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Per rinnovare la speranza
Editoriale

«Un profeta è un uomo che,

a un preciso e sconvolgente momento della sua vita,

sa di essere stato afferrato da Dio e chiamato da lui,

e che non può fare altrimenti se non andare dagli uomini

e annunciare la volontà di Dio»[1].

C’era un tempo i cui «fare una vita da prete» era sinonimo di fare una bella vita. Oggi, visti in una prospettiva disincantata, i rischi della «vita da prete» sono davvero molti e non fanno pensare per nulla a una professione invidiabile e/o appetibile. La situazione attuale del prete si presenta segnata da alcune caratteristiche, così descritte in una lettera che una fedele lettrice ha inviato ad «Avvenire»: «Stanchezza, isolamento, sfiducia, ritmi eccessivi di lavoro, poco tempo da dedicare alla formazione personale»[2]. Di questo disagio o crisi del prete non si occupano soltanto gli studi o le inchieste scientifiche di sociologi e pastoralisti. D’altra parte, fa notizia anche sui grandi giornali il calo numerico del personale ecclesiastico, in atto da ormai vent’anni, e a sua volta concausa della crisi in atto. Perfino il Magazine del «Corriere della sera» ha pubblicato il 9 ottobre 2008 un articolo emblematico al riguardo, corredato di cifre allarmanti sulla diminuzione del preti e sul futuro del cattolicesimo nel nostro paese[3]. I sacerdoti sono sempre meno e sempre più vecchi. I seminari sono mezzi vuoti e al posto dei sacerdoti si vedranno dei volontari laici o suore che cercheranno di supplire alla scarsità del clero. Questo quadro allarmante contrasta con le immagini di preti televisivi o letterari alla don Camillo o alla don Matteo. Ci si domanda allora: cosa pensano i preti di se stessi e com’è veramente la realtà da loro vissuta?

Quello che più ci interessa è dunque tentare uno «scavo» nel vissuto dei sacerdoti, cercando anche di enucleare alcune piste per un cammino che si rivela senz’altro impervio, ma non impossibile. Ci sono molte immagini con cui si può definire l’identità del prete, ognuna delle quali coglie almeno un aspetto del suo ministero: prete del tempio, prete di strada, prete di campagna, prete del dolore, come suggerisce il noto psichiatra V. Andreoli nella sua rubrica su «Avvenire». Oppure prete pastore, leader spirituale, assistente ecclesiastico nei gruppi, operatore sociale, padre spirituale, dispensatore di sacramenti, come appare dall’esperienza storica e quotidiana[4]. Alcuni sociologi, sulla base del loro questionario, hanno distinto quattro tipologie del clero italiano: - il prete della mediazione (27,4%); il prete della modernità e tradizione (30,1%); - il nostalgico-reattivo (27,6%): lo sfiduciato-sociale (14,9%)[5]. Tuttavia, leggendo i risultati delle varie inchieste, emerge un fattore predominante riguardo alla percezione che hanno i preti di se stessi nell’attuale società, ed è la volontà di essere testimoni dei valori in cui si crede, di essere guida per chi è in cammino: a livello italiano è il 52,2% che si riconosce in questa definizione, mentre il 19,5% si coglie come uomo del sacro e dispensatore di sacramenti e circa 1/3 si sente responsabile e animatore di una comunità di credenti[6]. Testimoni dunque di valori e di speranza: questa sembra essere la convinzione più condivisa anche trasversalmente nelle varie fasce di età. Certamente stiamo assistendo anche a un cambiamento culturale, tra le generazioni di preti cresciute nell’onda e nell’entusiasmo del concilio Vaticano II e le nuove generazioni che si trovano di fronte a un mondo che cambia e sembra «garbatamente indifferente» verso i valori testimoniati e annunciati dalla chiesa.

Di fronte alle previsioni di un ulteriore calo numerico, per cui si calcola che nel 2024 i sacerdoti diocesani saranno scesi dagli attuali 32 mila a 25 mila, c’è un segno di speranza che riguarda l’età media del clero. Attualmente tale età si situa attorno ai 60 anni, ma nel 2024 dovrebbe calare fino ai 54 anni, grazie a un ringiovanimento graduale tra le file del clero, dovuto anche alla diminuzione degli anziani, ordinati negli anni ’50-’60 del ’900, assai più numerosi di quelli ordinati nel periodo tra il 1970 e il 2000. Si calcola che attualmente la densità dei sacerdoti diocesani sia in Italia di circa 0,60 per 1000 abitanti, cioè un sacerdote per circa 1700 persone, distribuite nelle 26 mila parrocchie italiane. Per fare un confronto, abbiamo in Italia lo 0,66 di psicologi e lo 0,89 di commercialisti ogni 1000 abitanti!

Sullo sfondo di queste cifre impietose – che tuttavia descrivono per l’Italia una situazione migliore di quella di altri paesi a noi vicini, come Spagna, Francia e Germania – il primo contributo di Alessandro Castegnaro mette in luce anzitutto le difficoltà personali che i sacerdoti devono affrontare nel loro ministero e la crisi del modello pastorale derivato dalla tradizione tridentina. In particolare si sottolinea la solitudine ecclesiale, cioè la mancanza di un progetto comune e di una solidarietà di fronte alle scelte concrete da compiere. I preti si sentono come uomini in trincea. Sul versante dei futuri preti, cioè dei seminaristi, si avverte parimenti la mancanza di un modello di riferimento, come illustra Luca Bressan nella sua analisi circa la formazione e le aspettative dei candidati al sacerdozio. Essere «uomini della relazione» può essere il modo di integrare il concetto tradizionale della cura animarum con le nuove necessità della chiesa nel mondo odierno.

Le problematiche dei primi anni di ministero sacerdotale vengono descritte ed esaminate da Antonio Torresin, evidenziando in particolare la «grazia degli inizi» e la necessità di accettare le proprie fragilità e ferite senza perdere la speranza e la fiducia nel Maestro che chiama incessantemente i discepoli a seguirlo, sia da giovani che da vecchi. Un altro segno di speranza viene dall’esperienza delle comunità sacerdotali, di cui parla Ivo Seghedoni, nate non tanto per motivi funzionali, bensì per rispondere al desiderio di condividere la vita, di crescere insieme nella fede e maturare una pienezza umana e spirituale, condividendo da fratelli gioie e fatiche. Giuseppe Sovernigo affronta il tema delicato e controverso dell’affettività e dell’identità sessuale del prete, che ai nostri giorni ha avuto risonanze non sempre adeguate, specialmente in rapporto ai casi di pedofilia o agli scandali. Questi episodi clamorosi mettono in luce un altro aspetto della situazione attuale del clero; cioè la sindrome del cosiddetto burnout, ossia l’esaurimento emotivo e la mancanza di energia nello svolgere il proprio servizio, che colpisce le persone che operano a vantaggio del prossimo. È questo il tema che sviluppa Giorgio Ronzoni, sulla base di recenti inchieste, mettendo in rilievo il rischio della spersonalizzazione dei rapporti, mentre quello che più ci si attende dal prete è proprio la sua capacità di relazionarsi con le varie categorie di persone. Infine, Giuseppe Zanon riferisce l’interessante esperienza dell’Istituto San Luca di Padova a sostegno della formazione permanente del clero. Emerge dal suo contributo l’importanza della «narrazione» del proprio vissuto come metodo da cui partire per cercare insieme il cammino da percorrere.

Alcune tavole statistiche riportate nella Documentazione aiutano a fissare dei riferimenti precisi sulla consistenza del clero italiano, anche in rapporto ad altri paesi europei. Come al solito il fascicolo si conclude con l’Invito alla lettura, particolarmente nutrito e curato con sicura competenza da Sandro Panizzolo, che commenta le opere più significative sulla figura del prete e stimola a una rinnovata spiritualità presbiterale.



[1] D. Bonhoeffer, Voglio vivere questi giorni con voi, Queriniana, Brescia 2007, p. 390. Il libro contiene un brano di Bonhoeffer per ogni giorno dell’anno.

[2] Cf. «Avvenire» del 22 ottobre 2008, p. 16. È la rubrica curata dal prof. V. Andreoli che da molti mesi compare ogni mercoledì come inserto speciale, contenente varie lettere di seminaristi, sacerdoti e laici, nonché una riflessione specifica del curatore. La rubrica è giunta finora a ben 38 puntate.

[3] Cf. F. Cavadini, Vi spieghiamo che cosa ci fa una suora sull’altare, in «Magazine» del «Corriere della sera» del 9 ottobre 2008, pp. 73-74.

[4] Cf. M. Guasco, Uomo dei sacramenti, evangelizzatore, animatore sociale: profilo del prete italiano, in A. Acerbi (ed.), La chiesa e l’Italia. Per una storia dei loro rapporti negli ultimi due secoli, Vita e Pensiero, Milano 2003, pp. 195-208.

[5] Cf. M. Offi - F. Garelli, Profilo e tipologia del clero italiano, in F. Garelli (ed.), Sfide per la chiesa del nuovo secolo. Indagine sul clero in Italia, Il Mulino, Bologna 2003, pp. 303-345.

[6] Cf. I. De Sandre, Problemi pastorali e differenze generazionali, in A. Castegnaro (ed.), Preti del Nordest, Marcianum Press, Venezia 2006, pp. 51-74, qui pp. 58-59.


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