono lo stesso problema e si sostengono nel cambiamento, nella ricerca di soluzioni. Peer tutoring significa sostegno tra pari ed è un modello di insegnamento che rende attivi gli allievi attraverso una divisione di ruoli che prevede anche la possibilità di apprendere insegnando. Il docente fornisce il materiale ed è prevalentemente mediatore. Il Commercio equo e solidale è un rapporto economico che considera i paesi poveri capaci di sviluppo e di crescita sociale quando potranno ricavare un guadagno giusto nella vendita dei loro prodotti. Gli esperti in questi settori mi scuseranno per le eccessive semplificazioni.
[17] R.Cozza, Relazione annuale dell’Associazione Murialdo di Trento, 1997, pp. 15-16.
[18] R. Cozza, Nuovi bisogni in cerca di accoglienza, in «Servizi Sociali», 1/1998, pp. 58-64.
[19] Accoglienza, punto 2.7.
[20] G. Pegoraro, Evangelizzare, pp. 6-7.


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