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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario


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Condividere la luce della fede
Editoriale

Voi siete la luce del mondo;
 non può restare nascosta una città collocata sopra un monte,
né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio,
ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.

(Mt 5,14-15)

La nostra rivista dedica questo numero a un approfondimento sulla comunicazione della fede a cui ci sollecita il cammino della chiesa italiana, incentrato per il presente decennio su:Comunicare il vangelo in un mondo che cambia (= OP).

Troviamo scritto negli orientamenti pastorali dei vescovi italiani: «Comunicare il vangelo è il compito fondamentale della chiesa[...]. Il vangelo è il più grande dono di cui dispongano i cristiani. Perciò essi devono condividerlo con tutti gli uomini e le donne che sono alla ricerca di ragioni per vivere, di una pienezza della vita» (OP 32). A ben vedere, per la prima lettera di Giovanni, comunicare la buona notizia di Gesù più che un compito è una gioia: «Noi lo annunziamo anche a voi... perché la nostra gioia sia perfetta» (1Gv 1,3-4). Far partecipare altri alla fede che gode della comunione con Dio è innanzitutto essere collaboratori della loro gioia (cf. 1Cor 1,24), non banditori per dovere di un messaggio divino. Per questo il titolo del numero sottolinea che per comunicare la fede è discriminante il comunicare nella fede: prima che interrogarsi sulle modalità, sulle capacità e i linguaggi, bisogna verificare di essere immersinella fede, di aver «veduto e toccato» per poter essere credibili testimoni, piuttosto che maestri eruditi (questo tema è sviluppato da S. Lanza). La fede – è vero – nasce come dono dello Spirito Santo, è lui che la infonde nel cuore apportando la testimonianza interiore, ma il ruolo dell’apostolo, dell’inviato, non è facoltativo; il testimone della fede èpneumatoforo, porta lo Spirito in sé, e come candela che illumina e arde – se davvero la fiamma è accesa – non può far altro che comunicare a quanti gli si accostano il fuoco che è in lui.

Il percorso della comunicazione del vangelo scorre tra due argini che ne segnano l’alveo: da una parte la necessità di preservare e presentare il messaggio originale di Gesù Cristo, consegnare la rivelazione che non può essere mutata anche quando è scomoda e dura; dall’altra parte ci si rende conto ormai che il mondo ha iniziato a correre, che i cambiamenti culturali non avvengono più con l’orologio dei secoli, al cui passo la chiesa era abituata, ma con il cronometro dell’accelerazione esponenziale. Ciò costringe la comunità cristiana a un passo di marcia che la fa arrancare affannosamente sui sentieri del mondo che cambia in fretta.

Per l’evangelizzazione sono dunque necessariedue attenzioni tra loro complementari: «La prima consiste nello sforzo di metterci in ascolto della cultura del nostromondo, per discernere i semi del Verbo già presenti in essa, anche al di là dei confini visibili della chiesa. Ascoltare le attese più intime dei nostri contemporanei, prenderne sul serio desideri e ricerche, cercare di capire che cosa fa ardere i loro cuori e cosa invece suscita in loro paura e diffidenza, è importante per poterci fare servi della loro gioia e della loro speranza» (OP 34). Le scienze della comunicazione ci hanno insegnato che non basta confezionare un ottimo messaggio, progettarlo e «trasmetterlo» perché è «proprio quello che ci vuole». Per prima cosa bisogna ascoltare i bisogni percepiti e formulati dai potenziali riceventi. Conoscere e comprendere dove sono, come stanno vivendo, che cosa sperano i destinatari dell’annuncio è essenziale, per non rischiare di parlare invano. Ma l’attenzione a ciò che emerge da questa ricerca dell’uomo non significa rinunciare alla differenza cristiana, alla trascendenza del vangelo, per acquiescenza alle attese più immediate di un’epoca o di una cultura. «Vi è una novità irriducibiledel messaggio cristiano: pur additando un cammino di piena umanizzazione, esso non si limita a proporre un mero umanesimo. Gesù Cristo è venuto a renderci partecipi della vita divina, di quella che felicemente è stata chiamata “l’umanità di Dio”. Il Signore ci ha fatti annunciatori della sua vita rivelata agli uomini e non possiamo misurare con criteri mondani l’annuncio che siamo chiamati a fare. In certi momenti il vangelo è duro, impopolare, perché duri sono i cuori degli uomini – i nostri, a volte, più di quelli degli altri –, bisognosi di essere ricondotti sulla via della vita per aprirsi al dono di una nuova e più piena umanità» (OP 35).

Questa duplice attenzione evidenzia la paradossalità dell’esperienza cristiana, i cristiani sono chiamati a trasmettere la differenza evangelica nella storia: inculturare il vangelo e insieme trasfigurare la cultura. Il punto è che la comunicazione efficace della fede può avvenire solo se i messaggeri vivono nella fede che annunciano. Per dirla con in linguaggio del marketing: chi è davvero certo che un prodotto (o un’idea) sia il migliore, ne diventa perciò stesso promotore.

Comunicare la fede resta una «faccenda pericolosa»: non si può pensare di «contagiare il mondo» senza rimanere per primi colpiti dai «germi» evangelici. Troppe volte, quando si disserta sulla comunicazione la si intende ancora come trasmissione di un’informazione, di un buon annuncio, invece che in termini di condivisione, di partecipazione a un mondo comune di significati e valori che strutturano l’esperienza e la comprensione profonda della vita (cf. l’articolo diC.Cibien): forse dovremmo riflettere sul fatto che anche le malattie infettive si «trasmettono»: se iniziassimo a considerare in questi termini anche la diffusione del vangelo, inizieremmo a capire meglio come mai oggi si sia riscoperta l’importanza della «prossimità», della comunicazione in presenza, del coinvolgimento personale e non si possa più insistere su un «asettico» trasmettere il vangelo come contenuto intellettuale o morale che, in realtà, non fa nient’altro che «vaccinare» i recettori, soprattutto gli adulti.

Se infatti diamo uno sguardo alle indagini sociologiche ci rendiamo conto come in Italia – secondo i dati Eurispes dell’aprile 2004 – la fede rischi di passare per una «cosa da ragazzi»: man mano che si cresce viene abbandonata non solo la pratica religiosa, ma lo stesso sentimento di fede; così se l’81,2% dei bambini di 7-11 anni si dice credente e tra i 12 e i 14 lo sono ancora l’80,6% tra i 15 e i 19 anni si registra un crollo al 67,3%. Un andamento simile si verifica per la frequenza al culto. È interessante rilevare come per oltre il 30% degli adolescenti le ragioni di tale frequenza siano poi estranee alla fede: si va in chiesa perché si deve o perché si usa così, per far contenti i genitori o, in piccola percentuale, per incontrare amici. Resiste per oltre un quarto dei giovani praticanti, come motivo del recarsi in chiesa, il dover ricevere un sacramento. Quando vengono a mancare questi «supporti» (pressioni sociali?) anche la fede inizia però a evaporare. Paradossalmente si nasce credenti cristiani e si diventa piano piano pagani e non credenti... Non è casuale la preoccupazione dei pastori italiani per «il crescente analfabetismo religioso delle giovani generazioni, per tanti versi ben disposte e generose, ma spesso non adeguatamente formate all’essenziale dell’esperienza cristiana e ancor meno a una fede capace di farsi cultura e di avere un impatto sulla storia» (OP 40).

La diagnosi, anche a livello ecclesiale, è abbastanza chiara e dettagliata, come lo è la proposta di cambiamento, che insiste nel ripartire dal primo annuncio e da una seria ed esigente «iniziazione» alla fede (ce ne parla l’intervento di L. Meddi). Cosa manca? Forse il coraggio di abbandonare strutture comunicative, sociali e di potere ormai consolidate, e che – pur non funzionando più – sono diventate per una chiesa immersa in un mare culturale in cui non si trova a suo agio, come lo scoglio per la patella. La comunicazione della fede, nonostante progetti, piani e organizzazioni ha e avrà sempre bisogno di comunicatori coraggiosi, che vivano nella fede, cioè nell’abbandono fiducioso al Dio di Gesù Cristo di cui sono annunciatori. Il pericolo per la chiesa rimane il medesimo: mettersi al centro, occupare la scena, annunciare se stessa, magari inconsapevolmente, invece di chiamare tutti a radunarsi per ascoltare la novità del discorso di Gesù che scompiglia i piani, le carte e le cautele della comunicazione istituzionale (L. Bressan).

Gli stessi vescovi non si nascondono che le proposte pastorali fatte negli ultimi trent’anni, hanno costantemente ribadito la centralità dell’educazione alla fede e della sua comunicazione. Il progetto catechistico, l’impegno per il rinnovamento liturgico, con la sottolineatura della comunità quale soggetto dell’evangelizzazione, l’evidenziare il segno della carità come qualificante la missione cristiana. Eppure rimane la domanda che pretende una verifica: «La comunicazione delle proposte che abbiamo formulato, anche attraverso convegni e documenti, è stata comprensibile per la gente e ha saputo toccare il suo cuore? Coloro che sono gli strumenti vivi e vitali della traduzione degli orientamenti pastorali – sacerdoti, religiosi, operatori pastorali – si sono coinvolti in maniera corresponsabile e intelligente nel cammino delle loro chiese locali? E i singoli credenti stanno affrontando il loro cammino cristiano non individualisticamente, bensì nel contesto della comunità dei discepoli di Cristo, che è la chiesa? E noi vescovi abbiamo saputo dare gli impulsi necessari perché i nostri stessi orientamenti pastorali non restassero lettera morta?» (PO 44)

L’esame di coscienza non deve e non può riguardare la buona volontà degli sforzi di tanti cristiani impegnati in prima linea, non può riguardare neppure solo la scarsa dimestichezza con le nuove tecniche e l’uso di tecnologie che rendano più roboante la voce della chiesa. C’è bisogno di promuovere una conversione della teologia, che già sta avvenendo, non solo la «conversione pastorale» auspicata dai vescovi già dal convegno di Palermo del 1996: il discorso su Dio deve tornare ad elaborarsi e a esprimersi con le categorie e i linguaggi che gli sono più consoni, non in ogni tempo, ma in questo tempo. Non dimentichiamo la lezione di B. Lonergan che nel suo Metodo in teologia propone le ben note otto specializzazioni funzionali della scienza teologica: ricerca, interpretazione, storia, dialettica, fondazione, dottrina, sistematica, e finalmente comunicazione, coronamento di tutto il lavoro della riflessione sulla fede. È sempre il teologo canadese a rammentarci che è proprio della teologia il compito di mediazione tra la rivelazione cristiana soprannaturale e le culture umane. Non basta allora conoscere la Bibbia e i suoi generi letterari e narrativi, o i Padri e le loro omelie: è necessario uno studio profondo per riattivare quei linguaggi, ispirarsene nell’oggi, pur nelle mutate condizioni, non per riproporre contenuti e forme tradizionali, ma per ripristinare un collegamento di significati fra ciò che i cristiani credono, ciò che predicano e celebrano e ciò che vivono (cf. A. Ratti). Se la chiesa continuerà a essere percepita da molti (e comunicata) come un’istituzione religiosa, educativa, utile alla pubblica moralità e a consacrare le tappe di vita degli individui, sarà chiaro che non riavrà la forza attrattiva oggi tanto auspicata e desiderata. Questo non significa che si debba acriticamente lanciare sulle ultime novità tecnologiche: i mezzi elettronici di comunicazione sembrano oggi «l’arma segreta» per far breccia nelle coscienze di chi non va più in chiesa, ma può essere raggiunto in altro modo (senza tener conto del telecomando!). Anche i media però possiedono una grammatica e una sintassi che non si può ignorare (vedi l’articolo di W. Lobina), sono tutt’altro che «strumenti neutri», quanto piuttosto «lenti d’ingrandimento», che fanno risaltare l’incompetenza di chi non ne conosce le regole e ingigantiscono la noia procurata o, al contrario, suscitano attenzione, aumentando l’efficacia persuasiva di chi non è asservito al loro fascino. A proposito della frase del papa sui mezzi di comunicazione, per cui «non basta usarli per diffondere il messaggio cristiano, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa “nuova cultura” creata dalla comunicazione moderna» (Redemptoris missio 37), scriveva G. Canobbio: «Cosa questo significhi appare però difficile da precisare. Si può solo convenire che qui si colloca una delle sfide più provocanti dell’attuale cultura nei confronti della chiesa. E pensare di poter semplicemente usare questi mezzi senza rendersi conto della trasformazione antropologica che inducono significa essere ingenui... La sfida proposta da questi mezzi alla chiesa si vince se si riesce a usarli secondo natura, cioè secondo la loro natura di parabole capaci di incidere nell’immaginario collettivo degli uomini del nostro tempo e portarlo a conversione» (Chiesa e comunicazione: quali paradigmi di appartenenza e annuncio?, in «Vita e Pensiero» 84 [2001] 231-244).

Insieme alla cultura dei media, la cui conoscenza oggi è imprescindibile, la tradizione cristiana ci consegna comunque altri linguaggi, testati da secoli e in via di costante rivalutazione: quello variegato dell’arte (S. Babolin), epifania del mistero, e quello omiletico (R. White), perché la fede viene dall’ascolto (Rm 10,17). Anche questi richiedono attenzione e una buona dose di formazione (come ricorda a più riprese il direttorio della CEI: Comunicazione e missione, che presentiamo nella documentazione).

L’invito alla lettura conclude questo numero passando in rassegna spunti di bibliografia generale sulla comunicazione, la società e la cultura fino ad arrivare alle questioni più pertinenti al dialogo fra comunicazione, teologia e pastorale.


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