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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
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L’apporto della chiesa per un umanesimo integrale
Editoriale

«Esaminate ogni cosa,
tenete ciò che è buono
».
(1 Tessalonicesi 5,21)


«Cultura è ciò per cui l’uomo, in quanto uomo,
diviene maggiormente uomo
».
 (Giovanni Paolo II)

  

Esistono termini nel nostro linguaggio esposti più di altri alla superficialità e alla verbosità. Contagiati dal soggettivismo, sciorinati e usurati come sono, difficilmente si riesce ormai a cogliere il significato per cui sono destinati. Proviamo a stilare una semplice lista (del tutto personale, ovviamente): «amore», «egoismo», «libertà» possono tranquillamente concorrere per le prime posizioni di un’ipotetica classifica delle parole approssimative.

Meno note, ma non per questo meno logorate, sono le parole «cultura» o «culturale». Oggigiorno, se si desidera che una condotta riceva un’approvazione collettiva, si deve farla passare come un costume «culturale» o quale emergente fenomeno della cultura contemporanea. Capita così che eventi generalizzati e di ampia estensione, carichi di sensazionale e di strepito – in verità più identificabili come mode –, sono fatti passare quali sintesi e sintomi culturali di un’epoca. Però non tutto può essere rivendicato come cultura, «[...] soltanto quello che riguarda e tocca più in profondità l’uomo e lo svolgimento concreto della sua storia, quello che è pertinente alla sua concezione e al suo modo di porsi e di manifestarsi. Sotto questo aspetto la cultura dice idea dell’uomo, intelligenza, sensibilità, prospettiva, metodo: un insieme che contribuisce a creare la “situazione”» (I. Biffi). Ancora, cultura è «coltivare la parte migliore dell’intelletto, non stancarsi di apprendere, osservare, riflettere, scoprire, collegare le varie nozioni e idee per penetrare il senso profondo, per giungere a una visione unificante del mondo e della storia. [...] È aver sete di aumentare le proprie conoscenze, per avvicinarsi alla verità, è poter scegliere tra vari elementi del proprio sapere per operare una sintesi personale. [...] Cultura è un prodotto tipicamente umano, in cui la libertà dell’individuo gioca un ruolo determinante» (V. Cimagalli).

Se la cultura partecipa in modo costruttivo alla formazione integrale dell’uomo, allora la chiesa non può esimersi dall’edificazione comune della cultura. Storicamente un suo apporto l’ha dato: chi non ricorda le biblioteche monastiche, le università, le scuole erette nel corso dei secoli? Vi sono state perfino epoche in cui chiesa e cultura per poco non si identificavano, tanto che una sorreggeva l’altra. Tuttavia, oggi la richiesta si fa più esigente rispetto al passato: non si tratta di costruire strutture culturali, ma di attivare una fondamentale «simpatia» verso persone e istituzioni che fanno progredire la ricerca in qualsiasi campo del sapere, proprio per dar concretezza alle parole di san Paolo: «Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (1Ts 5,21).

È bene ribadire questo concetto, perché esistono forze interne nella chiesa che minimizzano l’importanza centrale del problema. Alcuni infatti, con una buona dose di ingenuità (ma è legittimo chiedersi fino a che punto), si trincerano dietro la ben nota espressione di Gesù («Ti benedico, Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai semplici», cf. Lc 10,21), che esprime la preferenza del Padre verso gli ultimi. Non sono pochi, infatti, coloro che deducono da questa locuzione o da altre simili (a puro titolo indicativo: Is 29,14 o 1Cor 1,19-30) che «chi sa» è sempre fallace di fronte alla Provvidenza divina, che l’intelligenza umana non può condurre lontano (quindi perché fare tanta fatica?), che l’«innocenza» sia di gran lunga la virtù da preferire rispetto a una robusta e corretta capacità critica. Assumere simili parole per giustificare un disimpegno nella formazione culturale – ci sia consentito di dirlo – è quanto meno irriverente, se non umiliante. Non è che per caso si nasconda dietro tale razionalizzazione (?!) una recondita pigrizia intellettuale, affiancata addirittura da una chiara consapevolezza di quanto sia faticoso pensare da sé?

Altre forze «irrazionali» della chiesa, esasperando il concetto giovanneo di «mondo», si prodigano a innalzare una propria cultura, ben fondata, magari definita come cristiana, ma che in realtà sembra solo finalizzata allo scontro o all’opposizione di quella che viene chiamata comunemente «cultura laica». Risultato: poco dialogo con chi non è del «gregge» e propri mass media per la divulgazione delle idee personali,... Non è certamente la continua contrapposizione con chi la pensa differentemente da noi a rappresentare il modo migliore per evangelizzare!

Al punto in cui siamo, per la chiesa è più che un dovere concorrere alla «produzione» di cultura, di un umanesimo integrale, cercando la via del dialogo «simpatico», coinvolgendo non solo i vertici dell’istituzione ecclesiale (chiesa), ma anche le «periferie» (chiese locali) quali soggetti di cultura.

Ritorniamo quindi ben volentieri sull’argomento della cultura, consci di quanto sia importante riprendere, approfondire e attualizzare nel concreto quest’ambito, soprattutto nel nostro paese.

Affidiamo l’apertura della monografia a Domenico Pezzini, che ci conduce alla scoperta dei trapassi culturali innescati da un evento come il concilio Vaticano II. Uno sguardo sulla sacra Scrittura ci porta a un confronto con le prime comunità cristiane di san Luca e la loro opera di inculturazione locale (Giovanni Leonardi). Quali presupposti si possono ipotizzare e conseguentemente attivare per un dialogo fruttuoso fra chiese e culture? Esistono «paradigmi» di riferimento? A tali domande cercano di rispondere Ermanno Roberto Tura e Giuseppe Trentin. Il contributo di Giovanni Mazzillo approfondisce ulteriormente la necessità del dialogo, per giungere a un confronto e a un proficuo scambio tra i due poli. Italo De Sandre, facendo riferimento alla propria esperienza, ci testimonia cosa significa oggi in Italia costruire cultura nella chiesa. Piersandro Vanzan espone genesi, gestazione e alcune difficoltà del «Progetto culturale orientato in senso cristiano» della CEI. In chiusura riportiamo il documento del Pontificio Consiglio della Cultura sulla pastorale della cultura.

a.f.

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