1. Teoria e prassi lungo un doppio binario
L’ambito dei ministeri laicali è forse uno di quelli che più chiaramente mostra l’intreccio tra teoria e prassi che costituisce la chiesa reale. Proprio quando magistero e riflessione teologica si sono messi in stand-by, è iniziata una lenta ma progressiva crescita del loro numero e incarico all’interno delle comunità cristiane un po’ in tutti i continenti, al punto che i pastori questa volta sono dovuti intervenire in senso opposto, per frenarne l’indisciplinato sviluppo e arginare le disarmonie[1]. Forse è idealistico immaginare che l’una cosa consegua all’altra; in realtà sappiamo che a stimolare la crescita ministeriale sono stati anzitutto fattori storici e pastorali. Diminuzione del clero, nascita delle comunità di base e dei nuovi movimenti ecclesiali, riorganizzazione del tessuto parrocchiale e della presenza della chiesa sul territorio, crescita formativa del laicato, ripristino del ministero diaconale, nuovi fronti dell’azione evangelizzatrice: sono queste le direttrici lungo le quali si è mossa la pratica ministeriale, che rimane una realtà fluida, in continuo assestamento, proprio perché esposta alle numerose variabili che la condizionano e che sono esse stesse in movimento.
Sarebbe bello poter pensare che la silenziosa crescita sia dovuta proprio a indicazioni e riflessioni che, abbondanti negli anni, abbiano ora sortito il loro effetto, dopo aver permeato la mentalità di pastori e fedeli trasformandoli in convinti fautori di una chiesa «tutta ministeriale», secondo l’emblematico slogan in voga in quegli anni[2]. In realtà il silenzio successivo non legittima questa ipotesi, riguardando esso anche gli altri ambiti ecclesiali ugualmente coinvolti, come il laicato o la parrocchia, oppure i movimenti ecclesiali. Se per le prime due realtà vi fu una fase di entusiasmo e approfondimento teologico, non altrettanto si può dire per quest’ultima, che si è mossa tutta sul piano della prassi, appena sostenuta da interventi magisteri tesi a legittimare il fenomeno dei nuovi movimenti.
Malgrado le lentezze osservate sul campo, la cautela di alcuni pastori, le apprensioni del magistero nei confronti della collaborazione dei fedeli «non ordinati», le comunità ecclesiali molto spesso sono veri e propri laboratori non soltanto per quanto concerne la valorizzazione dei carismi dei battezzati, ma anche per quanto riguarda l’aiuto offerto da laici, dotati dei requisiti e sollecitati dalla chiesa ad assumere servizi o esercitare ministeri indispensabili per la missione[3].
È nella concreta vita della chiesa, soprattutto nelle piccole comunità e nei gruppi, che si è mossa la pluriministerialità attualmente esistente, spinta più da necessità che da vere decisioni, da una mutata fisionomia di chiesa più che da un’ecclesiologia e una teologia dei ministeri adeguatamente riflessa.
Rispetto alla storia del suo passato e alla geografia del suo presente, la chiesa sta cambiando forma, declinando la medesima cattolicità nelle situazioni molteplici dei cinque continenti. C’è un nuovo che avanza un po’ dovunque, anche se con tempi e modi diversi, incontrando resistenze soprattutto dove maggiore è il peso della tradizione ereditata. Il passaggio all’ecclesiologia di comunione voluta dal concilio Vaticano II avviene anche attraverso un mutamento di singoli elementi nella prassi, ruoli o carismi che a loro volta mettono in moto funzioni e relazioni diverse.
L’eccezione italiana sembra meno speciale letta in questo contesto. L’episcopato nazionale è divenuto recentemente più incoraggiante a confronto con quello di altri paesi, forse per colmare il nostro gap di ministerialità e sospingere un poco in avanti l’inerzia prudenziale del cattolicesimo mediterraneo, non particolarmente disturbato da tensioni tra clero e laicato o da conseguenze negative dell’esercizio dei ministeri. Gli incoraggiamenti episcopali, tuttavia, sono interni a contesti diretti ad altro: la comunicazione del vangelo in un mondo che cambia[4] e il rinnovamento della parrocchia in direzione missionaria[5]. Si tratta di disegni complessivi di orientamento per la coscienza e l’azione della chiesa in Italia, che offrono degli spunti stimolanti, addirittura auspicando «nuove figure ministeriali» con «fisionomia missionaria» e una «destinazione coraggiosa e illuminata di risorse per la formazione dei laici», ma sempre dentro un globale ridisegno della presenza della chiesa italiana nel territorio.
La crescita dei ministeri e la riflessione specifica su di essi appaiono così fattori di risulta di un più generale ripensamento della forma ecclesiae, coinvolti nelle trasformazioni perché agganciati ad altri elementi già presenti, anche se letti solo in direzione discendente. Se è chiaro infatti, che un diverso modo di annunciare la Parola, di preparare o celebrare i sacramenti, di esercitare la carità, cambiano l’immagine della chiesa che si mette in atto, non altrettanta attenzione è rivolta alla linea contraria, ossia a quali modificazioni nell’autocoscienza dei credenti siano prodotte da nuovi attori o modalità celebrative, piuttosto che dal trasferimento o dalla delega di alcune funzioni. Mantenere il controllo sulla ministerialità laicale non garantisce dagli esiti che essa può suscitare nel suo esercizio, essendo la vita della chiesa un unicum vivente dove gli elementi si compenetrano. Che vi sia maggior crescita proprio quando minori sono gli stimoli e le indicazioni dall’alto è un paradosso niente affatto casuale.
2. Chiamati in una chiesa di chiamati
Gli indicatori di direzione sembrano dirigere verso un rinnovamento più missionario della forma ecclesiale, il che sembra implicare almeno due elementi: a) la scoperta dei ministeri dell’annuncio e b) la necessità di animare il protagonismo di tutta la comunità, ripetutamente confermata soggetto di ogni azione pastorale. Sul primo versante nuove competenze vanno affermandosi, agevolate dalla nascita di esperienze missionarie inedite («Nuovi Orizzonti», «Sentinelle del mattino», ecc.) dotate di relativi cammini formativi, mentre la seconda direzione rimane lo zoccolo duro contro il quale si infrange ogni operatore pastorale: il tentativo di animare una comunità, senza assorbire nel proprio servizio un compito che appartiene a tutti, si scontra spesso con l’abitudine alla delega, la tendenza alla chiusura nel privato e il retaggio storico di un passato dove ogni funzione e servizio erano concentrati sul ministro ordinato. Mentre rimane da studiare l’articolazione ministeriale e l’immagine di chiesa che essa profila nel contesto dei movimenti e dei gruppi elettivi, a prima vista più legati alle leadership carismatiche dei fondatori e dei loro successori/testimoni, il più comune tessuto parrocchiale e diocesano patisce la fatica di rendere tutti corresponsabili e dar corpo all’ecclesiologia di comunione attraverso l’articolarsi ordinato di ministeri e servizi.
Se infatti nella teoria è sempre stata nitida la distinzione tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale, essentia et non gradu tantum (LG 10), sul piano delle pratiche vi è stato un continuo bilanciamento e trapasso delle funzioni fin dall’origine, con l’unità nativa del popolo di Dio e di ogni ministero inserito in esso e il successivo emergere di una categoria di «ordinati» separati dai «laici», privi di ogni mandato e servizio specifico[6]. Ogni volta che un nuovo soggetto prende piede, altri devono cedergli qualche spazio e funzione. La pluriministerialità chiede così un’articolazione abbastanza elastica e leggera per non creare un secondo «ordine», un corpo a parte, e riuscire a servire il protagonismo dell’intero popolo di Dio, rimanendo inserita in esso, animandone la partecipazione e formandone la corresponsabilità. Staccare i ministeri da questa base comune, anche se per ancorarli a elementi nobili come il ministero ordinato, non sembra aver giocato in loro favore. La ministerialità laicale dovrà quindi conoscere una minima dialettica vocazionale, di confronto con la comunità e riconoscimento dei suoi responsabili, per non diventare un carisma rivendicato dal basso o un premio assegnato dall’alto; essa non riguarderà solo il momento iniziale della scelta, ma anche l’esercizio del ministero e la sua collocazione nella comunità, rispondendo a una domanda che non riguarda tanto i nostri bisogni quanto piuttosto il disegno del Signore: «Quali doni ci vuole offrire per la vita della comunità? Come possiamo riconoscerli?». La piccola vicenda personale è invitata a immergersi con semplicità nella grande vocazione del popolo di Dio, convocato nell’unità articolata del suo insieme, con all’interno i dodici, Pietro e Giovanni, ma anche la folla, il gruppo più vasto dei discepoli, le donne, Nicodemo, il centurione e altri ancora. È fondamentale più che mai che questo nuovo «corpo ministeriale» non si chiuda nel ristretto del proprio orizzonte locale o di gruppo, ma mantenga il senso di una chiamata ecclesiale, dal quale può trarre anche una linea di spiritualità che non lo appiattisca sulle funzioni o sul rapporto con un contenuto sacramentale secondo rispetto al battesimo.
Nella storia di ogni cristiano vi è una responsabilità per la chiesa e per il mondo, e la corresponsabilità per la chiesa può strutturarsi in modo stabile e riconoscibile, nella forma dei ministeri7].
Essi sono anzitutto delle chiamate, fatte in una chiesa dove tutti sono chiamati.
3. L’orizzonte simbolico della ministerialità
Un contesto di pluriministerialità ci chiede anche di porre una relazione non ingenua con il soggetto chiesa, che ha la sua ragione più profonda nell’incontro tra Dio e gli uomini; ogni sua struttura e istituzione contiene pertanto una duplice rappresentanza: rispetto a Cristo, pastore, servo, maestro, fratello, amico e rispetto all’umanità, nella concretezza dei suoi bisogni, che manifesta la propria necessità salvifica. La stabilizzazione istituzionale di un ministero dipende in radice da queste due variabili: certezza del comando del Signore e perennità dell’esigenza umana. L’intreccio tra i due elementi delinea il suo profilo anche in rapporto alla chiesa e a quanto di essa già esiste e funziona. Gli sarà richiesto di mediare e ammorbidire dove più rigida è l’istituzionalizzazione, mentre altrove dovrà piuttosto dare forma ospitale a quanto la vivacità dello Spirito suscita di continuo nei credenti e nelle comunità. Ai criteri paolini dell’edificazione del corpo e dell’utilità comune (1Cor 12,14) si aggiunge questo compito strumentale e di mediazione, che rende ragione anche della grande varietà di carismi presenti nel Nuovo Testamento, che oscillano tanto nel loro profilo funzionale quanto nella durata del servizio, dando vita poi a un numero limitato di ministeri. Se vi è un processo che porta all’istituzionalizzazione del ministero ordinato e alla formalizzazione dei suoi compiti, molti di più sono i ministeri che rimangono indeterminati, si trasferiscono da un soggetto all’altro, mutano forma o semplicemente cessano di esistere.
È a partire da questa galassia di incarichi che bisogna guardare alle forme plurime del presente, piuttosto che dalla prospettiva univoca del ministero ordinato. Se ne ricava un’immagine molto più completa di chiesa, vicina all’articolazione ricca del nostro tempo che vede ormai, accanto al ministero ordinato, la presenza di numerosi laici «operatori pastorali» o incaricati di qualche ministero.
È un fatto innegabile, che cambia anche il paesaggio ecclesiale. Si discute e si dibatte, talvolta nel timore di perdere le «identità»; ci si irrigidisce e ci si lascia prendere dal panico. La realtà è che i preti non sono più da tempo i soli attori della pastorale e dell’evangelizzazione8].
Cosa comporta questo passaggio a livello simbolico e di costruzione della comunità? Il procedimento di sostituzione del ruolo presbiterale, della consegna di alcune funzioni ai laici, incide certamente nelle rappresentazioni che i credenti si fanno, oltre che modificare la relazionalità tra i vari elementi. Non è affatto indifferente per l’idea di chiesa che si matura e si mette in atto che la comunità sia condotta da una guida inviata dall’alto, che esprime l’attenzione provvidente dell’istituzione, piuttosto che da un ministero eletto dal basso, segno di vicinanza, ma anche tentazione di autosufficienza e di chiusura. Allo stesso modo non è irrilevante che egli sia consacrato o meno, uomo o donna, sposato o celibe, retribuito o volontario, disponibile a tempo pieno o parzialmente impegnato, persona singola o equipe. Ciascuna opzione chiede un adeguamento dei rapporti, una ridistribuzione delle mansioni, ma soprattutto esprime una diversa immagine di chiesa e alla lunga costruisce una corrispondente rappresentazione, di cui bisogna tener conto.
Avviene così una mutazione ecclesiologica: la figura pratica della chiesa diventa il veicolo della sua diversa immagine comunionale. È in gioco il modo di realizzarsi della communio presso la vita delle persone nell’immediato futuro9].
C’è infatti il problema dell’identità personale del laico ministro, chiamata a trovare la propria strada (formazione, spiritualità, azione apostolica) lontano dai binari del modello presbiterale, ma c’è soprattutto quello dell’edificazione della comunità che richiede sia interpretata appieno l’identità cattolica, dalla quale è impossibile sottrarre gli elementi portanti com’è, ad esempio, quello sacramentale. Un’azione pastorale incentrata sull’annuncio e guidata da laici preparati, che celebrano l’eucaristia in assenza di presbitero, commentano la Parola, guidano la comunità e provvedono alle necessità dei poveri, rischia di non sentire il bisogno di altro, assumendo praticamente la forma di una comunità della Chiesa riformata.
In questo modo si crea una separazione tra la pastorale e la sacramentalità, frattura che a poco a poco induce i laici a pensare e a organizzare la loro azione in funzione dell’assenza della sacramentalità10].
Se l’istituzione dei ministeri e la concorrenza con quello ordinato rischiano di alimentare il clericalismo e bloccare soprattutto l’esercizio della loro vivacità, le scelte di sola rappresentatività carismatica mettono in scena una chiesa dal basso, che consacra l’esistente nella sua parzialità senza intuire e desiderare una maggiore pienezza. Il modello di chiesa carismatico-congregazionalista si avvale appunto di questi elementi «di popolo», ma al contempo li chiude in sé, mentre quello verticale-istitutivo, d’altro canto, affida ai laici i compiti e le responsabilità ecclesiastiche, riconoscendo in essi gli elementi apostolici necessari e abilitandoli magari con un breve training formativo. In questo modo le grandi famiglie religiose carenti di vocazioni stanno consegnando le loro opere a laici affiliati alla loro spiritualità (terz’ordine, famiglie consacrate, ecc.). Lo stesso sta avvenendo per le comunità di base e le parrocchie. A guidare le scelte sembra sempre la preoccupazione di mantenere l’esistente, rispondendo alle sempre nuove esigenze della pastorale, anziché domandarsi di quali ministeri abbisogni oggi la costruzione della chiesa e a quali modelli essi debbano ispirarsi. Davanti alla maggiore complessità dell’azione evangelizzatrice certamente poter disporre di una ministerialità molteplice costituisce una ricchezza. Semmai si tratta di non inquadrare a forza ogni novità dentro gli schemi esistenti. Concretamente: ottima cosa la parrocchia, purché non sia l’unica realtà e non diventi una megastruttura inglobante; bene anche il movimento o l’associazione, ma non come produttore e consumatore interno della propria ministerialità; positiva infine la valorizzazione dell’esistente, ma non per forza di ogni elemento e soprattutto non a prezzo di sacrificare l’obiettivo di una ritrovata forma missionaria di chiesa. I ministeri non giustificano la mancanza di coraggio, ma al contrario, lo devono alimentare e costringere a pensare.
4. Il potere nella chiesa e la vita delle persone
Da ultimo, la ministerialità laicale racchiude un’ulteriore forza: quella di essere prossima alla vita delle persone. Liberata dalle funzioni del culto, essa può con libertà muoversi accanto agli uomini e alle donne nei loro passaggi di vita concreti, a servizio dei loro bisogni, specialmente di quelli dei poveri e in alternativa a un esercizio autoritario e isolato del ministero. Quanto più si terranno lontani dalla logica dell’autoaffermazione e dell’onorificenza ricevuta tanto più saranno liberi di penetrare nelle pieghe del vissuto di credenti e non, per seminare l’annuncio del regno con parole e opere.
Poiché l’istituzione, nella nostra situazione presente, non è sempre il luogo naturale della trasmissione della fede, essa appare esterna all’esperienza che alla fede conduce, e la sua organizzazione legale o dottrinale è vissuta come una minaccia o come un fattore sterilizzante11].
Se l’istituzione ha il compito di universalizzare l’esperienza di fede, il ministero laicale – senza caricarlo dell’intera responsabilità – può giovare ad avvicinare la vita della chiesa, soprattutto locale, ai bisogni immediati dei credenti e ridurre così la distanza.
Sebbene ogni istituzionalizzazione comporti una certa dose di violenza, non è pensabile un processo di totale destrutturazione che abbandonerebbe i singoli a una giungla anche maggiore, ma l’inserimento di una ministerialità laicale preparata e motivata può portare a un minore irrigidimento della struttura, a una gestione più condivisa delle responsabilità e soprattutto a un raccordo maggiore con le esigenze della base. Un’organizzazione sensata è necessaria proprio perché anche il più debole sia difeso, ma ciò rischia di avvenire sopra la sua testa e senza che se ne abbia consapevolezza. L’inserimento di laici nelle strutture istituzionali apre, «per via di vocazione», la possibilità di quel processo democratico interno alla chiesa che genera timore quando viene rivendicato dalla base o da chi si autoproclama rappresentante di essa. Questo non ripara certo dai conflitti e dalle fatiche che tale crescita comporterà: il potere è sempre rigido e ogni ridistribuzione andrà più conquistata che negoziata, ma è importante non cadere nella medesima logica oppositiva: il ministero laicale non afferma se stesso o chi lo indossa, ma esprime il bisogno di un popolo e il dono di Dio; sono loro i suoi legittimi proprietari. Si possono fare molti discorsi ideali a riguardo, ma realmente solo un’istituzione perfetta riuscirebbe ad accogliere la multiministerialità e metterla in esercizio senza che vi siano conflitti e tensioni. La chiesa visibile è per sua natura imperfetta e ogni nuovo dono ne mette in luce qualche ambiguità da purificare. L’ingenuità di un’accoglienza acritica in nome della profezia evangelica manca il bersaglio tanto quanto una miope amministrazione della struttura in termini di potere gestito e distribuito. Andrebbe a detrimento di se stesso il mero inserimento di nuove figure nei «quadri dirigenti ecclesiali», che aumenterebbero la burocrazia e il distacco dalle persone.
Non si può negare tuttavia che vi siano molte persone che diffidano della chiesa a causa del suo potere, reale o percepito, politico o mediatico, e della loro esclusione o lontananza da esso. Soprattutto nella cultura urbana e non più solo in Occidente, si fa visibile questa perdita del senso di appartenenza alla chiesa che si traduce spesso in abbandono, «scisma sommerso». È una questione che andrebbe affrontata in modo maturo e da più versanti[12]. Quello della ministerialità laicale è un elemento con troppi raccordi e dipendenze, di principio come d’azione, per sperare che venga guidato e portato a maturazione solo da una struttura istituzionale, per sua natura resistente al cambiamento; è molto più probabile che siano l’impegno concreto di chi vive questi doni/compiti a far avanzare la prassi, guadagnando una credibilità propria. La verità vince alla fine con le armi della pazienza e della speranza. D’altronde, solo un referente multiforme, locale e vicino alla gente può significativamente corrispondere al centralismo autocratico dell’istituzione, trasferendo così alcune funzioni in favore delle istanze di partecipazione già esistenti, ma mai rese protagoniste. Scriveva infatti J. Ratzinger:
Manca il riconoscimento che la rispettiva ecclesia è nella chiesa un soggetto giuridico come ecclesia, cioè come comunità; il riconoscimento quindi che nella chiesa non esistono semplicemente i ministeri da un lato e i molti singoli fedeli dall’altro, di volta in volta diritti per gli uni e diritti per gli altri, bensì che la chiesa come tale, in concreto come rispettiva comunità, è soggetto giuridico, anzi l’autentico soggetto a cui tutto il resto si riferisce13].
L’esperienza prolifica di molte comunità di base mostra come i ministeri laicali nati dal basso non solo siano estremamente aderenti ai bisogni vitali dei fedeli e alle caratteristiche proprie della comunità, ma siano capaci di porsi come mediazione verso il ministero ordinato e la chiesa istituzione, sbloccandone un esercizio solo verticale e avvicinandolo alla base[14]. Più che una riflessione e un’azione di rinnovamento specifica, la ministerialità laicale sembra in grado di promuovere, con il suo avanzamento nella prassi, un rinnovamento più generale dei ruoli e delle forme di ogni servizio ministeriale (sacerdotale, diaconale, laicale istituito e non, a tempo pieno e parziale); l’inevitabile ripartizione dei compiti dovrà sottomettersi all’unità dell’azione ecclesiale così che non vi siano identità cultuali separate da quelle evangelizzatrici o di carità e «ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio» (1Pt 4,10).
[1] Bisogna almeno citare la dichiarazione Ecclesiae de mysterio (15.08.97; EV 16, 555-557) unico caso di documento promulgato da ben sette Congregazioni romane.
[2] Cf. L. Tonello. Il «gruppo ministeriale» parrocchiale, EMP, Padova 2008, pp. 13-38.
[3] A. Borras, I ministeri oggi: oltre il divario tra clero e laicato, in «Rivista del clero italiano» 7/8 (2009) 538-539.
[4] Conferenza episcopale italiana (CEI), Comunicare il vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali dell'episcopato italiano per il primo decennio del 2000 (29.06.2001), nn. 54.62, in Enchiridion CEI (ECEI) 7, 230-231. 248-251.
[5] CEI, Nota pastorale Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia (30.05.2004), n. 12, in ECEI 7, 1491-1500.
[6] Cf. E. Castellucci, Il ministero ordinato, Queriniana, Brescia 2002.
[7] T. Citrini, Ministero ordinato e nuove forme ministeriali, in G. Angelini - M. Vergottini (edd.), Invito alla teologia. III. La teologia e la questione pastorale, Glossa, Milano 2002, p. 184.
[8] G. Routhier, Nuovi ministeri, chiese locali e il futuro della missione, in «Rivista del clero italiano» 6 (2009) 431.
[9] F.G. Brambilla, Essere preti oggi e domani. Teologia, pastorale e spiritualità, Glossa, Milano 2008, p. 20.
[10] C. Duquoc, «Credo la chiesa». Precarietà istituzionale e regno di Dio, Queriniana, Brescia 2001, p. 49.
[12] Bisogna almeno citare le provocazioni provenienti dalla teologia della liberazione: L. Boff, Chiesa: carisma e potere, Borla, Roma 1986; J. Comblin, Il popolo di Dio, Servitium-Città aperta, Troina 2009.
[13] J. Ratzinger, Democrazia nella chiesa. Possibilità e limiti, Queriniana, Brescia 2005, p. 44.
[14] Cf. A. Parra, Ministeri laicali, in J. Ellacuria - J. Sobrino (edd.), Mysterium liberationis. I concetti fondamentali della teologia della liberazione, Borla - Cittadella, Roma - Assisi 1992, pp. 783-801.
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