«Fatto stupendo, o cosa strana! L’orso, la belva si fa umana.
Stupor maggiore che l’uomo nato, in belva cerchi esser cangiato».
(Iscrizione sul portale d’ingresso del santuario di San Romedio)
Nei giorni dal 31 agosto al 1 settembre 2007 si è svolto a Sanzeno, nella trentina Val di Non, un interessante convegno intitolato: Santi e animali. Tra san Romedio e san Francesco. In questo numero di «Credere Oggi» ne pubblichiamo le relazioni più significative nella certezza che il tema merita di essere approfondito, in quanto costituisce un capitolo essenziale del rapporto uomo-natura, che sta alla base di ogni trattazione sull’ecologia e la salvaguardia del creato. L’editoriale di padre Fabio Scarsato, organizzatore del convegno, permette di cogliere non solo le motivazioni che hanno condotto a promuovere questa iniziativa, ma apre anche prospettive che vanno oltre il fatto contingente, facendo riflettere sull’identità di ciascuno (il santo e l’animale che sta dentro di noi) e sul tempo che stiamo vivendo (spirituale o bestiale?).
(l. d.l.)
1. Il convegno
Il convegno si è fregiato pomposamente del sottotitolo: Incontri di spiritualità e cultura. Infatti si è partiti sempre dal presupposto che non c’è spiritualità che non s’incarni immediatamente subito dopo in una cultura, una spiritualità che senz’altro resta fedele ad alcuni suoi presupposti, non negoziabili, ma che sono sempre molto pochi rispetto al vasto campo delle mediazioni storiche e culturali, lì dov’è chiamata a intervenire responsabilmente la fantasia dell’uomo e della donna credenti, della loro carità, della ragione, degli stili di vita. La cultura è la grammatica che una spiritualità usa per raccontarsi in un dato tempo, in un dato luogo, con determinate persone, sotto pena di restare nell’ambito delle seppur dotte elucubrazioni da salotto. La spiritualità cristiana – ma non solo – mi sembra che sia qui a dimostrarlo… Ma anche la cultura ha bisogno della spiritualità, per non dimenticare che l’uomo è sempre qualcosa di più del suo ventre o dei suoi meccanismi evolutivi. E che non conosciamo ancora nessun uomo, se ci fermiamo scientificamente ai suoi centri nervosi.
L’approccio alla tematica del convegno, poi, non poteva che essere necessariamente «interdisciplinare» ed «ecumenico» in senso lato, perché risponde alla tradizione di questi due santuari trentini: la basilica dei Santi martiri Sisinio, Martirio e Alessandro (missionari provenienti dalla lontana Cappadocia e martirizzati proprio a Sanzeno il 29 maggio 397) e l’eremo di San Romedio (anch’egli «straniero» in questo luogo, perché vi arrivò dall’Austria attorno all’anno Mille proprio attirato dalla fama dei martiri cappadoci), entrambi serviti da una comunità di frati minori conventuali. Siamo infatti convinti che quella dell’incontro e dell’ascolto reciproco, della comune ricerca della verità e della conoscenza l’uno dell’altro, è ormai l’unica strada che ci è data di percorrere. Per continuare a essere autenticamente «animali umani».
E cosa c’è, allora, di più spirituale di quegli uomini e quelle donne che, per la loro esimia testimonianza di fede, sono universalmente riconosciuti come «santi»? Ma, d’altro canto, cosa c’è di più apparentemente lontano dallo spirito, di più «materiale» dell’animale? E se ci sono tanti animali nella vita degli uomini, ce ne sono altrettanti nella vita dei santi, anche in questo accomunati perciò a quell’umanità di cui pure loro fanno parte. Almeno fino a che noi riusciamo abilmente a relegarli in qualche nicchia di chiesa.
L’idea del convegno ha preso lo spunto dalla raffigurazione più famosa di san Romedio, il santo eremita venerato in quello che probabilmente è il più suggestivo santuario delle Alpi trentine; e cioè il santo eremita con l’orso che, secondo la leggenda, avrebbe ammansito dopo che questi gli aveva divorato il cavallo: tenuto al guinzaglio, addirittura usato come cavalcatura dall’eremita stesso.
Immediatamente scatta il paragone con un altro grande santo, Francesco d’Assisi, questa volta alle prese con un’altra fiera che infestava abbondantemente i nostri boschi nel Medioevo: il feroce lupo di Gubbio. Peraltro, a questo punto i riferimenti si sprecano: sant’Antonio abate e il porcellino, san Rocco e il cane, sant’Antonio di Padova e i pesci (ma anche la mula), san Serafino di Sarov e un altro orso, san Girolamo e il leone, sant’Agnese e l’agnellino, sant’Eustachio e il cervo, san Colmano che viveva con un gallo che cantava quando era ora di alzarsi; e un topolino che gli mordicchiava l’orecchio fin quando non si alzava e una mosca che gli teneva il segno lì dove era arrivato a leggere… Ma ci vengono in mente anche Elia e il corvo, Giona e la balena, Baalam e l’asina e via dicendo.
Sembra proprio che la relazione santo-animale possa essere alla fine un’autentica categoria interpretativa, una chiave d’accesso per leggere e capire il rapporto «uomo-animale», colto nelle sue dimensioni anche problematiche. L’obiettivo allora che ci siamo proposti in questo convegno è stato quello di sondare da più punti di vista la relazione tra «santità» e «animalità», allo scopo di capire un po’ meglio noi (il «santo» e l’«animale» che è in noi) e il tempo che stiamo vivendo («spirituale» o «bestiale»?), noi e il nostro rapportarci alle altre creature viventi che ci circondano, noi e il nostro realizzarci con-, grazie a- o forse a scapito degli «altri», diversamente e animalescamente intesi.
Lo slogan del convegno, in definitiva, è riassunto a ragion veduta nella scritta che accoglie i pellegrini al santuario di San Romedio:
Fatto stupendo, o cosa strana! L’orso, la belva si fa umana. Stupor maggiore che l’uomo nato, in belva cerchi esser cangiato.
2. Varie letture del rapporto santo-animale
Evidentemente, nella sua ricchezza di temi e stimoli il rapporto santo-animale si presta a varie letture, sia di tipo etico-didascalico che moraleggiante (per certi versi è lo stesso discorso che vale per le favole, altro «ambiente» pieno di animali). Di volta in volta l’animale sarà solo un «pretesto» per qualche predica per castigare i costumi, di fatto proiettando su di lui vizi o virtù tutte umane. Anzi, facendolo muovere e parlare proprio come se – ahimè per lui! – fosse proprio un essere umano. Altre volte una sua caratteristica «animalesca» (pensiamo alla proverbiale operosità attribuita alle api) lo rende esemplare alla stessa razza umana. In alcuni casi diventa, più o meno a ragione, immagine «prestata» al linguaggio umano quando questo è in difficoltà di fronte a concetti troppo complessi o elevati, simbolo di qualcos’altro: del cammino di conversione piuttosto che di quello di perdizione, della fedeltà invece che del tradimento. L’animale diventa persino «strumento», del destino o della provvidenza a seconda in che cosa si creda. In tutti questi casi, verrebbe da dire, l’animale è comunque coinvolto nelle cose umane… suo malgrado. Quasi prescindendo da lui.
Molte altre volte, per fortuna, gli animali, anche nella vita dei santi, non saranno altro che… quello che sono: in alcuni casi persino pericolosi per l’uomo (e anche per il sant’uomo: quando uno dei contadini viene a dire a san Giovanni Gualberto che un orso sta facendo strage di mucche, il santo non interviene con un miracolo, ma risponde secco: «Va’ ad ammazzarlo!»), in altri simpatici «animali da compagnia» (san Colombano aveva uno scoiattolo che si divertiva a entrargli per le ampie maniche e scorazzargli sotto la veste), comunque compagni nelle fatiche del lavoro o del viaggio, come per tutti gli uomini del resto.
A livello molto più profondo, la relazione santo e animale è certamente un «genere letterario» per parlare del monaco o del santo che vive in armonia con l’intera creazione, così come profetizzato da Isaia:
Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La vacca e l’orsa pascoleranno assieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi (Is 11,6-8).
La frequenza di queste immagini ci ribadiscono che la comunione perfetta tra l’uomo e il creato, o almeno la nostalgia dei tempi paradisiaci, è un tratto essenziale della santità (san Ciarano aveva fondato un monastero con… un cinghiale, un tasso, una volpe, un lupo e una cerva!). Ecologisti o meno che si sia, sarà comunque bene pensarci: la santità è comunione! «Dio mio e mio tutto!», avrebbe esclamato Francesco d’Assisi.
Degli animali – è emerso a chiare lettere dal convegno – abbiamo bisogno: perché l’animale, aveva detto C. Lévi-Strauss, è «buono da mangiare», ma soprattutto da… pensare (cf. Il totemismo oggi, Feltrinelli, Milano 1964). L’alterità animale ha un’importanza decisiva non solo nel fornire all’essere umano beni e servizi, ma anche in quanto implicata nei processi di costruzione dell’umanità stessa (in questo molto simile al ruolo giocato, soprattutto al giorno d’oggi, dall’alterità etnica). Il mondo animale – come in particolare è emerso dalle varie relazioni tenute al convegno – offre concrete e, per così dire, immediate suggestioni e materiale per la «fabbrica» del naturale (chi sono io?) e del soprannaturale (come faccio a parlare dello spirito e della divinità? Come faccio anche solo a immaginarmelo?).
L’animale, in alcuni casi, è il «doppio» dell’uomo, l’immagine del suo stesso lato oscuro. Si racconta, al proposito, di una monaca del monastero di Burgundofara (a sua volta discepola di san Colombano), che in preda al vizio della gola, a un certo punto vide in refettorio, accanto a sé, un enorme cinghiale che alitava col grugno sul suo piatto. Atterrita la monaca chiese alla bestia chi fosse: «Sono io – è la risposta – quello che ha mangiato con te per tutti questi anni». In altri casi, nella sua dimensione «mostruosa» (pensiamo agli apparati iconografici delle cattedrali romaniche e gotiche), viene applicato a Dio, ed è incredibilmente l’esito più efficace del discorso apofatico (così in particolare Scoto Eriugena, il primo a parlare di anima mundi). Non sorprende allora che si possa arrivare anche a san Cristoforo Cinocefalo, il santo dal volto di levriero. O, perché no?, al leone che, negli Atti apocrifi di san Paolo, chiede per sé il battesimo. Allora, forse, tutto il nostro percorso di umanizzazione si gioca proprio tra questi due estremi: homo animal non est, homo animal est (Scoto Eriugena, De div. nat. IV,5: PL 122, 752).
Cosa saremmo e cosa faremmo senza gli animali? Tutte le relazioni si sono aggirate attorno a queste domande. La relazione del prof. Luigi Lombardi Vallauri, Gli animali nell’etica delle emozioni razionali e nella spiritualità laica, è stata provocatoria ma incisiva nel suo approccio correttamente «laico» (già il pensare che ci possa essere un tale approccio è quasi una novità); il prof. Gregorio Vivaldelli, «Quinto giorno…». Uomini e animali nella Bibbia, ha suggerito l’approccio giusto, esegeticamente e secondo la teologia biblica, al tema degli animali nella Bibbia, che con tanta facilità, e probabilmente per molti secoli, è stato invece piuttosto travisato. Il padre domenicano Bernardino Prella ci ha intrattenuto sapientemente sul pensiero di san Tommaso d’Aquino, mostrando che la signoria dell’uomo sugli animali è una partecipazione a quella di Dio e quindi dovrà essere rispettosa e positiva nei loro confronti, come fa il Creatore con tutte le creature.
Il prof. Andrea Zanotti, dell’Università di Bologna, ha affrontato, cercando di coglierne la provocazione di attualità, la leggenda di San Romedio e l’orso.
Don Felice Accrocca, studioso di francescanesimo, rileggendo San Francesco e il lupo, e il prof. Antonio Rigon, esperto di francescanesimo padano e, al suo interno, di san Antonio di Padova, soffermandosi su San Antonio di Padova e gli animali, si sono entrambi avventurati in un campo, quello francescano, che sembra per definizione connaturale al tema degli animali, cercando di evitare quelle banalizzazioni che, parlando di lupo di Gubbio o di altri animali «francescano-antoniani», sono in agguato.
Innovativo e originale il contributo del dott. Giuseppe Pallante, La relazione uomini-animali secondo la zooantropologia, che dal punto di vista della propria disciplina ha suggerito temi e intuizioni tutte da sviluppare ulteriormente.
Degli animali nel Corano – e non sono poche pagine – ha parlato Abukir Braicheghele nella relazione Animali e islam: creature prima di tutto.
Il direttore dell’Ufficio catechesi e arte della diocesi di Firenze, mons. Thimoty Verdon, ci ha accompagnati quindi in un excursus affascinante tra Santi e animali nell’arte.
Il presidente onorario del WWF per l’Italia, Fulco Pratesi, infine ha dato una originale testimonianza di come un ecologista, leggendo la Bibbia, viene stimolato a fare interessanti scoperte sul rapporto uomo - animali e sulla scomparsa di alcune specie.
3. Il rapporto uomo - animale
In conclusione, sembra proprio che la relazione «santo e animale» possa essere vista in un’ottica più vasta, che comprende tutti gli esseri umani e non solo alcuni individui straordinari per cultura o santità. L’animale, si diceva, è «buono da mangiare», ma è anche «buono da pensare». Ecco allora le domande che possiamo ancora porre ciascuno alla propria coscienza, per scoprire la nostra identità più profonda (la nostra ombra, direbbe C.G. Jung): qual è il santo e l’animale che abita in noi? E fuori di noi, quali sono gli aspetti spirituali o bestiali del tempo che stiamo vivendo? E ancora: nel nostro rapporto con le altre creature viventi che ci circondano, che tipo di relazione riusciamo a realizzare? Di puro sfruttamento o di arricchimento reciproco?
Le domande potrebbero continuare, soprattutto per quanto riguarda l’accoglienza di tutto ciò che è diverso da noi, non solo animalescamente inteso. Ma già il fatto dell’incontro e dell’ascolto reciproco, della comune ricerca della verità e della conoscenza l’uno dell’altro, è un segno che ci indica la strada da percorrere, se vogliamo essere autenticamente «animali umani».