Secondo un recente sondaggio dell’Eurisko «la Bibbia è presente in poco meno del 70% delle case degli italiani, percentuale che sale all’86% tra i cattolici praticanti, ma solo il 4% la legge regolarmente al di fuori delle funzioni religiose mentre il 30% dichiara di non leggerla mai»[1]. E una recente inchiesta in tre paesi europei di antica tradizione cristiana (Italia, Francia e Spagna) riporta che l’80% dei cattolici praticanti accosta il testo biblico solo durante la messa domenicale. Segnala, inoltre, l’ignoranza circa la Bibbia: il 40% ritiene che san Paolo abbia scritto un vangelo e il 26% lo afferma pure per l’apostolo Pietro. Ciò che appare evidente, poi, è che la maggior parte dei cristiani non avverte la Sacra Scrittura come il libro che possa dar senso alla propria vita e fondamento alle scelte del quotidiano. Sembra pertanto ancora attuale l’affermazione di Paul Claudel: «Il rispetto per la Sacra Scrittura è senza limiti: esso si manifesta soprattutto con lo starne lontani!».
Eppure, la situazione – almeno nella chiesa italiana – non appare oggi così disastrosa. Molti passi positivi sono stati fatti in questi ultimi quarant’anni e ci sono segni positivi che fanno guardare con speranza al futuro. Vediamo sinteticamente il cammino percorso e ciò verso cui si sta andando.
1. La Sacra Scrittura: dall’esilio alla sua intronizzazione
a. La Parola in esilio
È ormai entrata nel gergo comune l’espressione del priore della Comunità monastica di Bose, Enzo Bianchi, «l’esilio della Parola», per designare il luogo specifico in cui – almeno dal concilio di Trento – è stata confinata la Sacra Scrittura all’interno della chiesa cattolica. Probabilmente non era questa l’intenzione dei Padri conciliari che nelle loro deliberazioni desideravano solo porre un limite al sola Scriptura di Martin Lutero, ma gli effetti provocati dalla paura di altre «riforme protestanti» sono stati disastrosi: la Bibbia è stata tolta dalle mani dei cristiani cattolici e consegnata al solo clero o ai laici più istruiti che potevano accostarla sempre sotto l’occhio vigile del magistero. Così i singoli fedeli hanno dovuto ripiegare sulle forme di devozione (rosario, coroncina al sacro Cuore, via crucis, Massime eterne, pietà popolare verso la Vergine Maria e i santi, ecc.) per sostenere la loro fede in Cristo e incrementare il cammino di spiritualità cristiana.
Si è venuta a creare progressivamente non solo una contrapposizione, più storica che teologica, tra Bibbia e magistero della chiesa cattolica quanto anche una frattura tra Sacra Scrittura e vita cristiana. La parola di Dio scritta non è più la fonte cui si abbevera il popolo di Dio per dare solide fondamenta alla propria scelta di fede, per trarne motivazioni forti che sostengano l’agire nell’ambito della storia e della carità, per guardare il cammino personale, ecclesiale e sociale con lo sguardo fiducioso di Dio.
b. Il «risveglio biblico» e la Dei Verbum
Dall’esilio la Parola[2] è ritornata un po’ alla volta e con passi lenti all’interno della chiesa cattolica grazie ai vari «risvegli» (come quello liturgico, quello patristico e soprattutto quello biblico) che hanno preparato e animato il concilio Vaticano II (1962-1965). Si deve, infatti, a tale evento ecclesiale se la Parola è stata riportata all’interno delle comunità cristiane cattoliche, fino a essere «intronizzata» quale nuova regina che occupa il posto d’onore nelle assemblee comunitarie.
Per la verità, nel contesto della chiesa italiana, il risveglio più che di tipo «biblico» è stato prevalentemente «esegetico»: si è cercato di studiare il testo sacro ricorrendo ai vari metodi storico-critici e a divulgarne le acquisizioni, sempre però sotto l’occhio vigile dei pastori.
Certo, non è mai stato negato il valore fondamentale della Scrittura per la vita del cristiano, ma essa veniva filtrata, comunicata solo tramite il magistero della chiesa: la pretesa di molti cristiani di ricorrervi direttamente e di riceverne ispirazione di vita era vista con una certa diffidenza. In pratica, se la Scrittura era la fonte fondamentale per la dottrina della chiesa, era assai meno una fonte di vita spirituale[3].
È grazie all’azione coraggiosa di alcuni «buoni samaritani» che la Sacra Scrittura ha ritrovato un po’ alla volta il posto che le è proprio nella vita della chiesa intera e di ogni credente. Tra questi certamente il beato Giovanni XXIII che già quand’era cardinale di Venezia aveva avuto il coraggio di attestare che «la Bibbia deve fare sempre questo percorso: nella mano, nella mente, nel cuore e sulle labbra» di ogni cristiano cattolico. Deve essere, cioè accessibile a tutti («nella mano»), va interpretata con sapiente intelligenza («nella mente»), si deve ascoltare con «amore orante» («nel cuore») perché possa essere testimoniata con le parole e con le opere («sulle labbra»). Effettivamente, la chiesa cattolica – in quella «grande grazia di cui […] ha beneficiato nel secolo XX»[4], vale a dire il concilio ecumenico Vaticano II – ha accolto e venerato finalmente la Bibbia «come ha fatto per il corpo stesso del Signore», considerandola «insieme con la sacra tradizione […] come la regola suprema della propria fede», tanto «da costituire per la Chiesa sostegno e vigore, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale» (DV 21).
Dopo le affermazioni della Sacrosanctum concilium che ridavano spessore e importanza alla «liturgia della Parola» nell’ambito delle celebrazioni liturgiche (cf. SC 24-25; 33-35; 51-52; 56), è la Dei Verbum a garantire la giusta centralità alla parola di Dio nella vita della chiesa indicando ad essa l’atteggiamento da assumere: «In religioso ascolto della parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia» (DV 1). Ed è in modo particolare nel capitolo VI (La Sacra Scrittura nella vita della Chiesa) che tutta la vita ecclesiale viene ancorata alla parola di Dio:
La parola di Dio e il popolo di Dio ritrovano finalmente la loro nativa relazione, una relazione nuziale, di cui la Bibbia è come l’anello che Dio restituisce al suo popolo dopo anni di oscuramento e oblio[5].
c. La «prima primavera» della Sacra Scrittura nella chiesa italiana
La chiesa italiana – specie nei suoi convegni decennali in cui si è proposta di «confermare e rafforzare quella centralità e priorità dell’evangelizzazione che già costituiva l’intento fondamentale del concilio Vaticano II»[6] – si è adoperata a realizzare il sogno dei padri conciliari:
Come dall’assidua frequenza al ministero eucaristico prende vigore la vita della Chiesa, così è lecito sperare nuovo impulso di vita spirituale dall’accresciuta venerazione della parola di Dio (DV 26).
Nei primi trent’anni circa del post-concilio, infatti, si è visto un fiorire di iniziative dette «di pastorale biblica». Esse hanno portato – grazie anche alla riforma liturgica per la quale «massima è l’importanza della Sacra Scrittura» tanto da chiedere «che venga promossa» una «soave e viva conoscenza» di essa (SC 24) – a una sempre maggior presenza della Bibbia nella vita delle comunità cristiane e dei singoli fedeli. Non solo è radicalmente cambiato l’insegnamento dell’esegesi biblica all’interno dei seminari nel tentativo di fare della Sacra Scrittura «come l’anima della teologia» (DV 24), ma si sono attivati – sia presso le Scuole di formazione teologica per laici sorte in quasi tutte le diocesi, sia presso singole comunità parrocchiali – corsi specifici di approfondimento del testo sacro, valorizzando la preparazione scientifica e pastorale dei biblisti italiani. Anche gli ordini religiosi di antica fondazione, le società di vita apostolica e gli istituti secolari si sono adeguati al nuovo «clima religioso», attivando percorsi formativi di «pastorale biblica». È, questa, la nuova espressione che – ripetuta in modo a volte ossessivo e quasi magico – ha aperto fiduciosamente la chiesa italiana nella speranza di riuscire a offrire «con frutto al popolo di Dio l’alimento delle Scritture, che illumini la mente, corrobori le volontà, accenda i cuori degli uomini all’amore di Dio» (DV 23). Per questo motivo la CEI ha dato avvio (siamo nel 1988) al «Settore per l’Apostolato biblico» (SAB), «settore non evidentemente della pastorale (la Bibbia non può costituire un settore) ma Settore dell’Ufficio catechistico nazionale!» (L. Chiarinelli).
Bisogna riconoscere, però, che la «primavera biblica» non è stata uniforme né costante: spesso ha coinvolto singole persone che lodevolmente si sono impegnate ad approfondire il testo biblico; altre volte sono stati i centri di spiritualità a farsi punto di irradiazione dell’ascolto della Parola (cf. Spello, Bose, Monteveglio, ecc.); altre ancora ha visto movimenti ecclesiali di recente fondazione prendere in mano la Bibbia per collocarla alla base del loro cammino (cf. Movimento dei focolari e Cammino neocatecumenale). Un po’ alla volta però la stanchezza si è fatta sentire e ha portato a una «sfioritura» della pastorale biblica, relegata spesso a esperienza riservata a delle élites (singoli appassionati, gruppi biblici specifici, movimenti ecclesiali, ecc.) o agli «esperti del settore» (esegeti di professione, cultori delle scienze bibliche, iniziative laicali…). In qualche caso, poi, si è assistito anche a una crisi di «rigetto biblico»: molti gruppi biblici hanno cessato di esistere per mancanza di passione autentica verso la Parola o per mancanza di vitalità interna; parecchi pastori e catechisti si sono trovati a disagio di fronte a certe pagine difficili della Bibbia, mancando di competenza esegetica e di creatività nell’attualizzazione; qualche vescovo si è allarmato per l’uso che determinati gruppi o movimenti ecclesiali facevano della Bibbia.
d. La «seconda primavera» della Sacra Scrittura nella chiesa italiana
Quando la «sfioritura» sembrava destinata a rimandare nuovamente in esilio la Sacra Scrittura, ecco sbocciare una «nuova primavera biblica». Tra le altre cause che possono averla favorita, certamente l’uscita provvidenziale di due documenti e la presa di posizione degli stessi vescovi italiani.
A livello di documenti, prima di tutto quello della Pontificia Commissione biblica L’interpretazione della Bibbia nella chiesa del 1993, e poi – per quel che riguarda la chiesa italiana – la Nota pastorale CEI La Parola del Signore si diffonda e sia glorificata (2Ts 3,1). La Bibbia nella vita della chiesa, del 1995, a trent’anni dalla costituzione conciliare sulla divina rivelazione, la Dei Verbum[7]. A questo bisogna aggiungere tutto il lavoro – a volte nascosto eppure efficace – di molti biblisti e cultori della scienza biblica che hanno continuato non solo l’insegnamento serio, ma hanno anche divulgato il testo sacro attraverso scritti e proposte specifiche per varie fasce di credenti.
Inoltre, nuovo impulso all’accostamento della Sacra Scrittura viene dalla decisione di avviare – all’interno dell’Ufficio catechistico di ogni diocesi – il «Settore Apostolato biblico» e dalla maturata consapevolezza dell’importanza della parola di Dio scritta per l’evangelizzazione da parte dei vescovi italiani, come appare dalla loro XLIII Assemblea generale (Roma, 19-23 maggio 1997)[8]. Questo ha indotto molti pastori ad animare in prima persona percorsi biblici e scuole della Parola nelle loro diocesi o a favorire cammini di crescita nella fede a partire dall’accostamento della Sacra Scrittura. Possiamo dire che una seria «catechesi per adulti», fondata sull’ascolto della Parola, ha iniziato a dare i suoi frutti. Uno di questi è l’introduzione – in molte comunità ecclesiali – della figura «ministeriale» dell’«animatore biblico», di chi cioè non presta un qualsiasi servizio biblico, ma si impegna con competenza e professionalità a farsi testimone della Parola ascoltata e educatore capace di iniziare altri a accostare con serietà e profondità la sacra Bibbia[9].
La nuova espressione corrente non è più «pastorale biblica» quanto «animazione biblica della pastorale», così descritta dalla Nota pastorale CEI:
La Bibbia e la vita pastorale che la serve entrano in tutta la vita della chiesa, come linfa per ogni servizio della fede: nel cammino di annuncio e di catechesi, nella celebrazione della liturgia, nella preghiera e riflessione spirituale, sia personale che comunitaria, nella testimonianza della carità, nell’impegno ecumenico e nel dialogo interreligioso. La pastorale biblica dovrà dunque permeare l’intera pastorale della chiesa. Suo scopo ultimo e unificante sarà di iniziare alla vita di fede e all’esperienza ecclesiale con il dono delle Scritture.
2. Dalla conoscenza della Bibbia all’ascolto della Parola
Il ricupero dell’intuizione che per secoli – nella cosiddetta «epoca patristica» – aveva guidato l’azione pastorale della chiesa sia d’Oriente che d’Occidente sta un po’ alla volta obbligando tutti a considerare la Sacra Scrittura non semplicemente «un» libro da collocare tra altri (come, per esempio, il catechismo) quanto piuttosto «il» libro per eccellenza su cui si fonda la vita stessa della chiesa. «Animazione biblica della pastorale» e dell’intera vita ecclesiale significa, pertanto, considerare la Bibbia come «documento di fondazione» della chiesa stessa e della sua vita, resa tale e dinamicizzata proprio dal «colloquio continuo, silenzioso ma non meno ardente che la chiesa intesse con il suo Signore». Al primo posto dell’esperienza cristiana viene collocato, pertanto,
l’annuncio e l’ascolto della Parola, cui è indissolubilmente legata la celebrazione della Parola nel sacramento; l’ascolto e la celebrazione si traducono poi necessariamente in esperienza di vita secondo la Parola, con la testimonianza, il servizio e la carità. Infine, la Parola termina la sua corsa quando si fa missionaria.
Trova consistenza, in questo modo, quanto espresso dai padri conciliari in DV 25: prima di tutto che i ministri della Parola abbiano un «contatto continuo con le Scritture, mediante una lettura spirituale assidua e uno studio accurato». In secondo luogo, che «tutti i fedeli cristiani, soprattutto i religiosi» possano imparare «“la sublime conoscenza di Gesù Cristo” (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture», ricordando «che la lettura della sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera, affinché si stabilisca il dialogo tra Dio e l’uomo».
Non è sufficiente, pertanto, conoscere la Bibbia magari utilizzando in modo corretto i più sofisticati metodi di lettura di un testo antico e distante dal mondo del lettore d’oggi. È necessario mettersi – singolarmente e come comunità ecclesiale – in ascolto della Parola, o meglio, di colui che parla ancora attraverso il testo ispirato.
a. Una «spiritualità dell’ascolto» per comunicare il vangelo
A incamminare con più decisione la vita della chiesa verso queste indicazioni conciliari sono anche alcuni recenti documenti del magistero. A livello di chiesa universale abbiamo Novo millennio ineunte che ai nn. 39-40 parla della necessità che (per la nuova evangelizzazione) tutti i cristiani tornino a farsi «uditori della Parola» per poter essere poi suoi «servitori» mediante l’annuncio. Pure in ambito italiano, gli orientamenti pastorali per il primo decennio del 2000, Comunicare il vangelo in un mondo che cambia (29 giugno 2001 = CiV), insistono sulla necessità di coltivare «l’assiduo contatto, personale e comunitario, con la Bibbia, diffondendone il testo, promuovendone la conoscenza, anche con incontri e gruppi biblici, sostenendone una lettura sapienziale, aiutando a pregare con la Bibbia soprattutto nelle famiglie» (n. 49).
Un dato emerge da questi documenti e fa sempre più capolino nel vissuto della chiesa italiana, e cioè la necessità di maturare un’autentica «spiritualità dell’ascolto» della Parola per poter proporre «una vera e propria pedagogia della santità, che sia capace di adattarsi ai ritmi delle singole persone» e condurle alla «“misura alta” della vita cristiana ordinaria» indicata da Giovanni Paolo II come «santità» (NMI 30). Senza una vita ecclesiale fondata sull’ascolto della Parola sembra difficile avviare una pastorale di «prima evangelizzazione» nelle nostre terre, e appare problematico prospettare cammini di ri-evangelizzazione per chi manifesta il desiderio di riaccostarsi alla fede cristiana e alla chiesa dopo anni di allontanamento e di indifferenza. La «priorità per la chiesa all’inizio del nuovo millennio» nell’impegno dell’evangelizzazione, infatti, viene indicata con lo slogan: «Nutrirci della Parola, per essere “servi della Parola”» (NMI 40). E i nostri vescovi fanno eco alle affermazioni del papa con queste espressioni:
La parola di Dio, che è capace di farci apostoli, ci chiede anzitutto di essere discepoli. I cristiani maturi dovrebbero essere dei «rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna» (1Pt 1,23). Così nasce la chiesa e così vive e si espande. Va dunque attentamente meditato il fatto che essa è chiamata a essere il luogo nel quale si riuniscono coloro che anzitutto vengono evangelizzati. Sarebbe assurdo pretendere di evangelizzare, se per primi non si desiderasse costantemente di essere evangelizzati. Dovremmo nutrirci della parola di Dio «bramandola», come il bambino cerca il latte di sua madre (cf. 1Pt 2,2): per la vitalità della chiesa, questa è un’esperienza essenziale (CiV 47).
b. Un «nuovo entusiasmo» per la parola di Dio attraverso la pratica della lectio divina?
Nell’omelia tenuta in occasione della presa di possesso di San Giovanni in Laterano come vescovo di Roma, il beato Giovanni XXIII così si esprimeva:
Se tutte le sollecitudini del ministero pastorale ci sono care e ne avvertiamo l’urgenza, soprattutto sentiamo di dover sollevare da per tutto e con continuità di azione l’entusiasmo per ogni manifestazione del libro divino, che è fatto per illuminare dall’infanzia alla più tarda età del cammino.
È per suscitare oggi tale entusiasmo per la parola di Dio che possiamo accogliere l’esortazione di Giovanni Paolo II: «Chiesa in Europa, entra nel nuovo millennio con il libro del Vangelo!» (Ecclesia in Europa, 65). Nel nuovo millennio siamo entrati; l’Europa – e in essa l’Italia – attende che i cristiani riprendano in mano non solo il vangelo quanto l’intera Sacra Scrittura!
È in questo orizzonte che possiamo collocare i ripetuti interventi in proposito di papa Benedetto XVI. Nel discorso ai partecipanti al Congresso internazionale «La Sacra Scrittura nella vita della Chiesa» nel 40° della promulgazione della Dei Verbum (Roma, 14-18 settembre 2005) così si è espresso:
La chiesa non vive di se stessa ma del Vangelo e dal Vangelo sempre e nuovamente trae orientamento per il suo cammino. È una annotazione che ogni cristiano deve raccogliere e applicare a se stesso: solo chi si pone innanzitutto in ascolto della Parola può poi diventarne annunciatore. Egli infatti non deve insegnare una sua propria sapienza, ma la sapienza di Dio, che spesso appare stoltezza agli occhi del mondo (cf. 1Cor 1,23).
E come esperienza concreta per realizzare questo indica la lectio divina:
In questo contesto, vorrei soprattutto evocare e raccomandare l’antica tradizione della lectio divina: l’assidua lettura della Sacra Scrittura accompagnata dalla preghiera realizza quell’intimo colloquio in cui, leggendo, si ascolta Dio che parla e, pregando, gli si risponde con fiduciosa apertura del cuore (cf. DV 25). Questa prassi, se efficacemente promossa, recherà alla chiesa – ne sono convinto – una nuova primavera spirituale. Quale punto fermo della pastorale biblica, la lectio divina va perciò ulteriormente incoraggiata, mediante l’utilizzo anche di metodi nuovi, attentamente ponderati, al passo con i tempi. Mai si deve dimenticare che la parola di Dio è lampada per i nostri passi e luce sul nostro cammino (cf. Sal 118/119, 105).
Benedetto XVI torna su questo tema nell’Angelus del 6 novembre 2006 ma soprattutto – ed è una sorpresa per tutti! – nel suo messaggio per la XXI Giornata mondiale della gioventù (9 aprile 2006):
Cari giovani, vi esorto ad acquistare dimestichezza con la Bibbia, a tenerla a portata di mano, perché sia per voi come una bussola che indica la strada da seguire. Leggendola, imparerete a conoscere Cristo. Osserva in proposito san Girolamo: «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo» (PL 24,17; cf. DV 25). Una via ben collaudata per approfondire e gustare la parola di Dio è la lectio divina, che costituisce un vero e proprio itinerario spirituale a tappe.
3. Verso una conclusione aperta
Belle e incoraggianti parole, quelle del papa! Bisogna tener presente, infatti, che esiste anche una contestazione silenziosa all’interno della chiesa italiana che si chiama «indifferenza»: molti pastori in cura d’anime (da vescovi a sacerdoti) e molte persone consacrate semplicemente ignorano non solo la lectio divina, ma anche le altre modalità di accostamento della Sacra Scrittura. Sembrano, pertanto, più preoccupati dei sacramenti e della gestione della comunità ecclesiale che dell’evangelizzazione e soprattutto della spiritualità cristiana. La domanda, infatti, a cui dare risposta è: quale spiritualità si desidera coltivare e favorire nelle comunità cristiane del nuovo millennio se si vuol almeno tentare di avviare un cammino che porti a «riaccendere in noi lo slancio delle origini, lasciandoci pervadere dall’ardore della predicazione apostolica seguita alla Pentecoste»? Per vivere una «nuova evangelizzazione» «occorre un nuovo slancio apostolico che sia vissuto quale impegno quotidiano delle comunità e dei gruppi cristiani» (NMI 40). Non si tratta più di delegare a singoli volonterosi l’evangelizzazione, ma di viverla e sostenerla da parte dell’intera comunità ecclesiale: a partire da quale esperienza risulta possibile ciò, se non favorendo una «spiritualità dell’ascolto» perché non un singolo «gruppo biblico», ma tutta la comunità sia «gruppo biblico»?
Inoltre, ci sono carenze su cui riflettere e dalle quali partire per migliorare l’ascolto della Parola all’interno delle nostre comunità ecclesiali. Ne segnalo solo alcune, tra le più vistose[12].
a) Un’evidente mancanza di attenzione alla dimensione dell’ascolto della Parola da parte di più di qualche pastore d’anime o di responsabili di associazioni, movimenti, gruppi ecclesiali.
b) Un certo elitarismo che tende a volte a sequestrare l’ascolto della Sacra Scrittura all’interno di gruppi scelti, impedendo alla maggioranza di usufruire di esperienze significative, e altre volte a delegare al solito «gruppo di patiti» la pratica della lectio divina o, in generale, dell’ascolto della Parola in forme continuative nel tempo.
c) La tendenza a un esagerato «biblicismo» che – senza volerlo – riproduce il sola Scriptura protestante, tralasciando (in ambito cattolico) l’apporto della tradizione della chiesa, dell’approfondimento teologico di determinate tematiche della vita cristiana, della riflessione catechistica che cerca una mediazione con la concretezza della vita. In altre parole, si rischia una separazione tra parola di Dio, tradizione e teologia, pastorale e celebrazione liturgica.
d) La tentazione di un certo spiritualismo che – come conseguenza della frattura sopra segnalata tra i diversi ambiti della vita ecclesiale – porta ad accostare il testo biblico «con una certa propensione estetizzante che fa della Bibbia e della preghiera oggetti di una fruizione tutta interiore, non il principio di una esistenza nuova, anche dal punto di vista delle relazioni e dei comportamenti»[13].
Alla luce di quanto detto mi sembra importante che – al di là della modalità di accostamento della parola di Dio contenuta nella Scrittura – si operino, con costanza, alcune «conversioni pastorali». Ne ricordo quattro, tra le tante possibili e necessarie.
a) Favorire con coraggio e fantasia pastorale l’ascolto comunitario di Dio che parla nella Bibbia da lui ispirata e affidata a tutti i suoi fedeli. Questo per fare delle nostre comunità autentiche «comunità di ascolto».
b) Passare dal «procedere in ordine sparso» a livello – per esempio – di organismi diocesani, al costruire autentici itinerari di fondamento e di crescita nella fede, come suggerito da CiV che raccomanda di «configurare la pastorale secondo il modello dell’iniziazione cristiana» (n. 59), precisato ora nelle tre recenti Note che cercano di rendere operativo il Rito per l’iniziazione cristiana degli adulti.
c) Incoraggiare, poi, il passaggio dalla semplice «lettura del testo biblico» all’ascolto e annuncio del kerygma il cui nucleo centrale è «il mistero di Cristo, fondamento assoluto di ogni nostra azione pastorale» (NMI 15).
d) Approdare, infine, alla liturgia come «fonte e culmine» di ogni ascolto personale e comunitario, nella consapevolezza che «l’economia e il dono della salvezza che la parola di Dio continuamente richiama e comunica, proprio nell’azione liturgica raggiunge la pienezza del suo significato; così la celebrazione liturgica diventa una continua, piena ed efficace proclamazione della parola di Dio»[14].
[1] C. Uguccioni, Quella sete della Parola, in «Jesus» 38 (5/2006) 50.
[2] Si tenga presente che l’espressione «parola di Dio» è più ampia del testo sacro che la contiene (cf. DV 24). La Sacra Scrittura è attestazione storica privilegiata della rivelazione, di quella Parola che si è fatta evento e si è comunicata agli uomini attraverso molteplici parole e particolarmente in Gesù, con la sua vita e i suoi insegnamenti. Qui intendiamo parlare proprio della parola di Dio contenuta nella Bibbia.
[3] G. Butterini, Il risveglio biblico prima e dopo il Vaticano II, in «CredereOggi» 6 (6/1981) 11.
[4] Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Novo millennio ineunte (6.12.2001) (= NMI), n. 57.
[5] C. Bissoli, La Sacra Scrittura nella vita della chiesa, in «CredereOggi» 82 (4/1994) 83 (il corsivo è nell’originale).
[6] Conferenza episcopale italiana (= CEI), Evangelizzazione e testimonianza della carità. Orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per gli anni ’90 (8.12.1990), n. 7.
[7] Il testo integrale dei due documenti si trova in B. Maggioni (ed.), La Sacra Scrittura. I documenti ufficiali della chiesa, Massimo, Milano 1996, pp. 109-230; 251-290.
[8] Cf. Ufficio catechistico nazionale-SAB, La Bibbia nel magistero dei vescovi italiani. Documenti della XLIII Assemblea generale della CEI (Roma, 19-23 maggio 1997), LDC, Leumann (TO) 1998.
[9] Per questo oggi si preferisce parlare di «“ministro della Parola”, secondo quanto compare nella stessa DV 23. Non per un gioco di nomi, ma per il riconoscimento di un ministero vero e proprio, con ciò che ne consegue nella vita e nella guida della chiesa» (C. Bissoli, Apostolato biblico: a che punto siamo?, in «Settimana» 6 [12 febbraio 2006] 16).
CEI, Nota pastorale La Parola del Signore si diffonda e sia glorificata (2Ts 3,1). La Bibbia nella vita della chiesa (18.11.1995), n. 20, anche n. 28.
[12] Altre sono segnalate da C. Biscontin, Dalla Parola annunciata e celebrata alla vita vissuta, in «CredereOggi» 150 (6/2005) 37-46.
[13] G. Angelini, La fede, altrove? Lo spiritualismo, un’insidia per il cattolicesimo oggi, in «La Rivista del Clero Italiano» 85 (2/2004) 87-105.
[14] Lezionario, Introduzione, n. 4.