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Un’intelligenza sapienziale della vita quotidiana
Editoriale

«Insegnaci a contare i nostri giorni
e giungeremo alla sapienza del cuore».

(salmo 90,12)

 «Possono sopravvivere solo spiritualità
che rendano conto della responsabilità dell’uomo,
che diano un senso all’esistenza materiale,
al mondo tecnico e in modo generale alla storia».

(Paul Ricoeur)

   

Pensiamo davvero di non dire una grande novità affermando che i nostri tempi sono segnati da non pochi e non semplici paradossi. Se – come sembra – la ragione cederà sempre più facilmente il passo all’istinto, il pensiero all’impulsività, la volontà all’indifferenza, si configurerà un’estesa e penetrante cultura dell’effimero. Per il momento, non possiamo fare a meno di notare che oggigiorno le esperienze si consumano e si logorano a una tale velocità da non lasciare spesso traccia di significanti nella storia. La nostra generazione sta preparando la rivincita dello spirito del Don Giovanni mozartiano, che deve «divorare» avidamente tanti oggetti per saziare la propria incontrollabile passione, che sente il bisogno di spremere ogni momento del presente per dirsi che esiste?

Difficile rispondere a tale interrogativo. Quel che è certo, è che la vita presente, con tutti i suoi scenari, interpella l’uomo, chiamando in causa verità e libertà di sé; gli si propone come dono, ma al contempo si impone con il proprio peso esistenziale, gettandogli in volto la sfida del suo futuro, chiedendogli di scommettere – ora e subito – su stesso. Nell’ottica cristiana al termine «sfida» si può attribuire un significato positivo, vicino al senso della parola greca «kairós», che vuol dire «tempo opportuno, occasione propizia». Questa è, secondo noi, la caratteristica che l’uomo deve prediligere quando si parla di sfide, delle proprie sfide. «Nel senso antropologico e soprattutto teologico, la sfida può assumere la natura e il volto dell’opportunità, ossia dell’evento rivelatore, che mette in mostra sia la capacità di far fronte ai problemi, anche difficili, sia le risorse interiori che uno ha per “crescere” nelle proprie scelte e maturare un equilibrio di valori» (B. Secondin).

Per ri-motivare la nostra raison d’être forse è indispensabile acquisire uno stile di vita che sappia esaltare l’esperienza minuta del giorno, che faccia leva sulla creatività intrinseca delle persone, che aggiunga immagini e pensieri al patrimonio da tramandare, che ponga in una sintesi dialettica proficua unità e differenza, enigma e semplicità, presenza e assenza, fallimento e successo, debolezza e potenza.

«Più un mondo, l’ambiente, la forma mentis di un mestiere e di una funzione compenetrano la libertà e gestualità di una persona – e viceversa, più il soggetto sa dare un’impronta al suo gesto e alle sue diverse forme di rappresentazione e di presenza, e più si creerà tra queste due movenze un’affinità elettiva, un rapporto quasi alchemico, naturale e voluto, istintivo e intelligente, un connubio libero e pregnante, che ci fa parlare di uno stile incarnato e attendibile, anche nella sua imprevedibilità… Sempre di nuovo l’uomo deve imparare a rispondere alle esigenze e alle sfide degli impatti con la vita, ma solo in questi interstizi tra appello e risposta, tra il sentimento spontaneo e la sua rivalutazione si rinviene e si costituisce una libertà che non esiste mai di per sé, ma soltanto in quanto viene colta, evocata, conquistata, realizzata. Verità (la forza di rispondere a ciò che m’interpella) e libertà (poter iniziare a gestire e a interpretare la propria vita) nascono nel medesimo momento; la loro corrispondenza è il germe del futuro stile di un’esistenza e di ciò che saprà promettere e rappresentare» (E. Salmann, La forza del forse, in Id., Presenza di spirito. Il cristianesimo come gesto e pensiero, Padova 2000, pp. 9. 13).

Assimilare uno stile sapienziale di vita potrebbe portarci a una giusta collocazione nel contesto e nel tempo che viviamo, dandoci vicinanza e distanza ideali, misura e limite del nostro esistere.

Uno stile di vita che non facciamo difficoltà a scorgere in Gesù Cristo. Egli non dispone il senso della vita attorno a un sistema o a un’ideologia rassicurante, ma lo affida alla forza dello Spirito, che «soffia dove vuole e se ne sente la voce, ma non si sa di dove viene e dove va» (cf. Gv 3,8), coltivando un senso di rispetto per le polarità e le antinomie esistenziali negli uomini che incontra.

L’assetata ricerca di una spiritualità oggi possiamo proprio interpretarla in questo modo, come una ricerca di uno «stile sapienziale di vita». Si desidera più che mai oggi una spiritualità che sappia fare interagire con il quotidiano, che «renda conto delle responsabilità dell’uomo, che dia un senso all’esistenza materiale, al mondo tecnico e in modo generale alla storia»(P. Ricoeur).

 

Ispirato a questi intenti, il fascicolo viene aperto da un chiaro contributo di Giuseppe Toffanello, che ricerca le condizioni di credibilità per una spiritualità nei tempi attuali. Come già richiamato, il vissuto spirituale di Gesù ispira l’ethos fondamentale del credente che si impegna a ripetere nella quotidianità i gesti d’amore che Dio continua a compiere verso gli uomini (Augusto Barbi). «Riabilitare» stili di vita significa anche riscoprire il gesto quotidiano nel rito, in modo particolare nel rito liturgico, condizione primaria del dialogo tra fede e vita (Andrea Grillo). Cettina Militello ci conduce alla scoperta di stili di vita – dunque di «spiritualità incarnate» nel quotidiano – attraverso figure di santità anonima. A queste testimonianze si collega l’esperienza di Ernesto Olivero e del Sermig di Torino.

Particolare attrazione sta suscitando ultimamente una spiritualità di indole estetica, che chiama in causa il carattere della «bellezza»: Pierangelo Sequeri ci illustra limiti e stimoli della «via pulchritudinis». Roberto Marchisio nel suo articolo tenta invece di esplorare in chiave sociologica il configurarsi delle spiritualità mistiche e della religiosità soggettiva odierna, collocandole nello sfondo culturale della modernità. Dopo aver riletto a grandi linee l’evoluzione della spiritualità negli ultimi, Bruno Secondin ne afferma l’importanza centrale nel dialogo con il nostro tempo e la nuova domanda di spiritualità.

 

a.f.

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