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Globalizzazione e chiesa
Editoriale

I singoli e i gruppi organizzati anelano infatti a una vita piena e libera, degna dell'uomo,
che metta al proprio servizio tutto quanto il mondo oggi offre loro così abbondantemente.
Anche le nazioni si sforzano sempre più di raggiungere una certa comunità universale.
Stando così le cose, il mondo si presenta oggi potente a un tempo e debole,
capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della libertà o della schiavitù,
del progresso o del regresso, della fraternità o dell'odio.
Inoltre l'uomo prende coscienza che dipende da lui orientare bene le forze da lui stesso suscitate
e che possono schiacciarlo o servirgli.
Per questo si pone degli interrogativi.
(Gaudium et spes 9)

 

La globalizzazione non è un fenomeno recente, se ci riferiamo alla tensione profonda insita nell’umanità, quella spinta che da sempre pervade i popoli portandoli a espandere i loro mercati, i loro domini, le loro conoscenze e possibilità. Quello che tuttavia è estremamente nuovo nella storia del genere umano è che solo oggi, grazie allo sviluppo delle tecnologie del trasporto, delle comunicazioni e dell’economia, ciò che poteva essere un sogno per le precedenti generazioni, si va concretizzando sotto gli occhi degli attuali abitanti del pianeta terra. La rivoluzione industriale prima, quella digitale poi, hanno ormai portato a una contrazione tale del tempo e dello spazio per cui non è un’utopia, ma la quotidiana realtà, conoscere ciò che avviene in questo preciso istante a New York o tenere sotto controllo – in diretta – la borsa di Tokyo. Ci si è accorti però, al tramonto del millennio scorso e all’alba del nuovo, che il tanto atteso «villaggio globale» non si sta realizzando tale e quale alcuni lo preconizzavano. Anzi, più che in un villaggio ci troviamo immersi in una megalopoli globale, più simile a una giungla che a un riposante paesino in cui tutti si conoscono e interagiscono.

La megalopoli globale è una riproduzione ingrandita delle tante metropoli che costellano le carte geografiche dei paesi «in via di sviluppo» (eufemismo politically correct per non dover dire: attualmente sottosviluppati?). Come queste ultime, la città globale possiede un centro lindo e svettante di grattacieli ipermoderni, che proietta il cittadino o il visitatore nella convinzione di un futuro a portata di mano, di un benessere non solo raggiunto, ma ormai dato per scontato. Il centro cittadino è però circondato da una periferia che si estende a perdita d’occhio. In essa le condizioni di vita sono spesso ai limiti della tollerabilità, se non oltre. Il mondo di oggi, metropoli globalizzata, mette a contatto ravvicinato le sperequazioni economiche, culturali, sanitarie, tecnologiche che fino a pochi decenni fa potevano vivere nella reciproca ignoranza. Ora non più. Non possiamo dimenticare, inoltre, che nel centro abitiamo anche noi, autori e lettori di questo fascicolo. Ogni riflessione che faremo non può quindi prescindere dalla «posizione» a partire dalla quale si origina. È la posizione di chi si trova sul «lato vincente» della globalizzazione, ma è anche consapevole che, pur rimanendo nel salotto del proprio comodo appartamento, è in qualche modo parte in causa, responsabile della situazione di ingiustizia planetaria. Nessuno di noi può più agitare la scusa del «non sapevo». Come sostiene Z. Bauman: «Ciò non significa che la globalizzazione promuove insensibilità e indifferenza morale. Non c’è motivo per supporre che siamo diventati, o stiamo divenendo, meno sensibili dei nostri antenati al dolore umano. Piuttosto, sembra stia avvenendo esattamente il contrario. Tolleriamo il dolore sempre meno, persino la vista del dolore provato da altri, umani o animali... Molte forme di miseria umana, in passato accettate docilmente come inevitabili, normali e di fatto come elementi ineluttabili della vita umana, vengono considerate ora superflue e gratuite, ingiustificate o assolutamente offensive e soprattutto bisognose di un rimedio, di vendetta  e, se non è possibile, di compensi pecuniari». Il problema è che fra noi e la sofferenza degli altri c’è uno «schermo», non solo in senso figurato: c’è lo schermo del televisore o del monitor del computer, uno schermo che, se da una parte ci fa sentire immersi nelle difficoltà globali, ci fa anche sentire la nostra individuale impotenza a porvi rimedio. Lo stesso Bauman conclude «Tocca agli spettatori lottare per trasformarsi in attori e rispondere a questa domanda, essere essi stessi la risposta».

Questa lotta può e deve essere efficacemente sostenuta dalla chiesa cristiana che, fin dal suo nascere, si è sempre autocompresa come cattolica, universale, destinata a tutti i popoli e individui, desiderosa di far partecipare ogni uomo alla comunione con Dio, fino a raggiungere gli estremi confini del globo. La chiesa si descrive come «sacramento, ossia il segno e lo strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano» (LG 1) e in tal modo si qualifica come colei che indica, e al contempo inizia a realizzare, il regno di Dio: fa perciò costitutivamente parte della missione della chiesa il prendersi cura della «salvezza integrale» dell’umanità, in modo che la Parola annunciata sia anche Parola vissuta, Parola che si rende visibile nell’opera dei cristiani a livello individuale, sociale e strutturale, come azione incoativa del regno già operante nella storia e destinato a ogni uomo, senza esclusivismi.

 

Veniamo al percorso tracciato dagli articoli di questo numero della rivista. Il primo contributo (S. Morandini) dopo aver analizzato il termine «globalizzazione», delinea le sfide che essa pone soprattutto ai credenti: l’estensione su scala planetaria della solidarietà, come pratica di giustizia, di pace e di salvaguardia del creato, e insieme l’esigenza di un nuovo stile di cattolicità ecumenica, capace di vivere in modo nuovo la dialettica tra località e universalità, per porsi a servizio del mondo.

L’intervento filosofico di R. Mancini propone una «grammatica profonda con cui leggere il fenomeno sociale della globalizzazione», facendo emergere il senso di angoscia che pervade una società che tutto sacrifica alla logica del capitale e della competizione, e si rivela bisognosa di essere umanizzata.

L’articolo di S. Zamagni illustra i processi economici e politici in atto, a livello transnazionale, e dà una lettura di essi nella prospettiva di una globalizzazione che tenga al centro un’etica del bene comune.

Con gli strumenti della sociologia della religione, E. Pace affronta il problema delicato del rapporto fra le grandi religioni storiche e del loro ruolo nel mantenimento delle diverse identità minacciate dall’omologazione globale e dai flussi migratori. Quali scenari di convivenza si prospettano?

La necessità di un’etica della responsabilità è il fulcro dell’articolo di G. Piana. Essa dovrà applicarsi particolarmente ad aree-chiave, come l’economia e la gestione dell’informazione, ma prima di tutto esige, per diventare realizzabile, un profondo cambiamento di mentalità e di stili di vita.

All’interno dell’attuale «disordine di transizione» A. Papisca trova importanti segni di un nascente «diritto internazionale della persona umana», che deve far transitare il concetto di dignità umana dalla sfera dei valori a quella dei diritti riconosciuti e normati, nell’orizzonte di una «cittadinanza universale» inclusiva di ogni essere umano.

L’unità della famiglia umana è al centro anche della riflessione teologica di A. Toniolo che presenta il contributo del cristianesimo attraverso la rilettura delle categorie della teologia politica di J.B. Metz: nella memoria della sofferenza altrui, radicata nella memoria della croce, si può trovare il fondamento di una responsabilità universale, il punto di avvio di un’etica di pace.

Conclude la monografia l’intervento di C. Molari: Nuova cattolicità: essere chiesa nella globalizzazione. Per trovare un’anima che informi di sé la globalizzazione, rimane primario il richiamo all’agape, struttura portante della spiritualità cristiana. Le chiese cristiane sono l’avanguardia dell’umanità: «Paradigma di quella comunione tra i popoli che i profeti di varie religioni hanno da tempo vagheggiato e che ora l’umanità ha scoperto necessaria alla sua sopravvivenza».

Come documentazione viene offerta una ragionata e aggiornata antologia di testi ecclesiali sulla globalizzazione, curata da G. Quaranta.

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