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Gli atteggiamenti psicosociali verso l'omosessualità
Luca Pietrantoni

1. L’omosessualità in parole

La rappresentazione della società verso un suo fenomeno può essere compresa attraverso il suo linguaggio. Le idee e le opinioni, siano esse positive o negative, verso persone o comportamenti sono trasmesse attraverso la fondamentale forma di mediazione sociale che è il linguaggio. In tal modo, all’interno della rete sociale più prossima, dei media e della società, in maniera sottile e costante, avviene il passaggio di forme di conoscenza e di interpretazione da individuo a individuo, da generazione e generazione.

Il linguaggio ha la funzione di garantire la trasmissione culturale dei contenuti e delle idee su un determinato gruppo sociale. Con l’evolversi delle norme culturali e di costume sono cambiati i nomi per descrivere categorie, individui e comportamenti. Si può ad esempio esaminare la storia delle relazioni tra gruppi etnici attraverso i termini linguistici impiegati per definire i gruppi e i comportamenti associati.

Se pensiamo alle forme linguistiche che esistono per indicare una persona omosessuale, solo alcune sono relativamente neutrali nel significato che veicolano. La stessa parola «omosessualità» è nata in ambito medico-patologico e nell’arco dell’Ottocento è stata usata per indicare persone con comportamenti considerati devianti dal punto di vista della salute fisica o mentale. Le altre parole contengono impliciti o espliciti riferimenti a valenze di tipo negativo, a categorizzazioni capaci di marcare una profonda diversità rispetto a chi parla. Ricerche linguistiche hanno mostrato che il repertorio popolare nella lingua italiana su questo argomento è decisamente vasto e creativo, specialmente nelle sue varianti dialettali: è «un frocio», «una lesbicona», «un finocchio», «un arruso», «uno dell’altra sponda», e così via.

Il dato interessante è che, nell’interazione quotidiana, i nomi e le offese di questo tipo non sono solo impiegati per definire una persona omosessuale, ma in generale per descrivere, o meglio derogare comportamenti poco accettabili o rifiutati. Così capita di sentire, specialmente nel linguaggio gergale dei giovani, frasi tipo «si muove come una checca»; oppure succede di vedere gruppi di ragazzi che urlano «non fare il finocchio!» di fronte ad un ragazzo che non assume comportamento marcatamente virili o «lesbica» ad una ragazza reticente nelle relazioni interpersonali.

Si ritiene, a detta degli psicologi, che i bambini iniziano ad usare parole derogatorie rispetto all’omosessualità fin dall’età di 8-10 anni. Si immagini il processo di apprendimento di un bambino che sente ripetere con sistematicità espressioni di questo tipo. Ancora prima di capire che la parola «frocio» indica una persona che ama un’altra persona del suo stesso sesso, il bambino saprà che descrive qualcosa di profondamente indesiderabile. Anche se non avrà mai conosciuto una persona omosessuale, sarà portato ad aspettarsi delle persone dalle condotte devianti e riprovevoli e cercherà di evitare con il proprio comportamento tutto quello che può richiamare questo tipo di offesa.

Le scelte di tipo linguistico hanno un impatto notevole sul modo in cui il gruppo sociale così denominato viene percepito in termini sociali. Spesso il parlante ha a disposizione diverse opzioni linguistiche per riferirsi ad una stessa realtà ma queste non sono equivalenti in quanto evocano associazioni semantiche differenti. Dire «un finocchio» o «un ragazzo gay» produce associazioni e valutazioni molto diverse anche se il significato è parzialmente sovrapponibile. Nel primo caso la persona è svalorizzata nella sua individualità, unicità e complessità poiché è descritta attraverso un processo di etichettamento e reificazione. Se un individuo usa un’etichetta linguistica dal marcato valore denigratorio per descrivere una persona, il termine è in grado di indurre in maniera automatica associazioni negative ed evocare situazioni spiacevoli e influenzare l’interazione sociale.

2. Le scorciatoie del pensiero

Gli stereotipi sono credenze, tendenzialmente negative, che portano a generalizzazioni rigide e indebite nei confronti di un determinato gruppo sociale. Gli stereotipi e i luoghi comuni che esistono sull’omosessualità sono importanti per comprendere i fenomeni di distanza ed esclusione sociale a cui sono sottoposti non solo le persone omosessuali, ma anche le persone che vengono ritenute tali pur non essendolo.

Le ricerche psicosociali, che studiano l’atteggiamento delle persone verso gli omosessuali, si trovano di fronte ad una prima difficoltà in quanto la parola «omosessuale» già di per sé racchiude una prima, forte stereotipizzazione, vale a dire l’implicita declinazione al maschile. Il termine viene spesso interpretato per indicare i maschi omosessuali, anche se l’omosessualità in sè riguarda in uguale misura gli uomini e le donne.

Le convinzioni stereotipiche sulle persone omosessuali sono numerose e varie. Nella maggior parte dei casi sono negative, anche se ve ne sono alcune considerate generalmente positive come la sensibilità, l’intelligenza, il temperamento artistico.

Gli stereotipi più comuni attribuiscono alle persone omosessuali caratteristiche dell’altro sesso. La «non femminilità» delle lesbiche viene riflessa in un insieme di credenze: le lesbiche non si truccano, non si curano, hanno i capelli corti, sono grasse, giocano a calcio, non sono materne. Riguardo agli uomini gay, ad esempio, si crede che si vestino in maniera stravagante, che abbiano tratti fisici femminili, amino la cucina e la casa o le cose futili, non sopportino il dolore, ecc. Coerentemente con queste stereotipizzazioni, l’orientamento omosessuale è spesso associato a particolari scelte professionali: gli uomini gay sono tutti stilisti, parrucchieri, arredatori, infermieri; le lesbiche sono tutte camioniste, metalmeccaniche, giocatrici di calcio.

La popolazione omosessuale in realtà mostra aspetti di grande eterogeneità al suo interno: se da un parte ci sono persone hanno modi e apparenze «atipici» rispetto alle convenzioni sociali su ciò che è maschile o femminile, dall’altra ci sono persone omosessuali con atteggiamenti e comportamenti molto conformi alle norme di genere.

In base agli stereotipi, le persone omosessuali sono percepite come persone caratterizzate da tratti di personalità di isolamento sociale (sole, insicure, deboli) o di devianza (anticonformiste, trasgressive). In effetti, alcuni omosessuali possono vivere situazione di grande disagio nel loro mondo interiore diventando depressi, timidi o angosciati o assumendo un atteggiamento rivendicativo. Queste caratteristiche spesso non hanno a che fare con l’omosessualità in sé ma sono l’espressione delle strategie che la persona adotta per fronteggiare il contesto sociale percepito come poco accogliente e sicuro.

Infine, un insieme di convinzioni stereotipiche riguarda le cause dell’omosessualità. Spesso si crede che gli uomini abbiano una latente paura delle donne e le lesbiche abbiano maturato un odio verso gli uomini. Oppure che le persone omosessuali siano diventate tali a causa di traumi infantili, di un desiderio dei genitori di avere figli dell’altro sesso, di un’educazione scorretta o di un rapporto disturbato con la madre o con il padre.

Nessuna di queste teorie ha ricevuto una esaustiva dimostrazione da un punto di vista scientifico. La loro origine popolare è testimoniata dal fatto che tali teorie contengono a volte elementi di contraddittorietà: ad esempio, si ritiene che gli uomini gay preferiscano gli uomini in seguito ad abusi di uomini adulti e dall’altra che non sono attratti dalle donne perché ne sono stati traumatizzati.

Una convinzione comune descrive le persone omosessuali come desiderose di corteggiare, circuire e «convertire» le persone eterosessuali all’omosessualità, come persone motivate da un’intenzione di «proselitismo». Nella maggior parte dei casi, la persona omosessuale cerca altre persone con il medesimo orientamento sessuale al fine di avere relazioni basate sulla reciprocità e quindi non è interessata a cambiare l’orientamento sessuale altrui.

Analizzando la storia degli stereotipi di varie categorie sociali (neri, ebrei, ecc.), alcuni studiosi hanno fatto notare che in molti casi si fa riferimento alle idee negativamente connotate di «seduzione» e di «cattiva influenza». Uno stereotipo sull’omosessualità, infatti, particolarmente radicato nella nostra cultura su cui vale la pensa soffermarsi è quello che vede l’omosessualità maschile associata alla pedofilia o molestia dei bambini. In questa prospettiva, le persone omosessuali sono descritte come minaccia a membri più vulnerabili della società e quindi attivano un senso di pericolo e deprecazione sociale.

Le ricerche in ambito clinico hanno dimostrato che la maggior parte degli abusi sessuali verso minori è compiuto da uomini adulti, in genere familiari o conoscenti, e riguarda prevalentemente le bambine. Anche quando l’abuso sessuale da parte di uomini adulti è rivolto verso bambini maschi è equivoco definirla «molestia omosessuale» poiché implica che la persona che abusa abbia un orientamento omosessuale non distinguendo tra il sesso della vittima e l’orientamento sessuale dell’abusante. Molti molestatori di bambini non hanno sviluppato capacità di relazioni mature con adulti, né con uomini né con donne, ma solo modalità di violenza e sopraffazione indifferenziate; sono spesso persone che hanno storie di grande disagio mentale e trascorsi di violenza subita. Anche se ci sono prove documentate che l’abuso infantile non ha in sé niente a che fare con l’orientamento sessuale delle persone adulte, lo stereotipo dell’«omosessuale pedofilo» continua indirettamente a influenzare negativamente l’opinione sull’omosessualità, se si pensa ai dibattiti pubblici sull’«adeguatezza» delle persone omosessuali a insegnare nelle scuole.

3. Uomini e donne: opinioni diverse

L’atteggiamento verso l’omosessualità è decisamente diverso tra gli uomini piuttosto che tra le donne. In generale, è stato verificato che le opinioni negative sono più probabili tra i maschi e che, in genere, le persone eterosessuali hanno atteggiamenti più negativi verso le persone omosessuali del proprio sesso. Ad esempio, nel sondaggio ISPES del 1991, alla domanda «come pensa si debba comportare la società italiana nei riguardi del problema dell’omosessualità?», le donne hanno posizioni di comprensione o semmai hanno espresso azioni «rieducative», mentre gli uomini hanno dichiarato pareri più incentrati sul controllo e sulla repressione.

Focalizzandosi in particolare sull’avversione che sembra esistere tra maschi eterosessuali e maschi omosessuali, alcuni studiosi di estrazione sociologica hanno analizzato la relazione tra avversione anti-omosessuale e socializzazione maschile nelle società occidentali, prendendo in considerazione gli aspetti culturali e antropologici nella costruzione dell’identità maschile e del rapporto tra i sessi. In questa prospettiva l’avversione per gli omosessuali assolve un ruolo importante nel sentimento d’identità maschile.

Nelle società occidentali, la mascolinità viene spesso definita più con il «prendere le distanze da qualcosa», che con il «desiderio di qualcosa»: imparare ad essere uomo significa imparare a non essere femminile e a non essere omosessuale; vale a dire, non essere docile, dipendente, sottomesso, effemminato nell’aspetto fisico o nei comportamenti e impotente con le donne.

Un altro dato che ha interessato i ricercatori riguarda la diversità tra uomini e donne nella percezione dell’omosessualità femminile. Alcuni uomini eterosessuali hanno una posizione più positiva verso l’omosessualità femminile, spesso conseguente a sentimenti di curiosità ed «erotizzazione». Questo fenomeno è testimoniato anche dalla relativa diffusione e fruizione da parte di uomini eterosessuali di materiale raffigurante rapporti sessuali tra donne. Anche questo dato si spiega attraverso un altro processo importante nella socializzazione maschile in cui gli uomini sono predisposti ed educati dalla società in generale a percepire i loro potenziali partners attraverso connotati più sessualmente orientati, fino al punto di vederli puramente come «oggetti» sessuali.

4. I pensieri tra attivazione e inibizione

Gli stereotipi e i pregiudizi sono parte della conoscenza di tutti. Essi sono consolidati nella nostra mente perché appresi molto presto nello sviluppo e, solo più tardi, si comincia a dubitare della loro validità e a sviluppare credenze personali. Gli stereotipi, in quanto scorciatoie del pensiero, hanno una loro funzione positiva, poiché consentono di organizzare in modo più strutturato il mondo e sono implicitamente generati dall’individuo, al fine di prevedere gli eventi e i comportamenti di una persona.

Secondo un approccio psicologico recente, gli stereotipi vengono attivati automaticamente ogniqualvolta si incontra un rappresentante del gruppo a cui si riferiscono. Ci sarebbe quindi una tendenza spontanea a reagire con pregiudizio e per evitare tale risposta le persone devono attivamente «inibire» questo processo automatico. Nelle società occidentali esiste sempre più un contesto normativo che proibisce l’espressione di discriminazioni aperte e le persone cercano di mantenere un’immagine di sé di persone «democratiche» e «prive di pregiudizi». Così impariamo a «sopprimere» i possibili pensieri di razzismo o disprezzo verso minoranze o gruppi svantaggiati, perché sappiamo che sono socialmente sconvenienti.

Le ricerche in psicologia hanno dimostrato che il grado di controllo che esercitiamo sui nostri pensieri cambia a seconda di due fattori: i contesti socioambientali e lo stato emotivo (esempio: quando si è arrabbiati). Nel primo caso, un ragazzo può esplicitare opinioni «aperte» sul rispetto delle persone handicappate con l’insegnante, ma esprimere frasi denigratorie verso le persone disabili quando è con gli amici, perché fare battute contro i disabili è ampiamente accettato e, anzi, ti fa sentire parte del gruppo; è bene infatti ricordare che in alcuni contesti, avere atteggiamenti denigratori consente un buon inserimento sociale e facilita i rapporti interpersonali.

Nel secondo caso, un uomo arrabbiato con sua moglie sentirà meno l’esigenza di reprimere tutte le sue idee negative e squalificanti sulle donne e durante il litigio le enfatizzerà il suo disaccordo con lei, ribadendo luoghi comuni negativi sul mondo femminile e comunicando indirettamente il basso status sociale di questo gruppo.

A questo proposito, un processo importante fa riferimento al concetto di «ambiguità attribuzionale». In altre parole, l’inibizione verso le proprie idee negative nei confronti di un gruppo minoritario viene meno quando esistono altri motivi di giustificare l’atto discriminatorio. Prediamo ad esempio il caso di un controllore che offende accanitamente con frasi palesemente razziste un immigrato che non ha pagato il biglietto dell’autobus. Avendo l’immigrato commesso un atto illegale, il controllore valuta la situazione come «ambigua» dal punto di vista attribuzionale e si sente legittimato a esprimere il suo pregiudizio.

L’atteggiamento negativo verso gli omosessuali si traduce in comportamenti violenti quando l’azione è sufficientemente «ambigua» da permettere un’interpretazione non palesemente anti-omosessuale. Due anni fa negli Stati Uniti un omicidio ha fatto molto scalpore: due ragazzi hanno ucciso un loro coetaneo omosessuale di nome Matthew Shepard perché «ci aveva provato». L’idea di un potenziale corteggiamento da parte di omosessuali (spesso puramente inventato o volutamente enfatizzato) serve come giustificazione per atti di estrema crudeltà, che non si sarebbero mai realizzati se chi corteggiava fosse stata una persona dell’altro sesso.

5. Quando le azioni parlano

Come abbiamo visto, la relazione tra idee e comportamenti di vera e propria esclusione o violenza è complessa. Vi sono persone che hanno idee negative sull’omosessualità (ad esempio la considerano «contronatura»), ma tuttavia rispettano le scelte altrui e non assumono comportamenti antisociali (ad esempio offendendo pubblicamente una persona ritenuta omosessuale).

Purtroppo la storia occidentale è densa di casi di discriminazione e violenza contro gay e lesbiche, spesso ufficialmente legittimate; solo nel ventesimo secolo, circa 50.000 omosessuali, oltre a migliaia di ebrei, sono stati barbaramente perseguitati e uccisi durante il periodo nazifascista. Secondo studi italiani, l’esperienza della violenza verbale e fisica è comune nei resoconti di gay e lesbiche: almeno una volta nella loro vita, circa il 15-20% delle persone omosessuali afferma di essere stato danneggiato o maltrattato fisicamente e l’80% di aver subito insulti o minacce a causa del proprio orientamento sessuale.

Specialmente la scuola diventa un teatro di prepotenze e abusi. Non solo gli adolescenti omosessuali, ma anche i loro familiari (esempio: fratelli o sorelle) o quelli percepiti come tali solo per una loro caratteristica personale (esempio: ragazzi introversi, ragazze mascoline) sono vittime del bullismo da parte dei loro compagni di classe. Si va dalle scritte offensive sui muri o sulla lavagna ai danni a materiali scolastici, dalle intimidazioni costanti fino a veri e propri maltrattamenti e abusi (esempio: alunni rinchiusi in spazi ristretti o costretti a spogliarsi) che spesso avvengono in luoghi dove non vi è il controllo dell’insegnante (esempio: bagni, spogliatoi, viaggi scolastici).

In tutti i casi, l’impatto che la violenza ha sulla qualità di vita personale è considerevole: la vittima spesso prova intensi sentimenti di insicurezza, impotenza e vulnerabilità, di sfiducia per gli altri o di colpa per quello che è successo, spesso si isola non parlando con nessuno dell’accaduto o si scontra con lo scarso sostegno delle istituzioni o della famiglia; raramente vittime di tali maltrattamenti denunciano l’episodio di violenza, perché hanno paura di ritorsioni nel caso in cui si venisse a conoscere la loro omosessualità.

Perché e in che modo alcuni soggetti sentono il bisogno di esprimere il loro odio verso gli omosessuali attraverso espliciti gesti di violenza? In una ricerca di uno psicologo americano è stato chiesto ad alcuni adolescenti con storie di delinquenza il motivo che li aveva spinti a commettere atti di violenza o di vandalismo appositamente a danno di persone omosessuali. Dai risultati emerge che molto spesso il ruolo è giocato non tanto dalle idee personali, quanto dai fattori situazionali o sociali, come l’esistenza di norme di gruppo che appoggiano l’aperta violenza, la ricerca di sensazioni o il bisogno di acquisire uno status.

Il contesto ambientale con le sue regole è quindi fondamentale. Se gli adolescenti percepiscono che non vi saranno conseguenze negative o punizioni per il loro gesto, è più probabile che lo mettano in atto o che lo ripetano. È indubbio che in una classe in cui l’insegnante stesso fa le «moine» e deride pubblicamente un personaggio omosessuale, si crea una legittimità per il verificarsi di eventuali azioni di ostilità.

6. Le emozioni personali sono una difesa?

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale per comprendere l’atteggiamento individuale e collettivo verso un fenomeno sociale. Nel 1972 uno psicologo americano di nome Weinberg ha coniato il termine «omofobia», vocabolo usato per intendere le reazioni affettive ed emotive di ansietà, disgusto, rabbia, paura che le persone possono provare nel confronto con i temi omosessuali.

Alcuni studi hanno indagato il fenomeno dell’omofobia in termini di reazione fobica verso stimoli omosessuali attraverso esperimenti di tipo psicofisiologici analoghi a quelli sulla fobia dei serpenti, dell’altezza o degli aerei. In una ricerca si è visto che la proiezione di un video con temi omosessuali aumentava l’aggressività in un gruppo di studenti maschi eterosessuali. In un altro studio si è trovato che, durante una conversazione con persone dichiaratamente omosessuali, le persone tendono a parlare più velocemente, a diminuire il contatto oculare e a sentirsi più in agitazione.

In ogni caso emerge che per alcune persone il confronto con i temi dell’omosessualità genera forti sentimenti di ansia, minaccia, disagio personale e che la semplice esposizione a parole o immagini alimenta e motiva il fastidio o l’aggressività.

Secondo la teoria psicoanalitica, atteggiamenti molto negativi verso l’omosessualità possono servire essenzialmente per proteggere l’individuo dal contatto con realtà sgradevoli interne alla persona. Il pregiudizio anti-omosessuale in questa prospettiva avrebbe una funzione «egodifensiva»: l’omofobia dei maschi verso l’omosessualità potrebbe essere legata alla paura di segreti desideri omoerotici o a una presa di coscienza di caratteristiche «femminili» e, quindi, paradossalmente rivelerebbe ciò che cerca di nascondere.

Alcuni psicologi americani hanno recentemente verificato questa ipotesi di matrice psicoanalitica, conducendo un esperimento con un gruppo di uomini con idee molto negative verso l’omosessualità e uno di uomini con posizioni di maggiore accettazione. Hanno mostrato loro tre video con rapporti tra uomini, tra donne e tra un uomo e una donna. Nel video con i due uomini, i soggetti altamente omofobici mostravano un maggiore grado di eccitazione rispetto ai soggetti non omofobici anche se poi tendevano a negare il loro stato eccitatorio nel colloquio successivo. Questi dati hanno portato gli autori a ipotizzare che una forte omofobia negli uomini possa essere l’esito di una repressione di pulsioni omosessuali.

Tuttavia, questa prospettiva che riduce le convinzioni personali a paure irrazionali è decisamente poco convincente e riduttiva. Ciò che le persone pensano dell’omosessualità non è sempre l’esito di una difesa personale, ma il frutto di un percorso storico-sociale in cui si confrontano diversi modi di vedere la società, diversi valori religiosi e norme culturali.

7. Lo scontro tra norme culturali e morali

L’identità omosessuale è stata storicamente rappresentata negativamente perché è stata associata a violazioni dell’ordine sociale e simbolico. In particolare a una violazione del confine tra pubblico e privato, delle prescrizioni sulle pratiche sessuali «normali» e, infine, delle norme di genere.

Iniziamo dal primo caso. Spesso si sentono frasi del tipo «gli omosessuali sarebbero più accettati, se non ostentassero la loro omosessualità»; o ancora «i gay hanno diritto di fare ciò che vogliono, basta che non lo mostrino in pubblico». Questi commenti riflettono la convinzione che la sessualità appartenga solo alla sfera personale o privata della propria vita. In realtà l’eterosessualità ha una controparte pubblica molto rilevante e quando le persone omosessuali intraprendono comportamenti parallelamente concessi alle persone eterosessuali, rendono pubblico ciò che la società prescrive debba essere privato.

Prendiamo un esempio. Una donna che espone la fotografia di suo marito nel luogo di lavoro implicitamente svela il suo orientamento sessuale. Tuttavia, poiché lo sposo ha un’identità pubblica come marito, la maggior parte di quelli che guarderanno la foto (se la notano) non penseranno alla persona raffigurata principalmente in termini sessuali, piuttosto l’interesse sarà centrato sulla presenza o personalità. Se, al contrario, la fotografia rappresenta un’altra donna, tutti probabilmente la noteranno e il sesso del partner attirerà l’attenzione a scapito di altre informazioni. In questo caso la componente sessuale della relazione diventa prioritaria e il confine tra privato e pubblico è percepito come violato.

Nel secondo caso, il pregiudizio anti-omosessuale è spiegato all’interno dell’accezione culturale negativa conferita a particolari forme di sessualità. In base alle prescrizioni della morale, esiste un’idea condivisa di ciò che dovrebbe essere la sessualità «normale». La sessualità tra persone dello stesso sesso trasgredisce alcune di queste regole: non è riproduttiva per definizione, alcune relazioni gay non sono sessualmente esclusive e alcuni uomini omosessuali si incontrano in aree semipubbliche per rapporti sessuali. A causa quindi del costante sospetto verso le espressioni sessuali meno tradizionali, la sessualità tra persone dello stesso sesso è descritta come «innaturale», «anormale» o «meramente finalizzata al piacere».

Nella nostra società, oltre ad una rappresentazione della sessualità, esiste un insieme di convinzioni, valori e costumi condivisi sulla «maschilità» e sulla «femminilità». I bambini interiorizzano le regole del comportamento prescritte dalla società nel corso della definizione dell’identità e ruolo di genere. Poiché i comportamenti di genere sono appresi in età infantile, i significati attribuiti alla mascolinità e alla femminilità appaiono conseguentemente come «naturali» e non come costruiti socialmente. Sebbene l’identità di genere e il ruolo di genere siano distinti dall’orientamento sessuale, le due sono culturalmente associate. L’eterosessualità equivale a una normale «maschilità» e a una normale «femminilità», mentre l’omosessualità equivale a una violazione delle norme di genere.

Il legame ideologico tra sessualità e genere ha due conseguenze negative. In primo luogo, poiché l’omosessualità è associata alla deviazione di qualcosa così «naturale» come la maschilità o la femminilità, la sua etichetta di «anormalità» è come se ricevesse ulteriori giustificazioni. In secondo luogo, le persone che non sono conformi ai ruoli di genere (gli uomini poco virili e le donne poco femminili), al di là del loro reale orientamento sessuale, sono spesso etichettate come omosessuali e sono derise o aggredite; si stabiliscono così pressanti meccanismi di controllo sociale affinché tutte le persone, sia eterosessuali che omosessuali, controllino attentamente il comportamento, a volte in modo eccessivo, al fine di apparire adeguatamente «maschili» e «femminili».

8. Riflessioni finali

In questi ultimi decenni, abbiamo assistito a notevoli cambiamenti storico-culturali nella visione e nell’atteggiamento verso l’omosessualità. In tutto il mondo occidentale e anche in Italia il movimento omosessuale è via via cresciuto negli anni diventando sempre più composito ed organizzato. Sono sempre più numerosi gruppi e associazioni, anche molto diversi tra di loro: gruppi religiosi di persone omosessuali credenti, gruppi di uomini e donne precedentemente sposati e poi riconosciutisi come omosessuali, che hanno come unica finalità la socialità e l’ascolto in un clima di rispetto e di condivisione delle esperienze di ciascuno. La comunità omosessuale si è costituita progressivamente come gruppo di minoranza che, al pari di altri, si batte per l’acquisizione di diritti civili.

Le persone omosessuali hanno cominciato a riconoscere la dimensione «pubblica» della propria identità e a diventare sempre più visibili a vari livelli del sociale. Sempre più personaggi famosi si sono dichiarati e i mass media (film, sit-com, stampa, ecc.) hanno modificato la rappresentazione della figura omosessuale.

Nuove normative e leggi sono state approvati in molto stati europei che puniscono esplicitamente la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale, in cui è contenuto un messaggio deterrente ma anche costruttivo, ribadendo l’idea che ogni manifestazione di odio e disprezzo è da considerarsi inaccettabile. Anche le coppie omosessuali sono diventate sempre più visibili; in numerosi stati europei sono stati approvate leggi che tutelano giuridicamente le coppie cosiddette «di fatto» e anche in Italia il dibattito sociopolitico è molto vivace.

Questa maggiore visibilità pubblica ha permesso agli uomini gay e alle donne lesbiche di affermare il proprio orientamento sessuale, senza che questo fosse interpretato come una violazione delle barriere della privacy o come un fatto «puramente sessuale», ma una questione di dignità personale. Sempre più persone si sono rese conto che il riconoscimento delle diversità dei legami affettivi tra le persone non costituisce una minaccia alla famiglia nucleare, che rimane un’importante cellula della nostra società e questo non condurrà a una degenerazione dei costumi morali.

Negli ultimi decenni la visione dell’omosessualità è cambiata nelle teorie scientifiche (ad esempio, le maggiori organizzazioni psicologiche e psichiatriche non considerano l’omosessualità una malattia da curare da oltre vent’anni), ma anche nell’interazione quotidiana. Le persone hanno cominciato ad avere più conoscenza diretta di persone omosessuali e l’inaccuratezza degli stereotipi che associavano l’orientamento omosessuale all’adozione di manierismi e di comportamenti «dell’altro sesso» è diventata più evidente. Vi sono quindi persone che continuano a provare repulsione per gli uomini effeminati o per le donne mascoline, ma non eguagliano più questa repulsione con tutti gli omosessuali. Come risultato, le persone omosessuali, il cui comportamento manifesto è più conforme agli standard culturali di mascolinità e femminilità, ricevono più accettazione.

La maggiore visibilità e riconoscimento delle identità omosessuali ha certamente coinciso con drammatiche crisi o conflitti nel contesto familiare, ma anche con nuove possibilità di adattamento e comprensione. Si ritiene che circa in una famiglia su quattro vi sia una persona con un possibile orientamento omosessuale (in base al dato che il 5% della popolazione è omosessuale e che la famiglia media italiana è composta da tre persone). Quando una figlia o un figlio nella prima giovinezza dice di essere omosessuale in famiglia, i sentimenti dei genitori in genere sono di disorientamento, sconforto, rabbia, senso di colpa, desiderio di riparazione e timore della stigmatizzazione sociale. Ma sono sempre di più le famiglie che risolvono in modo positivo la crisi e che ritrovano serenità: in questi casi i genitori hanno avuto la possibilità di discutere insieme al figlio e alla figlia le reciproche aspettative e delusioni, hanno recuperato l’immagine positiva di prima (esempio: «è sempre mia figlia e le voglio bene per quello che è») e hanno rivisto le loro paure e i loro preconcetti (esempio: «sarà felice anche così»).

Il confronto su questi temi è tuttavia ancora difficile. L’atteggiamento verso l’omosessualità si articola non solo attraverso parole e azioni, ma anche attraverso silenzi e «cose che non accadono», attraverso un richiamo esplicito e implicito alla clandestinità e al segreto. Così le persone omosessuali «non» sono licenziate sul lavoro perché simulano di essere eterosessuali, «non» sono rifiutate da amici o parenti perché usano il pronome dell’altro sesso per raccontare la loro vita con il partner. Probabilmente questi «non-eventi» nella vita quotidiana delle persone omosessuali sono altrettanto invalidanti quanto le prepotenze e le ingiurie verbali.

Per creare un mondo più accogliente, non violento e rispettoso delle diversità umane, la strada migliore è quella dell’ascolto senza inibire, né d’altro canto rivendicare, le opinioni personali, ma elaborare un contesto di confronto costruttivo in cui si riscoprono i valori e le appartenenze comuni.

 

Luca Pietrantoni
Dipartimento di Scienze dell’Educazione,
Università di Bologna

 

Sommario

Partendo dall’uso linguistico nel definire il fenomeno dell’omosessualità, si cerca di valutare quale sia l’attuale rappresentazione che la società dà dell’omosessualità stessa. Infatti, le scelte terminologiche hanno un impatto notevole sulla percezione di un gruppo determinato: spesso termini denigratorio svalorizzanti influenzano l’interazione sociale. Non solo, ma gli usi specifici di alcuni termini sono rivelativi di stereotipi, di pregiudizi, di tutte quelle «scorciatoie del pensiero» che conducono spesso a generalizzazioni rigide e indebite.

Ben sapendo che stereotipi e pregiudizi sono parte del processo conoscitivo di tutti (strutturano e organizzano i dati che provengono dal vissuto), l’Autore invita a un confronto, a un dialogo aperto e rispettoso nell’ascolto, che riscopri appartenenze e valori comuni delle diversità umane.

 

NOTA BIBLIOGRAFICA

 

L. Pietrantoni, L’offesa peggiore. L’atteggiamento verso l’omosessualità: nuovi approcci psicologici ed educativi, Edizioni del Cerro, Tirrenia 1999; Id., La gestione dello stigma anti-omosessuale: omofobia interiorizzata e autostima, in «Rivista di Scienze Sessuologiche» 1996, 9, pp. 61-77; Id., Bilanciare autonomia e intimità: l’intervento clinico con le coppie omosessuali, in «Rivista di Scienze Sessuologiche» 1998, 1, pp. 41-56; Id., La crisi familiare alla conoscenza dell’omosessualità del figlio/a, in «Ecologia della Mente» 1998, 1, pp. 2-10; Id., Educare al rispetto delle diversità sessuali, in «Animazione sociale» 1999, 10, pp. 81-88; A. Bigagli, Per un’identità etero, omo e bisessuale, in «Rivista di Sessuologia» 1992, 16, pp. 28-34; F. Casamassima - L. Pietrantoni (a cura), Omofobia a scuola: le funzioni del pregiudizio antiomosessuale nell’adolescenza, in B. Zani - M.G. Pombeni, L’adolescenza: bisogni soggettivi e risorse sociali, Il Ponte Vecchio, Cesena 1997; R. DelFavero - M. Palomba, Identità diverse: psicologia dell’omosessualità, Kappa edizioni, Roma 1996; R.A. Isay, Essere omosessuali: omosessualità maschile e sviluppo psichico, Raffaello Cortina, Milano 1996; ISPES, Il sorriso di Afrodite: rapporto sulla condizione omosessuale in Italia, Vallecchi, Firenze 1991; J. Money - P. Tucker, Essere uomo, essere donna, uno studio sull’identità di genere, Feltrinelli, Milano 1980.


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