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Il dialogo ecumenico come vocazione in un mondo globalizzato (S. Morandini)
Editoriale

Si parla spesso delle difficoltà del cammino ecumenico in questo tempo sia riguardo a singole tematiche oggetto di dialogo che, più ampiamente, per quanto attiene al quadro complessivo delle relazioni tra le diverse chiese cristiane. Si pensi alla delicata questione del territorio canonico, sollevata dalla chiesa ortodossa russa, e ai gravi interrogativi che essa pone alla prassi della chiesa cattolica. O si pensi alla dura critica del cardinale Kasper a uno dei due modelli di unità presenti nel mondo protestante[1] – quello peraltro su cui si articolano i positivi rapporti stabiliti all’interno del protestantesimo europeo tramite la Concordia di Leuenberg. Né si possono dimenticare le forti tensioni che segnano oggi i rapporti tra le confessioni cristiane sulle questioni etiche: in realtà soprattutto quelle legate all’etica personale e al mondo della sessualità, ben più che quelle dell’area giustizia, pace e salvaguardia del creato.

Sono tematiche complesse, alcune delle quali saranno esplorate in modo analitico nei saggi presenti in questo numero. Sono, però, anche indicazioni di un clima generale, che alcuni osservatori hanno descritto parlando di un inverno ecumenico, che sarebbe difficilmente superabile in tempi brevi. È una sensazione problematica – per molti una vera e propria sofferenza – che rischia di pesare anche su eventi di notevole consistenza, come la III Assemblea ecumenica europea di Sibiu del settembre 2007, riducendone le importanti potenzialità.

1. Una domanda radicale

Forse, allora, occorre porsi una domanda più ampia, che si lascia interrogare in modo più radicale da questo presente. Occorre chiedersi, cioè, se a essere in crisi non sia la stessa idea di ecumenismo; se la contingenza della distretta presente non riveli in realtà aporie più profonde, che toccherebbero elementi qualificanti del cammino ecumenico quale lo abbiamo sperimentato finora. Diversi autori, del resto, ritengono che, il tempo della globalizzazione – col livello del tutto inedito di mobilità che lo caratterizza, con i contatti tra persone, culture e religioni che esso promuove – richieda soprattutto un rafforzamento delle identità, a prevenire pericolose dinamiche di dissoluzione[2]. E, d’altra parte, nella postomodernità di una società secolare, che tende a estenuare il valore delle forme religiose, non è forse necessario contrapporsi con presenze forti, integrali, aliene da cedimenti e contrattazioni? A una tale preoccupata prospettiva, l’istanza dialogica della ricerca ecumenica può apparire come un pericoloso fattore di indebolimento, una crepa nella compattezza di confini, che andrebbero invece mantenuti nella loro impenetrabilità.

Anche chi scrive condivide l’istanza di una teologia ecumenica capace di collocarsi in modo consapevole nell’orizzonte socioculturale che abitiamo, cogliendone gli interrogativi e le domande emergenti. La storia, ci ricorda Gaudium et spes, è pur sempre lo spazio abitato dal soffio dello Spirito e occorre scrutarla con attenzione, per leggere i segni dei tempi che vi si manifestano. In essi siamo chiamati a cogliere, nella complessità del loro darsi, elementi significativi per la vocazione dell’umanità e della chiesa, anche proprio per ciò che attiene alla ricerca della comunione ecumenica.

La stessa istanza di complessità evidenzia, però, anche la necessità di uno sforzo ermeneutico davvero attento, per leggere l’attuale contesto in tutta la sua complessità multiculturale e multireligiosa. Riteniamo, in effetti, possibile offrirne interpretazione ben diverse, che orientano a un ruolo differente e ricco di valenze assai più positive anche per lo stesso movimento ecumenico.

2. Una globalizzazione da ripensare[3]

Sono molti, in effetti, gli osservatori che leggono in modo assai più articolato le relazioni tra culture e religioni differenti indotte dalla globalizzazione, indicandole come luoghi di possibilità per incontri inediti, carichi di potenzialità pacificanti. J. Audinet, ad esempio, parla di un «tempo del meticciato»[4], a indicare la positiva possibilità di fecondi intrecci tra realtà diverse. Una prospettiva esplicitamente teologica, poi, potrà cogliere proprio qui uno di quei segni dei tempi cui richiamava la Gaudium et Spes e prima ancora la Pacem in terris. Potrà leggervi, cioè, un segno concreto dell’agire di quello Spirito che chiama la storia umana a diventare spazio di autentica fraternità, in una convivenza giusta e solidale (e sostenibile aggiungeremmo oggi) sul pianeta terra.

Pur nell’ambiguità che caratterizza ogni fenomeno storico, sarà allora possibile vivere anche questo tempo come inedita occasione di crescita, per quella che la stessa Costituzione conciliare definisce famiglia umana. Si tratta di una realtà che non è certo riducibile a dato biologico o sociologico, ma che si presenta invece come densa di profonde connotazioni etiche e teologiche: è la figura di un’umanità che – al di là dei differenti stili di vita che la caratterizzano – ha la sua origine comune nell’atto creatore di Dio, è tutta redente in Cristo e tutta è chiamata alla comunione escatologica nello Spirito.

In questo contesto, dunque, siamo invitati a interrogarci su come la comunità credente sia chiamata oggi ad abitare la storia – come segno e strumento dell’azione di Dio, al servizio di una dinamica di comunione nel cuore dell’umanità – come sacramento di unità, secondo la lezione conciliare. Certamente un elemento che occorrerà tenere in attenta considerazione in tale riflessione è la necessità di un intreccio tra il riferimento all’unità della famiglia umana e quello alla pluralità (geografica, culturale, religiosa…) che la abita, a una varietà di forme che è essa stessa in qualche misura espressione della ricchezza dello Spirito. Non è pensabile una ricerca di unità che pretenda di esprimersi come mero superamento delle diversità[5] e non piuttosto come loro reciproca accoglienza, nel segno della riconciliazione e della mutua interrogazione all’interno di un serio confronto. È uno sguardo dinanzi al quale non apparirà problematica tanto l’inedita prossimità dei diversi, quanto piuttosto la difficoltà a realizzare forme pacifiche di coesistenza e di incontro. È uno sguardo che vedrà nel dialogo tra le diverse identità – quale si realizza anche attraverso concreti momenti di incontro per la crescita nella con-vivenza – un elemento imprescindibile per una globalizzazione pacifica e solidale. È questo, tra l’altro, mi sembra, il nocciolo sempre attuale dell’eredità di Assisi, dell’incontro interreligioso di preghiera del 1986 e ancor più di quello del 2002, svoltosi in un momento che rendeva più esplicita la contrapposizione alla violenza e all’intolleranza.

Ma occorre pure osservare che non si tratta di elementi che la comunità ecclesiale potrebbe vivere come semplicemente esterni al proprio essere, ma piuttosto di caratteristiche cruciali per la sua stessa esistenza e per le sue pratiche. Nel tempo della globalizzazione la dimensione ecumenica – la pratica vissuta dell’ecumenismo – si rivela fondamentale per l’essere della chiesa, quasi espressione storica qualificata delle notae ecclesiae (specie della cattolicità e dell’unità)[6]. È un dato già ben colto dalla riflessione della commissione Fede e costituzione del Consiglio ecumenico delle chiese negli anni ’90: il cammino verso l’unità, con la dinamica dialogica che lo caratterizza, è determinante anche in quanto contributo al rinnovamento della comunità umana[7], nell’orizzonte del regno di Dio veniente.

3. Dialogo come vocazione

Crediamo che quanto detto finora già consenta di cogliere tutta la rilevanza e l’attualità del dialogo ecumenico per il nostro tempo, scoprendo in esso un imperativo più che mai impegnativo per le nostre comunità. Vale, però, forse la pena di accennare un passo in più, per segnalarne anche il significato su un piano più direttamente teologico, che eccede la contingenza di specifici contesti storici. Vorremmo, cioè, segnalare la realtà densamente teologica del dialogo, la sua profonda consonanza con l’orizzonte disegnato dalle Scritture ebraico-cristiane.

È il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, è il Dio di Gesù che si presenta a interpellare gli esseri umani, a chiamarli a un dialogo vitale, che interessa l’esistenza tutta, a sconvolgerla e a ridisegnarla nuova. L’intera storia della salvezza è mossa e abitata da un gioco di parola che attraversa la creazione tutta – opera della parola benedicente del Signore, ma anche chiamata a rispondervi nella benedizione della lode e nell’obbedienza. La stessa esistenza di Gesù – spazio in cui Dio si disvela nella concretezza di un’esistenza umana – è tutta attraversata da un gioco di relazioni, di incontri, di dialoghi che non sono certo senza significato per la sua stessa coscienza messianica[8].

Per una fede che proprio in tale spazio trova il suo fondamento, dunque, il dialogo non è solo una tattica – più o meno utile a seconda dei diversi contesti storici – ma l’espressione di una vera e propria vocazione, da parte di un Dio che è lui stesso dialogo, comunione, pericoresi. La pratica vissuta dell’ecumenismo, prima ancora che strumento per la realizzazione di particolari valori, appare già in se stessa come una forma di corrispondenza storica a una chiamata, che sgorga dall’essere stesso del Dio trino.

4. Conclusione

Per la chiesa di questo tempo il cammino ecumenico è, dunque, risposta a una chiamata alla comunione in Cristo, una chiamata che non può essere lasciata cadere. Rispondervi, poi, significa anche vivere un’esperienza profondamente formativa, come in una palestra in cui si insegna uno stile di dialogo. In essa incontriamo la possibilità di convergenze inattese, anche a partire da percezioni diverse della verità, com’è avvenuto, per esempio, nel testo congiunto cattolico-luterano sulla giustificazione, con la sua preziosa metodologia del consenso differenziato[9]. Incontriamo la possibilità di convivenze teologicamente dense anche tra chi non condivide identiche esperienze di fede, come accade nella realtà dei matrimoni interconfessionali. Impariamo una corresponsabilità per la storia umana, capace di esprimersi in una ricerca condivisa e in parecchi casi feconda, come accade nei percorsi su giustizia, pace e salvaguardia del creato. Sono esempi significativi, che mi sembra indichino con chiarezza come – più che un depotenziamento della dinamica ecumenica – il nostro tempo ne chieda piuttosto l’espansione, come forma di ricerca di risposte condivise a interrogativi che toccano in profondità la condizione umana.

È chiaro, allora, però, che l’ecumenismo non può ridursi a un gioco diplomatico, teso a soppesare con preoccupazione le divergenze ancora presenti. Vive in esso una domanda di comunione che nasce dal vangelo; vi vive l’urgenza di chi desidera affrettare il tempo e non sempre riesce a comprendere la lentezza dei progressi realizzati. Vi vive anche la scoperta di frutti, certo parziali, ma già maturi, come caparra di un tempo di unità piena; occorre valorizzarli e diffonderli fin d’ora nelle nostre comunità, come risorse significative per un tempo che vede sempre più pressante la sfida dell’incontro con le altre fedi.

Abbiamo bisogno di imparare e diffondere uno stile dialogico: la narrazione testimoniale della propria storia e della propria fede (della propria identità) dovrà affiancarsi all’ascolto di quella dell’altro, all’attenzione a cogliere anche in essa le tracce di un agire del Dio che tutti chiama alla comunione. Abbiamo bisogno di apprendere un’ermeneutica della diversità, che non vi colga sempre e immediatamente la contrapposizione divergente, ma sia pronta a riconoscere anche il darsi – magari in forme inattese – della ricchezza dello Spirito, sempre e di nuovo operatore di novità nella storia degli uomini e delle donne. Abbiamo bisogno, insomma, di imparare a essere chiesa nel segno di un ecumenismo a tutto tondo: più spirituale e più teologico assieme, più attento alla storia in cui abita e più radicale nello sguardo sul Signore che chiama, più radicale nel vivere la propria identità di fede e più attento all’ascolto empatico di quella dei fratelli.

È una prospettiva cui ci sentiamo – nonostante tutto – di guardare con fiducia: neppure l’inverno più freddo può impedire di germinare ai semi della Parola gettati nella storia, se lo stesso Spirito se ne prende cura...

(Simone Morandini)

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Il presente fascicolo di «CredereOggi» offre una vasta panoramica sulla situazione attuale dell’ecumenismo, tenendo presente i vari aspetti della problematica. Anzitutto sembra che oggi il tema vada ampliato rispetto alla prospettiva abituale. Non si tratta più di una questione fra le chiese, ma piuttosto tra le chiese e il mondo. Su questo punto (le vie future possibili) appare illuminante il contributo di Giovanni Brusegan, mentre una puntuale rassegna di tutte le questioni teologiche oggetto di dialogo e di consenso più o meno completo ci viene fornita nell’articolo di Giuseppe Dal Ferro, che esamina criticamente i documenti pubblicati nell’Enchiridion Oecumenicum, giunto quest’anno al volume ottavo. In quest’ultima raccolta, strumento indispensabile per chiunque si occupi di ecumenismo, spicca il documento del Gruppo di Dombes su Maria nel disegno di Dio e nella comunione dei santi, un testo prezioso che viene commentato da Giancarlo Bruni, mostrando come la questione mariologica, anziché dividere le chiese, come uno potrebbe superficialmente pensare, si rivela invece una possibile via per affrontare in modo nuovo problemi irrigiditi nella loro formulazione abituale. Uno di questi è certamente il ruolo e il servizio all’unità della chiesa che svolge oggi il vescovo di Roma: benché ci siano delle significative convergenze, la discussione a tale riguardo è senza dubbio ancora lontana dal raggiungere una conclusione condivisa, come mostra Giovanni Cereti, illustrando il tema con la sua impareggiabile conoscenza dei dialoghi ecumenici. L’intervento di Serena Noceti tocca un altro punto nevralgico, cioè quello del ministero ordinato e in particolare la ministerialità femminile, che vede schierate su fronti opposti da una parte la chiesa cattolica e quella ortodossa, dall’altra numerose chiese protestanti. Sugli sviluppi successivi alla firma della dichiarazione congiunta tra la chiesa cattolica e i luterani sulla giustificazione ci ragguaglia Angelo Maffeis, mettendo in risalto soprattutto le riserve da parte del mondo evangelico tedesco. Sulle questioni etiche che ancora dividono le chiese, in particolare nell’ambito della bioetica, del matrimonio, dell’aborto e della sessualità in generale, Placido Sgroi compie una ricognizione esauriente, sia dal punto di vista storico, come da quello dottrinale. Infine sulla questione scottante dei matrimoni misti abbiamo il contributo di Mario Galzignato che espone diffusamente il lento sviluppo della dottrina cattolica sulla sacramentalità del matrimonio in rapporto alla concezione luterana, che invece la nega. Sulla pastorale dei matrimoni misti in Italia si è già avuto nel 1997 un importante accordo tra i vescovi italiani e il sinodo valdese, in cui si riconosce che un matrimonio tra cristiani appartenenti a confessioni diverse avviene «nel Signore», e quindi nel suo corpo che è la chiesa. Da qui la necessità che le chiese aiutino le coppie interconfessionali nel loro cammino, promuovendo lo spirito ecumenico. Proprio per queste coppie si pone più acuto il problema dell’intercomunione o partecipazione all’eucaristia del coniuge appartenente a una diversa confessione. Può un coniuge cattolico ricevere la comunione nella chiesa protestante e viceversa un coniuge di un’altra confessione cristiana, validamente battezzato, può ricevere la comunione nella chiesa cattolica? Sono domande molto concrete e attuali, cui non è facile rispondere e che forse meriterebbero un intero fascicolo di «CredereOggi» dedicato a questo tema. Nel 2001, il Comitato battista-cattolico in Francia si è confrontato a lungo sul problema e ci sembra che le sue osservazioni descrivano efficacemente l’attuale situazione ecumenica:

Noi tutti deploriamo la paradossale situazione alla quale ci ha condotti la storia: il banchetto che significa l’unione dei fratelli e delle sorelle in Cristo in un solo corpo, il suo, li divide. Il pane della comunione si è trasformato in pomo della discordia[10].

(l. d.l.)



[1] Presentata, ad esempio, in W. Kasper, Questioni aperte nell’ecclesiologia delle chiese sorelle, in Id., Vie dell’unità. Prospettive per l’ecumenismo, Queriniana, Brescia 2006.

[2] È una tesi che classicamente viene associata al nome di Huntington (S. Huntington, Il conflitto delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 20002).

[3] Riprendiamo alcune tematiche ampiamente esplorate all’interno di Chiesa e globalizzazione CredereOggi» 139, 24 [2003]) e che abbiamo approfondito in S. Morandini, Da credenti nella globalizzazione. Teologia ed etica in orizzonte ecumenico, EDB, Bologna (di prossima pubblicazione).

[4] J. Audinet, Il tempo del meticciato, Queriniana, Brescia 2001.

[5] Indicazioni forti, al punto da sfiorare talvolta l’unilateralità, in C. Duquoc, L’unico Cristo. La sinfonia differita, Queriniana, Brescia 2004.

[6] Per un’attenta meditazione del valore delle notae, rimandiamo a una piccola opera di un grande teologo, recentemente scomparso, che abbiamo conosciuto e amato come maestro e testimone di ecumenismo: L. Sartori, L’unità della chiesa. Un dibattito e un progetto, Queriniana, Brescia 1989; si veda pure Id., Teologia ecumenica. Saggi, Gregoriana, Padova 1987.

[7] Fede e Costituzione, Church and World. The Unity of the Church and the Renewal of the Human Community, WCC, Ginevra 1990.

[8] Rimandiamo ancora una volta a un testo di L. Sartori, Le relazioni di Gesù, in SAE (ed.), Voi chi dite che io sia? Gesù interpella l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, Dehoniane, Roma 1992, pp.198-205.

[9] Una rilettura di tale testo, con un’attenzione particolare per le potenzialità della sua metodologia in ordine al dialogo su temi etici in S. Morandini, Dopo la Dichiarazione cattolico-luterana sulla giustificazione: per un’etica teologica in prospettiva ecumenica, in T. Vetrali (ed.), Dalla legge all’amore. Omaggio al prof. J. E. Vercruysse, ISE, Venezia 2006, pp. 233-255.

[10] Comitato battista-cattolico in Francia, Convinzioni battiste e cattoliche sulla cena-eucaristia, Parigi, 12 giugno 2001, in Enchiridion Oecumenicum, vol. 8, EDB, Bologna 2007, 1319-1339, qui 1320.


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