1. Introduzione
Il dubbio che la scuola abbia perduto la possibilità di educare oggi è diffuso, tra le persone di scuola e anche nell’opinione pubblica. La sfiducia nell’istituzione scolastica, riflesso della più generale sfiducia verso tutte le realtà educative, accompagna docenti e studenti e influisce sui loro comportamenti e sulle loro motivazioni. L’informazione dei mass media contribuisce alla scarsa autorevolezza dell’istituzione scolastica, ogni volta che ne ritrae l’impotenza o pubblicizza, spesso con dovizia di particolari, quegli episodi che sembrano sancire l’inefficacia dell’azione della scuola.
È dunque opportuno interrogarsi se la scuola possa ancora costituire per le nuove generazioni un punto di riferimento importante per la loro crescita.
2. Esiste un’emergenza educativa nella scuola?
Si parla con insistenza di emergenza educativa. Papa Benedetto è tornato sul tema anche nel discorso fatto ai vescovi della Conferenza episcopale italiana, il 28 maggio 2009:
Come ho avuto modo a più riprese di ribadire, si tratta di una esigenza (quella dell’educazione) costitutiva e permanente della vita della Chiesa, che oggi tende ad assumere i tratti dell’urgenza e, perfino, dell’emergenza.
Da che cosa si misura l’emergenza educativa? Dai comportamenti dei ragazzi – bullismo, spavalderia, provocazione... –? Essi sembrerebbero sancire il fallimento dell’azione educativa, oppure manifestare un disagio e una sofferenza di fronte ai quali gli adulti sembrano impotenti. L’emergenza educativa si coglie nella scuola anche nella fatica di entrare in comunicazione con i ragazzi? I loro interessi, i loro linguaggi, le loro categorie culturali, i loro gusti sembrano essere così lontani da quelli degli adulti, da scoraggiare quanti vogliano capirli. A meno che appartengano a quel tipo di adulti la cui simpatia per i giovani e la cui attenzione ad essi rende capaci di cogliere nelle pieghe di certi comportamenti gli spiragli di una ricerca positiva che può aprire le porte al dialogo.
Quando si osservano dei fenomeni sociali non si può far altro che fermarsi all’oggettività dei fatti; ma questa lettura non permette di cogliere quelle sfumature che aprono la strada a valutazioni meno scontate della realtà.
Mi pare che sia ciò che sta accadendo per l’emergenza educativa: ci si accontenta di giudicare a partire da fatti non sufficientemente compresi; non contestualizzati; non sempre colti nella loro cangiante complessità.
Di fronte a quegli eventi che ci inducono a parlare di emergenza educativa, credo sia molto opportuno ricercare quali siano i veri problemi soggiacenti, anche per non lasciarsi paralizzare da quel disfattismo che, di fatto, deresponsabilizza.
Non si può fare alcuna riflessione utile se non si tiene conto della complessità sociale in cui anche la scuola è immersa e di cui risente, per comprendere pensieri e scelte originati dal clima di incertezza diffuso, identificando spinte al cambiamento e piste per il riorientamento.
È necessario tener conto di questi elementi da cui oggi la scuola non può prescindere, sia per educare le giovani generazioni a crescere in essa, sia per prepararsi a entrare in essa da protagonisti. I ragazzi e i giovani sono immersi in questo contesto: non si può negarlo, né immaginarne uno diverso, ponendosi in un atteggiamento di sterile conflitto.
La società, con le sue contraddizioni e le sue ricchezze, entra in classe attraverso ciò che i bambini, i ragazzi e i giovani vivono al di fuori di essa. In classe entra la fragilità delle famiglie attraverso la fragilità emotiva dei più piccoli; entra il pluralismo delle culture, attraverso la molteplicità delle provenienze; entra il peso culturale e sociale dei nuovi media, attraverso la quantità di informazioni – frammentate e senza un ordine, ma numerose – dei ragazzi...
La società entra in classe anche attraverso le richieste che rivolge alla scuola e la cui risposta contribuisce a determinare la considerazione sociale della scuola stessa. Entra in classe attraverso il tipo di cultura che si elabora al di fuori della scuola e con la quale essa deve entrare in relazione.
Per stare nella scuola in modo progettuale, dando valore all’azione che essa è chiamata a svolgere, occorre acquisire consapevolezza di essere in transizione dalla società di massa a quella planetaria in un processo ancora in atto, nel quale siamo coinvolti e da cui non sempre abbiamo la necessaria distanza per giudicare.
3. Le risposte della scuola
La scuola è stata spiazzata da questa situazione nuova. Il suo disorientamento non è molto diverso da quello della famiglia, della comunità cristiana o di altre agenzie educative che stentano ad assumere la loro funzione propria, in modo pieno e al tempo stesso rinnovato. Anche la scuola sembra spesso rivolta con lo sguardo al passato: il suo non è un rimpianto ingenuo, ma di fatto è un’interpretazione riduttiva del proprio compito di fronte alla complessità di oggi, nel tentativo di tornare a modelli di vita scolastica che hanno caratterizzato altre stagioni della cultura del nostro paese. Cito due segnali di questo atteggiamento:
– in primo luogo il ritorno al nozionismo e il rifugiarsi nella trasmissione di contenuti culturali, che i ragazzi sentono quasi sempre come lontani dalla loro vita, dai loro interessi e dalle loro curiosità, inefficaci in ordine al compito di aiutare la loro crescita, di aprire loro orizzonti di senso e di speranza;
– c’è poi una forma di riduzionismo che si manifesta anche in taluni progetti di riforma. La scuola delle tre «i» (inglese, impresa, informatica), ad esempio, altro non è che questo: la scuola deve preparare alla vita, ma la vita cui si pensa è quella dell’azienda, della società tecnologica... Una scuola utile, funzionale al lavoro più che alla crescita delle persona e alla sua educazione globale. Non che non sia importante anche prendere in considerazione ciò che serve per orientare al lavoro, ma la scuola deve dare ciò che non può non essere dato negli anni della crescita: un orientamento di tutta la persona alla vita.
Nell’ultimo periodo la scuola si è interrogata anche su comportamenti preoccupanti dei ragazzi: quelle forme di provocazione, quando non di vera e propria violenza, che sono espressioni di una crescita scomposta, su cui sarebbe necessario riflettere, per leggerne il messaggio implicito. Essi andrebbero colti come segnali: forse di ciò che ai ragazzi è mancato prima di quel momento, in termini di proposta e di accompagnamento; forse manifestazioni di una sofferenza profonda; forse espressioni di disagio e di disorientamento. C’è una scuola che si illude che irrigidendosi in atteggiamenti sanzionatori o disciplinari sia possibile dare una risposta efficace a comportamenti che sono segnali di mancanza di riferimenti, di malessere, di sofferenza. Se la scuola risponde prendendo le distanze dai ragazzi nel momento in cui chiedono implicitamente di essere ascoltati e presi in considerazione; se risponde con il voto di condotta alla richiesta di un orientamento autorevole, è una scuola che sogna il ritorno a una cultura scolastica del passato, anziché affrontare una situazione inedita.
Dunque, quale scuola per questo tempo frammentato e disorientato? Per questo tempo in cui le persone agiscono seguendo le proprie emozioni senza riuscire a trasformarle in parola? Per questo tempo di benessere in cui la crescita delle persone costa tanta fatica e sofferenza? Per questa civiltà della comunicazione che lascia i più giovani troppo soli nel costruire il loro progetto di vita?
Credo che la risposta sia quella di una scuola che scopre in modo nuovo il suo compito educativo e si organizza per assolvere in modo rinnovato a tale funzione, nella sua forma originale e tipica. Penso che si possa dire, sinteticamente, che la scuola educa attraverso la cultura, mostrando di essa il carattere vitale e facendo assaporare ai più giovani la ricchezza che essa ha in ordine alla crescita dell’umanità di ciascuno. La cultura dà gli strumenti per capire la realtà e per interagire con essa; ma dà anche le chiavi per comprendere la propria umanità, nel suo senso e nei suoi valori; dà parole per narrare la propria vita, metterla in comunicazione con altri, renderla disponibile al confronto e quindi al suo affinamento e al suo arricchimento.
Una scuola che si propone di assumere in pieno la sua funzione educativa, in questo tempo, è una scuola che ripensa complessivamente il suo progetto.
4. Oltre l’emergenza educativa: alcune priorità
Per essere all’altezza delle sfide di oggi, la scuola deve avere il coraggio di re-interpretare la sua funzione educativa e sociale per questa stagione della nostra società e per le attuali nuove generazioni. La scuola è un luogo di vita, un microcosmo in cui si intrecciano molte dimensioni: è luogo di cultura, di relazioni, di trasmissione di valori, di rapporto con il territorio e le sue istituzioni... Ciascuno di questi aspetti credo debba essere ripensato e re-interpretato alla luce del compito educativo, che li qualifica e li orienta.
Imparare a pensare
La scuola educa l’intelligenza dei ragazzi. Le maggiori conoscenze che essi posseggono non rendono superflua la cura del pensiero; anzi, da certi punti di vista la rendono ancor più necessaria. Oggi accade che fin dentro l’università si senta ripetere che i ragazzi «non hanno un metodo di studio». In effetti non hanno acquisito la disciplina del pensiero, la spinta alla curiosità, l’ordine del ragionamento, la pazienza del cercare. E non hanno imparato a mettere in conto che tutto questo è fatica, passaggio necessario per aprirsi ai grandi orizzonti che la scuola dovrebbe contribuire a far intravedere. Tutto questo non si impara da internet, che ai ragazzi dà pure grande ricchezza di informazioni: occorre chi insegni a dare un ordine alle tante cose che oggi si possono imparare al di fuori della scuola.
Il gusto dell’originalità
Compito dell’educazione è quello di aiutare ogni persona a diventare se stessa, cioè a scoprire e a realizzare quell’essere unico che ciascuno di noi è. È un compito che resta valido anche in una temperie culturale caratterizzata da una consistente spinta all’omologazione, a mimetizzare la propria originalità sotto le diverse «divise» che il nostro tempo ci propone: abbigliamento, consumi, linguaggi fanno intuire la pressione cui anche il pensiero è sottoposto, sempre più povero di originalità e di criticità. Ragazzi e adulti rischiano di assorbire dal contesto stili di comportamento, atteggiamenti di fronte alla vita, modi di giudicare la realtà. Grande funzione della scuola è quella di tener desta un’originale capacità di valutare le cose, a partire dai valori della persona e di una convivenza civile di alto profilo. E di far intravedere la forza della libertà, la suggestione di un’umanità impegnata, la bellezza di pensare la vita non come la pensano tutti, ma liberando desideri, sogni, utopie. Allora l’educazione non è semplicemente introdurre i ragazzi alla società e alla cultura in cui vivono, ma aiutarli a conoscerla per cambiarla, per trasformarla a misura di un’umanità piena. Educazione, senso critico, responsabilità, impegno… maturano insieme; da questo processo la scuola non può restare estranea, se vuole continuare a proporsi come l’istituzione in grado di orientare verso il futuro: e non solo i ragazzi che in essa passano, ma la società tutta.
La cittadinanza come appartenenza
Il percorso attraverso la cultura apre la strada dell’educazione alla cittadinanza, cui contribuisce anche la famiglia, ma che nella scuola può diventare consapevole ed esplicita ricerca e apertura a quei valori che fanno maturare la coscienza di essere parte di una comunità e del mondo intero. Negli ultimi anni è cresciuta l’esigenza che la scuola riservi una maggiore attenzione verso la nostra Costituzione. Occorre che la scuola non si fermi a far conoscere la lettera del documento, ma piuttosto orienti ad apprezzarne e viverne i valori: democrazia, giustizia, uguaglianza, solidarietà, valore della persona e della famiglia, rispetto e tolleranza… Tutto questo ha particolare importanza in una società multiculturale, dove occorre esplicitare i valori su cui si fonda la convivenza, perché tutti se ne approprino e diventino parte attiva della comunità in cui vivono. L’acquisizione dei valori del vivere insieme oggi può avvenire solo se c’è un processo esplicito di proposta e l’accompagnamento motivato ad assumerli: dal momento che nulla più è automatico. Con un guadagno: che i comportamenti sociali che si assumono sono motivati, fatti propri in forma personale e non assunti per pressione sociale. Questo domanda ai docenti una più attenta intenzionalità e una maggiore attenzione a questa dimensione.
5. Scuola delle persone. Scuola delle relazioni
Non si può parlare di educazione riferendosi solo ai contenuti culturali o agli obiettivi formativi da perseguire: si educa solo dove vi sia un rapporto vero tra persone, fatto di cordialità, di attenzione, di fiducia, di autorevolezza. L’interesse di ogni insegnamento passa attraverso la credibilità dei docenti e attraverso la qualità della relazione che essi sanno stabilire con i più giovani. Essi sono disposti a far credito solo a quegli adulti che sanno dimostrare loro considerazione e soprattutto che sanno ascoltarli, mettersi dal loro punto di vista, accompagnarli nella fatica della loro crescita in umanità. Si tratta di un aspetto non facile, questo. Uno dei segnali della crisi dell’educazione a scuola sta proprio nella scarsa disponibilità degli adulti a mettersi in gioco; è difficile ascoltare i giovani, la cui sensibilità appare spesso così lontana da quella degli adulti, quando questi ultimi siano troppo presi dalle loro personali fatiche. Ma i docenti che si sottraggono alla relazione e si nascondono dentro il loro ruolo, sanno di perdere autorevolezza?
Così, la scuola si riappropria di un progetto educativo, che è dentro e oltre il suo Piano dell’offerta formativa, anima ciascuna delle sue iniziative, le qualifica. Esso implica l’aprirsi a finalità di alto profilo, in cui i valori – quelli su cui si fonda il nostro vivere insieme – entrano in gioco per qualificare un’azione che non si accontenta della trasmissione di idee, contenuti e nozioni, ma tende alla crescita della persona e in questo modo contribuisce a costruire il tessuto di una convivenza veramente civile.
6. Il rapporto scuola-famiglia
C’è un’alleanza decisiva per l’educazione dei ragazzi. È quella tra la scuola e la famiglia.
Dopo i tempi in cui i genitori avevano un deferente rispetto verso la scuola, si è avuta una stagione – per la verità troppo breve – contrassegnata dal tentativo di dar vita a forme istituzionali e significative di partecipazione dei genitori; fino alla situazione di oggi, in cui talvolta nei rapporti dei genitori verso la scuola prevalgono atteggiamenti di diffidenza e talvolta di conflitto.
Il rapporto tra scuola e famiglia tende da sempre a essere difficile. La scuola ha un atteggiamento di prevalente diffidenza nei confronti della famiglia, perché ne teme l’intromissione nella vita scolastica; i genitori si lamentano per comportamenti che ritengono ingiusti nei confronti dei loro figli. Sempre ritenuti irreprensibili: bravi, diligenti, educati. Si assiste così alla situazione in cui i genitori confondono i ruoli, arrivando a condizionare l’azione degli insegnanti, che finiscono con il temere i genitori.
Proprio in questo periodo in cui l’educazione è diventata una vera e propria sfida, non si può non pensare a quanto sarebbero necessarie scuole e famiglie veramente impegnate a costruire una relazione capace di far crescere e quanto sarebbe necessario che tra di loro non vi fosse alcun antagonismo, ma una vera e propria alleanza.
Emerge la necessità di un nuovo patto tra la scuola e la famiglia: un patto non più fondato, come un tempo, sulla soggezione della famiglia all’autorità della scuola, ma basato su una reciprocità e una solidarietà frutto di un corresponsabile impegno, fatto anche del confronto tra le diverse culture educative.
7. La questione dei docenti (e della loro formazione)
Una scuola che osa un progetto educativo di qualità ha bisogno di una figura di docente ricca di competenza educativa, e al tempo stesso di umanità e di cultura. In questa scuola non c’è posto per gli automatismi né per la ripetizione: un insegnante può vivere con qualità la sua vicenda professionale se fa posto in essa alla passione educativa e alla creatività.
I grandi educatori del passato sono emersi in momenti difficili e di passaggio; penso a Maria Montessori, a don Lorenzo Milani; a Vittorino Chizzolini, a don Giovanni Bosco. Hanno inventato strade nuove per l’educazione; hanno aperto nuove prospettive; hanno fatto loro i problemi della società e dei ragazzi del loro tempo. Avevano indubbiamente doti eccezionali di intuito e di genialità; ma senza la passione educativa che li animava non sarebbero arrivati a nessun risultato. Chi non riesce a guardare i ragazzi con fiducia e apertura difficilmente può essere educatore. E un insegnante non può non essere educatore. Un tempo la si chiamava vocazione educativa. Oggi questa espressione non si usa più ritenendo che non sia adeguata: ma resta vero che senza passione educativa non si può essere educatori.
Se c’è oggi un rischio nell’esercizio della professione docente è quello di rinchiuderla entro la rigidità dei ruoli, o in un tecnicismo così arido che non contribuisce a migliorare la qualità didattica ed educativa della scuola ma piuttosto la rende meno appassionante, meno capace di aperture, non in grado di suscitare nei ragazzi le curiosità che fanno crescere.
La competenza oggi più difficile è quella relazionale. Anche il docente è una persona-in-relazione; non può suscitare voglia di imparare se non sa entrare in rapporto con i ragazzi, se non sa stabilire con loro quella comunicazione cordiale che mette in moto i meccanismi più vivaci dell’apprendimento e della crescita.
Non vi può essere una vera professionalità docente dove non vi sia passione educativa: è una delle competenze necessarie per essere oggi insegnanti nel senso più pieno e alto del termine. Fa parte della professione docente la simpatia per i ragazzi; l’interesse per la novità che essi esprimono; la capacità di accompagnarsi alla loro crescita, con l’autorevolezza dell’adulto, con le conoscenze del maestro, con discrezione e con forza. Dove manchino questi tratti professionali dell’umanità del docente, difficilmente potrà esserci quella relazione educativa, positiva e feconda, che sostiene il processo di crescita dei ragazzi e indirettamente i loro apprendimenti.
Mi pare che tutto questo faccia parte integrante della professione docente e non ne sia un accessorio; anzi, proprio attraverso il recupero del valore della passione educativa sarà possibile restituire ai docenti e alla scuola quella autorevolezza che essi stessi sentono di avere perduto.
Non possono mancare attenzioni particolari alla crescita del docente come professionista e come persona: oltre all’impegno continuo a pensare la didattica e la scuola, anche l’impegno a capire il mondo. La cultura che l’insegnante porta nella scuola non può essere statica e ferma, perché è quella del mondo di cui tutti siamo parte e con cui la scuola non può non essere in una relazione dinamica, anche per contribuire a cambiarlo. E poi si è docenti perché si è impegnati a conoscere e a capire i ragazzi, ad ascoltarne in profondità le attese e le fatiche. In fondo la scuola esiste perché vi sono ragazzi che attraverso essa devono essere aiutati a crescere. La simpatia per i ragazzi matura in competenza educativa se vi è l’impegno a conoscerli sempre meglio, ad approfondire la familiarità con essi, a esplorare il loro mondo, a riconoscere in loro le strutture antropologiche dell’umanità.
In una prospettiva educativa, anche il docente è un adulto impegnato di continuo a coltivare la propria umanità, i suoi aspetti qualificanti, i suoi valori. In questo modo egli cresce anche come adulto. E sperimenta che effettivamente dedicarsi da educatori alla maturazione degli altri significa percorrere una strada che rende più ricca e più intensa la sua stessa umanità.
8. Conclusione
A conclusione di queste considerazioni, ciascuna delle quali avrebbe bisogno di ulteriore approfondimento, spero che sia evidente la fiducia nella funzione educativa della scuola e l’interesse di vivere in un tempo in cui nulla è scontato, ma tutto può essere reinterpretato, aprendosi così a grandi possibilità di novità e di cambiamento.
Il compito della scuola sta mutando rapidamente: il suo vero valore, nella prospettiva del futuro, passa in modo sempre più evidente attraverso la capacità di rivolgersi a tutta la persona e di assumersi, in modo proprio, la responsabilità della sua crescita. Si tratta di un compito difficile, ma forse ancor più appassionante di quello di un tempo; un compito messo in evidenza dall’attuale emergenza educativa di cui dobbiamo imparare a riconoscere tutti i guadagni possibili.