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EBRAISMO
Editoriale

Noi europei, e in modo particolare noi cristiani,
abbiamo imparato dagli ateniesi la democrazia, la filosofia,
la matematica e anche l’agricoltura.
Dai romani il diritto, la giustizia, il senso della parola data.
Il popolo ebraico ci ha insegnato tutto il resto, cioè l’essenziale:
ci ha insegnato chi è Dio.

(André Frossard)

è possibile definire l’ebraismo? Una domanda che torna spesso nelle pagine di questo numero di «CredereOggi». Non basta dire che l’ebraismo è una religione, eppure non si può nemmeno affermare che il fattore religioso sia irrilevante per comprenderlo. è una cultura, o forse, meglio, una pluriforme e diversificata cultura, adattatasi ai paesi in cui gli ebrei si sono trovati a dover vivere. La diaspora, la dispersione dell’unico popolo di Israele, è la cifra emblematica della vicenda storica e teologica dell’ebraismo: la terra rimane sempre «promessa» ad un popolo reso tale esclusivamente dalla forza dell’alleanza con Dio. Il trinomio Torà - popolo - terra, rappresenta perciò il segno identificativo dell’ebraismo – come ci illustra l’articolo di P. Stefani –, esso contiene le tre costanti che nel flusso degli eventi mantengono l’originalità e la continuità dell’ebraismo stesso.

Il popolo ebraico, unito dalle costanti appena menzionate, si è tuttavia «evoluto» in forme diverse, soprattutto negli ultimi mille anni. Si sono formate così le grandi tradizioni: quella sefardita, degli ebrei della penisola iberica, e quella askenazita, degli ebrei tedeschi e dell’europa centro-orientale. Gli ebrei italiani costituiscono una tradizione a sé stante: presenti in Italia ininterrottamente almeno dal II sec. a.e.v, danno vita a parecchie comunità, tra cui eccelle quella di Roma. Per tutto il Medioevo e il tempo della modernità gli ebrei dell’Europa hanno indubbiamente sofferto per la loro condizione di minoranza, aggravata spesso dall’intolleranza dei cristiani; nel contempo l’esigenza della separazione ne favoriva la coesione comunitaria e la salvaguardia dell’identità. Il tempo dell’emancipazione, iniziato col periodo dell’illuminismo e della rivoluzione francese, ha certo liberato gli ebrei dai pesanti gioghi e dalle restrizioni a cui erano sottoposti, ma è stato anche tragicamente smentito dalla shoah. Lo sterminio razziale ha macchiato il vecchio continente, dimentico dell’uguaglianza e della libertà di ogni essere umano e inebriato dai passi enormi sulla via del progresso e del prestigio delle nazioni.

Una questione capitale che oggi interessa trasversalmente l’ebraismo è proprio quella del suo futuro, in bilico tra quanti non ammettono innovazione (non tanto in questioni di credo, quanto nella pratica dell’halakàh, la normativa rituale-legale che regola la vita ebraica), e un cambiamento sempre più veloce in tutti gli aspetti della vita. Una tale spinta al cambiamento significa, per alcuni, adattamento – ma anche scelta individuale– nell’osservanza dei precetti (corrente del giudaismo reformed o progressive), per altri allontanamento dalla tradizione ricevuta da Dio, e perciò immutabile (ortodossia). La continuità pur nel cambiamento è promossa – a suo modo – dalla visione detta conservative, una via media che comunque si pone in alternativa all’ortodossia. Illuminismo ed emancipazione, come si vede, hanno perciò influito sulla compattezza dell’autocomprensione dell’ebraismo, portando a differenze a volte compatibili, altre volte inconciliabili tra loro, in quanto vengono oggi a toccare i fondamenti stessi dell’essere ebrei.

L’ebraismo è dunque sia un modo di pensare che un modo di vivere. Anzi soprattutto un modo di vivere, di relazionarsi a Dio, agli altri e a se stessi: «Gli ebrei – secondo il rabbino capo di Milano G. Laras – sono una realtà vivente, cioè uomini e donne che esistono nella loro dimensione umana e spirituale…Per cogliere la vocazione del popolo ebraico occorrerà sì scrutare le Scritture, ma occorrerà soprattutto ascoltare quello che il popolo ebraico dice di sé, osservare come vive, come ricorda, come e dove proietta la sua speranza». Parecchi autori di questo fascicolo vivono l’ebraismo dall’interno; con i loro contributi ci aiutano a conoscere questo millenario «modo di vivere» religioso e sociale che si pone alle basi della cultura occidentale e della stessa teologia cristiana. La storia dell’ebraismo, di cui si occupano ben quattro articoli, impegna la prima parte del fascicolo: ricordo e continuità con il passato che vive nell’oggi sono indispensabili per la comprensione del presente. Ci accompagnano nello studio dei grandi quadri storico-culturali autori di indiscussa competenza e chiarezza espositiva. P. Sacchi, esperto di letteratura intertestamentaria, presenta i vari movimenti dell’ebraismo dal VI sec a.C al I a.e.v.; E.L. Bartolini, espone il giudaismo rabbinico, l’ebraismo della «doppia Torà» (Scrittura e tradizione orale), sistematore e rifondatore dell’esperienza religiosa ebraica dopo la distruzione di Gerusalemme ad opera dei romani. G. Luzzatto Voghera si sofferma sulla svolta dell’emancipazione degli ebrei nella società moderna e ciò che ha comportato la fine della separazione delle comunità ebraiche europee dal resto dei cittadini. A. Luzzatto, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, completa il quadro storico illustrando le spinte ideali, religiose e politiche dell’ebraismo contemporaneo, nella difficile ricerca di un equilibrio fra assimilazione con il mondo circostante e preservazione della propria identità.

Nella seconda parte abbiamo scelto tre temi di grande portata che qualificano l’ebraismo e sui quali è sempre necessaria una sosta e un rinnovato approfondimento, per penetrare – per quanto è possibile– nell’anima stessa del fenomeno religioso e culturale oggetto del nostro studio.

Il contenuto dell’halakàh, ovvero il senso e il significato religioso dell’osservanza dei precetti (mizwoth), ci viene spiegato dal rabbino di Padova A.A. Locci. G. Tamani ci parla invece del peso e del ruolo del messianismo nella tradizione ebraica, attraverso un excursus tra i vari movimenti e personaggi che hanno tenuto desta la vigilanza del popolo in attesa del messia. Conclude l’esposizione tematica M. Perani proponendo una lettura della mistica giudaica nelle sue diverse forme e correnti: evidenzia soprattutto la profondità della tradizione della Qabbalàh, troppo spesso e a torto mal interpretata, confusa con una qualunque disciplina esoterica o magica.

Poiché l’argomento di questo numero è l’ebraismo inteso in se stesso, non abbiamo voluto inserire nella trattazione temi di comparazione con il cristianesimo o con altre religioni, né una trattazione esplicita dell’«ebraicità» di Gesù e dei suoi discepoli. Non potevamo, tuttavia, trascurare almeno un accenno ai rapporti tra cattolicesimo ed ebraismo. Nella rubrica Documentazione viene, perciò, proposta una rapida panoramica dei principali documenti della chiesa universale, a partire dal concilio Vaticano II, che si interessano al dialogo ebraico-cristiano. Dal decreto Nostra aetate in poi, non è più possibile per i cristiani accostarsi all’ebraismo come a una qualsiasi «altra religione»; esso viene riscoperto e approfondito come la radice santa, attraverso la quale tutto il mondo ha potuto accogliere e godere della rivelazione divina e delle promesse fatte ad Abramo.

Un’ultima precisazione sulla metodologia: si noterà una certa differenza da contributo a contributo nella translitterazione dei termini ebraici; si è inteso rispettare la grafia scelta da ogni autore, senza voler imporre una rigida uniformità.


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