«Alla totalità e alla completezza dell’atto educativo
importa il massimo impegno nell’educando
e il massimo di convinzione esistenziale nell’educatore,
che è la forza unicamente atta a operare la periagogé. […]
Il cambiamento di mentalità dell’educando esige, per compiersi,
l’avvenuto cambiamento di mentalità dell’educatore»
(Edda Ducci)[1].
Non si può dire che gli allarmi sul problema educativo siano stati tardivi o di poco conto. È piuttosto la nostra poca memoria o la distrazione collettiva che ce lo fa cogliere oggi come un’«emergenza» improrogabile. Già la dichiarazione Gravissimum educationis del Vaticano II, approvata il 28 ottobre 1965, aveva lanciato l’allarme, considerando di «estrema importanza» per la vita dell’uomo l’educazione dei giovani, come anche la formazione permanente degli adulti. Ma bisogna onestamente confessare che si tratta forse di uno dei documenti conciliari più trascurati o ritenuti quanto meno superati dalla realtà dei cambiamenti avvenuti nel campo scolastico. Quella dichiarazione infatti si concentrava per due terzi sul mondo delle scuole e delle università cattoliche, che sono in fondo una piccola parte di un immenso continente, sempre più ingarbugliato e difficile da penetrare, com’è quello delle giovani generazioni.
Oggi ci accorgiamo tutti che è difficile educare: si sono interrotti i canali ordinari di trasmissione dei valori, gli adulti stessi sono incapaci di essere per i giovani e di avere per se stessi riferimenti sicuri, non hanno quasi più certezze da offrire, se non quella di lasciare che ognuno scelga la sua strada. Famiglia, scuola, parrocchia, associazioni, le agenzie educative tradizionali, si trovano sommerse e quasi travolte da tutta una serie di altri fattori, più o meno evidenti, che influenzano profondamente la vita di tutti. Da una parte la realtà sociale si fa sempre più complessa per le differenti visioni morali e religiose che si affrontano, dall’altra cresce la solitudine dei singoli che si trovano a decidere sulle questioni più vitali della propria esistenza.
È dunque necessario riscoprire il significato profondo dell’educazione e ravvivare la passione di educare: prima se stessi, per essere poi in grado di educare gli altri. Va recuperata qui l’idea di «educabilità», come lucidamente l’ha delineata una grande educatrice, Edda Ducci: «Educabilità umana ha lo stesso senso di perfettibilità umana, di tensione viva ad assimilarsi al Modello, di spinta a diventare quell’io che si è. Non è uno spazio da riempire, né una serie di comportamenti o di persuasioni da apprendere, bensì un fascio di energie inesauribili da sviluppare in tutto l’arco del vivere: c’è in noi qualcosa di eterno. È il potenziale affidato a ciascuno di noi. Ci distingue uno dall’altro. Di esso non conosciamo né l’intensità, né la misura, ma possiamo concretamente esperire l’una e l’altra. Svilupparlo è il compito di tutta la vita, compito che va svolto interamente e che non può essere copiato da altri […]. Dello sviluppo di questo fascio di energie – e di tutte – siamo responsabili. Il richiamo alla parabola dei talenti è spontaneo […]. Riflettere sulla propria educabilità non è cosa spontanea: è un agire interiore che deve essere coscientemente voluto, preparato e mantenuto con cura, e protratto per tutto l’arco della vita»[2].
Il fascicolo che presentiamo cerca di tracciare un percorso pedagogico e pastorale, che parte dall’osservazione attenta e appassionata del mondo di oggi, non tanto per una troppo facile condanna, quanto piuttosto per metterne in luce le opportunità da non perdere. Se i giovani zoppicano, vuol dire che hanno bisogno di qualcuno che li sollevi! Su questa linea sono i primi due contributi di Edmondo Lanciarotta e di Riccardo Tonelli, i quali analizzano la situazione attuale con uno sguardo che ricerca il filone aureo nascosto sotto i sassi.
L’intervento successivo di Paola Milani si concentra sul ruolo della famiglia, la prima e insostituibile realtà dove viene generato e riceve le prime cure il «cucciolo d’uomo», per poi crescere e avventurarsi nel grande mondo che lo circonda. L’ambiente della scuola, in cui si entra già nei primi anni di vita e che rimane per lunghi anni il luogo più frequentato dai ragazzi, viene descritto e valutato da Paola Bignardi, riaffermando contro ogni pessimistico qualunquismo la possibilità di educare, se gli insegnanti corrispondono alla loro autentica vocazione.
Anche la parrocchia non poteva mancare come tappa importante del percorso che stiamo tracciando, in quanto siamo convinti che la fede cristiana è parte integrante dell’educazione: Tarcisio Giungi illustra le possibilità e lo specifico contributo che la comunità ecclesiale può dare alle giovani generazioni. Egualmente Paola Dal Toso fa risaltare la funzione delle associazioni, sia per quanto riguarda la socializzazione, sia per lo sviluppo delle qualità personali dei ragazzi e del loro inserimento nel mondo lavorativo.
Sul piano più strettamente della crescita personale si collocano gli ultimi due contributi: Umberto De Vanna prende in esame l’educazione dell’affettività come condizione per vivere una sessualità liberata dai modelli e clichés consumistici, mentre Giuseppe Toffanello mette l’accento sull’urgenza di ritrovare la «memoria» del passato come una radice da cui trae vita l’oggi, il quale contiene nel suo seme la speranza del futuro. Solo chi sa da dove viene, può immaginare dove andare!
Nella Documentazione, a cura di Paola Dal Toso, vengono sinteticamente presentati i numerosi interventi di papa Benedetto XVI sul tema dell’«emergenza educativa». L’ampio Invito alla Lettura fornisce, infine, un valido orientamento per approfondire i vari aspetti della problematica affrontata in questo fascicolo.
[1] E. Ducci, Approdi dell’umano, Anicia, Roma 1999, p. 59.
[2] E. Ducci, Educabilità umana e formazione, in Educarsi per educare. La formazione in un mondo che cambia, Paoline, Milano 2002, pp. 25-44, qui pp. 27-28.
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