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Come credere nella vita eterna?
Editoriale

«Et expecto resurrectionem mortuorum
et vitam venturi saeculi. Amen».

 

Di fronte all’affermazione perentoria che conclude il Credo niceno-costantinopolitano e che viene recitata o cantata ogni domenica in tutte le chiese del mondo, è spontaneo chiedersi, come fa Benedetto XVI, se realmente questa fede sia condivisa e compresa nel suo giusto significato:

Vogliamo noi davvero vivere eternamente? Forse oggi molte persone rifiutano la fede perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo. Continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna che un dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine - questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile (Spe salvi, n. 10).

Le recenti indagini sociologiche al riguardo confermano che la fede nella vita eterna è uno dei punti più controversi e meno condivisi anche dai fedeli che frequentano regolarmente le celebrazioni domenicali. Sarebbe interessante svolgere una ricerca mirata sulle persone che assistono ai funerali, per capire quanti vi partecipano solo per un dovere di solidarietà umana e quanti invece sono veramente animati e sostenuti dalla speranza cristiana nella vita eterna.

Papa Benedetto XVI è intervenuto più volte su questo tema, come ad esempio nell’Angelus della festa di Ognissanti 2006:

L'uomo moderno l'aspetta ancora questa vita eterna, o ritiene che essa appartenga a una mitologia ormai superata? In questo nostro tempo, più che nel passato, si è talmente assorbiti dalle cose terrene, che talora riesce difficile pensare a Dio come protagonista della storia e della nostra stessa vita. L'esistenza umana per sua natura è protesa a qualcosa di più grande, che la trascenda; è insopprimibile nell'essere umano l'anelito alla giustizia, alla verità, alla felicità piena. Dinnanzi all'enigma della morte, sono vivi in molti il desiderio e la speranza di ritrovare nell'al di là i propri cari, come pure è forte la convinzione di un giudizio finale che ristabilisca la giustizia, l'attesa di un definitivo confronto in cui a ciascuno sia dato quanto gli è dovuto[1].

È importante dunque trasmettere il messaggio che «la vita eterna» non è una semplice connotazione quantitativa, come se fosse «una vita che dura per sempre», una ripetizione noiosa e passiva di gesti e parole, un’immobilità pietrificata e immutabile. Bisogna recuperare il suo significato di «vita vera», di shalom, di pienezza realizzata e compiuta. Essa in realtà, come dice il papa, è

una nuova qualità di esistenza, pienamente immersa nell'amore di Dio, che libera dal male e dalla morte e ci pone in comunione senza fine con tutti i fratelli e le sorelle che partecipano dello stesso Amore[2].

In questo senso, la speranza cristiana non è alienazione dalla storia, non è «disprezzare le cose terrene» per amare quelle celesti, ma diventa impegno per realizzare qui sulla terra un anticipo del regno futuro da tutti desiderato. Perciò, come il papa ha precisato, «l'eternità… può essere già presente al centro della vita terrena e temporale», in quanto Dio diventa il fondamento sicuro sul quale costruire la propria esistenza terrena.

La struttura del presente fascicolo è così facilmente delineata. Alessandro Castegnaro (Facoltà teologica del Triveneto e Università di Padova) introduce la riflessione esponendo ciò che credono gli uomini d’oggi e illustrando i risultati emersi da recenti indagini socio-religiose che pongono seri interrogativi a teologi e a operatori pastorali. Il contributo di Riccardo Battocchio (Facoltà teologica del Triveneto, Padova) focalizza poi l’attenzione sul messaggio biblico circa la «vita eterna» e sulla rilettura che ne ha fatto la successiva tradizione cristiana. Con abbondanza di testi e di confronti, Aldo Natale Terrin (Istituto di liturgia pastorale di Padova e Università di Urbino) mette in luce le analogie e le differenze con cui le religioni non cristiane concepiscono l’aldilà e di conseguenza il rapporto dell’uomo con il mondo ultraterreno.

Nel dialogo sulle «cose ultime» e sulla dialettica tempo-eternità, non poteva mancare l’analisi filosofica che, con grande acutezza, è condotta da Gianluigi Pasquale (Studio teologico «Laurentianum» di Venezia). Sul compimento futuro del destino umano, sia individuale che storico e collettivo, interviene puntualmente Calogero Caltagirone (LUMSA, Roma), che mette in rilievo il fondamento cristologico della risurrezione futura, in quanto il Cristo risorto fa entrare l’umanità in una vita nuova e redenta per sempre.

I due articoli successivi, di Domenico Pezzini (Università di Verona) e di Gianni Cavagnoli (Istituto di liturgia pastorale di Padova), analizzano rispettivamente il linguaggio dei mistici e della liturgia, che con varie immagini cercano di descrivere la gioia della vita eterna e di incoraggiare la speranza dei credenti nel cammino della storia. Anche il breve Dossier conclusivo dedicato al linguaggio delle arti visive (Virginio Sanson), della musica (Gastone Zotto) e della poesia (Luigi Dal Lago) mira egualmente a sottolineare i vari modi con cui nella cultura ebraico-cristiana il tema della vita eterna è stato modulato ed espresso. Come al solito l’Invito alla lettura, curato da Riccardo Battocchio, fornisce ai lettori ulteriori indicazioni per approfondire la ricerca su questa verità centrale della fede cristiana.

Ci piace concludere inserendo a questo punto una poesia di Shalom Ben Chorin, scritta nel 1942 – nel pieno della persecuzione contro il popolo ebraico – e che esprime magnificamente il senso della speranza che accomuna tutti i credenti.

L’amore è più forte della morte

Amici, che il ramo di mandorlo
di nuovo fiorisca e germogli
non forse è un segno
che l'amore rimane?
Che la vita non finisca,
anche se il molto sangue grida,
non conta poco
in questo torbidissimo tempo.
Migliaia ne calpesta la guerra,
un mondo scompare.
Allora la vittoria fiorita della vita
lieve oscilla nel vento.
Amici, che il ramo di mandorlo
oscilli fiorito,
rimane per noi un segno: la vita vince.


[1] Benedetto XVI, Angelus del 1 novembre 2006 Solennità di Tutti i santi, in http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2006/documents/hf_ben-xvi_ang_20061101_all-saints_it.html (16.9.2009).
 
[2] Ivi.

 

 


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