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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario


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Il tutto nel frammento soltanto per via del tutto come frammento
Editoriale

«Rispetto al giudaismo questa religione ha il grande vantaggio di essere uscita dalla bocca del primo maestro non nella forma di religione statutaria, ma di religione morale, con la conseguenza che, per la stretta connessione con la ragione, ha potuto, valendosi di questa, diffondersi da sé senza bisogno di erudizione storica, con grande autorevolezza, in tutte le epoche e fra tutti i popoli».

(I. Kant, La religione nei limiti della semplice ragione)

 

     Non deve essere certamente passato inosservato il legame che la lettera apostolica dello scorso mese di gennaio Novo Millennio Ineunte (n. 56) attua tra l’approfondimento teologico della verità cristiana con l’aiuto proveniente dallo Spirito di Verità (Gv 14,17), identificando tale legame come un principio che sta alla base anche del dialogo cristiano con le filosofie, le culture e le religioni, e inserendo quel principio all’interno di una sezione dedicata al «dialogo e missione» (nn. 54, 55, 56). Se, da una parte, l’assunto ratifica la certezza credente che il rapporto tra verità e autorità muove, innanzitutto, dalla perseverante fedeltà con la quale Gesù Cristo resta immancabilmente fedele al Padre obbedendogli (Gv 6, 38) nello Spirito e proclamando, quindi, la verità su Dio e di Dio con autorità, quell’assunto ribalta, al contempo, tutta la problematica, che ruota attorno al binomio verità-autorità, sul problema delle culture e della loro reciproca apertura o chiusura alla verità medesima, attuabile sia attraverso le mediazioni compiute dalla filosofia, come pure quella che viene attuata dalle religioni.

     In realtà, l’esemplare successo del cristianesimo nel IV secolo fu proprio dovuto al fatto per il quale esso riuscì a compiere un’incredibile opera di mediazione tra l’inalienabile bisogno di credenza nel soprannaturale e le vie culturali — fossero essere filosofiche oppure religiose — «naturali» oppure «cultuali» con cui l’uomo era costantemente alla ricerca della verità. Qui dimora il primo risvolto di tutta la questione sottesa attorno al binomio verità-autorità perché si tratta del rapporto sussistente tra il ricercato accesso alla verità e l’unica «via» per entrarvi in modo da acquisire la vita, ovverosia la salvezza. Poiché non vi sembra essere alcun elemento differenziatore dall’attualità culturale postmoderna eccettuata l’intercambiabilità sussistente tra il tentativo di ristabilire gli antichi dèi e quello odierno di ripristinare la razionalità «pura», la convinzione vigente nel IV secolo dimostra chiaramente che allora, come oggi, le pluriformi vie filosofiche, le immagini più diverse, le tradizioni religiose più eterogenee sembravano risultare ugualmente idonee a riflettere qualcosa del tutto. L’accesso alla verità non poteva essere pretenziosamente ridotto a una sola figura escludente tutte le altre, a una via obbligata e obbligante per tutti, perché nel frammento di ciascuna immagine vi era pure il tutto. Perché, allora, il cristianesimo riscosse nel IV così tanto successo da essere riconosciuto come la vera religio? Non si situava esso stesso via tra le altre vie — forse soltanto geograficamente o linguisticamente determinata —, così da poter trovare uno stallo nell’arena universale della tolleranza?

     Per nulla disgiunto dal primo, il risvolto secondo della questione illumina, quindi, la modalità con la quale il cristianesimo si autoproponeva quale via ab-soluta rispetto alle altre forme mediative. Per comprenderlo si deve enunciare immediatamente la discriminante stessa del cristianesimo: la lotta dell’autorità di Dio con l’uomo per aprirlo alla sua parola più profonda, a se stesso, ossia al Figlio che è il Logos, la verità fattasi carne. In tutta la sacra scrittura, infatti, si rintraccia la costante tendenza del popolo di Israele a rinchiudersi verso se stesso, verso la propria lingua, la terra promessa e la generazione futura, in una parola verso la propria tradizione religiosa, filosofica e culturale. Da questa precisa prospettiva i punti di contatto con le altre religioni sono facilmente individuabili, mentre essi diventano progressivamente più rari quando la Bibbia testimonia che la fede in Dio è il riconoscimento della sua verità che gli viene di volta in volta strappato autoritativamente da Dio stesso. È, pertanto, chiaro che, dal confronto acquisibile con l’accostamento ai libri sacri di altri popoli, quelli dell’Antico Testamento appaiano meno poetici e drasticamente meno pii dei primi, se questo serve all’autore ispirato a significare il carattere profondamente conflittuale della fede contro tutto ciò che è proprium nella cultura, nella filosofia, nella lingua e nella tradizione religiosa particolare. In maniera insuperabile, poi, il Nuovo Testamento propone con Gesù Cristo addirittura la liberazione dalla particolarità di un ordinamento etnico per il fondamento dell’autorità divina che assicura l’entrata nella verità grazie a quella croce innalzata fuori dalle mura di Gerusalemme.

     Appare, così, comprensibile che il cristianesimo nel IV secolo sia riuscito ad esibirsi quale vera religio proprio a causa della discontinuità di Gesù Cristo, propria del carattere eccedente dell’attuazione che Gesù rappresenta. Se diverse erano le immagini che si presentavano come possibili e parificati accessi alla verità del soprannaturale, perché aventi il tutto nel loro essere frammento, soltanto la buona novella della Chiesa apostolica annunciava che quel suo frammento era tale come tutto. Detto in altri termini, il cristianesimo attuò quell’incredibile mediazione tra le culture, non solamente perché esso era consapevole ad intra di possedere in sé il tutto della verità, ma anche perché quella verità conservava l’autorità divina di liberare le culture, le filosofie e le tradizioni religiose dall’aporia incontrovertibile che le accomuna indistintamente ad extra: l’oscuro rivolgimento alla particolarità e ai particolarismi.

     Il quadro prospettico che si scorge all’orizzonte risulta, pertanto, ben più ampio di quello che si vuole pennellare con il breve salto all’indietro di sedici secoli nella storia del cristianesimo. Gli interventi in stile interdisciplinare e le firme presenti in questo numero presentano, infatti, un quadro teologicamente mirato all’unità dei rapporti con i quali il binomio verità e autorità si può e si deve studiare. Il prodotto risultante, poi, qualifica questo fascicolo come uno strumento per l’ulteriore ricerca nell’insegnamento teologico e nelle proposte pastorali. Il primo contributo del teologo di Roma Carmelo Dotolo traccia, con competenza, le coordinate esatte nel contesto postmoderno dell’attualità perché individua la radicalizzazione della crisi — a partita doppia — tra verità e autorità muovendo dall’aporia che si raggiunge, talvolta, con l’auditus alterius. L’arco di indagine biblica neotestamenaria, attuato dal biblista Rinaldo Fabris, fissa chiaramente nell’autorità di Gesù come Cristo e Signore, da un lato, e in quella trasferita sul gruppo apostolico, dall’altro, la misura adeguata per interpretare la verità di Dio, che è dono dello Spirito, a favore della salvezza per chi crede. Lo studio strettamente teologico di Gianluigi Pasquale individua, invece, la diastasi inseritasi tra verità e autorità occorsa nel secolo XX, mentre rintraccia nelle categorie bibliche e teologiche di fedeltà e giudizio le linee mediane tra filosofia della conoscenza e teologia, dal momento che esse coniugano il momento teoretico della verità con quello esistentivo dell’autorità. Chiedendosi come il magistero possa assicurare la permanenza della fede nella storia, il teologo di Rottenburg Peter Hünermann presenta, a partire da Ut unum sint e da Ad tuendam fidem, un’argomentazione positiva circa la controversia inerente l’allargamento del Magistero infallibile, mentre il domenicano di Oxford Edmund Hill tenta una rivisitazione storica che ha portato all’affermarsi del lemma «magisterium» piuttosto che quello di «judicium». Con un propositivo colpo orientativo, l’analisi del rapporto tra verità e autorità viene osservata da Enzo Biemmi dalla prospettiva della catechesi ecclesiale, come lo stare e il comprendere dei pastori, dei catechisti e dell’uditorio credente dinanzi alla persona di Gesù Cristo, incontrata da tutti e da ciascuno nella Chiesa. AntonietaPotente espone il rapporto complesso, articolato e attuale tra verità-obbedienza-autorità nella prospettiva della vita religiosa. Chiude il contributo di Lorenzo Bedeschi, dell’Università di Urbino, attraverso la riabilitazione del ritratto e dello stile di Umberto Fracassini che, in pieno clima modernista, non temette di familiarizzarsi con le res novae di allora. Oltre alla consueta, e in questo numero ricca, rassegna bibliografica curata con sapiente diligenza da AldoModa, il fascicolo offre un’interessante documentazione, in cui Carlo Saccone illustra la relazione tra verità e autorità nell’ottica della cultura religiosa musulmana.

     La panoramica che viene illustrata gode, pertanto, della prerogativa di riflettere teologicamente sulla consistente determinazione relazionale tra verità e autorità entro i due poli di fede e ragione che, soprattutto l’Enciclica Fides et ratio (nn. 75-79) ha icasticamente fissato descrivendo la circolarità sussistente tra le due, in quanto movimento permanente della ragione nella fede, garantito dalla credibilità, ossia dal «mistero della soglia» che il credere nell’unico Dio di Gesù Cristo necessariamente implica. Qui si intende esattamente dire che se la fede è una risposta alla verità rivelata in Gesù Cristo, non ne segue, per riprendere un’affermazione di Emanuele Severino — che la verità rivelata provenga dalla fede, bensì da un’altra persuasione alla verità che è l’autorità (Gv 18, 37-38) di giudicare non quest’ultima, ma qualsiasi verità: la Rivelazione di Gesù Cristo, in quanto genitivo soggettivo. Ciò nonostante, deve essere anche sottolineato, a questo riguardo, che il compito assunto, qui necessariamente, dalla teologia fondamentale non può essere relegato soltanto al risolvimento delle Grenzfragen e nemmeno solamente circoscritto a una pura teologia comparata delle religioni perché, così, si ricadrebbe facilmente nel trattato De vera religione, ma questo comporterebbe anche, almeno per quanto concerne il cammino compiuto in Italia, il rivolgimento all’indietro di almeno trent’anni. Invece, la credibilità della Rivelazione compresa nel sussistente rapporto di fede e ragione, all’indomani del considerevole merito acquisito dall’approfondimento del sapere teologico alla luce della storicità del cristianesimo, sembra dover puntare, nell’immediato futuro, a ricomprendere quel medesimo sapere teologico nell’orizzonte dell’escatologia.

     Per addentrarsi in questa esatta ottica preargomentativa, si può già anticipare un’ultima considerazione. Relazionare la verità all’autorità significa riproporre l’unica domanda a cui la storia non ha mai saputo dare, finora, una risposta e il cui punto interrogativo viene tenuto eretto dal silenzio di Gesù Cristo dinanzi all’autorità allora eminentemente sovrana (Gv 19, 11): «quid est Veritas?». Che proprio questa domanda non sia mai stata evasa, significa che essa si deve pensare e professare nel cristianesimo come affermazione contenutistica dove il tutto è presente nel frammento, ma appunto «soltanto per via del tutto come frammento» (H.U. von Balthasar). Infatti, «l»’autorità non ricevette la risposta risolutiva al «quid est Veritas» perché il corrispettivo predicato nominale si era addirittura personificato di fronte ad essa, in quella pienezza dei tempi, come giudizio. Ed essendo quel giudizio per la salvezza di tutti gli uomini in ogni tempo, è impegno di gioia poter annunciare con autorità che la via, la verità e la vita è soltanto la persona singolare di Gesù Cristo. Così si risolve, comprendendolo, il rapporto tra verità e autorità: con la Redemptoris missio ad Gentes.

 g.p.


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