Il rafforzamento dell’unione in seno al continente europeo stimola i cristiani a cooperare nel processo di integrazione e di riconciliazione attraverso un dialogo teologico, spirituale, etico e sociale. Infatti «nell’Europa in cammino verso l’unità politica possiamo forse ammettere che sia proprio la chiesa di Cristo un fattore di disunione e di discordia? Non sarebbe questo uno degli scandali più grandi del nostro tempo?».
(Ecclesia in Europa 119)
L’allargamento dell’Unione europea e l’attesa firma del trattato costituzionale, già dilazionata, hanno rimesso al centro dell’attenzione, in questi ultimi mesi, il dibattito sulle eredità culturali dell’Europa e sul ruolo delle religioni – segnatamente del cristianesimo – nel processo di costruzione della casa comune. L’anno scorso la pubblicazione dell’Esortazione apostolica Ecclesia in Europa aveva rilanciato con forza la richiesta avanzata dalla Santa Sede di riconoscere esplicitamente le «radici cristiane» nel proemio del trattato, richiesta che tuttavia non ha sortito il suo effetto. Qualcuno se ne rammarica, qualcuno approva. Non è questo il luogo per affrontare la questione, che rivela interessi legittimi, non solo religiosi però, ma anche politici.
E se è pur vero che l’Europa ha radici cristiane è anche vero, e non bisogna sottacerlo, che il cristianesimo non ha le sue radici in Europa. Il punto è che spesso si rischia di passare da un riconoscimento del contributo del cristianesimo per un vivere sociale basato su una «visione cristiana» storicamente attestata in Europa, a un evocare la cristianità del passato – un «sogno non ancora del tutto abbandonato?» – come possibile ispirazione di un’identità continentale che contraddistingua gli europei, una «religione civile» che sostenga e diffonda valori etici socialmente utili e di coesione nazionale (cf. l’interessante articolo di G. Ruggeri, Una religione civile europea?, in «Concilium» 2 [2004] 118-128). Scriveva B. Sorge commentando l’art. 37 della bozza della futura costituzione: «Mentre ci rallegriamo di questo riconoscimento, non possiamo nasconderci che esso può costituire anche un pericolo: quello, cioè, di ridurre il messaggio trascendente delle chiese a mera “religione civile”. Paradossalmente, il dovuto riconoscimento del ruolo sociale della religione e delle chiese impone ai credenti un impegno maggiore di autenticità e di profezia» (Editoriale, in «Popoli» 6/7 [2003]).
L’uomo religioso e il cittadino sono in realtà la stessa persona. L’intervento a due mani di R. De Vitae L. Nasici mostra che le religioni sono comunque veicoli forti di identità: bisogna imparare a farle interagire nello spazio pubblico in maniera non solo non conflittuale, ma costruttiva e collaborativa. La novità della situazione odierna non è data infatti dal prendere coscienza del pluralismo in quanto tale, ma dalla scoperta del valore positivo dell’altro, anche in ciò che lo contraddistingue rispetto a me.
Un altro campo di lavoro che si apre è perciò quello della tessitura dei rapporti fra identità, provenienze e religioni diverse. È in atto un cambiamento del rapporto tra l’Europa e le religioni; forme e fattori di un tale cambiamento, che coinvolge politica e diritto, sono analizzati nel contributo di M. Ventura. Difficilmente si trova chi oggi non sia a favore dell’«integrazione», della «conoscenza reciproca» e del «dialogo». Ma queste parole, anche in campo ecclesiale, hanno una pluralità di significati e di sfumature per niente trascurabile. Conoscenza degli altri e integrazione vera non significa misconoscere le differenze e rinunciare alle proprie convinzioni. Su questo terreno, gli «altri», gli immigrati da paesi che non sono stati segnati dalla modernità e dal pensiero postmoderno, non soffrono del relativismo e della sfiducia nella verità che aleggia sugli abitanti di un’Europa benestante, ma incapace di riconoscere se stessa ed essere cosciente della propria storia e dei propri valori.
La libertà di coscienza e il diritto alla libertà religiosa (A. Pellegrini) sono a fondamento della riconciliazione e della convivenza in un’Europa che nella sua storia ha dovuto sorbire più volte il veleno delle «guerre di religione» (con la conseguente ricerca dell’antidoto della secolarizzazione). Convivenza delle religioni significa oggi però anche libera concorrenza delle medesime. Non si può invocare un’atmosfera democratica e pluralista per le religioni, senza poi tener conto dei normali effetti di essa. La democrazia e il pluralismo prevedono non solo, come si suol dire, la molteplicità e la pacifica compresenza delle forme di pensiero e delle forme religiose sulla pubblica piazza, ma anche la loro leale e necessaria competizione, non fosse altro che per la legittima sopravvivenza. Pare, anzi, che sociologicamente questa libera concorrenza, non coartata dallo stato, sia addirittura positiva per quanto riguarda la pratica religiosa, benché ciò non sia automaticamente trasponibile sul piano qualitativo (cf. la tesi di R. Stark e M. Introvigne in Dio è tornato, Piemme, Casale M. 2003). Le regole del convivere democratico, da tutti accettate, sono la cornice di parità che permette alle varie religioni di presentarsi al pubblico, senza dissimulare le diversità e i rispettivi messaggi, nel modo più efficace possibile, dando aperta testimonianza alle proprie credenze e visioni del mondo. Non possiamo nasconderci infatti che, almeno due delle tre religioni monoteistiche rappresentate in Europa, cristianesimo e islam, sono – e non possono che rimanere – per natura missionarie, nativamente orientate a offrire una verità che richiede l’adesione totale della persona interpellata. Pluralismo dialogico e «nuova evangelizzazione» si stagliano così in primo piano nell’agenda delle chiese europee che, senza tradire le proprie origini e l’essenziale dell’annuncio cristiano, devono ripensarsi e ricollocarsi in uno scenario socio-politico che cambia sotto i loro occhi ed esige nuovi modi di proporre l’offerta religiosa di senso e di valori trascendenti. Ancora più necessario è elaborare una risposta teologica e condivisa tra i cristiani alla domanda sul senso delle religioni e il loro specifico valore, questione ineludibile posta dalla teologia delle religioni e per il momento non risolta in maniera organica.
La chiarezza e il presentarsi per quello che si è, lungi dall’intralciare il dialogo (che per il cristiano non può essere mai revocato, neppure dalla mancanza di reciprocità), rappresenta, in ogni caso, il substrato necessario per un incontro reale e leale con l’altro. L’articolo di A. Rizzi sulla cultura del dialogo propone a riguardo riflessioni illuminanti.
Il percorso di questo numero di «CredereOggi», che inizia con le coordinate storiche offerte dagli articoli di F. Cardini (l’apporto cristiano alla nascita dell’Europa) e di M.Elsheikh (gli elementi di cultura e civiltà donati all’Europa dall’islam), e si sofferma – come già accennato – sui problemi sociali e giuridici del dialogo e dell’integrazione,tocca questioni propriamente teologiche: l’articolo di G. Pasquale ci mostra la prospettiva della teologia cristiana della storia applicata alla vicenda del vecchio continente, I. Sanna riflette sulla centralità di Cristo per il futuro dell’Europa ed espone sinteticamente i punti nodali che emergono dalla recente Esortazione apostolica Ecclesia in Europa. Nella documentazione, infine, offriamo ai lettori l’interessante conferenza dal titolo:Europa: i suoi fondamenti spirituali ieri, oggi e domani recentemente tenuta dal card. J. Ratzinger nella sede del Senato italiano. Le reazioni e i commenti che sta suscitando potranno essere così contestualizzati e confrontati con il testo alla mano.