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Teologia in Asia: la liberazione al centro (L. Dal Lago)
editoriale

«Si richiede ai cristiani umiltà e coraggio,
l’umiltà per essere battezzati nel Giordano della religiosità asiatica
e il coraggio per essere battezzati sulla croce della povertà asiatica».
(Aloysius Pieris)

La straordinaria ricchezza di culture e religioni è la caratteristica che fa dell’Asia un continente non equiparabile agli altri. Questa molteplicità di tradizioni, notevolmente più antiche del cristianesimo, costituisce oggi il luogo forse più importante di incontro e confronto con il messaggio evangelico, anche se il cristianesimo asiatico non ha avuto finora nei mass media o nell’editoria occidentali una risonanza paragonabile, per esempio, a quella del cristianesimo latinoamericano. In effetti la presenza cristiana in Asia è veramente minoritaria. Dopo secoli di missione nel continente che ospita più della metà della popolazione mondiale totale, la percentuale dei cristiani non supera il 2% per lo più concentrati in alcune zone di pochi paesi, come le Filippine. La crescita del cristianesimo è però un dato di fatto e la forza dei cristiani dell’Asia, benché non stia nei numeri, è tutt’altro che irrilevante, proprio per l’impegno di «lievito nella massa» che li caratterizza e di cui essi sono ben consapevoli.

Questo fascicolo di «CredereOggi», al di là della semplice documentazione, vuol dare voce alla riflessione di teologi che ci ricordano l’enorme posta in gioco del momento: il baricentro del mondo si sta spostando a Oriente e il cristianesimo si dovrà assolutamente confrontare con le domande che provengono da tale continente. Perciò tra gli autori dei vari articoli, oltre a esperti italiani, spiccano i nomi di alcuni teologi asiatici, in modo che si possa accostare direttamente il loro pensiero. Vengono prese in considerazione in particolare due linee di sviluppo della teologia in Asia: a) la linea dell’inculturazione segnata dal dato di fatto di un’Asia multireligiosa, che perciò privilegia il dialogo interreligioso, soprattutto in India (ma anche in Corea, Cina, Giappone...), per essere fedele alla propria «asiaticità», alle proprie tradizioni culturali e religiose in cui incarnare l’esperienza cristiana; b) la linea della liberazione, intesa in duplice senso: sia la liberazione che il cristianesimo porta dai legami ancestrali (pensiamo alla teologia dalit e al superamento del sistema castale in India) sia, almeno a livello di coscientizzazione, quella che si contrappone alle più recenti schiavitù e sottomissioni dovute alle sperequazioni economiche e al capitalismo selvaggio, eredità pesante di un colonialismo che per molti non è ancora finito.

Come scrive D. Magni nel suo contributo in questo fascicolo, rifacendosi all’opera ormai classica del padre gesuita A. Pieris, Una teologia asiatica di liberazione (Cittadella, Assisi 1990), la «consapevolezza dell’esiguità numerica dei cristiani in Asia fa comprendere la necessità di una teologia delle religioni in grado di esprimere il messaggio evangelico in un contesto culturale e religioso così ricco e diversificato. Serve una teologia che sia capace di cogliere la sensibilità asiatica». Essa deve partire dal dato di fatto che «alla base della religiosità asiatica non vi è tanto la fede in un Dio personale quanto la liberazione […] Per fare rientrare il cristianesimo in Asia, dov’è nato, ma dov’è ininfluente, occorre agganciarsi al “nucleo soteriologico, ossia al nocciolo liberante delle varie religioni che hanno dato forma e stabilità alle culture asiatiche”» (pp. 131-132).

Padre Magni fa notare, inoltre, come sia indispensabile riscoprire e valorizzare «la religiosità popolare più autentica […] nei suoi aspetti cosmici e meta-cosmici. La religione cosmica riguarda l’atteggiamento che assumiamo verso le realtà misteriose della vita, che sono legate alle forze cosmiche di cui abbiamo bisogno e che, in qualche misura, temiamo: fuoco, calore, venti, uragani, terra, terremoti, acque, oceani, piogge e inondazioni; sono simboli ambivalenti delle nostre forze subconscie, sono usati nel linguaggio quotidiano e nei riti sacri che esprimono i nostri desideri più profondi» (p. 132). In Occidente si è ormai perduta la percezione di questa religiosità cosmica. La tecnologia moderna, il razionalismo scientista e l’economia di mercato con il suo consumismo più o meno globalizzato hanno fatto dimenticare all’uomo le dimensioni cosmiche in cui pure è inserito. Il nostro occhio occidentale non è più capace di scorgere «l’incanto del mondo» e neppure il suo drammatico risvolto. Solo per un breve tempo lo tsunami o il problema umanitario ed ecologico ad esso collegato hanno occupato la mente, ma non il cuore dell’uomo occidentale.

Al contrario, in Asia, su questa religiosità cosmica, si strutturano soteriologie meta-cosmiche quali sono l’induismo, il buddhismo e il taoismo. Il bene sommo che esse presentano è un «aldilà» che si realizza già qui e ora attraverso la sapienza, la saggezza, la conoscenza. Il modello di persona «liberata» è il «saggio e sapiente», il sadhu che ha compiuto il percorso ascetico proposto a tutti gli uomini, quale massimo della perfezione umana. Su queste caratteristiche positive e liberatrici della religiosità cosmica popolare, si deve necessariamente innestare il messaggio evangelico se si vuole che esso sia assunto come un pensiero comprensibile alla mentalità asiatica, e non come un esotismo occidentale. La religiosità cosmica è la religiosità tipica dei poveri: gli indigenti, i discriminati, i diseredati. Essi costituiscono un vero e proprio magistero, una scuola dove il cristiano ri-educa se stesso nell’arte dell’annunciare la «buona notizia» del regno di Dio; che è il linguaggio della salvezza, ovvero della liberazione, il linguaggio con cui Dio parla attraverso Gesù.

L’apertura del fascicolo è affidata a George Evers, direttore emerito del Centro «Missino» di Aachen, che traccia un quadro storico degli sviluppi del cristianesimo in Asia dopo la seconda guerra mondiale e analizza in dettaglio la situazione delle varie chiese locali. Gaetano Favaro illustra quindi l’approccio particolare con cui si legge la Bibbia nel contesto religioso e socio-culturale dell’India, che risulta essere attualmente il laboratorio teologico più fervido e creativo tra tutti i paesi asiatici. Ermis Segatti descrive poi accuratamente gli sviluppi della cristologia in Asia, mettendo in rilievo sia il rischio di confondere Cristo con una delle tante avatar del divino, sia la possibilità di riscoprire un volto autentico del Dio fatto uomo. Sul versante propriamente ecclesiologico, Peter Phan presenta il sinodo per l’Asia (19 aprile - 14 maggio 1998) misurandolo col criterio di chiese che non si sentono più soltanto invitate al «banchetto» della chiesa latina, ma vogliono a loro volta invitare le altre chiese a gustare i doni e a nutrirsi del patrimonio spirituale e religioso loro proprio. Michael Amaladoss affronta, invece, il tema forse più nevralgico, cioè il dialogo tra le religioni, visto come una condizione necessaria per la pace e il futuro dell’Asia stessa, oltre che come impegno delle chiese cristiane. Gianni Criveller, missionario a Hong Kong, fa rivivere l’avventura di Matteo Ricci (1552-1610) che riuscì a stabilire un vero dialogo con la cultura cinese già nel 1600 e che può essere un utile insegnamento anche per i nostri giorni. Paul Puthanangady discute il problema di come ridare all’eucaristia la sua funzione di creare autentiche comunità cristiane, al di là di una semplice riforma rituale che rischia di ridursi ad alcuni cambiamenti esteriori senza vere conseguenze per la vita. Infine, Davide Magni fa il punto sulle teologie della liberazione oggi esistenti in Asia, e ci sembra questa la prospettiva più interessante per un lettore occidentale, in quanto fa riflettere su quanto siamo immersi nella sazietà dell’avere e abbiamo perduto perfino il senso di che cosa vuol dire «essere liberati». Pensiamo di essere già liberi, di poter fare qualsiasi cosa, mentre in realtà siamo schiavi del nostro ego, delle cose, della nostra pretesa superiorità culturale. Come un tempo, anche oggi l’Asia ci insegna la strada dell’umiltà e del coraggio.


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