Buon samaritano è ogni uomo, che si ferma
accanto alla sofferenza di un altro uomo.
(Giovanni Paolo II, Salvifici doloris, 28)
Non è facile parlare da sani sul sacramento dell’unzione dei malati. Godendo buona salute o essendo in età giovanile (una giovinezza che oggi si protrae fino ai 40 anni!), si cerca di tener lontano il pensiero della sofferenza e della malattia, a meno che non si venga coinvolti direttamente nella cura o nell’assistenza di persone a noi legate per prossimità di parentela o vincoli di amicizia. A questo riguardo, è sempre attuale la parabola del buon samaritano, come ricorda Giovanni Paolo II nella sua enciclica Salvifici doloris (11 febbraio 1984), perché indica quale debba essere il rapporto di ciascuno di noi verso il prossimo sofferente: «Non ci è lecito “passare oltre” con indifferenza, ma dobbiamo “fermarci” accanto a lui» (n. 28). Quel fermarsi, aggiunge il papa, non significa cedere alla curiosità, come quando si formano capannelli di persone sulla scena di un incidente. Non è neppure semplice compassione, benché questa disposizione interiore sia l’atteggiamento presupposto per poi agire concretamente in aiuto alla persona malata. Buon samaritano è infatti «colui che porta aiuto nella sofferenza». In sé questa parabola esprime una verità che fa parte dell’esperienza umana universale. Prendersi cura dei deboli, dei sofferenti, dei bisognosi è infatti uno dei segni che distingue l’uomo dall’animale: a differenza della spietata legge della selezione naturale, per cui solo il più forte sopravvive, è proprio dell’essere umano non abbandonare chi soffre, ma chinarsi su di lui e fargli compagnia nella solitudine del dolore.
Anche il sacramento dell’unzione dei malati è uno di questi segni di umanità, ma più ancora diventa espressione dell’amore con cui Cristo si è preso cura degli infermi e ha affidato alla chiesa la missione di continuare la sua opera. Il presente fascicolo tenta quindi di accostarsi con rinnovata attenzione al mondo dei malati, presentando sia riflessioni dottrinali, sia suggerimenti ed esperienze concrete in questo ambito della pastorale.
L’intervento iniziale di Aldo Natale. Terrin sugli aspetti antropologici della malattia mostra come le disposizioni della mente, l’apertura al futuro, l’esperienza di senso siano in grado di farci vedere, anche nelle più grandi sofferenze, alcuni spiragli di luce e come il nostro atteggiamento interiore sia in grado di cambiare il nostro mondo. Nell’esame approfondito della parabola evangelica, in cui Cristo viene identificato come il buon samaritano per eccellenza, Marcello Milani ricava poi alcuni atteggiamenti fondamentali che devono orientare anche oggi l’agire dei discepoli e della comunità ecclesiale verso i malati. Se ogni guarigione, nel suo senso più alto, è un incontro salvifico che si manifesta nel riconoscimento della fede, nella richiesta di conversione e di sequela, allora il sacramento dell’unzione acquista un senso profondo che va oltre il momento o la contingenza di una situazione, ma illumina tutto l’arco del vivere. Sulle nuove modalità e prospettive offerte dal nuovo rito, si sofferma Eugenio Sapori, che nel suo articolo unisce alla competenza teologica l’esperienza diretta del ministero ospedaliero. L’incontro con Cristo, medico dell’anima e del corpo, avviene nell’eucaristia ed è questo l’argomento che affronta Gianni Cavagnoli, indicando le connessioni esistenti tra la comunità che invia il suo ministro e i malati che hanno bisogno di conforto e speranza.
Nella situazione della società attuale e nel rischio accentuato di una «ospedalizzazione» della morte, risulta urgente una rinnovata catechesi sul sacramento, ed è questo il tema sviluppato da Luciano Meddi, facendo emergere la necessità di costruire relazioni autentiche tra malati e operatori pastorali, in modo che sia percepita la presenza di tutta una comunità cristiana partecipe della sofferenza dei suoi membri. Accanto al malato c’è anche una famiglia che soffre e che richiede di essere sostenuta durante un periodo di prova che può diventare a volte molto lungo. Su questo aspetto pastorale, nei suoi risvolti psicologici e pratici, le indicazioni offerte da Angelo Brusco sono preziose per ogni operatore, sia laico che religioso o sacerdote. Ovviamente il tatto e la capacità di ascolto sono qualità indispensabili, da acquisire mediante un’opportuna preparazione e una formazione permanente che purtroppo non sempre si riscontrano nella pratica. Per fortuna si nota che nelle comunità cristiane sta prendendo forma un «ministero della consolazione», che può e deve essere affidato ai laici, come sostiene Arnaldo Pangrazzi in un intervento assai lucido e ricco di stimoli. Infine Armando Aufiero, riportando l’esempio dei volontari della sofferenza nel mondo dei disabili, sottolinea l’importanza di mettere se stessi con semplicità a disposizione dei sofferenti, perché da tale vicinanza si riceve più di quanto si dona.
Nella Documentazione viene riportato un documento della Congregazione per la dottrina della fede (11 febbraio 2005), che puntualizza il problema dibattuto circa il ministro dell’unzione degli infermi, ribadendo che solo i sacerdoti (vescovi e presbiteri) lo possono validamente amministrare.
L’Invito alla lettura, curato da Eugenio Sapori, e la rubrica In libreria chiudono come al solito il fascicolo, che tocca un tema di rado oggetto di trattazione nella recente pubblicistica teologica.