«Anche se parlassi la lingua di tutte le tribù viventi
e persino dei popoli scomparsi dalla terra e dalla memoria,
se non ho l’amore, sono un trombone di gelida latta, un computer trilingue.
Anche se distribuissi tutte le mie scarpe e i viveri
per soccorrere il popolo scarso e denutrito,
se non ho l’amore, sono una delle tante cavie rivoluzionarie,
un cacciatore di farfalle o un poeta sognatore»
(Paulo Suess)
Nell’agosto del 1968 ebbe luogo a Medellín in Colombia la prima Assemblea generale dell’episcopato latinoamericano, che si prefiggeva lo scopo di tradurre nella realtà del subcontinente le indicazioni pastorali e gli impulsi di rinnovamento derivati dal concilio Vaticano II. Si è concordi nel considerare tale assemblea come l’atto di nascita di quella scuola o corrente teologica che viene chiamata teologia della liberazione. Sono noti i suoi legami con altre visioni che circolavano in Europa alla fine degli anni Sessanta del XX secolo, come la «teologia politica» (Johann Baptist Metz) e la «teologia della speranza» (Jürgen Moltmann). Si trattava in effetti di una presa di coscienza, che si stava diffondendo in molti paesi del mondo e risvegliava nei cristiani una precisa responsabilità storica davanti alle situazioni di ingiustizia.
Cambiava anche il metodo di fare teologia: utilizzando la famosa triade della Jeunesse Catholique francese (vedere - giudicare - agire), il punto di partenza diventò la realtà storica, interpretata sia alla luce della fede sia secondo le analisi delle scienze sociali, per tendere verso «la liberazione dell’uomo da ogni forma di servitù che l’opprima»; si voleva lottare contro una «situazione di peccato» per raggiungere la liberazione integrale dell’uomo. In tal modo la teologia della liberazione in America Latina mise in discussione i condizionamenti ideologici, sociopolitici ed ecclesiali di una teologia segnatamente europea nelle sue preoccupazioni e nelle sue prospettive, e ciò fu fatto a partire da un diverso rapporto con la realtà, sottolineando la necessità di adattare la teologia alle diverse situazioni culturali e sociopolitiche.
La scelta qualificante di Medellín (1968) fu anzitutto l’opzione per i poveri, in quanto sono essi i primi destinatari del vangelo. Di conseguenza fu assunto l’impegno per una giustizia sociale che liberasse le persone dall’oppressione economica, culturale e civile; infine, dal punto di vista pastorale, si diede slancio alla creazione di comunità ecclesiali di base (CEB) come espressione concreta di una chiesa in cui i cristiani stessi, anche in assenza del sacerdote, si organizzano, prendono in mano la Bibbia, si appropriano della Parola per approfondirla e viverla con spirito comunitario.
Bisogna tuttavia riconoscere che la liberazione a Medellín era più vincolata agli aspetti economici e politici della realtà. Solo più tardi, altre dimensioni, quali le discriminazioni di carattere culturale, di genere, di razza e di colore, di orientamento sessuale, o le sfide che emergono dall’ambiente, ottennero maggiore attenzione nella riflessione teologica in chiave liberatrice. Oggi, le teologie eco-femministe, la teologia india, la teologia nera, la teologia dell’inculturazione e tutta una spiritualità liberatrice, rappresentano sviluppi importanti nel campo della riflessione che si riconosce erede della teologia nata a Medellín.
Da Medellín ad Aparecida (2007) c’è dunque un filo non spezzato: lettura della realtà a partire dai segni dei tempi; scelta preferenziale per i poveri, impegno per la promozione umana e difesa della dignità della persona. A ciò si aggiunge, nel quadro attuale della globalizzazione, la consapevolezza che tali questioni, e altre come la salvaguardia del creato, non sono più ristrette al continente latinoamericano ma riguardano tutti i paesi del mondo e l’intera umanità.
Qualcuno ha detto frettolosamente: la teologia della liberazione è morta. Sembra invece che sia più viva che mai, nel senso che la ricerca teologica si è allargata, è divenuta più complessa e attenta soprattutto al fenomeno del pluralismo religioso, un problema che tocca anche paesi di antica cristianità, come quelli europei. Infatti la convinzione che ha guidato la fatica di questa indagine, per quanto ancora incompleta e provvisoria, è stata, tra le altre, quella di porre domande anche alla teologia occidentale, alla teologia in generale. Davanti alla crisi del cristianesimo riteniamo importante interrogare i «laboratori del sud del mondo», e qui quello latinoamericano. Come si è visto nei fascicoli di «Credere Oggi» dedicati alla Teologia in Africa (n. 152) e alla Teologia in Asia (n. 158), essi rappresentano nuove vie del cristianesimo. L’esperienza credente e riflessa fatta in America Latina rappresenta un vero è proprio laboratorio, da cui le chiese cristiane dell’Occidente possono trarre utili indicazioni per il proprio rinnovamento. La fede vissuta e celebrata a Guadalupe (Città del Messico), come in mille altri luoghi mariani molto popolari in America Latina, è la possibilità concreta e reale di una ricerca di fede e di un’espressione religiosa piena di gioia, di entusiasmo e di vita, assai diversa dalla freddezza e dalla monotonia che spesso si riscontrano nelle comunità cristiane in Europa.
A proposito del pluralismo religioso, che interpella più direttamente la chiesa cattolica in America Latina, ci sono certo questioni non del tutto chiarite come l’interpretazione del sincretismo, o della «simbiosi» tra riti e credenze di origine non cristiana e altri più tipicamente cattolici. Sembra, a volte, che sia messa in discussione l’unicità e la necessità della mediazione salvifica di Cristo e si riscontra una qualche ambiguità circa lo specifico della rivelazione cristiana[1].
In questo fascicolo abbiamo cercato di raccogliere alcune voci significative che possano dare almeno un’idea dei fermenti e delle intuizioni coraggiose che i teologi e le teologhe dell’America Latina stanno sviluppando. Il primo contributo di Silvia Scatena ripercorre le tappe che la chiesa ha percorso negli ultimi quarant’anni da Medellín ad Aparecida, mostrando la coerenza delle scelte, pur attraverso momenti difficili e tragici, come l’uccisione di mons. Oscar Arnulfo Romero e dei gesuiti dell’Università cattolica di San Salvador, o come le divisioni all’interno delle gerarchie ecclesiastiche. Il secondo articolo di Sandro Gallazzi illustra con chiarezza e appassionata partecipazione l’esperienza della lettura popolare della Bibbia, un modello valido e ricco di ispirazione anche per la nostra realtà italiana: basti pensare alla lectio divina che si sta diffondendo come pratica abituale in molte delle nostre comunità parrocchiali. Luiz Carlo Susin presenta il dibattito odierno sulla teologia della liberazione, mostrandone l’ispirazione originaria nell’idea di «chiesa dei poveri» e negli impulsi derivanti dal Vaticano II, contro l’opinione spesso riportata che sia stato invece il marxismo la sua molla di partenza. Il tema scottante del pluralismo religioso è affrontato da Faustino Teixeira con un’analisi puntuale, che non nasconde le difficoltà dell’impresa, ma mette in risalto la necessità imprescindibile del dialogo fra le religioni e le possibilità che il cristianesimo offre per accogliere «i semi del Verbo» presenti nelle varie culture e pratiche religiose. In particolare, sull’apporto delle tradizioni indie e di quelle afroamericane, si sofferma Diego Irarrázaval in un intervento che difende il diritto di queste minoranze a mantenere la propria identità culturale e religiosa, senza essere sopraffatte dal predominio occidentale o livellate da una globalizzazione monocratica. Sul rispetto dell’alterità, considerata come dimensione essenziale di un corretto rapporto tra persone, popoli e religioni insiste Paulo Suess, che vede in questa prospettiva il fondamento di un amore concreto e la condizione perché la chiesa eserciti la sua missione evangelizzatrice in modo liberante.
Eleazar López Hernández studia il culto della Vergine di Guadalupe, soprattutto nelle fonti letterarie, sottolineando che il racconto dell’indio Juan Diego e l’immagine della Vergine impressa nel suo mantello contengono già le premesse per effettuare l’inculturazione del cristianesimo nella storia di popolazioni sconfitte dalla potenza militare straniera, ma accolte dal sorriso della Madre di Dio. Su questa linea si situa anche il contributo di Marco Dal Corso, che mette in risalto i valori dell’etica campesina (famiglia-lavoro-terra) minacciati dall’attuale civiltà dei consumi e dalle promesse di un progresso economico a spese della dignità delle persone e dell’autentica giustizia sociale.
Il fascicolo contiene, infine, una duplice documentazione, relativa al rapporto tra chiesa italiana e chiesa latinoamericana: Marco Aldighieri rilegge l’esperienza dei preti fidei donum che si sono recati in vari momenti a prestare servizio nelle chiese sorelle e hanno condiviso il loro cammino di fede. Questi rapporti proseguono tuttora, come mostra la presentazione del Centro di documentazione Oscar Romero (CEDOR), istituito a Verona presso il Centro unitario missionario (CUM), che continua l’attività del glorioso Comitato ecclesiale italiano per l'America Latina (CEIAL).
L’Invito alla lettura, curato da Marco Dal Corso e la rubrica delle recensioni chiude come sempre il fascicolo. Il nostro augurio è che i contributi proposti aiutino i lettori ad affrontare la domanda centrale posta dalla teologia della liberazione e sempre attuale[2]: che significa essere cristiani oggi? Come essere chiesa nelle situazioni nuove che si presentano?
[1] Cf. M. Menin, Presentazione all’edizione italiana, in M. Barros - L.E. Tomita - J.M. Vigil, I volti del Dio liberatore. Le sfide del pluralismo religioso, EMI, Bologna 2000, pp. 5-8, qui p. 7.
[2] Cf. G. Gutiérrez, Teologia della liberazione. Prospettive, Queriniana, Brescia 1976 3, p. 56.
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