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Sant’antonio e gli animali
Antonio Rigon

1. Studi antichi e recenti hanno rilevato come la confidenza che Francesco d’Assisi ebbe con la natura e con gli animali ha certamente precedenti nella tradizione cristiana dei Padri del deserto e in quella del mondo monastico, ma non può confondersi con essa. Il rapporto instaurato dal santo con gli animali fu «di tale immediatezza e affettività da stravolgere schemi di carattere teologico e da attenuare di molto» la valenza di ogni riferimento al santo come nuovo Adamo a colloquio con le bestie in un ricercato e ritrovato paradiso terrestre ancora privo del peccato[1].

Anche la lettura in chiave simbolica delle relazioni tra il fondatore dell’Ordine dei Frati Minori e le creature va in certa misura ridimensionata di fronte alla concretezza di atti, gesti e parole di Francesco la cui attenzione e il cui amore per le bestie e la natura non possono peraltro essere assolutizzati, assorbendone l’immagine e dimenticando ciò che è essenziale e innovativo nella sua proposta di vita cristiana: l’imitazione di Cristo secondo la forma del santo vangelo.

Esiste poi un problema di fonti: tutto quel che sappiano sul rapporto tra il santo e gli animali lo dobbiamo in massima parte ai testi agiografici cioè alle Leggende su Francesco, ricchissime di episodi, aneddoti, riferimenti al mondo animale (uccelli, pesci, lupi, rondini, allodole, cicale, leprotti…), ma problematiche sia sul piano generale che specifico, quando le si voglia utilizzare in sede storica. D’altra parte, se ci volgiamo agli Scritti di Francesco non possiamo fare a meno di constatare che in essi «non appare in maniera chiara né massiccia un particolare rapporto con gli animali» che vengono ricordati «quasi sempre in forma collettiva, all’interno di un discorso di lode a Dio, che riguarda tutte le creature, animate e inanimate»[2]:

Tutti gli uccelli del cielo, lodate il Signore (Esortazione alla lode di Dio, 12)[3].

[Lodino lui glorioso i cieli e la terra]: ed ogni creatura, che è nel cielo e sopra la terra e sotto la terra e il mare e quanto è in esso (Lodi per ogni ora, 7-8)[4].

In virtù della santa obbedienza l’uomo si sottomette non soltanto allo Spirito santo, al fratello, a tutti gli uomini che sono al mondo «ma anche a tutte le bestie e le fiere» (Saluto delle virtù, 16-17)[5].

Tutte le creature che sono sotto il cielo, secondo se stesse servono, conoscono e obbediscono al loro Creatore meglio di te (uomo)! (Ammonizioni, v, 2)[6].

Ordino a tutti i miei fratelli tanto chierici, quanto laici che vanno per il mondo o che sostano nei luoghi, di non avere presso di sé né presso altri né in qualunque altro modo alcuna bestia. Né sia loro lecito andare a cavallo, se non vi siano costretti da infermità o grave necessità (Regola non bollata, c. XV)[7].

In realtà, è del tutto evidente che l’amore del santo per le bestie non può essere disgiunto e isolato da quello per il creato. Solo in questo contesto è possibile capire il Cantico di frate Sole dove appunto gli animali neppure compaiono. Compagni di strada, creature amate, da associare al creato tutto nella lode al Creatore, essi non sono però tali da caratterizzare in maniera specifica la proposta di vita cristiana di Francesco. Del resto è significativo che nell’iconografia del santo, al di fuori della rappresentazione di fatti e miracoli della vita, egli sia ritratto col simbolo del libro, con quello della croce, con le stimmate, ma non con animali[8].

In definitiva, pur scontando il carattere particolare degli Scritti di Francesco, coerenti per ispirazione, ma redatti in circostanze varie, occasionali, e comunque non sistematici, bisogna riconoscere che non da essi, ma dai testi agiografici, è possibile ricavare e conoscere in dettaglio i caratteri propri del suo legame col mondo animale.

 

2. Diverso è, al riguardo, il caso di Antonio di Padova, secondo santo canonizzato dell’Ordine dei Frati Minori, che, battezzato a Lisbona col nome di Fernando, al momento di passare dai Canonici agostiniani ai Frati Minori, scelse di chiamarsi Antonio, come il grande eremita del III-IV secolo, «padre dei monaci», che più di ogni altro è entrato nella tradizione popolare come santo taumaturgo di uomini e di bestie e protettore degli animali.

A differenza delle Leggende riguardanti san Francesco, le Vite del santo portoghese che legò indiscutibilmente il suo nome a Padova, non danno particolare rilievo al suo rapporto con le bestie, fatta eccezione per i due famosissimi prodigi della predica ai pesci e del miracolo della mula che si inginocchiò dinanzi all’eucaristia, in cui però gli animali compaiono solo come supporto strumentale all’attività apostolica del santo[9].

Al contrario, i Sermoni di Antonio, la grande opera da lui scritta per ammaestramento dei frati e guida al predicatore, sono un’autentica miniera di riferimenti al mondo naturale e animale. Si può dire, anzi, che contengano un vero e proprio bestiario. Se è vero infatti che i bestiari altro non sono che «opere di carattere didattico nelle quali alla descrizione di animali segue la moralizzazione, un genere misto, cioè, tra favola moralizzata e storia naturale, fondata non sull’osservazione personale ma su notizie tratte, per lo più indirettamente, da autori greci e latini»[10], proprio questo è il carattere dell’ampia raccolta di passi relativi ad animali che è possibile estrapolare dai Sermoni antoniani. Basti un esempio.

Si legge nella Storia Naturale[11] che il cervo impara a correre esercitandosi, e si abitua a scavalcare cespugli spinosi e larghe fosse. Quando avverte i latrati dei cani, dirige il suo cammino con il vento a favore per allontanare il suo odore; ha un udito finissimo quando tiene gli orecchi rizzati, ma se li abbassa non sente più nulla. Quando sente di star male, mangia ramoscelli di ulivo e così ritorna sano. Se viene colpito da indebolimento della vista, aspirando con le narici, tira fuori dal nascondiglio della caverna un serpente, lo divora e, quando avverte il bruciore del suo veleno, corre ad una sorgente e, bevendo e tuffandosi in essa, guarisce gli occhi e si libera di tutti gli umori superflui[12].

Ecco la citazione dotta e didascalica (Solino più la Glossa ordinaria al Cantico dei cantici 1,7)[13] che, sostituendosi a ogni pur possibile osservazione diretta e personale, descrive il cervo cacciato e l’autorimedio praticato dalla bestia in caso di infermità.

Ed ecco anche l’immediata interpretazione morale, con riferimento alla Scrittura, alla Glossa interlineare, a Isidoro di Siviglia, a Seneca, a Ovidio, che mira a ciò che è essenziale nell’insegnamento di Antonio: il richiamo alla penitenza. Come il cervo, così si comporta il penitente che

si abitua a saltare i cespugli spinosi, cioè a disprezzare le ricchezze di questo mondo, e le larghe fosse, vale a dire i piaceri del corpo... Quando il penitente avverte il latrato dei cani, cioè le suggestioni dei demoni, dirige le sue azioni verso la direzione del vento. E questo significa che in tutte le sue azioni deve farsi guidare interiormente ed esteriormente dall’umiltà… [Come] il cervo, il penitente, quando si accorge che sta per ammalarsi, che si sente cioè indebolire ed opprimere dalle tentazioni, mangia dei ramoscelli di ulivo, [albero che] raffigura l’umanità di Cristo… I ramoscelli di questo ulivo sono i chiodi e la lancia, i flagelli e la corona di spine e tutti gli altri strumenti della sua passione: se il penitente se ne nutre per mezzo della fede e della devozione, riceve nuovo vigore contro le tentazioni[14].

La descrizione del cervo non offre dunque ad Antonio lo spunto per osservazioni personali su un animale e un’attività (la caccia), che pure non dovevano essere sconosciute ed estranee all’esperienza di chi, come lui, aveva attraversato le contrade d’Europa, frequentato castelli, corti e villaggi, camminato lungo sentieri tra boschi e foreste. Sua fonte non è ciò che ha visto, ma quanto ha trovato scritto in altri autori; d’altronde l’animale è solo un pretesto per parlare d’altro.

Paradossalmente si potrebbe allora dire che nei loro diversissimi scritti Francesco e Antonio finiscono per mostrare un atteggiamento simile nei confronti degli animali, manifestandolo in maniera radicalmente diversa. Il quasi-silenzio di Francesco elude ogni riferimento specifico per indicare con pochi accenni ciò che era essenziale per lui e proposta per tutti: la lode al Creatore da parte del creato e delle creature; la sottomissione, l’umiltà, la povertà.

Il gran parlare di animali di Antonio esclude un legame particolare con loro ed è invece finalizzato ad un’attività di predicazione e d’insegnamento che deve condurre anch’esso alla glorificazione del Creatore attraverso le creature, sua immagine:

L’opera del Signore è la creazione, la quale, ben considerata porta chi la contempla alla considerazione del suo Creatore. Se tanta bellezza è nella creatura, quanta ce n’è nel Creatore? La sapienza dell’artefice risplende nella materia[15].

Concettualmente non siamo lontani dal Cantico di frate sole:

Laudato sie mi Signore cum tutte le tue creature spezialmente messor lo frate Sole lo qual è iorno et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de te, Altissimo, porta significazione[16].

«De te, Altissimo, porta significazione», scrive Francesco. «La sapienza dell’artefice risplende nella materia», osserva Antonio. Ma per Francesco la consapevolezza che il creato è manifestazione del suo Creatore si traduce in esperienza di vita e azione immediata di lode; per Antonio la contemplazione di Dio passa attraverso la conoscenza corretta del creato e delle creature («Opus Domini creatio … bene considerata»)[17].

 

3. Ma quale conoscenza? Complessivamente le specie di animali ricordate nei Sermoni antoniani sono un’ottantina, compresi gli esseri favolosi (il basilisco, il drago, il satiro, l’onocentauro, le sirene): talvolta la citazione è ampia, come nel caso del cervo, talora invece più rapida e sintetica (anche un semplice cenno). Le fonti a cui attinge il santo sono bibliche e patristiche, classiche e medievali. Un discorso a parte merita Aristotele, rispetto al quale esistono pareri discordi. Se per studiosi come Paolo Marangon e Agostino Figueiredo Frias, Antonio utilizzò sistematicamente, conoscendola bene, l’intera opera De animalibus dello Stagirita nella recentissima traduzione dall’arabo di Michele Scoto[18], per altri, come Jacqueline Hamesse, il santo si servì in realtà di florilegi e, comunque, per quanto a quei tempi non scontato e in certi casi proibito, l’uso dei testi aristotelici de naturali philosophia non si può considerare rivoluzionario[19].

Come mostrano i moderni editori dei Sermoni, anche quando il rinvio è generico («si dice», «dicono», «narrano», «raccontano», ecc.), la fonte è in realtà libresca e pure dove il santo sembra esprimere un pensiero critico proprio, per esempio, in materia di creature favolose come le sirene, le quali in realtà – scrive Antonio – erano prostitute che riducevano in miseria quelli che le frequentavano, non fa che ripetere fonti letterarie (in questo caso il lessico di Papias)[20].

Invero la novità di Antonio, rispetto ai bestiari circolanti al suo tempo e alle opere classiche, è costituita dalle interpretazioni allegoriche che accompagnano la descrizione dei vari animali; per lo più originali, esse sono una miniera inesauribile di allegorie che, come altri ha scritto, crea una nuova simbologia animale, oltre che botanica[21]. Un immaginifico, fantasmagorico e intricato tessuto di allegorie s’innesta sul più freddo sfondo di figure animali, a volte vivisezionate nelle loro singole parti, e scomposte in una specie di «dissezione ermeneutica» che a taluno è sembrata «ridurre gli animali dei Sermones a freddi mosaici, svuotandoli di qualsiasi palpito vitale»[22]. Vero è, tuttavia, che attraverso gli animali Antonio costringe l’uomo a guardare dentro di sé, a conoscere se stesso, il proprio comportamento animale raffigurato, ad esempio, dalle scimmie, capaci solo di imitare le azioni umane, ma che restano bestie[23]. Attraverso gli animali l’uomo è messo di fronte alle proprie contraddizioni e ambiguità: in uno stesso animale – l’aquila – coesistono simbolicamente i vizi (la superbia), la grandezza (l’essere giusti), l’intelligenza e la santità dell’uomo[24].

Su un altro piano va detto però che attraverso un fitto intreccio di rimandi, citazioni, accostamenti filtrano anche modi di dire, favole, credenze popolari, pratiche antiche: l’elefante, che per la mole sembra quasi una montagna, e che fugge però di fronte al topo[25], il canto del cigno prima di morire[26], la luna nel pozzo[27], l’arte di predire il futuro attraverso l’osservazione del volo degli uccelli[28].

È del tutto probabile che Antonio abbia avuto occasione di vedere contadini, come quello descritto nel Sermone della festività della Circoncisione del Signore, che «benda gli occhi all’asino e lo batte con il bastone e così l’asino trascina intorno una mola di grande peso»[29]; ed è anche possibile che nei suoi viaggi (compreso quello in Marocco) abbia conosciuto animali esotici come il cammello di cui parla nel Sermone dell’XI Domenica dopo Pentecoste[30], ma anche quando, come in questo caso, non si conosce la fonte alla quale attinge, è quasi certamente da escludere che si basi su un’osservazione diretta o che comunque il santo, parlando di animali, ne dia un’immagine personale.

Si prenda il lupo. Come ha scritto Gherardo Ortalli, nell’immaginario medievale il lupo, se non è proprio il primo attore nei rapporti fra uomo e ambiente, certo vi occupa comunque una posizione centrale e fornisce materia al mito centrato su paura, ostilità, credenze terrificanti già presenti nell’antichità, quando esso è essenzialmente nemico di greggi e di animali domestici, mentre nel Medioevo era temuto anche per la sua aggressività verso gli uomini. Trasferito sul piano simbolico l’immagine nemica del lupo si estendeva dai corpi all’anima in quanto rappresentava il diavolo[31].

Catalizzatore di conoscenze scientifiche, credenze popolari, tradizioni esegetiche cristiane, il bestiario di Antonio riguardo al lupo contiene un po’ tutte queste dimensioni. Nel lungo brano della Seconda Domenica dopo Pasqua nel quale stigmatizza i comportamenti vili e la propensione alla facile fuga dei mercenari, a commento del Vangelo di Giovanni[32] appoggiandosi alla Glossa ordinaria, alle Etimologie di Isidoro, ad Aristotele, Plinio, Solino, Antonio presenta il lupo che tende agguati alle pecore, che le assalta alla gola, che si muove con irruenza, senza peraltro poter piegare facilmente la testa per una struttura corporea piuttosto rigida. Mossa dalla fame la fiera può assalire e far danni a comunità umane, ma si ammansisce se sfamata; atterrisce strozzando la voce in gola a chi la vede, ma perde audacia e ferocia se scoperta; timorosa del fuoco, evita le strade frequentate (il lupo solitario)[33].

Con riferimento a Gregorio Magno e alla Glossa interlineare Antonio identifica nel lupo il diavolo e il tiranno e si abbandona a un’esegesi che è peculiarmente sua nell’attacco ai prelati del suo tempo, i quali finiscono col dare al diavolo le anime dei fedeli (le pecore) e col cedere i beni della chiesa al tiranno per non strappare le reti dei loro affari e intrighi temporali e non guastare le complicità con la loro parentela[34].

Come per le altre bestie, la trama sottesa alla descrizione del lupo è intessuta di fili ricavati da fonti bibliche, patristiche, classiche e medievali; i rinvii dotti tuttavia portano alla luce antiche credenze fondanti, ad esempio, una pedagogia della paura per i bambini: il lupo divora di preferenza i piccoli[35]. Sono evocate favole come quella della luna che si riflette nell’acqua del pozzo e che il lupo scambia con una forma di formaggio di cui, calandosi nel pozzo, per consiglio della volpe cerca di impossessarsi[36]. Incastonata tra dotte citazioni, si staglia l’immagine dell’animale con le fauci spalancate ritto sulla cima di un’altura. Scrive Antonio:

Quando ha fame e non trova qualcosa da rubare con facilità si nutre di terra, poi sale su un monte e con le fauci spalancate si riempie di vento le viscere bramose[37].

Il ricorso costante a opere altrui nella descrizione di animali, scontate in un bestiario medievale, non significa però gratuità e occasionalità di scelte. A parte l’attenzione, certo non sorprendente, che Antonio riserva ad animali che, come la colomba, simboleggiano tradizionalmente la mitezza, la semplicità, l’altruismo[38], mi pare che egli manifesti anche una qualche predilezione implicita per bestie che si distinguono per la qualità della vita associata. A proposito delle api trova modo di scagliare una frecciata contro i solitari nullafacenti:

L’ape piccola è più laboriosa… il suo colore è nero… le api ornate appartengono al numero di quelle che non fanno niente: stanno da sole in disparte, cercano la solitudine e non fanno nulla di buono[39].

Osservazioni come queste si inseriscono in un contesto di descrizione ammirata che si manifesta di sermone in sermone per lo spirito di corpo di quegli insetti, per la capacità di difendersi collettivamente da estranei, di ripartire funzionalmente il lavoro, di essere solidali con la regina (il re) sino a morire con lei, di lavorare e vivere del proprio lavoro, di concentrarsi su un obiettivo: tutti spunti che portano a riflettere sui doveri del penitente e a condannare la curiosità dispersiva e inconcludente:

O curioso che ti affanni e allarghi la tua attività in tante direzioni, va’, non dico dalla formica, ma dall’ape e impara la saggezza… Dal suo esempio impara a non dare ascolto ai vari fiori di parole, ai vari libercoli; e non lasciare un fiore per passare ad un altro come fanno gli schizzinosi che sempre sfogliano i libri, criticando le prediche, soppesano le parole ma non arrivano mai alla vera scienza; tu invece raccogli da un libro ciò che ti serve e collocalo nell’alveare della tua memoria[40].

È così che l’animale, specie quando rivela comportamenti solidali e ordinata organizzazione sociale, è in grado di dare insegnamenti all’uomo e di rappresentare un esempio. Molto pregnante, al riguardo, è un passo sulle gru che Antonio trae dal Polyhistor di Solino:

Siamo dunque misericordiosi imitando le gru, delle quali si dice che, quando vogliono arrivare ad un dato luogo, volano altissime, come per meglio individuare, da un osservatorio più alto, il territorio da raggiungere. Quella che conosce il percorso precede lo stormo, ne scuote la fiacchezza del volo, lo incita con la voce; e se la prima perde la voce o diventa rauca, subito ne subentra un’altra. Tutte si prendono cura di quelle stanche, in modo che se qualcuna viene meno, tutte si uniscono, sostengono quelle stanche, finché con il riposo recuperano le forze. E anche quando sono in terra, la loro cura non diminuisce, si ripartiscono i turni di guardia in modo che una ogni dieci sia sempre sveglia. Quelle sveglie, stringono fra le zampe dei piccoli pesi che, quando eventualmente cadono a terra, le avvertono che stanno per addormentarsi. Uno strido dà l’allarme se c’è un pericolo da evitare. Le gru fuggono di fronte ai pipistrelli[41].

«Siamo dunque misericordiosi, imitando le gru». L’invito è rivolto ai predicatori e diventa occasione di meditazione sui doveri dei predicatori.

Siamo dunque misericordiosi come le gru: posti in un più alto osservatorio della vita, preoccupiamoci per noi e per gli altri; facciamo da guida a chi non conosce la strada con la voce della predicazione; stimoliamo i pigri e gli indolenti, diamo il cambio nella fatica, perché, senza alternare la fatica al riposo non si resiste a lungo; carichiamoci sulle spalle i deboli e gli infermi perché non vengano meno lungo la via; siamo vigilanti nell’orazione e nella contemplazione del Signore; teniamo strettamente tra le dita la povertà del Signore, la sua umiltà e l’amarezza della sua passione; e se qualcosa di immondo tentasse di insinuarsi in noi, subito gridiamo aiuto e soprattutto fuggiamo i pipistrelli, vale a dire la cieca vanità del mondo[42].

Voce della predicazione! In realtà tutto è predicazione in Antonio e annuncio della parola di Dio. Per conquistare anime, come egli stesso dichiara nel Prologo dei Sermoni, non esita a far ricorso a descrizioni di elementi naturali e di animali, e a etimologie di nomi interpretati in senso morale con nessun altro fine se non quello di «evitare che la parola di Dio avesse a suscitare noia o disprezzo a danno delle anime» di lettori e uditori[43].

E vide bene Umberto da Romans, un illustre frate domenicano contemporaneo di Antonio, che scrisse:

Dio riversò la propria sapienza su tutte le sue opere e per questo sant’Antonio disse che le creature sono un libro e da questo libro coloro che lo sanno leggere bene ricavano abbondante materia molto utile alla predicazione[44].

Invero, come osserva Francesco Zambon a conclusione di un bell’articolo sulla simbologia animale nei Sermones antoniani, il numero impressionante di similitudini e proprietà naturali, desunte a partire dalla Bibbia, che si incontra nella monumentale opera del santo, si spiega con il suo sforzo di decifrare i caratteri divini impressi nel liber naturae, di metterli a servizio dell’azione apostolica, di ricondurre tutte le creature (uomini e animali) e la natura stessa alla lode di Dio[45]. In questo c’è una profonda coerenza con i testi agiografici relativi ad Antonio in particolare negli episodi che si riferiscono al suo rapporto con gli animali.

 

4. La predica ai pesci, che compare tardi fra i miracoli del santo (nella cosiddetta Legenda Rigaldina dal nome del suo autore Giovanni Rigaldi, risalente all’anno 1300 circa) è un invito agli esseri bruti al rendimento di grazie al Creatore. Poiché gli eretici di Padova (Rimini nelle successive leggende) disprezzavano e deridevano le prediche di Antonio, egli se ne andò presso un corso d’acqua e prese a predicare ai pesci: come il Signore li aveva creati, come aveva loro assegnato la purezza delle acque, come aveva loro concesso grande libertà e come li nutriva senza che dovessero lavorare. I pesci erano rimasti a sentire attenti, facendo movimenti di approvazione con il corpo e allontanandosi solo dopo aver ricevuto la benedizione[46].

La mula (per altri agiografi il cavallo) che si inginocchia «ad Deum adorandum» (così nella più antica testimonianza contenuta nella leggenda detta «Benignitas» databile attorno al 1280) è la bestia che riconosce il suo Creatore e a lui si assoggetta, finendo con l’indurre l’incredulo eretico che aveva sfidato Antonio a dimostrare che nell’eucaristia c’è il vero corpo di Cristo, a convertirsi[47].

Entrambi i miracoli si collocano in un ambito di azione apostolica e di predicazione. Dei due modi con i quali sin dall’alto Medioevo si rivela nei testi agiografici il ruolo degli animali (in relazione all’attività ascetica, pastorale, taumaturgica, missionaria del santo, oppure come semplice presenza inevitabile per chiunque doveva nutrirsi, vestirsi, lavorare, viaggiare)[48] prevale il primo.

Se nei Sermoni di Antonio il riferimento agli animali e alla natura era una via per rendere più comprensibile e gradito a lettori e uditori l’insegnamento del verbum Dei, nell’agiografia antoniana le bestie sono protagoniste e testimoni di eventi meravigliosi che, per intervento divino, danno forza e sostegno alla predicazione e all’azione evangelizzatrice del santo. Gli animali rendono testimonianza e lode al loro Creatore e ne manifestano la potenza. La conversione degli eretici viene raggiunta con la parola e con il miracolo[49]. Nell’episodio della mula che s’inginocchia assistiamo a un vero e proprio giudizio di Dio: la disputa del santo con l’eretico sul sacramento dell’eucaristia si conclude vittoriosamente per Antonio solo dopo che, con un miracolo, per grazia divina la mula affamata rifiutando il fieno che le veniva offerto si piega al passaggio delle specie eucaristiche trasportate processionalmente dal santo[50].

Il prodigio sembra riproporre gli schemi di un’agiografia antica, rivisitata e rilanciata in ambito francescano, in risposta ad aspettative della chiesa del secondo Duecento e a esigenze e orientamenti dell’Ordine dei Frati Minori. Il miracolo della mula che s’inginocchia per adorare il Signore è uno fra i miracoli propagandati nella seconda metà del XIII secolo in un periodo decisivo per lo sviluppo del culto eucaristico[51]. Ma nello stesso tempo è una dichiarazione di fede eucaristica in linea con la centralità che tale fede ha nell’esperienza dello stesso Francesco, che nel Testamento aveva affermato con forza di voler temere, amare e onorare come suoi signori i sacerdoti e di fare questo perché nel mondo non poteva vedere corporalmente altro dell’Altissimo Figlio di Dio «se non il santissimo corpo e il santissimo sangue suo che essi ricevono ed essi solo amministrano agli altri»[52].

La predica ai pesci di Antonio, infine, sin dal primo apparire tra i prodigi operati dal santo, è messa in parallelo con la predica agli uccelli di Francesco. Scrive Giovanni Rigaldi:

Colui che aveva reso attenti gli uccelli alla predicazione del santissimo padre Francesco, riunì i pesci e li rese attenti alla predicazione del figlio di lui, Antonio[53].

Predica e miracolo coincidono: creature di Dio, bestie e uomini, sono invitati a riconoscere e a lodare il loro Creatore. In questo sta il senso del rapporto di Antonio e di Francesco con gli animali. I pesci e la mula che obbediscono ad Antonio sono tra quelle creature «quae sub caelo sunt», le quali, secondo le Ammonizioni di Francesco «secundum se serviunt, cognoscunt e obediunt Creatori suo melius quam tu» («secondo se stesse servono, conoscono e obbediscono al loro Creatore, meglio di te [o uomo])»[54].



[1] Cf. A. Marini, Sorores alaudae, Francesco d’Assisi, il creato e gli animali, Edizioni Porziuncola, S. Maria degli Angeli - Assisi 1989, pp. 172-173.

[2] Ibid., pp. 59-60 e 55.

[3] Francesco d’Assisi, Esortazione alla lode di Dio, a cura di C. Vaiani, in Francesco d’Assisi, Scritti. Testo latino e traduzione italiana, EFR Editrici francescane, Padova 2002(= Scritti), p. 133.

[4] Francesco d’Assisi, Lodi per ogni ora, a cura di C. Vaiani, in Scritti, p. 149.

[5] Francesco d’Assisi, Saluto delle virtù, a cura di C. Vaiani, in Scritti, p. 213.

[6] Francesco d’Assisi, Ammonizioni, a cura di G.G. Merlo, in Scritti, p. 451.

[7] Francesco d’Assisi, Regola non bollata, a cura di L. Pellegrini, in Scritti, p. 279.

[8] A questo proposito cf. Marini, Sorores alaudae, cit., pp. 175-176, in particolare la ricchissima nota 10.

[9] Per questi due miracoli vedi, qui di seguito, il paragrafo 4.

[10] È la definizione che si trova in: Istituto dell’enciclopedia italiana, Dizionario enciclopedico italiano, sub voce.

[11] Si tratta del Polyhistor di Solino, autore latino del III-IV sec. d.C.: cf. S. Antonii Patavini, Sermones Dominicales et festivi, curantibus B. Costa - L. Frasson - I. Luisetto, coadiuvante P. Marangon (= Sermones), III, EMP, Padova 1979, p. 272, nota 92. Nel passo qui di seguito riportato, Antonio utilizza anche la Glossa ordinaria, Cant. 1,7 (ibid., p. 273, nota 93).

[12] Sant’Antonio di Padova, I Sermoni, tr. di G. Tollardo, EMP, Padova 1994, p. 1207.

[13] Cf. sopra la nota 11.

[14] Sant’Antonio di Padova, I Sermoni, cit., pp. 1208-1209; per le fonti utilizzate: Sermones, III, pp. 273-275.

[15] «Opus Domini; quae bene considerata, suum inspectorem transmittit ad sui Creatoris considerationem. Si tanta pulchritudo in creatura quanta est in Creatore? Opificis sapientia resplendet in materia». Sermones, II, pp. 476-477.

[16] Francesco d’Assisi, Cantico di frate Sole, a cura di C. Paolazzi, in Scritti, p. 234.

[17] Cf. sopra la nota 15.

[18] P. Marangon, Alle origini dell’aristotelismo padovano (sec. XII-XIII), Editrice Antenore, Padova 1977, pp. 38-39; Id., «Ad cognitionem scientiae festinare». Gli studi nell’Università e nei conventi di Padova nei secoli XIII e XIV, a cura di T. Pesenti, Edizioni Lint, Trieste 1997, pp. 128-129; A. Figueiredo Frias, A utilição antoniana do «De animali bus» de Aristóteles, nos Sermones, in Congresso internacional «Pensamento e testamunho». 8° Centenario do nascimento de Santo António. Actas, I, Universidade Católica Portuguesa - Família Franciscana Portuguesa, Braga 1996, pp. 377-386.

[19] J. Hamesse, L’utilisation des florilèges dans l’oeuvre d’Antoine de Padoue. A propos de la pholosophie naturelle d’Aristote, in Congresso internacional «Pensamento e testamunho», cit., pp. 111-124.

[20] Sermones, II, p. 56, e per l’utilizzazione, in questo caso, del lessico di Papias vedi F. Zambon, La simbologia animale nei «Sermones» di sant’Antonio, in A. Poppi (ed.), Le fonti e la teologia dei sermoni antoniani. Atti del Congresso internazionale di studio sui «Sermones» di s. Antonio di Padova (Padova, 5-10 ottobre 1981), EMP, Padova 1982 (anche in «Il Santo» XXII [1982]) 261-262.

[21] X. Lois Garcia, Interpretacións simbolicas no bestiario de San Antonio, in Congresso internacional «Pensamento e testamunho», II, cit., pp. 1089-1096, in particolare pp. 1095-1096.

[22] Zambon, La simbologia animale, cit., p. 265.

[23] Vedi il sermone della Domenica V dopo Pentecoste nel quale, a commento di un passo biblico tratto dal terzo libro dei Re, Antonio osserva che «per simias» si devono intendere gli «actus humanos imitantes, sed bestialiter viventes, qui ad fidem ex gentibus veniunt, qui fidem tenere videntur et operibus negant». Sermones, I, pp. 493-494.

[24] Sermones, I, pp. 41, 63; Sermones, II, p. 202.

[25] Sermones, II, pp. 111-112.

[26] Sermones, I, p. 129.

[27] Sermones, II, pp. 179-180.

[28] Sermones, II, p. 232.

[29] Sant’Antonio di Padova, I Sermoni, cit., p. 1011, e cf. Sermones, III, p. 63.

[30] «Camelus autem doctus est naturaliter inclinare, cum transit per locum demissum, et super genua sua ambulat; unde natura dedit in genibus quaedam additamenta, quae sunt sicut planta, ne laedetur cum super genua sua ambularet» Sermones, II, pp. 74-75.

[31] G. Ortalli, Lupi genti culture. Uomo e ambiente nel Medioevo, Einaudi, Torino 1997, pp. 57-154.

[32] «Il mercenario… che non è pastore e al quale non appartengono le pecore, quando vede il lupo abbandona le pecore e fugge; e il lupo rapisce e disperde le pecore. Il mercenario fugge perché è mercenario e non gliene importa delle pecore» (Gv 10,12-13).

[33] Sermones, I, pp. 267-269.

[34] Sermones, I, p. 269.

[35] Sermones, III, p. 48.

[36] Sermones, II, pp. 179-180.

[37] Sant’Antonio di Padova, I Sermoni, cit., p. 255, e cf. Sermones, I, p. 267.

[38] Cf., ad es., Sermones, II, pp. 38, 137, 323.

[39] Sant’Antonio di Padova, I Sermoni, cit., p. 1126, e cf. Sermones, III, pp. 112-113 [la fonte è Aristotele (ibid., note 107 e 108)].

[40] Sant’Antonio di Padova, I Sermoni, cit., pp. 607-608, e cf. Sermones, II, p. 74.

[41] Sant’Antonio di Padova, I Sermoni, cit., p. 449, e cf. Sermones, I, p. 461.

[42] Sant’Antonio di Padova, I Sermoni, cit., p. 449, e cf. Sermones, I, pp. 461-462.

[43] Sant’Antonio di Padova, I Sermoni, cit., pp. 21-22, e cf. Sermones, I, p. 4.

[44] «Effudit enim Deum sapientiam suam super omnia opera sua, propter quod beatus Antonius dixit creaturas esse librum; et ex isto libro qui sciunt bene legere eliciunt multa, que multum valent ad predicationem» (cit. in Hamesse, L’utilisation des florilèges, cit., p. 110).

[45] Zambon, La simbologia animale, cit., pp. 267-268.

[46] Legenda Rigaldina, in V. Gamboso (ed.), Vite «Raymundina» e «Rigaldina», EMP, Padova 1992, pp. 592-595; sull’episodio vedi, da ultimo, A. Rigon, Scritture e immagini nella comunicazione di un prodigio di Antonio di Padova: la predica ai pesci, in «Il Santo» XLVII (2007) 295-319.

[47] Cf. Benignitas, in V. Gamboso (ed.), Vita del «Dialogus» e «Benignitas», EMP, Padova 1986, pp. 508-513.

[48] Cf. P. Boglioni, Il santo e gli animali nell’alto Medioevo, in L’uomo di fronte al mondo animale nell’alto Medioevo. Atti della XXXI Settimana di studio del Centro italiano di studi sull'alto Medioevo, Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 1985, p. 940.

[49] Per il prodigio della predica ai pesci vedi, in proposito, Rigon, Scritture e immagini, cit., p. 98.

[50] Cf. la nota 46.

[51] Cf. G. Penco, Storia della chiesa in Italia. 1: Dalle origini al concilio di Trento, Jaca Book, Milano 1977, pp. 411-413.

[52] Francesco d’Assisi, Testamento, a cura di G.G. Merlo, in Scritti, p. 433.

[53] Legenda Rigaldina, cit., p. 594.

[54] Francesco d’Assisi, Ammonizioni, a cura di G.G. Merlo, in Scritti, pp. 450-451.


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