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L'arte del discernere:premesse, criteri e regole
Maurizio Costa

Introduzione

 Il discorso sull’arte del discernere e in particolare sui criteri e sulle regole per un retto discernimento si colloca in un terreno minato, perché c’è confusione circa lo stesso termine “discernimento”: oggi si usa molto, ma probabilmente anche se ne abusa; sembra essere una parola di moda. Personalmente ritengo che i motivi per cui se ne parla in modo ampio e diffuso siano reali e oggettivi: oggi, a tutti i livelli della vita, si pongono problemi di sintesi[1]; c’è necessità di integrare sempre più nella vita spirituale la dimensione della storia e dell’esperienza concreta; si vuol vivere sempre più la propria storia come storia di salvezza; si vuole – giustamente – non separare la teoria dalla prassi e si vuole, pertanto, vivere la propria vita spirituale con la coscienza che la vita spirituale non sta in speculazioni quanto piuttosto nella decisione della libertà che in ogni circostanza concreta, esistenziale, sceglie e compie la volontà di Dio. Di qui la necessità di arrivare a scoprire questa volontà di Dio nel concreto, di ricercarla e di avere, pertanto, un qualcosa – quello che appunto noi chiamiamo discernimento – che mi aiuti in questo lavoro di ricerca e che ci consenta, in tal modo, di operare in ogni circostanza concreta quello che ci conviene fare, quello cioè che ci realizza concretamente in rapporto a Dio e al significato ultimo della nostra esistenza.

Per poter esercitare l’arte del discernere c’è la necessità della messa in opera di un metodo di lavoro che presuppone, però, alcune precisazioni a modo di premesse. Per questo la nostra trattazione si articolerà fondamentalmente in due parti:

–        Prima parte: le premesse. In essa evidenzieremo le note, le conoscenze e le norme necessarie che riguardano piuttosto l’impostazione del discernimento propriamente detto. Queste premesse, tra l’altro, ci aiuteranno anche a delimitare bene il campo della nostra analisi.

–        Seconda parte: la metodologia. Tratteremo più specificatamente dei criteri da usare e delle regole da osservare nella maturazione e nell’itinerario stesso del discernere.

1. Le premesse

Al termine “discernimento” vengono riferiti i contenuti più vari. Tuttavia, nella maggior parte dei casi concreti, si tende a identificare il discernimento con una semplice e pura analisi sociologica o psicologica della realtà; oppure, in senso più ricco ma ancora parziale, con questa stessa analisi vista però in ordine a un’operatività culturalmente fondata da un punto di vista puramente antropologico, o anche, in modo già meno riduttivo, con una semplice formazione o governo della coscienza morale, capace di distinguere chiaramente il bene dal male, il peccato dalla tentazione, senza però un esplicito riferimento alla volontà di Dio da compiersi qui e ora dal concreto soggetto discernente e operante. Noi vogliamo trattare del discernimento spirituale. Il suo modo specifico di relazionarsi alla volontà di Dio comporta, a sua volta, un’attenzione al mondo dei sentimenti e dell’affettività presa in tutta la sua ampiezza, in modo da assicurare, oltre l’ortodossia e l’ortoprassi di chi è chiamato a scegliere e a operare, anche la sua “ortopatia”. Non vogliamo, pertanto, limitare le nostre riflessioni al discernimento sociologico, al discernimento psicologico e nemmeno al discernimento morale, anche se questi discernimenti si presuppongono e fanno parte del discernimento spirituale propriamente detto e oggetto specifico della nostra trattazione. Il loro valore, tuttavia, va sempre affermato con chiarezza da chiunque non voglia cadere in uno spiritualismo disincarnato o nelle secche di un fondamentalismo o di un legalismo diametralmente contrario all’autentico discernimento di cui vogliamo trattare, e tenga sempre ben presente il principio “gratia supponit naturam”.

Le esigenze della storia concreta, che richiamano e fondano l’urgenza del discernimento spirituale soprattutto nei momenti di trapasso culturale, quale quello del mondo d’oggi, non possono essere pienamente soddisfatte dall’individuazione di un persuasivo profilo morale dell’esistenza, o dalla raggiunta capacità di decifrare le proprie emozioni e sentimenti naturali e di giudicare della qualità etica delle proprie azioni, delle proprie intenzioni o del valore dell’oggetto radicale dei propri desideri. Si richiede anche che la ricerca della propria realizzazione, che è in gioco nel discernimento spirituale, sia vista in modo concreto e globale in rapporto a Dio e al significato ultimo della nostra esistenza e, pertanto, in ordine al fine soprannaturale per il quale di fatto siamo stati creati e ci troviamo a vivere su questa terra.

a) Discernimento: distinzioni

 Pertanto, credo sia importante tenere presente la distinzione tra discernimento spirituale e discernimento morale. Anche se è facile identificarli – perché ambedue comportano la ricerca, la conoscenza e la scelta della volontà di Dio da parte dell’uomo e la decisione per essa –, si danno differenze sia ex parte obiecti, cioè a partire dal livello in cui collochiamo e cerchiamo la volontà di Dio (= se a un livello generico e in generale valido per tutti e noto a tutti dalla Scrittura, per lo più parliamo di discernimento morale; se lo collochiamo più al livello più esistenziale e personale, tenendo conto dell’esperienza concreta, parliamo per lo più di discernimento spirituale), sia ex parte subiecti o del metodo, della via che si segue per arrivare a conoscere la volontà di Dio (se attraverso le mozioni, parliamo di discernimento spirituale; se piuttosto attraverso la ragione e le facoltà naturali, parliamo di discernimento morale).

Talora al posto dell’aggettivo “spirituale” si usa l’aggettivo “vocazionale”: possiamo dire che “discernimento spirituale”sia identico a“discernimento vocazionale”? Sono la stessa realtà? Sotto un certo punto di vista la risposta sembrerebbe essere positiva: la volontà di Dio conosciuta è “appello”, “chiamata”, e più precisamente concretizzazione e incarnazione di quella chiamata all’esistenza e alla vita, che mi raggiunge come uomo, e della chiamata di Cristo alla sua sequela, che mi raggiunge come battezzato nella chiesa e per la chiesa. Le scelte concrete sono da vedersi come vocazioni concrete e risposte particolari alle chiamate di Dio, le quali si riassumono e si sintetizzano, si unificano e prendono pieno significato, solo in rapporto alla Vocazione, cioè a quella voce più sintetica che dà forma complessiva e definitiva alla nostra vita e che è la scelta dello stato di vita. Per questo si dà una feconda dialettica tra Vocazione (o chiamata in ordine alla scelta dello stato di vita, immutabile) e vocazioni (o chiamate a scelte più particolari e categoriali, mutevoli per lo più) analoga a quella che si dà tra “interno” ed “esterno” o tra “res interna” e “res externa”. Per questo, ogni discernimento spirituale è sempre anche “vocazionale” e i due aggettivi “spirituale” e “vocazionale” applicati alla parola “discernimento” non indicano due realtà diverse, ma piuttosto due diverse dimensioni della medesima realtà: la ricerca, la conoscenza e la decisione per la volontà di Dio.

Talora, però, l’aggettivo “vocazionale” può essere visto in modo stretto, unicamente in riferimento a una decisione che riguarda la volontà di Dio circa un punto particolare: la scelta dello stato di vita. In questo caso “discernimento spirituale” e “discernimento vocazionale” indicano due realtà differenti, perché si riferiscono a due oggetti diversi che stanno tra loro come il “tutto”, il discernimento spirituale, e una “parte”, il discernimento vocazionale. Anche in questo caso è importante, però, che la differenza non induca una netta separazione, ma piuttosto porti a considerare il discernimento circa la “parte” come via per essere introdotti a vivere la pienezza della totalità e, viceversa, il “tutto” come realtà che richiede di individuare chiaramente questa “parte” per non restare astratto e poter, invece, prendere corpo nella storia concreta, anche attraverso scelte ancora più parziali e mutevoli.

b) Discernimento: puntualizzazioni

 Nel nostro progressivo avvicinamento alla comprensione della natura del discernimento spirituale – necessaria per non lasciarci irretire da una confusione dottrinale nella quale ha facile gioco la battuta a effetto, lo slogan teologico di moda o una superficiale e approssimata metodologia di approccio alla volontà di Dio che poco hanno a che vedere con l’arte del discernimento e, in particolare, con i criteri e le regole che in esso vanno impiegate –, dobbiamo distinguere, all’interno del discernimento spirituale stesso, vari modi di intenderlo: da una parte esso è un atto, è un’operazione spirituale; ma dall’altra può essere inteso anche come capacità personale, come principio, come facoltà, come virtù che presiede a tale operazione. Tra i due modi di intenderlo si dà una stretta connessione come tra mezzo e fine o come due realtà, l’una “esterna” che prepara e predispone all’altra, quella “interna”, che, da parte sua, nello stesso tempo dà alla prima forza e possibilità per raggiungere il suo oggetto, la conoscenza della volontà di Dio nel concreto della vita.

Il discernimento spirituale, inoltre, può essere inteso come esperienza limitata nel tempo e discontinua, come “tempo forte” e, in quanto tale, come esperienza puntuale di ricerca della volontà di Dio caratterizzata dalle note di straordinarietà, di intensità e di concentrazione e marcata da una coscienza esplicita del processo spirituale che si sta portando avanti; ma potrebbe essere anche inteso e vissuto come stile di vita, come un “habitus” inconscio, come atteggiamento di fondo, come una spiritualità vissuta quotidianamente, come esperienza spirituale continua e spontanea di ricerca della volontà di Dio nella propria vita e nella propria missione, quasi come un modo di stare continuamente alla presenza di Dio nell’esercizio delle proprie faccende, di realizzare l’unione continua con Dio e di pregare sempre. Anche tra questi due altri modi si dà una intima relazione: il discernimento inteso nel primo modo si pone come mezzo, pedagogia, scuola e metodo per raggiungere il discernimento spirituale intesso nel secondo modo che, pertanto, si presenta come traguardo da raggiungere e fine da conseguire.

c) Il punto d’osservazione della nostra analisi

 Nella nostra trattazione noi intendiamo riferirci piuttosto al discernimento spirituale inteso come processo intero di ricerca della volontà di Dio, come operazione, come “tempo forte” non solo perché è più facilmente concettualizzabile, ma precisamente anche perché dobbiamo parlare dell’artedel discernimento e, in particolare, delle regole e dei criteri, realtà che vanno usate come mezzi da chi esplicitamente e coscientemente vuole imparare come ci si pone alla ricerca della volontà di Dio nella propria vita e missione in concreto. Tuttavia, lungo tutta la trattazione, dobbiamo sempre ricordarci che non possiamo isolare il processo del discernimento spirituale inteso come “tempo forte” o come atto puntuale, dal discernimento inteso come “tempo continuo”, come stile di vita permanente: sarebbe isolare il mezzo dal fine, la parte dal tutto! Parimenti non possiamo isolare il discorso dell’applicazione e dell’uso dei criteri e delle regole dallo zoccolo duro o sostanza del discernimento spirituale che è il carisma del discernimento spirituale e, più in profondità ancora, lo Spirito Santo effuso nei nostri cuori, l’amore che discende dall’alto e ci rende connaturali con Dio che è amore, e ci rende, quindi, capaci di ascoltare, di meditare, di interiorizzare e di assimilare la Parola di Dio fino al punto di percepirla come detta a me-qui-ora. “Il discernimento non si può ridurre a una tecnica, sia pure spirituale, cioè non può consistere nella semplice applicazione di criteri o di regole”[2]. Tra sostanza del discernimento e i criteri, le regole pratiche e la metodologia, si dà un preciso rapporto da rispettare nell’attuare concretamente un processo di discernimento spirituale. Esso è analogo a quello sopra indicato: “C’è un influsso mutuo: da una parte l’applicazione delle regole ci aiuta ad atti puntuali di discernimento e il loro ripetersi rafforza la capacità di fondo di discernere, cioè rafforza l’habitus del discernimento; dall’altra proprio questo habitus, già assicurato in un certo grado, permette sempre più l’applicazione puntuale delle regole”[3]. In realtà, tra “sostanza del discernimento” (o “habitus del discernimento”, o “capacità di fondo di discernere”) e i “criteri” e le “regole pratiche” (o “metodologia” e tutto quello che fa parte del “metodo”) si dà il rapporto dialettico tra l’“interno” e l’“esterno”: la “sostanza del discernimento” ha bisogno dei “criteri”, delle “regole”, di un “metodo” per esprimersi e incarnarsi nella storia, per crescere e per dilatarsi; queste realtà, a loro volta, hanno bisogno di quella per non restare una semplice pratica esteriore morta, ma per esserne animate dall’interno e, in tal modo, permettere e facilitare il divenire del discernimento spirituale sempre più come esperienza viva e vitalizzante.

d) Discernimento come dono di Dio

 Queste considerazioni ci ricordano il primato della sostanza del discernimento, che fondamentalmente è dono dall’alto, un carisma, uno dei carismi di cui parla san Paolo nella prima lettera ai Corinzi (1Cor 12,10). Indirettamente, pertanto, viene sottolineato il primato dell’azione dello Spirito Santo non solo sopra il lavorio dell’uomo che si pone, conseguentemente, come collaborazione all’azione divina, ma anche sopra le sue qualità personali. Giungere a un elevato grado di capacità di discernimento è una conquista da parte dell’uomo: egli non deve, però, mai dimenticare che questa conquista presuppone un dono o, meglio, un complesso di doni dall’alto di carattere naturale e soprannaturale. Di qui anche il significato, per l’arte di discernere, di una retta identificazione e soluzione del problema del soggetto del discernimento spirituale: è regola fondamentale per chi si accinge a cercare la volontà di Dio attraverso un discernimento spirituale, sia esso un individuo singolo come nel caso del discernimento spirituale personale, sia invece una comunità o un gruppo di persone insieme come nel caso del discernimento spirituale comunitario, di avere chiara coscienza di non essere il protagonista e il soggetto primo operante, ma piuttosto di giocare nel discernimento un ruolo strumentale rispetto all’attore principale che è lo Spirito Santo[4]. È lui che fa discernere non solo perché è l’elemento costitutivo del nostro esser cristiano e della nostra vita spirituale in genere (Rm8,2.9-11.15), il principio dinamico(Rm 8,13-14.26-27) e la norma del nostro agire(Rm8,2.4-5.9), ma anche perché è attraverso di lui che viene partecipato all’uomo il discernimento eterno di Dio e perché opera nel nostro noÂv (noūs = mens, mente) con un’autentica metamorfosi: lo libera dalle varie schiavitù, favorendo quella purificazione che è condizione necessaria per poter discernere rettamente, lo spiritualizza, ossia lo trasforma in “pneumatico”, rendendolo connaturale al mondo divino attraverso la comunicazione della Sapienza, dell’amore e dei doni carismatici di profezia e di discernimento(Rm12,1-2). Pertanto lo Spirito Santo svolge un ruolo decisivo in tutto il processo di discernimento, sia nel creare l’ambiente e le dovute disposizioni interiori del soggetto umano, sia nell’atto stesso e nell’operazione propria di discernimento del soggetto umano chiamato a discernere.

e) Discernimento come processo continuo o tappa di un itinerario

 Limitando anche semplicemente la nostra considerazione al discernimento come tempo forte e come esperienza puntuale, dobbiamo operare in esso un’ulteriore distinzione tra il discernimento inteso come intero processo, dinamismo e itinerario spirituale di una concreta decisione per la volontà di Dio ricercata, conosciuta e amata, e il discernimento inteso come tappa particolare e specifica dell’intero itinerario. Il primo comporta il coinvolgimento di tutta la persona; nel secondo sono in gioco soprattutto l’intelletto e tutte le capacità, forze e virtù di carattere piuttosto cognitivo. Presso alcuni autori[5] si fa riferimento a essi in termini di “discernimento operativo” e di “discernimento delle mozioni”: mentre questo riguarda il discernimento delle mozioni e dei movimenti del cuore, quello ha come oggetto la decisione o scelta della volontà di Dio circa un punto particolare della propria vita o della propria missione nel concreto della storia. Si badi bene, però: non si tratta di due discernimenti adeguatamente distinti e separabili che si possono collocare in parallelo[6]. Il “discernimento operativo” presuppone, infatti, il “discernimento delle mozioni”: abbiamo visto sopra che il discorso del discernimento spirituale va collocato non solo in rapporto alla vita spirituale (per cui parliamo di discernimento spirituale come realtà distinta dal discernimento psicologico, sociologico o morale), ma anche in rapporto all’affettività[7], non fosse altro per il fatto che si tratta di un’esperienza globale che coinvolge tutta la persona umana – corpo, sensibilità, memoria, intelletto, volontà, desiderio, libertà, cuore, affettività –, non di una semplice pratica spirituale[8].

Questa considerazione a proposito della necessità del coinvolgimento dell’affettività necessita di ulteriori approfondimenti. Li condurremo in seguito, quando, parlando del discernimento delle mozioni, vedremo come la distinzione tra la consolazione e la desolazione spirituale è certamente una (per non dire la) chiave di volta di tutto l’impianto del medesimo.

D’altra parte, il discernimento delle mozioni non può essere fine a se stesso, ma è intrinsecamente indirizzato a qualcosa di operativo, dato che si tratta di un’operazione che va collocata nell’orizzonte della vita spirituale che non consiste solo in speculazioni, ma nella decisione della libertà che, in ogni circostanza concreta, sceglie e compie la volontà di Dio, cercando di conformarsi sempre meglio al suo concreto piano salvifico. La vita spirituale non è un’ideologia, non è una morale, ma è un’esperienza, è una vita: la vita nello Spirito e secondo lo Spirito. Anche il riconoscere l’origine della mozione e la qualità di essa, nella misura in cui il discernimento delle mozioni vuole collocarsi come operazione spirituale per la crescita e la maturazione dell’uomo nuovo nello Spirito, in ultima analisi è orientato all’accoglienza o al rifiuto di questa o quella mozione, non semplicemente a una constatazione e percezione di un fatto[9].

f) “Fare la volontà di Dio”

 Tra i requisiti e gli atteggiamenti di base di chi si accinge ad affrontare un’esperienza di discernimento spirituale – oltre a quanto già detto a proposito del modo di concepire la vita spirituale e della disposizione a lasciarsi coinvolgere con tutta la propria persona con una preoccupazione non solo per l’ortodossia e l’ortoprassi, ma anche per l’ortopatia –, bisogna annoverare prima di tutto il desiderio di fare la volontà di Dio non solo in generale, ma proprio nelle circostanze concrete in cui si viene a trovare. Questo, però, a sua volta, presuppone, almeno in chi lo aiuta e accompagna nel discernimento, una chiarezza circa il significato di “fare-la-volontà-di-Dio”[10].

Inoltre è necessario avere un quadro oggettivo del piano di Dio. Per fare la volontà di Dio, infatti, bisogna prima conoscerla. Dio ha fatto conoscere la sua volontà attraverso una via oggettiva universale: è la via dei comandamenti, della ragione rettamente illuminata, della parola scritta, della voce e dell’insegnamento del magistero della chiesa. Questa è una via necessaria, sicura e chiara; ma proprio perché valida per tutti, non può soddisfare l’intimo del cuore della singolo uomo o donna che si vuole lasciare conquistare da Dio anche nelle pieghe più recondite della propria persona e che, pertanto, si interroga sulla volontà di Dio qui e ora nelle sue concrete circostanze particolari. Dio ha un piano personale e comunitario; educa il suo popolo come un tutto ed educa ciascuno di noi: la sua educazione è a un tempo personale e comunitaria[11]. Il suo piano è proposto alla libertà dell’uomo perché venga accettato, ma, purtroppo, l’uomo può anche rifiutarlo.

Quello che Dio dice a tutti gli uomini può essere paragonato ai paracarri e al guardrail di una strada: se vado al di là, sono fuori strada. Ma essi non mi dicono dove in concreto devo viaggiare? In quale corsia? Dove è il meglio per me? A questo posso rispondere seguendo la via del discernimento spirituale.

La via del discernimento spirituale presuppone il trovarsi all’interno del generale piano di Dio e, quindi, la conoscenza di esso. Tuttavia lo porta avanti e lo precisa. Il discernimento spirituale è sempre circa qualcosa di concreto e di esistenziale: non riguarda quello che è bene in sé, ma quello che è bene per me-qui-ora. Per questo Dio comunica con me con segni particolari, propri per me, non solo con segni che sono comuni per tutti gli uomini e per tutti i cristiani. Ci sono segni esterni: fatti e segni dei tempi; e ci sono segni interni o interiori: mozioni, pensieri e affetti. Questi segni sono come voci, come parole espresse in un linguaggio particolare. Dio non ci parla in italiano o in inglese, in linguaggio cifrato o in geroglifici egiziani, in alfabeto greco o in segni cinesi. Le consonanti e le vocali di questo particolare linguaggio di Dio sono appunto questi segni esterni o interni (la sua azione su di noi e nella nostra storia attorno a noi); la grammatica e la sintassi sono date dal collegamento e dall’ordine tra questi fatti e azioni medesime. Bisogna saperli interpretare.

Proprio perché l’oggetto del discernimento spirituale deve trovarsi all’interno del piano di Dio, un’azione o un comportamento moralmente disonesto non potrà mai essere oggetto di scelta attraverso un discernimento spirituale. Per esempio una persona sposata non può sottoporre a discernimento se divorziare e risposarsi oppure no, e un sacerdote o una persona consacrata non può cercare la volontà di Dio andando contro chiare e legittime prescrizioni dei suoi superiori o del Codice di Diritto canonico, dei sinodi e delle costituzioni, interpretate secondo i canoni di una sana ermeneutica scientifica o contro il carisma dell’istituto al quale è perpetuamente legato dopo l’ultima professione. Il discernimento spirituale non può mai riguardare un fine in quanto tale, ma riguarda sempre la scelta di un mezzo in ordine al fine[12]. Per quanto buono e santo sia il fine inteso da chi discerne, mai potrà giustificare un mezzo disonesto.

Di fatto, troppo spesso ci si dimentica della regola fondamentale che circa il fine non si può fare discernimento e che il fine ultimo per il quale siamo stati creati e i fini intermedi definitivamente scelti con decisione immutabile devono essere, di fatto, il criterio primo per un retto discernimento. Se si mette in questione il fine, come si può condurre il discernimento, che riguarda sempre i mezzi per poterlo meglio raggiungere? Si constata la dimenticanza di questa norma fondamentale soprattutto quando si vuol sottoporre a discernimento una scelta immutabile, quale può essere il sacerdozio dopo l’ordinazione e la consacrazione religiosa dopo l’ultima professione di voti perpetui. Purtroppo non sono rari i casi in cui addirittura i vescovi e i superiori o le superiore maggiori stesse spingono loro sudditi, anche se già sacerdoti o professi di voti perpetui, a richiedere a terzi un aiuto spirituale e una consulenza in ordine a un discernimento circa la loro vocazione. La loro ordinazione o la loro ammissione definitiva e perpetua nell’istituto presuppongono entrambe un serio discernimento condotto a nome della chiesa: ora come si può condurre un discernimento su una realtà già decisa in modo definitivo dalla chiesa stessa? Chi si può arrogare in modo responsabile la capacità e la possibilità di operare un discernimento su un discernimento operato dalla chiesa? Quando si dà il caso di addentrarsi in un nuovo discernimento, non si sa se sia preferibile ritenere che i soggetti in questione – ma anche chi li spinge a questo nuovo discernimento o coloro ai quali è richiesto un aiuto per esso – non abbiano un retto senso cristiano e cattolico della fedeltà alla vocazione, oppure siano carenti di nozioni fondamentali circa il discernimento. In questo caso concreto si tratta di ignoranza circa i criteri di eligibilità e conseguentemente di discernibilitàdi una vocazione immutabile, i quali comportano la coscienza del valore della regola fondamentale, una sufficiente chiarezza circa la distinzione tra mezzo e fine, tra oggetto di scelta immutabile e oggetto di scelta mutabile, e, naturalmente, la coscienza della propria identità concreta, sia della propria persona che delle proprie reali capacità e possibilità. Talora più che di criteri e di regole per operare il discernimento e prendere le dovute decisioni, c’è difetto proprio di questi criteri di eligibilità e di discernibilità di quello che si mette in questione.

A dir il vero si potrebbe obiettare che nel caso di dimissione dal sacerdozio o dalla consacrazione religiosa, come del resto in altri casi riguardanti problemi esistenziali che spingono a prendere decisioni per qualcosa che è per sé moralmente disonesto, si tratta spesso di verificare se questa nel concreto non sia un male minore[13]. Siccome il male minore resta sempre in se stesso un male e non può essere chiamato un bene, come potrebbe essere oggetto di un discernimento spirituale (non dico “morale”) che comporta una scelta nello Spirito Santo e secondo lo Spirito Santo, che è Spirito di amore e, come tale, spinge a ricercare sempre il bene maggiore? Il male non lo si può mai scegliere; al massimo lo posso subire e permettere come male minore. Per di più, siccome la “scelta” del male minore comporta oltre l’impossibilità nel concreto della scelta buona da attuarsi (cioè il perseverare nella scelta dello stato di vita immutabile operata) anche il proposito e la ricerca del superamento della situazione che costringe a scegliere unicamente tra mali, come si potrebbe ipotizzare questo ritorno alla sola possibilità e, a maggior ragione, all’effettiva attuazione della scelta da operarsi quando la decisione di abbandonare la scelta definitiva già operata mette colui che la prende in una situazione opposta parimenti definitiva di non ritorno? Ci sarebbe da dubitare persino sulla possibilità di un discernimento morale e psicologico! Forse è più facile dubitare dell’effettiva presenza di una situazione che dal di fuori impone la scelta unicamente tra scelte negative oppure è più facile ammettere una mancanza di libertà sufficiente per un’autentica scelta: più che di scelta dell’abbandono, si dovrebbe parlare di costrizione all’abbandono. E questo, sotto una nuova luce, dato la caratteristica del discernimento spirituale di essere esperienza di libertà che presuppone la libertà e conduce alla libertà, fa capire ancora una volta come non si possa parlare di discernimento spirituale in questo caso: ne mancano i presupposti essenziali.

2. La metodologia

 Anche se la trattazione di ciò che è necessario premettere in un discorso sull’arte del discernimento, in particolare sui criteri e sulle regole di un retto discernere, esigerebbe ulteriori approfondimenti, penso che sia necessario ora interrogarci sullo sviluppo e il procedere stesso di un’esperienza di discernimento. Eventuali altre annotazioni circa le premesse emergeranno, di fatto, nelle pagine che seguono, come richieste dalle diverse tappe che scandiscono l’itinerario e marcano la maturazione di una scelta spirituale. Del resto, come abbiamo già visto, nella presentazione delle premesse non potevano non affiorare elementi e spunti riguardanti piuttosto la metodologia stessa, i criteri e le regole per un retto cammino di discernimento spirituale. In particolare abbiamo visto che il discernimento si pone come chiave interpretativa del linguaggio di Dio alla persona considerata nella sua globalità e unicità o singolarità, e che l’operazione del discernere ha come soggetto principale e primo attore lo Spirito Santo. Pertanto se uno vuole cogliere la volontà di Dio come chiamata a cui rispondere nel concreto della propria vita attraverso una scelta della propria libertà innamorata di Dio, deve, prima di tutto, rendersi docile all’azione dello Spirito Santo per esserne efficace strumento circa l’attuazione di ciò che è più gradito a Dio. Ma questo che cosa comporta in concreto? Quali tappe deve percorrere chi è chiamato a discernere la volontà di Dio nel suo cammino verso la decisione che concretizzerà la sua risposta nel concreto della propria vita? Sinteticamente potremmo descriverle attraverso tre verbi che, a loro volta, raggruppano varie operazioni da parte dell’operatore umano in un processo globale di discernimento spirituale: sentire, giudicare, scegliere[14]. A essi corrispondono tre fondamentali facoltà dell’uomo: memoria, intelletto e volontà.

a) Sentire: il momento della memoria

 In questa prima tappa si tratta di accorgersi di quello che avviene fuori di noi, attorno a noi e in noi. Si tratta di raccogliere la propria esperienza storica nella sua globalità[15]e di portare tutti i dati al proprio presente: per questo è detto pure il momento della memoria. Naturalmente bisogna fare attenzione che un sovraccarico di dati non finisca per complicare e appesantire la ricerca e per fare da schermo invece che da filtro alla conoscenza di ciò che è più gradito a Dio. Mentre potrebbe essere relativamente facile cogliere i dati esterni alla persona, perché per questa operazione potrebbero essere sufficienti un’attenta analisi sociologica e l’informazione o i contributi che possono essere offerti dalle scienza antropologiche descrittive, ben più arduo – anche perché generalmente si è stati meno educati a farlo – è il percepire le mozioni e le ispirazioni interiori, l’identificarle, il saper dare loro un nome e il familiarizzarsi con queste realtà dell’affettività più profonda. Certamente nella vita spirituale anche l’affettività va valorizzata. Tuttavia, per discernere la volontà di Dio ci si deve rendere conto dei diversi tipi di affettività o di “sentire” secondo la loro intera gamma[16]. Per questo si richiede un processo di interiorizzazione (che è ben diverso dal ripiegamento su se stessi!): esso comporta una valorizzazione positiva dell’affettività, un appropriato clima esterno e interno di silenzio, di raccoglimento e di preghiera, e, soprattutto, disposizioni interne (oltre a quelle già accennate) di generosità, di contatto e unione con Dio, vigilanza, libertà interiore verso tutte le creature, qualunque esse siano anche le più sante, disponibilità e docilità allo Spirito Santo.È questo il momento in cui chi è chiamato a operare un discernimento, prima di formulare un qualsiasi giudizio morale, è invitato ad accettare questi movimenti interiori, anche quando sembrano “brutti”. “Accettare le mozioni interiori”, evidentemente, non significa automaticamente “approvarle” e “farle proprie”: si tratta di “non rifiutarle a priori”, di “non volersi vedere diverso” o di “non nascondersi a se stessi”[17]. Per escludere pericolosi fraintendimenti circa questa “accettazione”, mi sembra molto illuminante un’affermazione che Ignazio di Loyola nel libretto degli Esercizi spirituali dà come presupposto fondamentale per ogni esame e discernimento spirituale:

Presuppongo che esistono in me tre tipi di pensieri, cioè uno mio proprio, che deriva unicamente dalla mia libertà e dalla mia volontà, e gli altri due che provengono dall’esterno, uno dallo spirito buono e l’altro dallo spirito cattivo[18].

Bisogna saper distinguere quello che “in me” ma non è “da me”, perché viene dall’esterno, da quello che è “in me” e procede “da me”, dalla mia volontà e libertà. A questo livello non si deve dare un giudizio morale su di sé, ma solo constatare quello che è in me: sia le buone ispirazioni che provengono dallo spirito buono e da Dio, sia le tentazioni e le inclinazioni al male, che provengono dallo spirito cattivo e da Satana, non mi rendono né migliore, né peggiore.

  b) Giudicare: il momento dell’intelletto

 In questo secondo tempo potremmo distinguere due passi. Dapprima si tratta di analizzare, verificare, controllare il valore di questi segni e di queste mozioni, evitando il pericolo sia di parlare di segni dei tempi positivi, di Parola di Dio, quando si tratta, invece, semplicemente di fenomeni diffusi che hanno una ben altra origine; sia di confondere le mozioni dello Spirito con le manifestazioni sensibili di una psicologia puramente umana o, peggio, disordinata. In un secondo momento si tratta di confrontare questi dati con i valori più universali proposti dalla Parola di Dio, dalla Tradizione, dal Magistero, dai principi della retta ragione, esaminando, ponderando e giudicando il tutto attraverso un paziente lavorio dell’intelletto. Non si tratta di fare un’applicazione di un principio o valore universale a un caso particolare, ma si tratta di cogliere il rapporto dialettico e di integrazione che si dà tra i diversi dati raccolti nel primo tempo. Questo è il momento del discernimento delle “mozioni” o movimenti interiori del cuore che, come abbiamo detto, si presuppone come previo e necessario per il discernimento operativo ed è specifico del discernimento propriamente detto. Per vedere come si armonizzino tra loro i dati “dall’alto” e i dati “dal basso”, si richiede una pedagogia globale dell’affettività intesa secondo tutta la sua ampiezza. Essa comporta non solo un’educazione al controllo della nostra affettività istintiva per non esserne succubi, ma anche un’oggettiva sua valorizzazione e valutazione come realtà attraverso la quale Dio mi fa segno per indicarmi la sua volontà.

A questo punto del processo di discernimento vengono a sostegno dell’intelletto le motivazioni, i criteri e le norme o regole del discernimento spirituale. Formalmente considerati, sono strumenti di cui ci si serve per giungere a discernere e a scegliere quello che è più gradito a Dio: sono oggetto col quale si discerne. Tuttavia, spesso concretamente, nella realtà di una ricerca della volontà di Dio, si presentano, per chi discerne, anche come oggetto che va scelto e oggetto circa il quale egli può operare. Egli, infatti, potrebbe proporsi di pervenire solamente all’individuazione di quei criteri e di quelle motivazioni che lo devono illuminare e guidare nelle scelte che la vita di volta in volta gli richiede o di quelle regole che maggiormente si confanno con la sua situazione spirituale concreta; oppure potrebbe avvertire la necessità di provarne l’autenticità in se stesse o anche solo di valutarne il peso e l’opportunità di impiego nella circostanza concreta in cui è chiamato a prendere una decisione.

– Le motivazioni

 In particolare, per quanto riguarda le motivazioni, non dobbiamo mai sottovalutare il contributo che al discernimento spirituale può essere offerto dalla scienza psicologica. L’analisi delle motivazioni oggettive corrobora e rafforza l’analisi delle mozioni interiori; talora, però, va a questa sottoposta. Il discernimento e la scelta sono tanto più forti e sicuri quanto più sull’oggetto discreto e scelto si dà una convergenza della spinta dell’affettività, dell’energia sprigionata dalla volontà e della luce delle motivazioni intellettuali. Non è, però, sufficiente una purificazione delle motivazioni dall’impatto su di esse di tutti quei meccanismi di carattere psicologico, soprattutto affettivo, che impediscono all’intelletto di avere quella trasparenza e luminosità necessaria per cogliere la verità nella quale sola matura e si attua la libertà. In altre parole, non è sufficiente impedire all’intelletto di essere forza sviante. Al discernimento si oppone di certo il razionalismo, ma non crediamo che l’alternativa al razionalismo sia il pensiero debole o la “dotta ignoranza”. All’intelletto spetta un compito positivo. Rimane costantemente necessaria anche la formazione positiva di motivazioni rette ed efficaci, pienamente rispettose del valore e del significato nel concreto dei criteri usati nel cammino di analisi delle mozioni e di ricerca della volontà di Dio. Si richiede, inoltre, un confronto aperto tra le varie motivazioni contro o in favore delle soluzioni alternative che si presentano. Non basta, però, un confronto numerico; è necessario pesarne il valore di ciascuna, sia di quelle in favore che di quelle contro un’eventuale scelta, anche se poi la decisione finale molto probabilmente non potrà essere la conclusione di un lavoro fatto a tavolino con la sola ragione, ma esigerà l’aiuto del “fiuto” e della sensibilità spirituale.

– I criteri

 Anche per quanto riguarda i criteri, il discorso esigerebbe una trattazione ben più ampia e puntuale. Per procedere e raggiungere il suo scopo, il discernimento ha bisogno intrinseco di indicazioni che segnalano la direzione giusta per dove passa l’azione dello Spirito; ha bisogno di contrassegni, di campioni di valore, di metri di paragone, di chiavi che permettano di valutare sia il cammino che si sta percorrendo sia le disposizioni dell’operatore, e, insieme, di aprire il senso dei fatti per coglierli come “parola di Dio”. Si dà, pertanto, un grande pluralismo di criteri che vengono a interessare i diversi elementi essenziali di un processo di discernimento spirituale considerato dal punto di vista fenomenologico: operazione e ritmo o procedura tecnica, persone o soggetto operante, oggetto o contenuti che si devono discernere e scegliere o circa i quali si opera il discernimento, clima e ambiente sia esterno che interno alla persona stessa. Inoltre, siccome non tutti i criteri sono applicabili in tutti i casi, essi stessi dovranno essere oggetto di discernimento e di scelta. Per questo mi sembra che sia utile tenere presente, quasi come fondamentale criterio dei criteri, il principio secondo cui tanto migliore e più sicuro sarà un discernimento quanto più i vari legittimi criteri che entrano in gioco saranno convergenti verso un unico punto, fino quasi a costituire un unico criterio globale.

Criterio fondamentalmente è la persona di Gesù, Parola vivente del Padre. Ogni discernimento spirituale, cioè secondo lo Spirito e nello Spirito, avviene necessariamente all’interno di una relazione personale con lui e nella sequela di lui: non possiamo ipotizzare nella nostra esistenza lo Spirito Santo senza Cristo e al di fuori di Cristo. Infatti, lo Spirito di verità (Gv 14,17; 15,26; 16,13), senza il quale non c’è libertà (Gv 8,32) e cammino di discernimento, è stato promesso dal Maestro ai suoi discepoli, oltre che come dono del Padre (Gv 14,16.26; 15,26) e come Consolatore (Gv 14,16.26; 15,26; 16,7) inviato da Cristo stesso risorto (Gv 15,26; 16,7), come colui che “vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (Gv 14,26; cf. anche Gv 16,13). Per questo il discernimento comporta, nel soggetto umano che lo opera, intensa familiarità con Cristo, senso del primato della sua persona sopra le opere da compiere e sopra le stesse virtù da praticare, stima ed esercizio della contemplazione evangelica, adesione alla missione di Cristo.

Ma qual è il Cristo al quale bisogna fare riferimento? Questo interrogativo è importante soprattutto oggi in un mondo che tende a ritagliarsi e a raffigurarsi Cristo a propria misura, quasi come un manichino rivestito di quei valori che ciascuno spontaneamente ritiene più importanti, senza talora accorgersi di porre se stessi come metro e criterio ultimo di discernimento! Già san Paolo ricordava ai Filippesi (Fil 2,5-11) che si tratta di rivestirsi degli stessi sentimenti di Cristo Gesù, cioè di assimilare interiormente la sua mentalità, il suo modo di “sentire” e di percepire la realtà, il suo pensiero, le sue preferenze, i suoi gusti, in continuità non solo con quello che lui ha detto e fatto, ma soprattutto in continuità con quello che egli è, il Figlio di Dio, Verbo incarnato, povero, umile e ubbidiente fino alla croce, morto, risorto e glorificato dal Padre. Per il discernimento è essenziale allora il riferimento al mistero dell’incarnazione e al mistero pasquale, al mistero della passione, morte, resurrezione e ascensione di Cristo. L’adesione alla missione di Cristo deve spingersi a essere adesione alla croce; l’unione profonda con Cristo si attuerà necessariamente come unione con Cristo risorto e vivente nella chiesa e, pertanto, come vedremo, con la chiesa stessa.

A questa luce e in questa luce diventano allora importanti soprattutto i criteri della Parola contenuta nella sacra Scrittura, dell’eucarestia, della chiesa e dell’esercizio della povertà, dell’umiltà e dell’ubbidienza:

-         la sacra Scrittura, sia perché ispirata da quello stesso Spirito del quale nel discernimento devo mettermi in docile ascolto, sia perché è la Parola di Dio rivelata che contiene la predicazione profetica e apostolica che ha come centro Cristo e in Cristo si riassume in modo definitivo, se letta e interpretata nella chiesa, non può non condurci alla conoscenza vera e amorosa di Gesù e ci dà la forza per seguirlo e scegliere la volontà del Padre;

-         l’eucarestia, perché sacramento dell’Amore di Gesù che muore, dà la sua vita e, risorto, dona lo Spirito di verità, ci aiuta a partecipare al mistero pasquale e a viverlo sempre di più nella vita concreta come faro luminoso per leggere, interpretare e cogliere i fatti della storia e della propria esistenza come messaggi, parole e chiamate di Dio a cui rispondere con amore;

-         la chiesa, perché sposa di Cristo animata e guidata dallo stesso Spirito che ha ispirato la Scrittura e perché a essa è affidata la Scrittura stessa, è garanzia di verità. In essa la Parola di Dio, che dalla Trinità è scesa sulla terra principalmente nella persona del Verbo incarnato, ma si è manifestata anche nella intera rivelazione e soprattutto nella sacra Scrittura, prosegue la sua corsa nella vita della chiesa, risuonando a diversi livelli: a quello liturgico-sacramentale con un massimo di efficacia, a quello magisteriale autentico con una svariata gamma di forza e di intensità, a livello catechetico e omiletico, a livello della vita autentica del popolo di Dio, fino al cuore del singolo uomo quando, come risposta di fede e di amore, riprende il suo ritorno al Padre[19]. Il discernimento spirituale, ponendosi a quest’ultimo passaggio – ossia quando la parola di Dio è percepita nell’intimo del cuore del credente come vera, come appello e desiderio di Dio prima della risposta di fede, nella scelta amorosa e nella decisione di darle corpo nell’esistenza –, presuppone la chiesa, presa in tutta l’ampiezza del suo mistero e della sua realtà, come orizzonte entro il quale potersi attuare con verità e autenticità. In particolare, non si può concepire un cammino di ricerca della volontà di Dio al di fuori della fedeltà al Magistero, delle norme e delle regole di ciascuna comunità all’interno della chiesa, della comunione con i superiori e con l’autorità, e senza un generoso spirito di collaborazione con tutte le componenti del popolo di Dio. Queste realtà divengono pertanto criteri oggettivi di discernimento. Conforme a questo, discernere comporta cogliere la continuità tra Cristo e la chiesa, tra lo Sposo e la sua mistica Sposa e, quindi, l’assurdità del “Cristo sì, chiesa no” di chi pone continuamente l’istituzione della chiesa e il suo magistero contro il Vangelo e contro la persona di Cristo. Per questo il vero e autentico discernimento spirituale si fa nella chiesa: l’oggetto del discernimento, come abbiamo già detto, non può essere qualcosa che vada contro la chiesa, e il soggetto del discernimento deve sentirsi prima di tutto “parte” e “membro” della chiesa.

-          La povertà, l’umiltà e l’obbedienza, perché note caratteristiche del Verbo incarnato che possiamo evidenziare dalla lettura stessa dei Vangeli, ma che per di più sono esplicitamente sottolineate da san Paolo nel momento di invitare i Filippesi ad avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (Fil 2,5-11), per raggiungere quella conformazione a lui che – abbiamo visto – è indispensabile per discernere ciò che a Dio è più gradito, non si possono ridurre a semplici virtù da praticare, ma sono soprattutto criteri sui quali verificare l’autenticità delle proprie mozioni, delle proprie idee e iniziative e di tutto il processo di discernimento.

Tuttavia, criterio decisivo del discernimento è l’amore che discende dall’alto: esso, oltre che operare la sintonia e connaturalità con Cristo, pone chi discerne in quella disposizione di ricerca di quello che è più gradito a Dio e quindi in quelle disposizioni di positività e di generosità che mi spingono a procedere non secondo il criterio minimalista del “che male c’è?” e in spirito di timore, bensì secondo quello dinamico e costruttivo del “come è meglio fare?”. Il discernimento richiede nel soggetto umano impegnato in esso una capacità critica ben superiore a quella di chi sa solo lamentarsi e puntare il dito contro il fratello, perché comporta un saper sperimentare tutto e ritenere ciò che è buono (cf. 1Ts 5,19-21).

– Regole di discernimento

 Segni e criteri di un discernimento autentico ci sono offerti in particolare dalle Regole di discernimento. Esse hanno avuto una tematizzazione esplicita fondamentale nelle regole del discernimento degli spiriti del libretto degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola[20], ma sono in realtà un patrimonio di tutta la chiesa, molto ricco e di fatto sempre in crescita. Esso si è andato costruendo lungo i secoli attraverso un’attenta riflessione di santi e di studiosi, a partire dall’esperienza storica del singolo individuo o della comunità ecclesiale. Si tratta di aiuti che non possono evidentemente sostituire il carisma del discernimento, il “fiuto” per ciò che a Dio è più gradito, ma lo possono di certo sviluppare e sostenere perché arrivi a colpire nel segno. Là dove lo supplissero senza favorirlo e senza educare a esso come sagge norme pedagogiche, queste regole finirebbero per diventare nocive, aprendo sempre di più la strada a una forma di sottile e pericoloso legalismo, proprio quello che il discernimento spirituale vorrebbe contrastare ed eliminare. Alcune di esse valgono soprattutto in questo secondo tempo dell’intero processo, per il discernimento delle mozioni, come chiavi per interpretarle rettamente; altre, invece, sono di maggiore aiuto per il momento seguente della volontà e della deliberazione, per quel discernimento che con alcuni autori abbiamo chiamato operativo. Sia per il discernimento delle mozioni che per il discernimento operativo, queste regole presentano una chiave di volta: la distinzione tra consolazione e desolazione. Per questo, tra le varie Regole di discernimento degli spiriti sono di particolare utilità quelle che tratteggiano la figura e l’identità di Cristo e di Satana, il loro modo di operare e la loro pedagogia; oppure quelle che delineano la natura delle mozioni opposte della consolazione e della desolazione, in modo da saperle riconoscere nella propria vita e da poter identificare in quale dinamica spirituale si è coinvolti. È a partire dalla loro percezione che l’uomo impara a distinguere i diversi spiriti che si agitano in lui e si percepisce come un campo in cui si fronteggiano per la sua conquista Cristo e Satana, per ragioni e finalità diametralmente opposte. Esse ci ricordano che Dio e Satana si comportano in maniera opposta proprio circa le sorti dell’uomo. Sono in gioco da una parte la realizzazione dell’uomo, voluta dal Dio dell’Alleanza, dal Dio alleato che vuole la unità interna della sua creatura, la comunione con essa; viceversa, dall’altra stanno – voluti dal Diavolo, il divisore – la sua distruzione, il suo fallimento, la frustrazione dei suoi autentici desideri e dell’orientazione al proprio bene. Entrambi, Dio e Satana, operano secondo quello che è loro proprio.

Pertanto, quando è sotto l’azione dello spirito buono, l’uomo si trova come investito da uno spirito di positività, di autenticità e, insieme, di universalità, di pienezza, di integrazione, di armonizzazione delle differenze, di larghezza e di apertura dello spirito, perché Dio è Verità universale e concreta, è Amore. Chi discerne viene a percepirsi come una spirale che si apre e come un essere che dall’interno si espande verso l’esterno, in spirito di carità e di amore verso gli altri. In questo movimento egli prova un senso di scioltezza, di pace, di tranquillità e di luce. Si coglie in consolazione, cioè sotto l’azione dello Consolatore, del Paraclito, dello Spirito di Dio.

All’opposto, quando è sotto l’azione dello spirito cattivo – dato che Satana è l’accusatore, il diavolo (= il divisore), il nemico della natura umana, perché omicida fin dall’inizio, il principe delle tenebre, falso e bugiardo da sempre –, l’uomo cerca di tenere tutto nascosto, si sente portato al particolarismo, percepisce dentro di sé angustia, ripiegamento e chiusura; pertanto, si sente immesso in una dinamica di egoismo, di divisione, di polarizzazione verso gli estremi opposti. In questo dinamismo interiore l’uomo si percepisce piuttosto come una spirale che si chiude e prova un senso di vuoto, di strettezza, di schiavitù, di confusione, di ambiguità, di insicurezza, di paura o di forza (ma solo nel criticare), nel puntare il dito contro gli altri e contro tutto, nell’accusare e nel darsi alle sottigliezze di argomentazioni astratte e irreali. Si coglie in desolazione.

Tuttavia sarebbe troppo semplice dedurre da questo che la consolazione viene da Dio e la desolazione dallo spirito del male. Bisogna tenere ben presente che Dio e Satana si comportano in maniera opposta non solo tra di loro, ma anche rispetto al concreto dinamismo e all’orientamento spirituale dell’individuo. Se, per chi nella propria vita spirituale sta camminando dal bene al meglio e verso il fine per cui è creato, possiamo dire in generale che la consolazione viene da Dio – in questo caso creatura e Creatore sono in consonanza perché tesi nella stessa direzione – e che la desolazione viene da Satana, dato che vuol ostacolare chi procede bene nella sua vita spirituale e, perciò, interviene in maniera discordante e dissonante rispetto al cammino della persona; per chi procede di male in peggio e sempre più si allontana dal fine, all’opposto, la consolazione viene da Satana, che vuol incoraggiare la persona a perseverare nella via intrapresa, mentre la desolazione proviene da Dio, che cerca di rimordere la coscienza e di fare invertire la rotta spirituale.

Di qui risulta importante saper distinguere il livello psicologico della consolazione e della desolazione da quello spirituale, non confondendo la loro risonanza puramente psicologica, per sé ambivalente, dalla matrice, dalla struttura e dal senso e significato soprannaturale di entrambe. E questo viene a confermare ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, il fatto che le Regole del discernimento degli spiriti non possono sostituire e fare a meno del dono del discernimento, attraverso il quale solamente è possibile cogliere il “timbro” dell’anima e la sua reale orientazione rispetto al “meglio” e al fine.

Soprattutto per chi è già avanzato nella via dello spirito, è importante considerare quelle regole del discernimento degli spiriti che ricordano che Satana, proprio perché falso e bugiardo, è capace di trasfigurarsi in angelo di luce e inizia ad agire “sub specie boni[21]: più che nella puzza di zolfo, egli si presenta nel profumo dell’incenso e cerca di camuffarsi sotto un aspetto allegro e luminoso, con consolazioni apparenti, per insinuarsi nell’anima impegnata e condurla a poco a poco nel disordine nel quale egli ha buon gioco. Questo favorisce quella situazione di confusione e di ambiguità, di contrasto e di lotta, che il cristiano impegnato avverte non solo fuori di sé, ma principalmente nel suo interno. È, pertanto, soprattutto in questi casi che si impone come necessario il discernimento spirituale da parte dell’uomo di Dio. Ma come potrà uscire dal pericolo di restare impigliato nelle reti dell’illusione?

Le regole degli spiriti ricordano che, mentre entrambi – Dio e Satana – possono consolare con una causa ancorché per fini opposti (Esercizi spirituali, n. 331), “solo Dio ha il potere di dare consolazione senza causa precedente” (Esercizi spirituali, n. 330). Questo ci insegna:

1.   che si dà una superiorità dell’agire di Dio rispetto a quello di Satana e che, quindi, ci sono per l’uomo possibilità di vittoria nella lotta;

2.   che la “consolazione senza causa precedente” è criterio infallibile per discernere la presenza dell’azione di Dio;

3.   che Satana, per penetrare nell’uomo e insidiarlo con consolazioni apparenti, deve appoggiarsi a una causa previa: questa la trova nel “corso dei pensieri”, nel susseguirsi dei desideri e delle idee che invadono l’animo della persona desiderosa di compiere la volontà di Dio.

Conseguentemente, a questa persona si impongono i compiti di nutrire fondati motivi di fiducia e di speranza di uscire dalla situazione sfavorevole; di identificare con esattezza la “consolazione senza causa”, distinguendo eventualmente il momento improvviso nel quale essa affiora, dai successivi momenti nei quali si percepiscono risonanze affettive di questa prima consolazione, consolazioni, però, con causa perché comportano anche la mediazione dell’intelletto e della volontà portati a concepire nuove idee e a formulare nuovi propositi; e infine di “esaminare subito il corso dei pensieri buoni all’inizio da lui [= da Satana] suggeriti, e a considerare come il demonio a poco a poco abbia cercato di farlo discendere dalla soavità e dalla gioia spirituale in cui si trovava, fino ad attirarlo al suo disegno perverso; così, tenendo conto di questa esperienza, potrà guardarsi dai suoi soliti inganni” (Esercizi spirituali, n. 334).

Prima di passare al terzo tempo del processo di discernimento, mi sembra necessario ricordare che la validità del discernimento delle mozioni, di cui abbiamo soprattutto parlato in questa seconda tappa, non è condizionata dall’esatta conoscenza della causa delle mozioni, quasi che non si debba procedere alla scelta fino a tanto che non risulti chiara l’origine divina della mozione e che l’ignoranza circa la causa della mozioni pregiudichi il giudizio sulla mozione stessa. Più che insistere sull’identificazione della causa e sull’origine delle mozioni interiori o sull’identificazione di ciò che è giusto o sbagliato in astratto e in modo teorico, nel discernimento spirituale si tratta di fissare l’attenzione sugli effetti delle mozioni stesse per cogliere che cosa l’uomo debba operare nella specifica situazione nella quale si trova, se cioè debba accettare e seguire oppure rifiutare e contrastare queste mozioni. Pertanto, il discernimento spirituale riguarda immediatamente la qualità morale dell’azione da porre nel concreto dell’esistenza e la persona nel suo dinamismo spirituale. Per questo il discernimento spirituale non si esaurisce con il discernimento delle mozioni: il discernimento delle mozioni, come abbiamo visto, si apre al discernimento operativo.

c) Scegliere: il momento della libertà, della decisione, della volontà

 È questa precisamente la tappa finale di tutto il processo di discernimento, è il momento nel quale la Parola di Dio viene interiorizzata dall’uomo e fatta propria, senza edulcorarla o impoverirla, ed è il momento della divinizzazione della libertà dell’uomo, che sceglie quello che a Dio è più gradito con un atto a un tempo pienamente libero e soprannaturale. In base ai dati precedentemente raccolti e analizzati si danno fondamentalmente due tipi di impostazione della decisioneche l’uomo prende sotto l’azione dello Spirito: il primo presuppone dati che lo inducono a una scelta tra bene e male, tra opzioni alternative; il secondo presuppone dati che possono essere di uguale segno positivo, ma necessitano la scelta del “bene maggiore” oppure la scelta del “giusto mezzo” o della loro integrazione e ordinazione, secondo una retta scala di valori o di priorità. In questo secondo caso il discernimento operativo si pone come ricerca del “meglio” o come esercizio della discrezione e della “mediocritas”, come operazione equilibratrice e integrativa di realtà di diverso ordine e valore.

Tuttavia, in entrambi i casi, sia in quello della scelta dell’“o... o...” che in quello della scelta dell’“e... e...”, si presuppone da chi è chiamato a discernere, oltre alla scelta come criterio di base del “più” o di “quello che meglio conduce al fine”, anche una retta collocazione di se stesso di fronte alla percezione della consolazione o desolazione nella quale si viene a trovare: che cosa deve fare colui che avverte di essere in desolazione? E che cosa deve fare o evitare di fare chi avverte di essere in consolazione? Molte regole di discernimento vogliono precisamente aiutare il soggetto che desidera compiere ciò che a Dio è più gradito a trovare il comportamento migliore da tenere nelle diverse situazioni.

A chi è in desolazione[22] generalmente si raccomanda di non prendere decisioni, di procrastinare più che si può la scelta, di non recedere dalle decisioni prese precedentemente in tempo di consolazione; piuttosto si raccomanda di cambiare se stessi, di opporsi alla desolazione – cioè di reagire in direzione opposta a quella suggerita dallo stato d’animo –, di insistere nella fiducia in Dio che non abbandona mai nessuno, di pensare di poter operare molto con la grazia di Dio, di gestire il momento negativo attraverso un saggio esercizio della pazienza e di attesa della futura consolazione e di analizzare i motivi che possono averlo indotto nello stato di desolazione e i fini per cui Dio può permettere tale stato (colpe nostre? aiuto a prendere coscienza di chi siamo e di quanto valiamo per noi stessi? prova per esercitare l’umiltà e crescere in essa?...).

A chi, invece, viene a trovarsi in consolazione[23] si consiglia di umiliarsi nel ricordo di quanto poco valga senza la grazia di Dio, di pensare alla desolazione che probabilmente arriverà in un futuro più o meno lontano in modo tale da non esaltarsi nelle prospere situazioni come non ci si deve abbattere nelle situazioni avverse, e di saper approfittare del momento favorevole per... mettere legna in cascina, cioè per fare provviste in previsione del tempo... delle vacche magre. Si tratta, in fondo di trovare l’equilibrio, il “giusto mezzo”, quella posizione nella quale è più facile operare l’integrazione e l’armonizzazione di tutto, valorizzando il positivo in una visione sintetica e unitaria come è proprio di un discernimento spirituale rettamente condotto.

Circa la maturazione della scelta da operare mi sembra importante tenere presente che il discernimento operativo matura attraverso un itinerario segnato da scelte successive, procedendo secondo un ritmo dal fine al mezzo e dall’universale al particolare. Si tratta anche di scelte progressivamente sempre più incarnate e secondo un ritmo dall’interno all’esterno. La scelta del che cosa fare in concreto per Cristo e il suo regno (per esempio la scelta dello stato di vita), di quello che nel concreto è più gradito a Dio, presuppone la scelta dello stile di vita adottato da Cristo, la scelta del come vivere che è proprio di Cristo. Questa scelta, a sua volta, comporta la scelta del chi, della persona di Cristo: si tratta della scelta di seguire Cristo, di stare con lui, di servirlo assumendo fino in fondo le esigenze della fede e del battesimo.

chi – come – che cosa: l’ultima scelta concreta ed esistenziale, quella del “che cosa fare qui e oggi?”, deve essere vista come un’incarnazione, direi come un sacramento, del come e del chi, del come condurre evangelicamente la propria esistenza e della persona su cui giocare la propria vita. Numerose volte non si capisce il che cosa si deve fare e il discernimento non raggiunge l’obiettivo di conoscere ciò che è più gradito a Dio per metterlo in atto, proprio perché non si è scelto con decisione il come. La spiritualità sta dalla parte dell’avverbio piuttosto che dalla parte del verbo o del sostantivo: non importa tanto quello che si fa, quanto piuttosto come si fa. La spiritualità è una questione di stile! Analogamente, è impossibile un vero come evangelico senza la scelta fondamentale del chi, della persona, se non partendo dalla persona di Cristo, se non – in ultima analisi – in un contesto di amore e di relazione interpersonale con lui. Anche per questo motivo il criterio dell’amore è decisivo.

Sono le realtà interne quelle da cui deriva l’efficacia per quelle più esterne. La scelta del che cosa è più esterna della scelta del come, e similmente la scelta del come, a sua volta, è più esterna ed è “sacramento” della scelta del chi.

Pertanto, se non si è innamorati di Cristo, ogni altro amore – fosse per la chiesa, per un ragazzo o una ragazza, per un’impresa, per i poveri, per gli ammalati, per gli emarginati, ecc. – rimane inefficace e sterile o, almeno, non può essere vissuto come pienamente appagante l’uomo che desidera di unirsi sempre più al Signore attraverso l’esercizio della propria libertà corroborata dall’azione dello Spirito Santo.

Conclusione

 Innumerevoli sono le regole e i consigli che l’esperienza della chiesa e, nella chiesa, dei santi pastori e dottori, alla luce della rivelazione di Dio, ci possono essere offerti per concludere il discernimento spirituale con una scelta retta di ciò che nel concreto è più gradito a Dio. Di fronte a questa ricchezza e complessità non mi è difficile capire benissimo e facilmente condividere quanto Ignazio di Loyola scriveva nella conclusione della famosa lettera sul discernimento spirituale a suor Teresa Rajadell del 18 giugno 1536 da Venezia[24]: “Abbiamo toccato questioni, su cui non è possibile scrivere almeno senza entrare in considerevoli sviluppi e, ciò, nonostante, resterebbero cose che è meglio lasciar sentire che spiegare, specialmente per lettera”. Non posso evidentemente dire al lettore ciò che il santo aggiungeva a suor Teresa Rajadell immediatamente dopo: “Se così piace al Signore Nostro, spero che presto ci rivedremo costì e potremo trattare allora più a fondo alcune cose”.

Almeno, però, mi sia lecito sperare che il lettore abbia la possibilità di operare l’approfondimento necessario con l’aiuto di qualche direttore spirituale o persona amica, e, soprattutto, mi sia lecito concludere con le stesse parole conclusive della lettera di sant’Ignazio:“Termino, pregando la santissima Trinità che la per la sua infinita e somma bontà ci dia grazia abbondante perché sentiamo la sua santissima volontà e la compiamo interamente”.

Maurizio Costa

docente di Teologia spirituale presso la Pontificia Università Gregoriana, Roma

Sommario

 La ricerca della volontà di Dio nel concreto della propria esistenza richiede la messa a punto di un metodo che esige alcune fondamentali premesse, senza le quali il senso stesso dei criteri e delle regole di discernimento sarebbe facilmente distorto. L’autore procede attraverso un duplice passo: in una prima parte (premesse), insieme a una necessaria chiarificazione di termini che aiutano anche a delimitare bene il campo dell’analisi, vengono evidenziate le note, le conoscenze e le norme che riguardano la retta impostazione del discernimento spirituale e viene sottolineata l’importanza dell’affettività nel processo del discernimento spirituale; in una seconda parte (metodologia) si affrontano più direttamente i criteri da usare e le regole da osservare nella maturazione e nell’itinerario stesso del discernere. Seguendo le tre tappe fondamentali del “sentire”, del “giudicare” e dello “scegliere”, corrispondenti ai momenti della memoria, dell’intelletto e della volontà, vengono raccolti e richiamati i principali criteri e le regole che generalmente sono di maggiore aiuto a chi è chiamato ad affrontare un processo di discernimento, distinguendo quelli che maggiormente interessano il “discernimento delle mozioni” da quelli che riguardano piuttosto il “discernimento operativo”, da vedersi sempre, tuttavia, entrambi come momenti di un’unica esperienza.   

 

 NOTA BIBLIOGRAFICA

 Tra i testi classici segnaliamo soprattutto: Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali (soprattutto nn. 1-20. 169-189. 313-336. 337-370); A. Gagliardi, Sul discernimento degli spiriti, Edizioni Apostolato della Preghiera, Roma 2000.

Tra i lavori e gli studi più recentici sembrano degni di essere ricordati come particolarmente utili per approfondire il nostro specifico tema dell’arte del discernere, specialmente quello che riguarda le note metodologiche del processo di discernimento, i criteri e le regole di discernimento: G. Angelini, Le ragioni della scelta, Qiqajon, Magnano (Biella) 1997; M. Costa, Direzione spirituale e discernimento, Edizioni Apostolato della Preghiera, Roma 19984; Idem, Sentire, giudicare e scegliere nello Spirito, CVX, Roma 1995; AA.VV., Il discernimento del cristiano, oggi, FIES, Roma 1984 (soprattutto gli interventi di I. de La Potterie e F. Rossi de Gasperis); S. Fausti, Occasione o tentazione? Arte di discernere e decidere, Àncora, Milano 1997; E. Fortunato, Discernere con Francesco d’Assisi, Messaggero, Padova 1997; Th. Green, Aprirsi a Dio, CVX, Roma 1990, pp. 45-55 [cap. III: La rilevanza della preghiera: il discernimento]; Idem, Il grano e la zizzania. Discernimento: punto d’incontro tra preghiera e azione, CVX, Roma 1992; C.M. Martini e coll., Il Vangelo per la tua libertà. L’itinerario vocazionale del gruppo “Samuele”, Àncora, Milano 1991; Idem, Conoscersi, decidersi, giocarsi. Gli incontri dell’ora undecima, CVX, Roma 1993; S. Rendina, Mozioni e discernimento negli Esercizi spirituali, in “Mozioni spirituali” e “discernimento” negli Esercizi spirituali, CIS (Appunti di Spiritualità 50), Napoli 2000, pp. 7-60; Idem, Il discernimento operativo o elezione, in L’elezione negli Esercizi spirituali, CIS (Appunti di Spiritualità 53), Napoli 2001, pp. 7-44; M. Ruiz Jurado, Il discernimento spirituale. Teologia, storia, pratica, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 1997; M.I. Rupnik, Il discernimento. Parte prima: verso il gusto di Dio, Lipa, Roma 2000; Idem, Il discernimento. Parte seconda: come rimanere con Cristo, Lipa, Roma 2001; P. Schiavone, Il discernimento evangelico oggi, ESUR-CIS, Messina-Roma 1988.


[1] Cf., per esempio, le tensioni tra carisma e istituzione, tra persona e comunità, tra progetto e libertà, tra aggiornamento/adattamento/inculturazione e fedeltà, tra impegno comunitario e impegno apostolico, tra pazienza e crescita, tra passività e attività, tra abbandono alla divina provvidenza e cooperazione umana, ecc.

[2] S. Rendina, Mozioni e discernimento negli Esercizi spirituali, in “Mozioni spirituali” e “discernimento” negli Esercizi spirituali, CIS (Appunti di Spiritualità 50), Napoli 2000, p. 29.

[3]Rendina, Mozioni e discernimento..., op. cit., p.31.

[4] Nella nostra trattazione limitiamo l’analisi al solo discernimento spirituale personale. Il discernimento spirituale comunitario comporta tutta una serie di considerazioni, sia circa le premesse che circa la metodologia, che ci porterebbero lontano e amplierebbero troppo il discorso.

[5] Per esempio Rendina, Mozioni e discernimento..., op. cit.

[6] Nella luce di questa distinzione tra “discernimento operativo” e “discernimento delle mozioni” si potrebbe spiegare la distinzione tra “discernimento spirituale” e “discernimento degli spiriti” che, però, potrebbe essere portata anche per sottolineare non tanto la differenza tra il “tutto” e la “parte” di un processo di discernimento, quanto piuttosto anche la differenza tra la considerazione della stessa realtà vista dal punto di vista del soggetto (“spirituale” detto per sottolineare il primato dello Spirito Santo sopra l’azione dell’uomo) o dal punto di vista dell’oggetto (“degli spiriti” detto per indicare quei particolari oggetti circa i quali si opera il discernimento distinti dall’oggetto che propriamente si vuol discernere, cioè la volontà di Dio da conoscere, amare e scegliere nel concreto della propria esistenza qui e ora). Talora, invece, nel distinguere “discernimento spirituale” e “discernimento degli spiriti”, si attribuisce al primo termine un senso generico per riservare al secondo un significato specifico in quanto connotante un particolare modo di raggiungere la decisione della volontà di Dio, cioè “attraverso l’esperienza delle consolazioni e desolazioni e attraverso l’esperienza del discernimento dei diversi spiriti” (Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, Secondo tempo di elezione, [175]) piuttosto che attraverso la via più tranquilla e razionale del Terzo tempo di elezione.

[7] Cf. supra p.2oppure anche semplicemente, per esempio, C.M. Martini: “Discernimento è un giudizio prudenziale sulla nostra affettività religiosa in quanto strumento e luogo di mediazione corporea della grazia invisibile” (Il cristiano, uomo guidato dallo Spirito Santo, in I laici e lo Spirito Santo, Atti del Convegno Interregionale della FIES Alta Italia Milano 3-4 febbraio 1984, Milano 1984, p. 15).

[8] Per la differenza tra gli Esercizi spirituali visti come esperienza e gli Esercizi spirituali visti come pratica, cf. M. Costa, Esercizi spirituali: pratica o esperienza?, in “Ministero pastorale” 4 (1974), pp. 323-330.

[9] Cf. il titolo che Ignazio di Loyola pone alle Regole del discernimento degli spiriti nei suoi Esercizi spirituali: “Regole per sentire e riconoscere in qualche modo le varie mozioni che si producono nell’anima, per accogliere le buone e respingere le cattive” [313].

[10] Per quest’ultimo argomento rimando al mio studio: “Fare-la-volontà-di-Dio” e senso del Mistero, in F. Imoda (ed.), Antropologia interdisciplinare e formazione, Dehoniane, Bologna 1997, pp. 353-370.

[11] Cf. C.M. Martini, Dio educa il suo popolo, programma pastorale per l’anno 1987-88, Centro Ambrosiano, Milano 1987, pp. 25-26.

[12] “Il processo di discernimento che il cristiano è chiamato a fare non può mai riguardare il fine. Potrà riguardare la scelta dei mezzi mediante i quali l’uomo è introdotto progressivamente a vivere quella totalità. È quindi soltanto a partire dalla contemplazione della pienezza di quel fine che è possibile cogliere il significato del discernimento e anche il suo valore permanente”: Martini, Il cristiano, uomo guidato..., op. cit., p. 21.

[13] Mi sembra significativo il fatto che a questo proposito, almeno da parte di persone impegnate dal punto di vista cristiano e soprattutto da parte di sacerdoti, di persone consacrate e dei loro vescovi o superiori/e maggiori, non si tiri in ballo il divorzio per la persona sposata: evidentemente a un’analisi puramente socioculturale sembrerebbe che il valore della perpetuità del sacerdozio e della consacrazione religiosa (dei voti e dell’appartenenza all’istituto) sia minore rispetto al valore attribuito all’indissolubilità del matrimonio e, conseguentemente, si esiga una fedeltà più piena da parte del coniuge verso l’altro che da parte del sacerdote verso Dio e la chiesa o della persona consacrata verso Dio e l’istituto di appartenenza. È facile che in questo si insinui una confusione tra la fedeltà dei soggetti in questione e i poteri che la chiesa crede di avere nei riguardi del loro matrimonio, o del loro sacerdozio, o della loro consacrazione religiosa. Il fatto che la chiesa abbia maggiori poteri riguardo alla condizione di ultimi, rispetto alla condizione degli sposi, non significa e non comporta necessariamente che si debbano dare, da parte delle persone direttamente interessate nelle diverse situazioni, delle differenze quanto alla fedeltà per la scelta immutabile già operata.

[14] Cf. il mio studio Sentire, giudicare, scegliere nello Spirito, CVX,Roma 1995, soprattutto pp. 51-57.

[15] “...esaminate ogni cosa,...”: 1Ts 5,21.

[16]Potremmo individuare tre diversi tipi di affettività o livelli di sentire: “a) il primo sentire” l’abbiamo in comune con gli animali: se ricevo una puntura di spillo o una carezza, ho rispettivamente una reazione di dissonanza o di consonanza analoga a quella che potrebbe avere il mio gatto se parimenti fosse punto o ricevesse una carezza; b) c’è poi un secondo sentire” che ha l’uomo solo e non ha invece l’animale: di fronte a un quadro d’arte o a uno sgorbio, di fronte a un canto del Paradiso di Dante o a certi miei scritti, di fronte a una sinfonia di Beethoven o al fracasso di un corteo di scioperanti, ho nel mio spirito una reazione di consonanza-consolazione o di dissonanza-desolazione che è legata alla struttura spirituale dell’uomo. C’è un’affettività della memoria, dell’intelletto e della volontà che non va affatto confusa con l’emotività più superficiale che abbiamo in comune con gli animali o si piazza al semplice livello sensibile esterno, ma raggiunge l’uomo a un livello più profondo; c) quando l’agente è soprannaturale, viene messa in moto la mia affettività più profonda, quella spirituale-soprannaturale, quella della consolazione e della desolazione spirituale di cui parla sant’Ignazio negli Esercizi spirituali. Non è sempre facile distinguere se si tratta di una mozione sensibile o intelligibile oppure spirituale. Questo presuppone un lungo esercizio di educazione, che si attua soprattutto attraverso un continuo processo di interiorizzazione intesa non come ripiegamento su di sé, ma come un andare al “cuore”, all’“io”, al centro della propria persona. A questo vogliono educare tutti gli esercizi ignaziani che, attraverso l’itinerario dei diversi contenuti, portano l’esercitante a passare da un piano più oggettivo sempre più al centro del proprio io”: Costa, Sentire, giudicare, scegliere..., op. cit., pp. 53-54.

[17] Cf. Rendina, Mozioni e discernimento..., op. cit., pp.35-36.

[18]Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 32.

[19] Cf. C.M. Martini, In principio la Parola, lettera per l’anno pastorale 1981-82, Elle Di Ci - Centro Ambrosiano, Torino - Milano 1981; Idem, La Parola di Dio e gli Esercizi spirituali, conferenza pubblicata in varie opere, come AA.VV., L’ascolto della Parola di Dio negli Esercizi, a cura della FIES, Elle Di Ci, Leumann (Torino) 1973, pp. 25-38, oppure in C.M. Martini, Parola di Dio e Vita dell’uomo, Edizioni Comunità di Vita Cristiana, Roma 1980, pp. 113-123; Idem, In religioso ascolto della Parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia, in C.M. Martini, Per una santità di popolo. Lettere, discorsi, interventi, Dehoniane, Bologna 1986, pp. 607-624.

[20]Negli Esercizi spirituali sono regole di discernimento non solo le due classiche serie di Regole per riconoscere gli spiriti (nn. 313-327 e 328-336), ma anche le Regole per distribuire le elemosine (nn. 337-344), le Note per riconoscere gli scrupoli (nn. 345-351) e le Regole ad sentiendum in Ecclesia (nn. 352-370).

[21] Per esempio: “È proprio dell’angelo cattivo, che si trasforma in angelo di luce, entrare con il punto di vista dell’anima fedele e uscire con il suo: suggerisce, cioè, pensieri buoni e santi, conformi a quell’anima retta, poi a poco a poco cerca di uscirne attirando l’anima ai suoi inganni occulti e ai suoi perversi disegni” (Esercizi spirituali, n. 332).

[22] Cf., per esempio, nelle regole ignaziane degli Esercizi spirituali, le regole 5-9 della prima serie (Esercizi spirituali, nn. 318-322).

[23] Cf. le regole 10-11 della prima serie (Esercizi spirituali, nn. 323-324).

[24]Ignazio di Loyola, Lettera a Teresa Rajadell (Venezia, 18 giugno 1536), in Monumenta Ignatiana I. Epistulae et instructiones [1524-1548], Romae 1964, p. 107.

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