Luigi Sartori, classe 1924, sacerdote della diocesi di Padova, teologo tra i più noti in Italia, per lunghi anni docente di ecclesiologia e sostenitore convinto della causa ecumenica, è anche uno dei «padri fondatori» della nostra rivista. Fin dall’inizio ha appoggiato il progetto di divulgazione del sapere teologico promosso da «CredereOggi», ed è stato, nei venticinque anni trascorsi, consigliere esperto e ricercato dai diversi direttori che si sono avvicendati alla guida della redazione. In dialogo con lui, abbiamo rievocato gli inizi della rivista, le attuali vicende del pensiero e della cultura che la coinvolgono, e gli scenari che si aprono per il suo futuro.
– «CredereOggi» è nata con lo scopo di fornire ai laici uno strumento per avvicinarsi al sapere teologico e per un continuo aggiornamento. Come ricorda i primi passi e i motivi ispiratori che stanno alla base della rivista?
Ovviamente non si può parlare della rivista e dei suoi inizi senza ricordare un antecedente importantissimo. Mi riferisco cioè all’interesse per la teologia manifestato da molti laici, interesse che ha portato alla fondazione da parte dei frati minori conventuali a Firenze e a Padova – subito dopo la guerra, nel 1945 – degli «studi teologici per laici», per un’opera di divulgazione della teologia.
Ricordo bene quei primi tempi da pionieri, anni di ricostruzione postbellica e di grande fervore: la sala dello studio teologico presso la Basilica di Sant’Antonio era sempre strapiena, e c’era un forte interesse per quello che veniva insegnato. Una volta dovetti trattare come tema il libro di Giovanni Papini Il diavolo (1953): ho fatto due ore, tra conferenza e dibattito. E dovetti tornare per altre due ore: non mi è mai successo di avere un uditorio così appassionato!
Però, a dir la verità, la teologia che a quel tempo valorizzavamo e insegnavamo era la teologia manualistica, e non poteva essere diversamente: eravamo soltanto «traduttori», in buona lingua italiana – se si vuole – animati da una genuina passione, ma nonostante fosse vivace il nostro modo di comunicare, non si trattava di una teologia «viva». Per cui gli uditori erano soltanto recettivi, ascoltatori non sollecitati a prendere parte alla missione del teologo, che deve ripensare, aggiornare e far parlare la teologia ai contemporanei. Invece dopo il concilio Vaticano II entra la novità, nella chiesa e nell’elaborazione teologica. Nell’Italia poverissima di teologia, tutta concentrata nelle facoltà romane, e per il resto quasi un deserto (non come all’estero, dove c’erano facoltà di teologia anche nelle università statali), è iniziato un fervore nuovo nella teologia. Subito dopo il concilio, infatti, è nata l’Associazione teologica ialiana (ATI)[1], che aveva come obiettivo di diventare fermento e stimolo continuo a ripensare anche da noi, in Italia, la fede e la sua espressione. Il primo impegno dell’ATI fu proprio quello di superare i manuali, rendere la teologia postconciliare più autonoma da quella del passato, che «scarnificava» tutto e condensava la riflessione sulla fede in una razionalità puramente teoretica. Si riscopre che la teologia sistematica deve mettere in movimento tutto il pensiero della fede, per adeguarlo alle istanze culturali. In maniera globale però, cioè attingendo non qualche piccolo frammento, ma interpretando un orientamento d’insieme, che aiuti a leggere la realtà alla luce della fede. Siccome la teologia è orientata all’inculturazione della fede, è chiaro che le prime tematiche prese in considerazione da «CredereOggi» sono state quelle di teologia fondamentale: non si voleva entrare in trattazioni specifiche, settoriali. Lo scopo assunto era quello di aiutare a formulare una risposta critica e riassuntiva alle sfide poste alla fede dalla cultura che si andava manifestando tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80. La nostra rivista infatti non è nata subito dopo il concilio, ma nel 1980, cioè dopo che si era «svegliata» la teologia, dopo la nascita e la crescita delle associazioni teologiche (l’Associazione biblica [ABI], l’Associazione dei teologi moralisti [ATISM] e dei professori di liturgia [APL]...), quando ormai non c’era più solo il bisogno di tradurre, ma anche quello di creare risposte in proprio, adeguate a un pubblico italiano che aveva maturato proprie domande e problematiche specifiche da affrontare.
La rivista, perciò, nei suoi contenuti e nel suo stile non risente della tradizione di cui parlavamo prima a proposito della teologia manualistica aperta ai laici (che risale a vent’anni prima del concilio), ma è fin dal principio pervasa da quello stesso forte desiderio di tanti laici di accostarsi alla teologia. Questo desiderio è coniugato e reso fecondo con il rinnovamento della teologia italiana che nel frattempo era avvenuto, sulla scorta del fervore della teologia di adeguarsi al mutamento culturale, soprattutto grazie alla «svolta antropologica», che – a dir la verità – a quel tempo sembrava a molti teologi troppo avanzata. Dopo il ’68 era iniziato infatti un movimento nella teologia che incuteva una certa paura: tanto che il congresso dell’ATI del 1971 non l’abbiamo intitolato Svolta antropologica della teologia, ma Dimensione antropologica della teologia, perché non sembrasse – come molti allora pensavano, compreso C. Fabbro – che optassimo per un cambiamento radicale, rivoluzionario, nel discorso teologico: che non dovesse più essere un discorso su Dio quanto piuttosto un discorso sull’uomo. Noi intendevamo, invece, fare un discorso su Dio con interesse nei confronti dell’uomo, come indica anche il titolo del congresso del 1979, l’anno precedente l’avvio di «CredereOggi»: Teologia e progetto-uomo in Italia.
Questi erano i fatti e i pensieri che hanno preparato il terreno su cui è germogliata la nostra rivista, la quale se si osserva bene, nei primi anni ha sempre trattato i temi più fondamentali. La nostra attenzione di redattori della rivista è andata subito all’essenziale, al cuore della problematica teologica: cos’è la teologia? come leggere la Bibbia? qual è il senso della storicità della salvezza? Gesù Cristo?…
– I percorsi culturali a partire dagli anni ’80 e lo sviluppo della teologia italiana hanno preso strade forse imprevedibili 25 anni fa; come giudica questo cambiamento di orizzonte in cui deve svolgersi oggi il nostro lavoro di divulgazione teologica?
Oggi siamo entrati in un altro periodo, un momento per molti aspetti diversissimo da quegli anni, dove il primato non è più della filosofia come creatrice e alimentatrice di cultura. Sono infatti cadute tutte le ideologie: l’ideologia liberale – anche se sono rimasti gli ideali della libertà – come pure l’ideologia marxista. Oramai – potremmo dire – si è azzerato il regno delle filosofie che per influire sulla prassi si costruivano come ideologie. L’ideologia, in realtà, è un «dottrinale funzionale»: dentro l’ideologia c’è l’anima di una scelta politica, di una prassi. Anche i partiti che una volta si ispiravano alle ideologie le hanno in certo modo lasciate; chi prima chi dopo, tutti prendono le distanze dal loro passato ideologico.
Ma ci chiediamo: oggi, nella crisi delle ideologie, chi rimane in piedi? La risposta è che oggi domina la scienza. Con il dominio della scienza, diventata un idolo, si è creato un indifferentismo nei confronti dei problemi teologici e filosofici. Non che manchino filosofi, anzi, fanno anche divulgazione sui giornali. Ma è certo che la grande filosofia non è più considerata centrale e nemmeno importante. La metafisica si è eclissata. Con la scienza non soltanto è tramontato l’interesse per il mondo dei princìpi, delle idee, dei valori, e si tende più all’operatività, alla strumentalità, all’adeguarsi alla realtà come strumento, inoltre si segue per necessità il cammino di una sempre maggiore specializzazione e sottospecializzazione nel campo dello studio e della ricerca. La scienza, essendo analitica, ha bisogno di circoscrivere la realtà in settori precisi, e i settori in molteplici piccoli frammenti, per poterli penetrare ed esaminare. Si sviluppa così un mare di specializzazioni. Forse c’è un’eccezione a questo: in questi ultimi anni mi sono appassionato all’astrofisica; penso sia quasi l’unico settore scientifico che si interessa necessariamente dei grandi problemi che da sempre agitano il cuore dell’uomo: l’universo ha avuto una nascita, si evolve e corre, avrà un declino, nell’universo è nata la vita, come è successo questo?… Questi fatti riattivano le grandi domande filosofiche: perché c’è il mondo? chi o che cosa l’ha causato? come funziona e verso dove è diretto? È un fatto che una buona metà degli astrofisici del mondo sta riscoprendo, volente o nolente, i problemi religiosi fondamentali e si mette a volte a dialogare anche con noi teologi: per esempio, io sono stato chiamato tre volte alla Specola, l’osservatorio astronomico di Padova, una volta addirittura a parlare di escatologia: il mondo dove va? La mia insistenza è insomma su questo punto: non dobbiamo aver paura che la teologia discuta di argomenti scientifici, e che tenga oggi più conto delle domande che sorgono dalla scienza che non dalla filosofia. Attualmente è proprio la scienza la sua interlocutrice più loquace e pungolante.
La corrente illuministica va dunque esaurendosi; lo vediamo anche dall’intervento di filosofi come E. Severino, che propongono una razionalità critica che vuol frenare l’irrazionale, e si trovano invece spiazzati, per esempio di fronte agli eventi dei giorni della morte di papa Giovanni Paolo II e l’elezione di Benedetto XVI. Secondo questi filosofi trionfa l’irrazionalità, e in particolare la fede come irrazionalità. Messi in crisi come sono, si adattano e si rivolgono alla scienza. E difatti molti dei problemi filosofici ed etici, legati per esempio allo sviluppo dell’embrione e al sorgere della vita, vengono risolti richiamandosi alle teorie scientifiche dell’evoluzione in chiave analogica: come c’è un’evoluzione delle specie, così c’è parallelamente un’evoluzione nel singolo individuo: l’embrione è nella fase evolutiva in cui l’uomo non sarebbe ancora «umano», non ancora persona, ma qualcosa di pre-umano, come all’origine della nostra specie c’erano gli ominidi poi evolutisi in uomini.
Noi teologi e filosofi oggi, con la cultura messa in crisi dalla caduta delle ideologie e dal trionfo delle scienze e delle tecniche, siamo – oserei dire – obbligati a occuparci di quei problemi che creano nell’umanità una ricerca estrema per tutto ciò che può sanare ad ogni costo, mantenere in vita oltre i limiti biologici, e, in definitiva, per ciò che crea una fiducia massima e addirittura un’idolatria della scienza e della tecnologia, senza confini morali.
In tutto questo c’è un pericolo per il pensiero cristiano: se non torna sempre alle questioni globali, alle questioni fondanti, rischia di disperdersi nei rivoli delle varie questioni particolari, trascinato sull’onda dei fenomeni che emergono dalla cronaca e dall’attualità, ma d’altra parte – sembra quasi una contraddizione – il pensiero cristiano non può e non deve trascurare il dialogo con le singole scienze specializzate, pena il suo diventare irrilevante per l’uomo contemporaneo.
– Ma non le sembra che effettivamente ci sia oggi una reale crisi di approfondimento intellettuale della fede? Soprattutto tra i laici cristiani, ma non solo? Come giudica quella diffusa univocità dell’«esperienza religiosa» o «esperienza di fede», che fatica a pensare e a volte non gradisce quella fatica?
Oggi nella debolezza della filosofia, andiamo verso il relativismo e l’indifferentismo di una cultura che non pensa ai grandi valori unitari, ma ai singoli frammenti: l’importante è tracciarsi un proprio mondo di esperienze, anche quelle religiose. Non sembra più esser necessario tener conto di una chiesa universale o di una tradizione che viene da lontano, dall’inizio, o addirittura di Gesù Cristo. Non si fa più memoria di Cristo, della sua vicenda oggettiva, della rivelazione dell’Antico Testamento. Tutto è ridotto a esperienze personali, private; «piccole» rivelazioni che nascondono o fanno obliterare la grande rivelazione.
Non che questo sia una novità assoluta: uno dei primi studi di K. Rahner – parliamo di quasi sessant’anni fa – era appunto incentrato sulle rivelazioni private[2]. C’è sempre stato questo interesse per i «piccoli rifornimenti» dell’esperienza religiosa, rispetto alla grande rivelazione; ma a differenza di quanto avviene oggigiorno, un tempo non erano tali da escludere o soffocare la grande rivelazione, erano complementi. Oggi invece saziano. Bastano da soli, creando un senso di sazietà indifferente alle grandi visioni religiose condivise.
Il relativismo poi, di cui anche il papa è preoccupato, non è una vera e propria ideologia, anzi. Non c’è una teoria filosofica alla base di esso. È una questione pratica: ognuno vive il suo «relativo». Dicevamo prima che col prevalere del paradigma del pensiero scientifico e del suo metodo la verità si frantuma; anche l’oggetto della fede, il suo contenuto come fides quae, è frantumato: ciascuno sceglie il suo frammento. E ciò è sotto gli occhi di tutti.
Ma abbiamo anche un vantaggio da questo stato di cose: quello di poter partire dalla base, dal singolo caso, per fare teologia. Prendiamo come esempio le risposte ai lettori di alcune riviste cattoliche, che io leggo sempre. Le risposte di «Famiglia Cristiana» sono spesso davvero pertinenti e profonde. Il singolo caso lo introducono e lo leggono sullo sfondo di un orizzonte più universale, in cui il caso acquista il suo senso. Il modello per una teologia di domani dovrebbe essere proprio questo: prediligere i casi, anche in quanto spezzano il discorso, ma in modo che poi – e qui si vede l’abilità del teologo e del pastore d’anime – si abbia la sapienza di inserire questi casi in una visione di fondo. Se la scienza ci ha obbligato a partire dai frammenti alla ricerca della verità, dobbiamo cogliere la sfida e accettarla.
D’altra parte, non possiamo negare che la cultura di oggi stia anche realizzando quello che già Lumen gentium 1 diceva, cioè che tutti gli uomini sono oggi congiunti più strettamente da «vari vincoli sociali, tecnici e culturali». Il genere umano è ormai un tutt’uno, tutti gli eventi della storia sono eventi unificanti. Se da una parte la scienza ha frantumato la verità, ci ha dato tuttavia la possibilità di trattare il genere umano come un’unità interconnessa, molto più che in passato. La chiesa è ormai dentro il mondo e deve esserci con la capacità di fare da «collante», e di dar voce soprattutto ai poveri. Ciò che Lumen gentium già diceva profeticamente, che l’unità in Cristo deve presupporre gli altri tre tipi di unità (sociale, tecnica e culturale), la chiesa non lo deve solo annunciare, ma anche realizzare. Deve rappresentare, in Cristo, il cemento più forte per questa unità che già si realizza per mezzo dei vincoli sociali, tecnici e culturali, portando a una globalizzazione in senso profondo.
Dobbiamo capire questo nostro tempo. La teologia anche se diventa più specifica, anche fino agli estremi limiti, deve tuttavia continuare ad amare i problemi universali, per diventare anch’essa universale.
– I frutti auspicati dal concilio stanno dunque maturando, ma quali sono – a suo giudizio – le linee da riprendere e sviluppare, perché non hanno raggiunto ancora la completa maturità desiderata?
Rispondo in sintesi con un’altra domanda: dobbiamo dare il primato ai problemi interni alla chiesa o alla sua missione esterna? Se guardiamo all’interno, mi pare che la questione più importante da affrontare sia quella della collegialità e della comunione: i problemi relativi al primato del papa e alla collegialità episcopale, non possono non essere al primo posto nell’agenda della chiesa. Ma secondo me, sia il concilio che papa Giovanni Paolo II, hanno dato prevalenza alle questioni ad extra della chiesa, alla sua missione universale. Da questo punto di vista la provvidenza ci allena a diventare sempre più una «chiesa estroversa», che può agire e incidere su tutto il mondo, soprattutto se interviene nei problemi di giustizia, pace e solidarietà umana.
Il primato di urgenza e importanza – è un’idea che ormai mi sono fatto da oltre trent’anni – guardando all’umanità unificata come genere umano, va dato senz’altro ai problemi morali, ai problemi che interpellano la coscienza a livello mondiale. Sono questi i quesiti principali che il mondo pone alla chiesa. Il mondo non le chiede di riflettere sui suoi problemi interni. Non che i problemi teologici interni alla chiesa non siano importanti, ma lo sono in quanto allenano la chiesa ad aprirsi verso l’esterno, a uscire da sé verso i suoi destinatari. Come cristiani siamo messi costantemente in una condizione di missione, e seguendo le strade aperte da Giovanni Paolo II dobbiamo affrontare, in quanto cristiani e teologi, i grandi problemi che il mondo ci pone di fronte, non possiamo eluderli per ritirarci nelle nostre discussioni da benestanti.
Chiaramente, sono in origine problemi di morale, non di dogmatica. Giustizia, pace e solidarietà sono davvero questioni morali impellenti. Ma la teologia sistematica ne è coinvolta; questo è anche l’insegnamento di Gaudium et spes: oggi abbiamo il vantaggio di essere spinti e sostenuti nel dare valore all’unità del genere umano, compresi gli aspetti religiosi di questa unità. Mi riferisco quindi alle varie fedi e alle varie religioni e al loro dialogo, al senso religioso universale, al tema della verità e della pluralità. Temi di teologia fondamentale che comunque hanno poi un’influenza decisiva sul modo di impostare e di affrontare i nodi delle questioni morali sociali, della giustizia e della carità. Per fare un esempio: il problema ecologico di un’umanità che si è creata un «alloggio» in territori soggetti a disastri, a cataclismi e alle alluvioni. Quando assistiamo a questi sconvolgimenti, come lo tsunami del Sudest asiatico, ci rinasce il problema del male, dell’esistenza di un Dio buono che permette certe disgrazie: un problema teologico, che oggi è diventato grandissimo e che si ridesta sempre per noi che discutiamo sì di Dio e dell’uomo, ma dell’uomo sulla terra, dell’uomo nel cosmo.
Ai tempi del concilio c’era un grande ottimismo, ma spesso i teologi parlavano a se stessi: chi sta bene nel suo convento, nella sua città, in un bel paese occidentale difficilmente è sensibile ai problemi scottanti della vita di milioni di persone che non conosce e non sente. Non così i missionari che hanno a che fare quotidianamente con la lebbra, con le difficoltà di ogni giorno che relativizzano altri discorsi disincarnati. La prima riflessione teologica nata appunto «nel contesto» della povertà e della necessità è stata la teologia della liberazione. Gli interventi di Roma, furono forse eccessivamente repressivi; il secondo intervento[3], però, più che opporsi alla teologia della liberazione ne propone positivamente una, in cui addirittura il magnificat di Maria è visto come il vero manifesto della liberazione. Certo, la teologia della liberazione è stata un po’ soffocata nei suoi effetti, ma l’impostazione era valida, derivava da un impianto teologico chiaro che si può e si deve riproporre: i cristiani per prima cosa devono ascoltare l’impeto della carità. La carità non ha nomi, ma è già Dio. Tanti laici, partiti come volontari, non hanno esplicitato un’opzione di fede, ma hanno risposto a un impeto d’amore che – potremmo dire – li tormentava. Chi è obbediente a questa «elettricità dell’amore» è già dentro il cuore di Dio. Ma quando viene chiesto: «Perché fate questo?», ecco che scatta il momento di dare ragione, rendere conto della speranza che è in noi (cf. 1Pt 3,15). E si passa all’annuncio, all’esplicitazione della fede e al ragionare su questa fede: ecco la teologia.
Per secoli la chiesa ha avuto estrema fiducia nel metodo deduttivo: chi ha idee rette, avrà anche un’azione retta, chi invece ha idee distorte, finirà per compiere azioni sbagliate. Non si teneva conto granché di quel principio della logica per cui «ex vero sequitur tum verum, tum falsum», da ogni premessa vera può scaturire sia una conseguenza vera che una falsa. Anche per Agostino in ogni menzogna o falsa dottrina c’è pure un elemento di verità[4]. La chiesa nel passato si è concentrata sulla retta fede, l’ortodossia; oggi deve preoccuparsi anche e di più che i suoi membri e tutta l’umanità siano pervasi dall’ortoprassi, nel senso di amore concreto, un uscire da sé come estasi. Quando uno esce da sé è già in rapporto con l’Altro. L’esercizio intellettuale può allora ingannare: si possono avere le idee giuste sulla fede, ma ad esse non far seguire la pratica dell’amore; per questo il modo di far teologia, per non rimanere sterile accademia, deve cambiare e imparare a partire e tornare alla vita dell’uomo. Come detto prima, la teologia deve tenere in grande considerazione l’affrontare il caso concreto e partire da esso. Di fronte ai casi concreti fiorisce la riflessione teologica. La migliore teologia dogmatica è quella che proviene dall’esperienza e in essa affonda le sue radici, senza tuttavia appiattirsi su di essa. Il metodo teologico di Gesù era questo: insegnava e faceva.
Ricapitolando: se nel quadro della cultura attuale, sotto il segno della scienza, siamo obbligati a diventare analitici, a rispondere a casi singoli, piccoli o grandi, è anche vero che nella stessa situazione pervasa dalla tecnica, che unifica l’umanità, tutti i problemi della teologia partendo da quelli morali e arrivando a quelli dogmatici ci chiamano a metterci in un contesto di umanità universale.
Un altro tema caro al concilio e da riprendere e sviluppare è il tema ecumenico, a cui da sempre sono particolarmente sensibile. Anche papa Benedetto è molto attento a questo aspetto, soprattutto nei riguardi dell’Oriente, fin da quando era teologo: la sua tesi è che agli ortodossi, per quanto riguarda il primato di Pietro, non bisogna chiedere nient’altro in più di quanto è stato formulato, vissuto e accettato nel primo millennio. Oggi, dal punto di vista cristiano, non può essere diventato impossibile ciò che è stato possibile per un millennio. L’unione potrebbe compiersi su questa base, naturalmente con un riavvicinamento reciproco: anche l’Oriente dovrebbe rinunciare a combattere come eretico lo sviluppo dogmatico del secondo millennio, accettando la chiesa cattolica nelle sue espressioni attuali[5]. Potrebbe essere uno sviluppo della tesi dell’«unità nella diversità», suggerita anche dall’enciclica Ut unum sint[6]. Dopo un papa che in ventisei anni ha aperto tutte le porte, adesso il papa teologo ha la possibilità di far entrare, attraverso le porte aperte, un serio dialogo dottrinale.
– A chi inizia lo studio della teologia che consiglio darebbe?
Come ho detto prima, i veri problemi teologici non rinviabili sono quelli fondamentali: cos’è credere?, cos’è credere con amore, piuttosto che senza amore?… Se l’amore è un fidarsi uscendo da sé o dal proprio clan, si vede che l’amore entra dentro la fede. Oggi, secondo me, è necessario orientarsi allo studio della teologia fondamentale.
«CredereOggi» in questi anni ha voluto appunto fornire a quanti si incamminano nell’approfondimento della teologia un materiale adatto a loro e soprattutto orientato a questioni fondanti. Merita che questa rivista sia considerata un manuale, cioè «che sta in mano», perché non sempre oggi i manuali editi possono stare in mano, tanto sono grossi, e a volte scoraggiano gli studenti alle prime armi. Consiglierei davvero a chi inizia ad appassionarsi ai temi teologici di dare uno sguardo all’uno o all’altro fascicolo della rivista, per incominciare.
– Concludiamo con un consiglio e un desiderio per il futuro di «CredereOggi»
Auspicherei che la nuova facoltà teologica del Nordest, che è in corso di fondazione, possa assumere come propria la rivista, come sussidio di alta divulgazione teologica, che non verrebbe a confliggere con le riviste scientifiche della facoltà. Questo porterebbe a valorizzarla, anche nei numeri passati. Inoltre ciò stimolerebbe i docenti a produrre, a scrivere e a portare il proprio contributo, magari collegialmente, nel lavoro di redazione comune.
Poi, per essere coerente con quanto detto prima, mi piacerebbe che trattasse qualche tema di morale in più, per favorire quel passaggio dalla morale alla fede, passaggio a cui credo molto: dall’ortoprassi all’ortodossia.
E infine lavorare per favorire la sintesi. La vocazione di «CredereOggi» non è tanto all’analisi che spezzetta, ma al contrario al raccogliere e portare a sintesi teologica più alta quello che viene analizzato in diversi articoli.
a cura di Alessandro Ratti
direttore di «CredereOggi»- docente di Teologia fondamentale presso la Facoltà teologica del Triveneto
[1] Negli anni ’47-’48 con C. Colombo. Mons. L. Sartori ne diventa presidente nel ’49; oggi ne è presidente onorario.
[2] K. Rahner, Les révélations privées. Quelques remarques théologiques, in «Revue d’Ascetique et de Mystique» 25 (1949) 506-514; vedi anche: Id., Visioni e profezie. Mistica ed esperienza della trascendenza, Vita e Pensiero, Milano 1995 [or. 1952].
[3] Congregazione per la dottrina della fede, Istruzione su alcuni aspetti della «teologia della liberazione» Libertatis nuntius (6 agosto 1984) e Id., Istruzione su libertà cristiana e liberazione Libertatis conscientia (22 marzo 1986): «Una teologia della libertà e della liberazione, come eco fedele del magnificat di Maria conservato nella memoria della chiesa, costituisce un’esigenza del nostro tempo» (n. 98).
[4] Cf. Agostino d’Ippona, Contro la menzogna 5,9.
[5] Si veda per questa tesi di Ratzinger, formulata in una conferenza tenuta a Graz nel 1976, H. Fries - K. Rahner, Unione delle chiese possibilità reale, Morcelliana, Brescia 1986.
[6] Cf. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Ut unum sint (25 maggio 1995), 50; 54; 57; 61.
La Facoltà teologica del Triveneto è stata eretta il 20 giugno 2005. Ulteriori informazioni nella rubrica Documentazione.