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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario


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Radicalità o radicalismo?
Editoriale

Beato colui che può dire:

io ho abbandonato tutto per seguire Cristo. […]

Ma abbandonare tutto volontariamente,

questo è cristianesimo.

(S. Kierkegaard)[1]

 

Quando nel nostro consiglio di redazione abbiamo discusso circa l’impostazione da dare a questo fascicolo, ci fu un momento di esitazione: è opportuno parlare di «radicalità» o piuttosto di «radicalismo» cristiano? Il primo termine indica la volontà di andare a fondo, di cogliere le radici autentiche, quasi l’essenza del vangelo, allo scopo non tanto teorico, ma pratico, di conformare la propria vita alle esigenze fondamentali della fede cristiana. Radicalismo, invece (come tutti gli ismi connotato al negativo), sembra alludere a forme di fanatismo pericolose per la pacifica convivenza fra le diverse visioni del mondo presenti nell’odierna società pluralistica.

La decisione finale fu di scegliere come titolo il termine «radicalità», ma con l’aggiunta di una specificazione chiara: radicalità sì, «evangelica». L’articolo introduttivo di Bruno Secondin si sofferma appunto sui molteplici significati di radicalismo/radicalità, mostrandone sia gli agganci storici, sia gli sviluppi e le attualizzazioni che oggi danno un contenuto preciso all’identità del cristiano e alla comune vocazione di vivere il vangelo fino in fondo.

Chiarito che la coerenza nel vivere il vangelo è ciò che caratterizza la radicalità cristiana da quella delle altre religioni, diventa utilissimo il contributo di Aldo N. Terrin per inquadrare la problematica da un osservatorio disincantato, dove i fenomeni religiosi appaiono sia nei loro tratti caratteristici comuni sia nelle divergenze più profonde. Anche se nel cristianesimo non sono mancate manifestazioni di intolleranza, oggi siamo convinti che la radicalità evangelica non si oppone al dialogo, né tanto meno si fa complice della violenza. Perfino quando questa si accanisce sul giusto e sull’innocente, non viene mai invocata la vendetta, bensì il perdono o al limite sorge la domanda evangelica: «Perché mi percuoti?» (Gv 18,23). Gesù ha insegnato a «rimettere la spada nel fodero», perché «tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (Mt 26,52). Di questa mansuetudine di Cristo «paziente» troviamo esempi nei sufi, nei sannyasi, negli yogi, in tutti quelli che il mondo ritiene come dei folli.

Dopo questi due articoli a loro modo introduttivi, il fascicolo entra nel vivo della problematica della radicalità evangelica. Che cosa significa mettersi oggi alla sequela di Gesù? Seguire Cristo in modo incondizionato era già per D. Bonhoeffer la via per giungere alla piena liberazione dell’uomo mediante una «grazia a caro prezzo». È proprio questo l’incipit indimenticabile di Sequela: «La grazia a buon mercato è la nemica mortale della nostra chiesa. Ciò per cui oggi lottiamo è la grazia a caro prezzo»[2]. Già nel 1937 Bonhoeffer si poneva l’incalzante domanda su «che cosa significhi oggi la chiamata alla sequela per l’operaio, per l’uomo d’affari, per il contadino, per il soldato». Egli temeva che il messaggio evangelico venisse svenduto e si introducesse «un insopportabile dualismo tra l’esistenza dell’uomo che lavora nel mondo e quella del cristiano»[3]. Dopo il concilio Vaticano II e il capitolo IV della Lumen gentium («Vocazione universale alla santità nella chiesa») dovrebbe essere chiaro per tutti che non c’un unico modo di seguire Cristo: su questo punto Réal Tremblay approfondisce l’analisi dei tratti fondamentali della sequela, cercando di comprendere che cosa significa «lasciare tutto» sulla base dei Sinottici. Benché questa chiamata sia rivolta a tutti i cristiani e non solo a pochi perfetti, si osserva che nella storia del cristianesimo è mancata spesso una riflessione sulle diverse forme in cui si realizza la scelta radicale della sequela. John Navone, a sua volta, analizza le varie immagini di conversione che la chiesa propone utilizzando l’iconografia della Scrittura. La conversione cristiana è cristocentrica ed è questa caratteristica che la distingue da quella religiosa orientata verso Dio. Il rapporto con Cristo diventa così un criterio per giudicare l’autenticità della conversione religiosa. L’intervento di Chino Biscontin è dedicato precisamente a delineare la figura di Gesù nelle sue scelte radicali, che diventano per il cristiano le indicazioni indispensabili per rapportarsi non con un Dio immaginario, ma con la concretezza del volto e della storia di un Dio fatto carne.

L’ultimo blocco di articoli tenta di definire aspetti specifici legati alla condizione del cristiano. Non poteva mancare una riflessione sul proprium della vita consacrata, che Gianluigi Pasquale identifica nella natura e nella tensione escatologica che anima questa via di perfezione. Luciano Meddi, invece, mette in luce dal punto di vista formativo e catechetico come può essere proposta e vissuta la radicalità cristiana nella vita di ogni giorno. Infine Marco Guzzi interpreta con un’appassionata sensibilità l’epoca di trasformazione in cui ci troviamo, invitando i cristiani a non estraniarsi dal travaglio della storia, in cui hanno il compito di portare il messaggio di una speranza e di un amore trascendente, perché, come diceva Bonhoeffer, «la sequela è gioia».

Come di consueto il fascicolo si chiude con l’Invito alla lettura, curato da Alberto Fanton, e con la segnalazione/recensione di alcune opere pervenute alla redazione.

 



[1] Cf. S. Kierkegaard, Pensieri che feriscono alle spalle, EMP, Padova 1982, pp. 52-53. La citazione è tratta da uno dei Discorsi edificanti che prende spunto dalla domanda di Pietro: «Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?» (Mt 19,27). Più volte Kierkegaard ribadisce che Cristo esige proprio questo dal cristiano, «che volontariamente lasci e abbandoni ogni cosa».

[2] Cf. D. Bonhoeffer, Sequela, Queriniana, Brescia 2004, p. 27 (c. I).

[3] Ibid., p. 22 (prefazione).


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