Guarite i malati che trovate, e dite loro :«Il regno di Dio ora è vicino a voi».
(Lc 10,9)
«Quando c’è la salute c’è tutto», recita l’antico adagio; oggi gli fa eco la prassi, per cui «per la salute si è disposti a tutto». La parola salute evoca in noi, abitatori del XXI secolo, spontaneamente significati che riguardano il benessere fisico e psichico: salute da conservare, salute da ricuperare, salute – comunque – nel senso di sanità. Questa dimensione dell’essere sani è tuttavia sempre minacciata. Bella e fuggevole, la salute è apprezzata di più quando manca, e nella nostra cultura occidentale è messa in relazione con il concetto di «cura»: cure mediche e riabilitative certo, ma anche cure preventive, per non perdere quello che è considerato il bene per eccellenza.
In un orizzonte chiuso alla trascendenza la salute, tuttavia, rischia di essere come la giovinezza, sua compagna di destino: entrambe belle, ma passeggere, drammaticamente votate a svanire a poco a poco. In realtà, l’ansia di «star bene» va sempre e per tutti oltre la fisicità (di questo si occupa l’articolo di A.N.Terrin, che scandaglia la nuova domanda di salute e la ricerca del benessere).
La salute fisica e psichica, o meglio la «ricerca» di salute – continua e forse mai pienamente appagata – può infine essere letta come «sacramento» dell’anelito alla salvezza (cf. R. Zanchetta). La salute terrena presente o desiderata non rimane fine a se stessa, ma si fa trasparenza di una salute eterna, che compie la prima senza disprezzarla. La salvezza cristiana infatti è «salvezza integrale», che mal sopporta il riduzionismo di chi insiste solo sulla «salvezza dell’anima»: contro ogni tentazione gnostica l’ortodossiaha sempre ribadito la fede nella «risurrezione della carne». La salvezza riguarda tutto l’uomo, tutta la sua persona: corpo, anima e spirito. Affermava mons. Mansueto Bianchi al convegno sul tema Salute e salvezza tenuto nel 2003 a Casole d’Elsa: «La salvezza cristiana guarda al suo compimento oltre la storia ma non senza la storia bensì attraverso e attraversando la storia. La salvezza cristiana parla di una “vita eterna” cominciando a ravvisarla e a costruirla dentro la fragilità e la labilità dei nostri calendari».
La salute in questo senso può e deve essere letta nella sua dimensione sacramentale, cioè come segno umano – e per questo precario – di un bene eterno il cui possesso può iniziare a realizzarsi anche e soprattutto quando declina il segno stesso. Il sacramento, oltre alla dimensione di segno, ne ha pure una di «strumento»: nella condizione psicofisica di salute possiamo leggere l’opportunità, offerta a ogni persona, di lavorare alacremente per l’avvento del regno, per sollevare le membra sofferenti dell’umanità e di mettere a profitto il tempo limitato della vita: «Dum tempus habemus, operemur bonum» (Gal 6,10).
Quando però la malattia bussa alla porta con gravità, allora non solo la ragione, ma anche la fede si sente sfidata e messa in crisi (cf. M.Bizzotto). L’assurdità del dolore è sempre in agguato; «contro di esso non esiste alcuna ricetta se non il ricorso alla fede nel Dio crocifisso, che solo può salvare il dolore dall’insignificanza e dal nulla, trasformandolo da inutile e assurdo in salvifico». Scrive Giovanni Paolo II: «Cristo non spiega in astratto le ragioni della sofferenza, ma prima di tutto dice: “Seguimi!”. Vieni! prendi parte con la tua sofferenza a quest’opera di salvezza del mondo, che si compie per mezzo della mia sofferenza! Per mezzo della mia croce. Man mano che l’uomo prende la sua croce, unendosi spiritualmente alla croce di Cristo, si rivela davanti a lui il senso salvifico della sofferenza. L’uomo non scopre questo senso al suo livello umano, ma al livello della sofferenza di Cristo. Al tempo stesso, però, da questo livello di Cristo, quel senso salvifico della sofferenza scende a livello dell’uomo e diventa, in qualche modo, la sua risposta personale. E allora l’uomo trova nella sua sofferenza la pace interiore e perfino la gioia spirituale» (Salvifici doloris, 26).
Del rapporto di Gesù con la sofferenza M. Milani ci dà una sintesi dal punto di vista biblico. L’articolo di Milani studia l’atteggiamento di Gesù nei confronti del dolore degli altri, e di quello della sua passione. Ministero di guarigione e ministero di salvezza sono uniti nella vita e nell’azione del Figlio di Dio. La chiesa – dice L. Sandrin– fedele alle scelte del suo Signore, ne continua la missione anche nella «pastorale sanitaria» e si propone come comunità sanante, «spazio nel quale la salvezza, nella sua integralità, viene “efficacemente significata” da relazioni sane e salutari, luoghi espressivi della divina reciprocità dell’amore».
Forse poco valorizzato dall’approfondimento teologico, e invece attualmente sottolineato dalla pratica pastorale, è il valore terapeutico della preghiera, messo a tema dall’intervento di J.Castellano Cervera. L’eucologia liturgica punta sovente alla duplice dimensione della salute dell’uomo, spirito incarnato: «Questo sacramento di vita eterna ci rinnovi, o Padre, nell’anima e nel corpo, perché, comunicando a questo memoriale della passione del tuo Figlio, diventiamo eredi con lui nella gloria» (XXVI Domenica Tempo Ordinario, Orazione dopo la comunione); «Signore Dio nostro, la comunione al tuo sacramento, e la professione della nostra fede in te, unico Dio in tre persone, ci sia pegno di salvezza dell’anima e del corpo» (SS. Trinità Orazione dopo la comunione). Nel Canone romano la chiesa ricorda che tutti i fedeli «innalzano la preghiera a te, Dio eterno, vivo e vero, per ottenere a sé e ai loro cari redenzione, sicurezza di vita e salute». Non dimentichiamo infatti che «non soltanto è lodevole la preghiera dei singoli fedeli che chiedono la guarigione propria o altrui, ma la chiesa nella liturgia chiede al Signore la salute degli infermi. Innanzi tutto ha un sacramento destinato in modo speciale a confortare coloro che sono provati dalla malattia: l’Unzione degli infermi» (Congregazione per la dottrina della fede, Istruzione circa le preghiere per ottenere da Dio la guarigione, 2).
L’interrelazione fra malattia somatica e malessere dell’anima viene analizzata dal noto benedettino tedesco A. Grün, che ci propone un articolo di taglio spirituale e nello stesso tempo pratico, volto ad aiutare a praticare il perdono come veicolo di riconciliazione interpersonale e intrapersonale.
L’ultimo articolo tocca il dramma etico di chi assiste i malati terminali e tematizza il dolore inutile e il suo appello alle risorse della medicina. La spinta verso un’efficace terapia antalgica che proviene dalla bioetica offre un’occasione, aS.Spinsanti, di rivisitare la posizione dottrinale cristiana circa il dolore.
La documentazione e l’invito alla lettura, entrambe curati daE.Sapori, aprono a ulteriori approfondimenti, presentando un’accurata bibliografia (comprensiva di parecchi titoli di articoli in riviste degli ultimi anni) e il testo dell’interessante documento dellaConsulta nazionale CEI per la pastorale della sanitàDomanda di salute, nostalgia di salvezza, per la VII Giornata mondiale del malato (1999).