Il termine «utopia», tratto dal greco, fu inventato da Tommaso Moro, che lo pose come titolo del suo libro, pubblicato nel 1516. Uomo di stato e pensatore, Moro fu decapitato sotto Enrico VIII e proclamato santo e martire dalla chiesa cattolica. «Utopia» significa letteralmente «un luogo che non esiste», «un nessun luogo». Nell’uso corrente ai nostri giorni questo termine designa qualcosa di ideale, generalmente positivo, bello, una promessa di felicità che ci si augura e che si desidera, ma che non esiste – per lo meno non ancora – nella realtà. Volendo utilizzare le parole di un filosofo (H. Deroche), si tratta di una «realtà irreale», di «una presenza assente», di «un altrove nostalgico».
Da quando l’umanità esiste e prende coscienza della sua reale condizione, dove la vita e la morte, il bene e il male, la felicità e la sofferenza sono sempre presenti, coabitando e opponendosi reciprocamente, gli esseri umani non cessano di sognare, di immaginare un luogo e un tempo, sia del passato – paradiso – sia del futuro, dove ciò che limita, che fa soffrire, scomparirebbe, dove non ci sarebbe nient’altro secondo il poeta (C. Baudelaire) che «ordine e bellezza, lusso, piacere e voluttà». Già nell’antichità greca e latina, in Omero, Platone, Ovidio e Virgilio, si parlava dell’Atlantide, di «isole di felicità totale», di una razza d’oro che viveva in una primavera eterna, «di un paese dei frutti dorati», di una «Repubblica» governata da leggi ideali.
L’utopia religiosa
Secondo il filosofo Antonio Gramsci, «la più gigantesca utopia sorta nella storia sono le religioni»; grazie alle loro prospettive ed esigenze, le religioni offrono infatti orizzonti che si possono qualificare a giusto titolo come «utopici». Ciò che propongono, supera, relativizza, scuote la pesantezza del reale e l’orienta verso un mondo che deve venire: è la «vita venturi saeculi». Limitandoci al cristianesimo e alle sue radici ebraiche, già l’antica alleanza annuncia e promette nuovi cieli e nuova terra (Is 65,17), dove
il lupo dimorerà con l’agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà, […] il lattante si trastullerà sulla buca della vipera, il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso. Non agiranno più in modo iniquo o violento […] perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare (Is 11,6-9).
Verrà pure un giorno in cui Dio «eliminerà la morte per sempre, asciugherà le lacrime su ogni volto e preparerà per tutti i popoli un banchetto di festa» sul suo monte santo (cf. Is 25,6-8). E benché sia «grande la malvagità degli uomini sulla terra» (Gn 6,5) e il loro «cuore sia pieno sempre di cattivi progetti» – ed è qui la radice di tutti i mali personali e sociali – tuttavia un giorno le esigenze della legge che è fonte di vita e che non si riesce mai a compiere perfettamente, saranno scritte da Dio stesso «dentro il cuore dell’uomo, nel profondo del suo essere» (cf. Ger 31,33).
Inaugurando la nuova ed eterna alleanza, Gesù proclama «l’evangelo», la gioiosa notizia della venuta del regno di Dio. Il volto di questo Dio, chiamato sempre Padre, è un volto d’amore e di tenerezza, rivolto a tutti gli omini, buoni o cattivi che siano. È un Dio che li salva per mezzo del Figlio, venuto nel mondo come umile servitore che si consegna alla morte per loro amore. Questo Dio introduce gli uomini in una intimità inaudita, quando insieme al Figlio discende in essi per porvi la sua dimora (Gv 14,23). Gesù stesso, una volta glorificato, li prenderà con sé, affinché siano anch’essi là dove c’è lui (Gv 14,3), seduti su troni, mangiando e bevendo alla tavola nel suo regno (Lc 22,30): è questo il mondo meraviglioso che ci descrive l’Apocalisse. Questa prossimità, questa umanità di Dio, la felicità di cui fa partecipe l’uomo, supera tutto quanto si potrebbe immaginare e desiderare; è veramente una «realtà irreale», un’«utopia».
La stessa cosa, sotto un altro aspetto, avviene per tutto quello che riguarda il comportamento nuovo richiesto a coloro che accettano l’evangelo di Gesù. Ad essi viene domandato di cambiare radicalmente modo di vivere, è la metanoia, la conversione: bisogna amare Dio sopra ogni cosa, come pure il prossimo, anche i nemici; perdonare, evitare la violenza, condividere i beni, essere pronti a lasciare questi beni per amore di Gesù, mettersi al servizio gli uni degli altri, pur sapendo che si è «servitori inutili». Sapendo di che cos’è fatto l’uomo, conoscendo le sue tendenze egoiste e il male di cui è capace, si vede fino a che punto queste esigenze radicali sembrano se non impossibili, almeno difficilmente realizzabili, tanto che in questa vita possono apparire utopistiche.
Queste prospettive ebraiche e cristiane mostrano che la fede è un’uscita, un superamento della realtà del mondo e dell’uomo, certamente non per negarlo o rifiutarlo, ma per aprirlo a qualcosa di più grande, più bello, più desiderabile, assolutamente gratuito, che non è ancora presente se non parzialmente e che non si riesce mai a mettere in pratica del tutto. Ci sarà sempre una tensione tra ciò che è e ciò che viene promesso e desiderato. L’utopia che Francesco ha concepito, vissuto e proposto ai suoi eredi, va situata in questo quadro di riferimento.
L’utopia di Francesco
Quando mi è stato proposto di redigere questo articolo, il tema era intitolato: «L’utopia realizzata e realizzabile di Francesco d’Assisi», ma poi – errore o ripensamento – il titolo definitivo diceva invece: «Utopia realizzata e irrealizzabile». È vero: un’utopia realizzata non è più un’utopia. Nel corso della storia il regno di Dio, cioè Dio manifestato in pienezza, uomo e mondo trasfigurati, salvati, è soltanto un desiderio, una visione di un futuro che deve venire. Una volta che i «tempi saranno compiuti», solo allora la città di Dio, la nuova Gerusalemme, non sarà più un sogno, ma una realtà in tutto il suo splendore.
Quanto a Francesco, quando si parla delle sue scelte radicali, è allora che talvolta si utilizza il termine «utopia». Per la maggior parte del tempo, se non sempre, l’aspetto radicale più spettacolare che viene sottolineato è quello della povertà. Tuttavia il progetto di Francesco, da lui vissuto e proposto ai suoi frati, comportava altre scelte, egualmente radicali, e dunque in tal senso «utopiche». Così appare la sua concezione delle relazioni umane – la fraternità – come pure il suo modo di descrivere e vivere il rapporto con il mistero di Dio: avere «il cuore rivolto al Signore».
Utopia della povertà
Se la povertà intesa come un uso sobrio e misurato, una condivisione con i poveri, una messa in comune dei propri beni, era riconosciuta come un valore evangelico e praticata nella chiesa, soprattutto dal monachesimo, Francesco ne ha radicalizzato alcuni aspetti: prossimità, se non addirittura identificazione con il mondo dei poveri, e anzitutto rifiuto di ogni possedimento o proprietà, non solo individuale, ma anche collettiva – cosa questa che superava il marxismo! – e proibizione di usare il denaro. Si trattava sicuramente di un’«utopia»; la sua messa in pratica, per opera di Francesco e dei suoi frati ha richiesto certi adattamenti. Senza essere proprietari legali delle loro abitazioni e terreni, i frati ne godevano egualmente; senza utilizzare denaro, si giovavano di quello dei loro benefattori.
Ma si dimentica che Francesco aveva una concezione della povertà fondata su una base spirituale altrettanto radicale: il bene che l’uomo è e che compie, non è sua proprietà, bensì un dono gratuito di Dio, al quale bisogna restituirlo, renderlo a lui con un atto di ringraziamento. Di nostro non abbiamo altro che «i nostri vizi e i nostri peccati», come pure le prove e le sofferenze. Questi due aspetti – materiale e spirituale – si condizionano e si completano reciprocamente, ma entrambi hanno qualcosa di utopico, poiché, pur essendo come un orizzonte, un appello permanente e doloroso, non si può dire che l’utopia è diventata realtà in una vita personale.
Utopia della fraternità
Nella storia della vita religiosa, Francesco è il primo che designa con insistenza il gruppo formatosi attorno a lui con il nome di fraternità. Vuole che i frati si amino come una madre si prende cura amorosa del figlio, si rispettino, si rallegrino di stare insieme, si sostengano misericordiosamente senza essere turbati dal male, accolgano ogni essere umano, amico o nemico, ladro o brigante. Con il medesimo radicalismo da lui mostrato riguardo alla povertà, considera il servizio dell’autorità. Tutti sono fratelli, nessuno di loro sarà chiamato padre, non porteranno titoli onorifici e colui che esercita l’autorità deve comportarsi come un servo incaricato di lavare i piedi degli altri. Questi atteggiamenti vanno applicati a ogni rapporto con gli esseri umani. Bisogna essere sottomessi a tutti, non rivendicare alcun privilegio, «evitare i litigi, le dispute di parole, non giudicare gli altri, ma essere miti, pacifici e modesti, mansueti e umili, parlando con tutti gentilmente» (cf. Rb III,10: FF 85).
Si sa e lo si mette abbastanza – forse troppo – in risalto che Francesco, con un’intuizione profonda, estendeva questo trattamento fraterno non solo agli animali e alle piante, ma anche al cosmo e ai suoi elementi: sole, luna, stelle, acqua, fuoco, aria, terra; perfino la morte! Chi non vede quanto ciò che abbiamo evocato coincide con la visione utopica di una società ideale, senza classi, libera, egualitaria, fraterna, capace di abbracciare l’universo.
Ma anche qui, perfino nella vita di Francesco, tutto non è stato così semplice e meraviglioso. Se in un brano dei suoi Scritti dice che bisogna accogliere con benevolenza e perdono un fratello che abbia peccato «mille volte» (cf. Lmin 10: FF 235), gli capita di escludere altri per una sola colpa grave e di non considerarli più come frati…(cf. Lord 44: FF 229). Secondo il vangelo di Gesù e le parabole della zizzania e della rete (cf. Mt 13,24-30. 47-50), anche Francesco deve accettare e sopportare pazientemente la coesistenza, dentro di sé e nella sua comunità, del bene e del male, senza tuttavia rinunciare al sogno e alla esigenza della perfezione, ed è qui che consiste precisamente la funzione dell’utopia.
Utopia del «cuore rivolto verso il Signore»
L’utopia principale attribuita a Francesco è quella della povertà nei suoi aspetti materiali, in parte anche la fraternità concreta e universale. Ma non si parla mai della sua utopia nei confronti delle relazioni tra l’uomo e Dio. Ora, nell’esperienza di Francesco e nelle esortazioni sulle quali insiste maggiormente, la realtà prima, centrale, desiderabile sopra ogni cosa, era di «avere il cuore rivolto senza posa verso il Signore» (Rnb XXII, 19: FF 59). In questo Dio – di cui nella pergamena della Verna, scritta di suo pugno, tenta di suggerire con una trentina di nomi la suprema elevazione e la vicinanza piena di tenerezza – bisogna che
dovunque noi tutti, in ogni luogo, in ogni ora e in ogni tempo, ogni giorno e ininterrottamente crediamo veracemente e umilmente e [lo] teniamo nel cuore e amiamo, onoriamo, adoriamo, serviamo, lodiamo e benediciamo, glorifichiamo ed esaltiamo… (Rnb XXIII, 11: FF 71).
Nient’altro dobbiamo desiderare, nient’altro volere, nient’altro ci piaccia e diletti se non il Creatore e Redentore nostro (Rnb XXIII, 9-11: FF 70-71).
Questo è l’appello vibrante che Francesco rivolge a se stesso senza dubbio e ai suoi frati, ma egualmente agli uomini di tutti i tempi. Una gran parte dei suoi scritti, più sviluppata di quella riguardante la povertà, tratta di questo tema, cuore ardente del suo messaggio. La visione che Francesco presenta di Dio e che suppone un’esperienza personale unica, è di una ricchezza immensa. Lo stesso si può dire quando enumera le esigenze positive e negative che si impongono a chi vuol cercare e trovare Dio: bisogna amare il Signore Dio
con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutta la capacità e la fortezza, con tutta l’intelligenza, con tutte le forze, con tutto lo slancio, tutto l’affetto, tutti i sentimenti più profondi, tutti i desideri e le volontà… (Rnb XXIII, 8: FF 69).
Bisogna togliere ogni impedimento:
Niente ci ostacoli, niente ci separi, niente si interponga (Rnb XXIII, 10: FF 71).
Riconosciamolo, questi brani non ci toccano particolarmente; ci sembrano talmente lontani dal nostro linguaggio, soprattutto dalle nostre esperienze e preoccupazioni, anche religiose. Ma dato che parlano di ciò che sta al centro della nostra fede, toccano il punto nevralgico del nostro essere di credenti. È un linguaggio di utopia, che invita a lasciare ogni sicurezza e routine, a interrogarci a che punto siamo quando diciamo: «Credo in Dio», oppure: «Dio, ti amo». Francesco ha vissuto tutto ciò, anche lui alternando luce e tenebre, sia nei momenti abbaglianti della visione, sia nel cammino quotidiano oscuro e difficile. È questa infatti la condizione del credente in ogni tempo, oggi più che mai.
Utopia «realizzabile» o «irrealizzabile»?
L’espressione lapidaria con cui, alla fine della vita, Francesco ha voluto caratterizzare l’essenziale del progetto, che Dio gli aveva rivelato e che la chiesa ha confermato, viene formulata così: osservare il santo vangelo di Gesù Cristo. Si può dire con buoni motivi che non c’è nulla di più utopico di una simile affermazione, se si considera il contenuto di queste parole e i destinatari ai quali sono rivolte: Francesco, la sua posterità ossia i suoi futuri seguaci e in definitiva tutti gli uomini. Il vangelo è un annuncio gioioso e sfolgorante della vita di comunione trinitaria, di cui Dio fa partecipi gli uomini, è rivelazione del destino finale che li aspetta insieme a tutta la creazione, è un invito ad accogliere questa gratuità inaudita, con le esigenze che ciò comporta.
Nel concreto dell’esistenza credente, ciò richiede di manifestarsi in primo luogo mediante la fede e l’abbandono fiducioso di se stessi in Dio e nelle sue promesse; viene poi la conoscenza, difficile da accettare, della propria grandezza e nello stesso tempo della propria insondabile povertà, e ancora l’amore esigente verso il prossimo, nello sforzo, sempre ricominciato, di dimenticare se stessi, di rinunciare al proprio io, di aprirsi a Dio e agli altri.
Di fronte all’enormità di questo compito, si vede meglio che una simile «utopia» è nello stesso tempo realizzabile e irrealizzabile. Realizzabile in quanto interpella, scuote, impedisce di installarsi, spinge sempre a ricominciare, apre orizzonti nuovi, senza che si possa mai dire: abbiamo fatto tutto!
Sì, che si tratti di sogni umani circa un mondo perfetto o della fede di uomini che accolgono gli annunci, le promesse e le richieste di Dio, finché il mondo e l’umanità, condizionati dal tempo e dallo spazio, camminano nella storia, nessun sforzo umano, nessun potere, neppure quello divino, realizzerà definitivamente un mondo senza difetti o un’umanità perfetta: è sempre il sogno del «paradiso delle origini» o l’annuncio di «figura escatologica». Nel tempo storico, l’utopia intesa in senso stretto, rimane irrealizzabile nella sua totalità.
L’utopia francescana nella storia
Dopo aver delineato sommariamente la triplice utopia di Francesco e il suo modo di «realizzarla», è legittimo chiedersi come questa dimensione è stata vissuta dai suoi eredi e continuatori a distanza di otto secoli.
Certamente nel suo Ordine, preso nella sua globalità – sia gli uomini, i frati, come le donne, le suore, che con santa Chiara hanno adottato la medesima strada evangelica – ci si è sempre sforzati nel corso di questo lungo periodo di vivere qualcosa almeno delle esigenze centrate su questi tre poli: povertà, fraternità, ricerca di Dio. Come si è osservato in precedenza, soprattutto in riferimento alla povertà si sono manifestate maggiormente l’insoddisfazione, l’inquietudine, le dispute e le «separazioni». Si sarebbe però nel torto se si dimenticasse che vi ha giocato un ruolo egualmente molto importante l’inquietudine spirituale, più profonda, ma forse meno spettacolare, che riguarda il rapporto con Dio.
L’Ordine dei frati minori ha espresso, se si può parlare così, con una profusione abbondante e anarchica, il suo rapporto con l’«utopia» mediante movimenti costanti – e rotture – di «riforma», fra i quali la storia ne conta almeno sei che sono statti canonicamente riconosciuti: osservanti, cappuccini, riformati, alcantarini, recolletti, riformella. Tre rami sussistono fino al giorno d’oggi: conventuali, francescani e cappuccini. Aggiungiamo che un fenomeno simile – senza dubbio più accentuato e frammentato nel caso dei minori – si osserva nel corso della storia anche in altre forme di vita religiosa della chiesa, in particolare nel monachesimo. Ciò non è altro che la messa in pratica del motto: ecclesia semper reformanda, che è un’esigenza evangelica permanente. Il destino di Francesco e della sua esperienza storica è nel concreto una manifestazione particolare di ciò che vivono i credenti nella grande comunità della chiesa, tentata anch’essa di istallarsi e di tanto in tanto risvegliata e scossa da movimenti di riforma o – ahimè – di scisma, che avvengono nell’amore, ma talvolta giungono fino alla rottura nella fede.
In un senso positivo, l’«utopia» consiste nell’ammettere che quanto viene proposto deve essere accolto e compiuto, e lo può essere fino a un certo punto. Sicuramente l’uomo si scontrerà di continuo con i propri limiti e con quelli degli altri; si troverà al di sotto di ciò che considera come un ideale e un dovere; farà costantemente esperienza dei propri insuccessi. Ma non ne ricaverà la conclusione che ciò sia un’impresa impossibile, cui bisognerebbe rinunciare, dato che non fa per lui. Accetterà di vivere la lacerazione e il rimprovero che l’ideale rappresenta in quanto utopia sempre sognata e mai realizzata. L’utopia evangelica presa sul serio crea la tensione senza della quale la vita cristiana si affievolisce e diventa piatta. L’utopia è l’elemento che crea la perturbazione necessaria al dinamismo, all’insoddisfazione, all’attesa di ciò che deve avvenire, ma non è ancora realizzato.
Conclusione
Queste «libere riflessioni» sull’«utopia» e la loro applicazione a Francesco e al suo progetto hanno fatto ricorso a linguaggi diversi: letterario, biblico, teologico, storico. Ma penso che l’aspetto più misterioso del tema non può essere affrontato se non con un approccio poetico. In effetti, l’utopia è un sogno, aspirazione e desiderio che sfugge a ogni formulazione chiara; è come una ferita che segna l’umanità, la spinge a mettersi in cammino, ad andare oltre, più lontano e in avanti. Perciò vorrei concludere questo mio contributo sommario e frammentario con una breve poesia, che è stata dedicata a Francesco da uno dei più grandi poeti polacchi contemporanei, Jan Twardowski, da poco scomparso. In modo paradossale, con immagini e parole ordinarie, di ogni giorno, egli coglie e rivela il punto centrale dell’esperienza «utopica» di Francesco: essere minore e sottomesso a tutti, «come l’erba bassa, la piccola sorella, su cui tutti passano»[1].
Saint François d’Assise, San Francesco d’Assisi
je ne sais pas t’imiter, imitarti non so,
je n’ai pas de sainteté pour un sou, la mia santità non vale un soldo,
à lire la Bible, j’ai mal à la tête. a leggere la Bibbia, mi viene il mal di testa.
Les poissons ne viennent pas m’écouter, I pesci non mi vengono a sentire,
je ne sais pas parler aux oiseaux, agli uccelli non so parlare,
le chien du curé m’a mordu il cane del parroco mi ha morsicato
et mon cœur ne vaut pas cher. e il mio cuore non ha tanto coraggio.
Ils sont beaux, monts et forêts, Sono belli i monti e le foreste,
toujours intéressantes les roses, mi attraggono sempre le rose,
mais de toutes les merveilles, ma di tutte le meraviglie della terra,
c’est l’herbe que je préfère. preferisco l’umile erba.
Basse, on lui marche dessus, Bassa com’è, ci cammino sopra,
elle n’a ni fruits ni épis; non ha né frutti, né spighe;
Herbe, ma petite sœur, erba, mia piccola sorella,
carmélite aux pieds nus. carmelitana dai piedi scalzi.
[1] Traduzione dal polacco di T. Matura. Articolo tradotto dal francese a cura di L. Dal Lago.