Nella Chiesa del tempo ultimo
si imporrà il modo di vivere di san Francesco
che, in qualità di «simplex» e «idiota»,
sapeva di Dio più cose di tutti i dotti del suo tempo
– poiché egli lo amava di più[1].
Oggi vi sono solo due modi per conoscere Francesco d’Assisi: o andare in quella città e «ascoltare le pietre» dove ancora vivono i suoi «frati», oppure leggere semplicemente uno dei suoi scritti, come può essere la Regola francescana o il suo Testamento: essi contengono le memorie così simili a quelle che si rintracciano in un «diario» di vita, quali appunto sono le cartule di Francesco oppure i diari dei suoi primi compagni, appuntati di date, nomi, incontri, brevi impressioni e ricordi. Tra questi ve n’è uno che segna una data storica: la primavera di ottocento anni fa (1209) quando il Poverello di Assisi, appena ventisettenne, si portò a Roma dal «signor papa», Innocenzo III, per chiedergli se gli poteva approvare quella forma di vita che oggi si chiama «Protoregola»: lui, quel piccolo uomo vestito del solo colore della terra, davanti al più potente – allora – uomo della terra, vestito d’oro e di rosso con in testa una tiara appuntita. Era la «grazia delle origini», cominciava la meravigliosa avventura del «movimento francescano», ovvero quella rivoluzione silenziosa della chiesa che avrebbe segnato per sempre la credibilità stessa del cristianesimo dinnanzi al mondo e alla storia. Ma che avrebbe segnato anche il nostro credere oggi.
La nostra rivista, pertanto, non poteva mancare a un appuntamento così importante dedicando il secondo numero dell’anno corrente a San Francesco, francescanesimo e francescani, cui hanno contribuito i più noti studiosi di francescanesimo tuttora viventi. La programmazione e lo schema di questo fascicolo (n. 170), in un certo senso speciale, prendono spunto dalle celebrazioni centenarie, non da ultimo anticipando alcuni contenuti del capitolo mondiale delle «stuoie» in programma nei prossimi giorni 15-18 di aprile 2009.
L’articolo introduttivo di Gianluigi Pasquale, direttore della collana «I mistici francescani», inquadra con precisione il portato di attualità che la figura di san Francesco trattiene nella temperie da «tardomodernità» del clima contemporaneo. Si dimostra, infatti, come i tre desideri odierni insiti nell’umanità, quello di potersi rivolgere a Dio latore di senso, quello di poter contare sull’altro come su di un fratello, quello di sentire la natura non come una minaccia, bensì come la casa creata per noi, corrispondano anche alle tre peculiari intuizioni di Francesco d’Assisi, che risulta, così, «umanamente» attuale per tutti: non credenti, credenti in un Dio, discepoli di Gesù Cristo. Questo primo saggio, poi, mette opportunamente a tema il titolo del fascicolo facendo notare il tripode su cui poggia tutto il cosiddetto «movimento francescano», ossia su Francesco d’Assisi, il francescanesimo e i francescani e le francescane in genere, auspicando altresì che esso possa trovare prossimamente una più coesa unità al suo interno.
In coerente continuità, si colloca il saggio di Felice Accrocca, membro di quel gruppo redazionale che cinque anni fa (nel 2004) ha rieditato il monumentale volume delle Fonti Francescane, peraltro «inventate» dall’infaticabile padre Ernesto Caroli «francescano» – come si è sempre voluto firmare – scomparso in questi giorni (1917-2009). Il famoso francescanologo ripercorre tutte le tappe che, a partire dalle fonti, hanno portato a riscoprire, nel secolo XX, il carisma originario del fondatore e le prime concrete realizzazioni per la sua rifondazione postconciliare.
Dopo questi due articoli, altri due riconosciuti esperti del francescanesimo entrano nel merito della questione che muove dal presente centenario (1209-2009). Nel suo intervento Luciano Bertazzo osserva, giustamente, come il propositum vitae con il quale san Francesco si presentò al «signor papa» si situasse, quasi dialetticamente, tra un’utopia realizzata da Francesco d’Assisi, ma irrealizzabile in quanto utopia stessa, dialettica che dal contrasto iniziale tra gli «spirituali» e i «conventuali», si rivelò, poi, una tensione feconda per veicolare un’immagine speculare del Poverello, mai definitivamente interpretabile. Il passaggio documentario, spirituale e non soltanto legislativo, che portò dall’iniziale «Protoregola» (il propositum vitae) del 1209, alla Regola non bollata del 1221 e, infine, alla Regola bollata del 1226, mostra come il traghettamento dalla seconda alla terza abbia, in sostanza, ratificato l’influenza della curia romana sulla nascente e prosperosa famiglia francescana, rubricandola, in un certo qual senso, nell’istituzionalizzazione, piuttosto che salvaguardandola nella sua primigenia ispirazione.
A queste puntualizzazioni storiche fa eco Thaddée Matura che interpreta gli aspetti utopici del messaggio francescano come il sogno di un’umanità libera dal possesso, impegnata nella fraternità e tesa verso Dio con tutte le forze del proprio essere. Maria Maddalena Terzoni interviene per analizzare il rapporto tra Chiara e Francesco, mettendo in rilievo la memoria tenace della forma vitae che le clarisse hanno difeso e conservato nel tempo. Chiara Giovanna Cremaschiespone, con finezza e profondità, come le «suore poverelle» rappresentino anche per le giovani donne del nostro tempo un modo per vivere fino in fondo la radicalità cristiana, riscoprendo tutto lo spessore della sequela di Cristo povero e unito al Padre. Da parte sua Lino Temperiniricostruisce lo sviluppo meraviglioso che hanno avuto negli ultimi secoli le congregazioni femminili di vita attiva, il cui carisma di servizio si collega all’esempio di Francesco, umile servitore dei lebbrosi. Chiude questa prima consistente sezione un ultimo articolo di Franco Frazzarin, membro del consiglio internazionale dell’Ordine francescano secolare, quello che fino a pochi anni fa era il «Terz’Ordine» di san Francesco, recentemente rinnovatosi grazie alla ritrovata e costituzionale unità, ma, soprattutto, felice e diffusa espressione dello stile di vita del Poverello tra i laici credenti, a tutt’oggi il gruppo ecclesiale – vero e proprio «Ordine» – capillarmente più diffuso e numeroso tra quelli presenti nella chiesa cattolica.
Particolarmente articolato è il Dossier che costituisce la seconda significativa sezione di questo numero. Con esso si è voluto osservare cos’hanno detto di san Francesco le «arti» e gli «altri», essendo il Poverello d’Assisi impostosi al mondo della cultura e alla storia del pensiero ben oltre i suoi confini autoctoni. Così Servus Giebenci presenta l’influenza di san Francesco nell’arte, grazie alla competenza maturata in oltre cinquant’anni quale direttore del Museo francescano di Roma, il più grande del mondo. Paolo Pegoraro, indiscusso esperto del rapporto tra religione e letteratura, mette finemente insieme quelle tessere di san Francesco veicolatesi nella letteratura e nel teatro. Lucio Saggioro, invece, lo «fotografa» presente nel cinema e nella musica, in qualità di membro giurato di Cinecittà e fondatore del gruppo giovanile francescano «Le pelli sintetiche», diffuso in tutta Italia. Chiude il dossier – e non poteva mancare – un mirato intervento di Pacifico Sella sul rapporto positivo che Francesco d’Assisi seppe intessere all’interno del mondo islamico del suo tempo, oggi riproposto in modo dinamico nella The Damietta iniziative (Pretoria, ZA) a ricordo del tentativo di dialogo di Francesco con Al-Malik-al-Kamil, sultano d’Egitto.
Il numero si conclude, come di consueto, con l’Invito alla lettura curato da Giovanni Voltan, esperto di spiritualità francescana, che presenta un’accorta sintesi tra la sterminata letteratura di e su san Francesco, così pluriforme anche per il fatto che francescani lo si è dentro, non (soltanto) fuori. Il che significa: se lo vogliamo, in qualche modo, tutti siamo francescani. Questo è il segreto.
A laude di Dio e del suo servo Francesco.
[1] J. Ratzinger, San Bonaventura. La teologia della storia, Porziuncola, S. Maria degli Angeli (Assisi) 2008, pp. 209-210.