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Santa follia. Il pentecostalismo tra ritualità e creatività
Annalisa Butticci

1. Introduzione

In molti luoghi del pianeta il pentecostalismo è noto per il suo appassionato uso della parola e per la sua entusiasmante liturgia nella quale i doni dello Spirito, quali il parlare in lingua, miracoli e profezie si manifestano coinvolgendo indistintamente fedeli e leader religiosi. Nell’azione liturgica la prassi rituale lascia ampio spazio alle emozioni, al corpo e soprattutto a una relazione/conversazione con un Dio sempre più vicino all’uomo, pronto a manifestare la sua presenza attraverso i poteri straordinari dello Spirito. È dunque una cristianità che rivela uno spazio carismatico e soprannaturale di profonda vitalità.

2. Oralità e liturgia

Dal Nord al Sud del pianeta il pentecostalismo rivela il suo incredibile potenziale di esaltazione dello Spirito, della mente e del corpo. La capacità di fondere la parola sacra con culture e tradizioni, che nell’oralità hanno trovato la forza vitale, rappresenta una delle ragioni che hanno favorito l’esplosione di questa espressione religiosa. Hollenweger, uno dei primi studiosi di pentecostalismo, identifica nelle strutture orali la caratteristica principale e la forza di questo imponente movimento religioso[1]. Secondo l’autore, tali strutture sono: la liturgia, la teologia narrativa e la testimonianza, la partecipazione riconciliatoria della comunità alla liturgia, la narrazione di sogni e visioni durante la celebrazione, preghiere e danze liturgiche intese come espressione del forte legame tra corpo, mente e guarigione. Le strutture orali veicolano, dunque, l’energia che si sprigiona durante la liturgia, trasformando la celebrazione del culto in un momento di potenziamento e consolidamento individuale e comunitario.
A livello individuale, la liturgia, e in particolar modo la sua flessibilità, rappresenta una sorta di rivoluzione all’interno della tradizione cristiana. Il messaggio, la parola e la forma espressa nella liturgia aprono la via a un processo di democratizzazione del carisma e del potere spirituale non più confinato nelle sole gerarchie ecclesiastiche. La liturgia infatti definisce i presupposti attraverso i quali anche i più emarginati, disperati e angustiati possono sperimentare in prima persona i poteri dello Spirito ed essere rinvigoriti spiritualmente e socialmente al punto da «potenzialmente» trasferire tale energia dalla sfera spirituale a quella pubblica o, come scrive Pace, «trasferire energie accumulate nello spazio liturgico in altre sfere della vita sociale e nell’azione politica»[2]. A livello collettivo, la liturgia diventa, dunque, uno strumento di narrazione d’identità, comunità e memoria. In tal senso, essa appare in grado di ricomporre e riscrivere l’identità collettiva in base alle diverse tensioni che operano nei diversi contesti sociali.
La liturgia è, inoltre, il momento nel quale gli individui sperimentano il trascendente e il liminale, ossia oltrepassano la soglia dell’ordinario per sperimentare lo straordinario. È un momento nel quale si condensano le emozioni più profonde dell’esistenza umana, in un simbolico teatro dove si inscenano il dramma della vita umana, la lotta contro il male e la salvezza dell’anima[3]. È una liturgia che fonde elementi cristiani con elementi propri a diverse tradizioni religiose e culturali. Cox evidenzia questo importante punto di forza descrivendo il pentecostalismo come una combinazione di linguaggio, musica, arte e diverse «truppe» religiose proprie ai diversi contesti in cui il pentecostalismo si sviluppa[4]. La musica ha certamente un ruolo centrale perché viene considerata lo strumento prediletto per entrare in contatto con Dio. La musica è anche lo strumento attraverso il quale vengono guidati gli stadi emozionali dei fedeli svolgendo fondamentalmente tre funzioni: stimola sensazioni di benessere fisico ed emotivo, rinforza i legami sociali, istilla devozione e favorisce stati alterati di coscienza, stimolando i sensi e le emozioni[5].

3. L’esperienza di comunità e di empowerment

Come ricercatori, abbiamo osservato e partecipato più volte alle celebrazioni dei culti domenicali delle chiese pentecostali. A nostro avviso, gli aspetti più accattivanti sono risultati essenzialmente due: l’uso massiccio di musica, danza e microfoni per amplificare all’estremo i suoni e la figura centrale del leader religioso, ossia il pastore.
L’inizio del culto domenicale e di ogni incontro o evento è marcato dalla musica. Per almeno venti minuti canti e danze dominano la scena. In alcuni casi l’introduzione musicale raggiunge i cinquanta minuti. I fedeli cantano, ballano, saltano, corrono, scuotono il proprio corpo per simboleggiare lo scrollarsi di dosso i guai. Una generale sensazione di euforia collettiva accompagnata dalla musica crea, dunque, uno spazio emozionale per la creazione di un nuovo scenario emotivo. Con una strumentazione audio di ultima generazione e con band, cori e solisti di professione, le chiese pentecostali sfoderano un ricco repertorio di intrattenimento musicale di ogni stile, dalla musica reggae, ai canti «a cappella», rock e alla musica classica. Enormi schermi e altoparlanti danno la possibilità a tutti di ascoltare ogni singola nota musicale. La musica può risultare perfino assordante. In alcuni casi, gli altoparlanti sono collocati anche fuori dalle chiese, in modo da offrire a tutto il vicinato la possibilità di unirsi nelle danze e nei canti. Secondo la visione pentecostale, cantare è pregare, comunicare direttamente con Dio. È per questo che i pentecostali credono che lo Spirito Santo non solo è presente, ma ascolta attentamente i bisogni degli individui, benedicendo in particolare chi ha più forza ed energia per cantare e ballare. Ogni musica e canzone ha un particolare scopo. Ci sono, dunque, le canzoni utilizzate per stimolare la commozione dei fedeli e quelle per dare energia e vigore.
La musica accompagna anche particolari momenti di preghiera, come, ad esempio, quando il pastore invita i presenti a pregare per la guarigione o la risoluzione di problemi di varia natura di un particolare fedele. Con le mani tese verso l’altare, dove generalmente si trova la persona destinataria di preghiere, i membri invocano ardentemente lo Spirito Santo affinché questo si manifesti con il suo potere. La musica è sempre suonata a volume molto alto. Nessuno appare indifferente ai ritmi incalzanti e alle parole delle canzoni che inneggiano al potere, alla misericordia e alle meraviglie di Dio. La persona si ritrova così circondata da un gruppetto danzante che esprime attraverso la danza e il canto la condivisione appassionata della preghiera. Rinvigorite da tanta attenzione e cura, le persone che sono state destinatarie del «trattamento» tornano al loro posto, lasciando spazio al prossimo «bisognoso».
L’ordine della liturgia può variare da chiesa a chiesa, tuttavia si possono evidenziare alcuni momenti comuni e costanti: la musica, le preghiere collettive che possono essere guidate dal pastore o da altri evangelisti, la testimonianza della propria esperienza di fede, il sermone del pastore, manifestazioni straordinarie (glossolalia, miracoli, rivelazioni, profezie, liberazioni e stati di trance).
Qualche riflessione merita il momento delle testimonianze. Tutte le chiese dedicano uno spazio a questo importante momento. A ogni evento, un numero variabile di fedeli racconta i favori divini ricevuti, incredibili miracoli e rivelazioni. Nelle mega-chiese, dove migliaia di fedeli riempiono gli spalti, tale momento può durare fino a un’ora. Decine di persone, diligentemente in fila, aspettano di impugnare il microfono per decantare la magnanimità del Signore e soprattutto la potenza dei doni carismatici del pastore e dunque l’effettività del messaggio spirituale della chiesa. I testimoni raccontano meravigliose storie di malattie che spariscono, denaro e lavoro che arriva inaspettatamente e donne sterili che finalmente hanno figli. È dunque il momento in cui la fede si rafforza e la comunità dei fedeli radunati ha conferma di essere «nel posto giusto». In altre parole, le testimonianze rassicurano i fedeli della potenza spirituale della chiesa e pastore. Alcune chiese trascrivono queste testimonianze pubblicando corposi volumi da distribuire nelle librerie e negli stand di gadget, libri, oggettistica sacra e propagandistica collocati negli atri delle chiese.
Tra gli immancabili oggetti della liturgia pentecostale, possiamo elencare il più importante, ossia la Bibbia, seguita da olio per le sacre unzioni, liberazioni ed esorcismi e acqua santa. La Bibbia non solo richiama la parola del Signore; questa è considerata puro spirito con poteri di protezione, guida, miracoli e prosperità, nonché la base, la giustificazione e la validazione di ogni pratica liturgica. Per i pentecostali, portare la Bibbia con sé, in ogni momento della giornata, è una sorta di segno di riconoscimento che comunica al mondo la propria identità e appartenenza alla comunità dei ri-nati in Cristo[6].

4. L’amministrazione del carisma

Durante la celebrazione del culto o di un evento è sicuramente la figura del pastore o della pastora a catalizzare l’attenzione. È infatti il leader, la sua visione e il suo particolare messaggio a fornire una sorta di «identità religiosa» alla chiesa e alla liturgia. Precedenti studi hanno individuato almeno tre diversi profili di pastori pentecostali[7]:

– il primo fa riferimento ai pastori legati al pentecostalismo classico dei primi del Novecento, come nel caso delle «Assemblee di Dio»;
– il secondo riguarda coloro che sono emersi in seguito al rinnovamento carismatico in seno alle chiese pentecostali classiche;
– il terzo profilo è quello dei mistici intramondani, coloro che promuovono un messaggio di prosperità e benessere psico-fisico, ma soprattutto materiale. Questo profilo di pastore presenta i tratti di un vera e propria imprenditorialità carismatica che sul pulpito trova le sue più ardite performance comunicative. Gli imprenditori del carisma sono coloro che grazie alle loro virtù oratorie e ai doni carismatici, che si manifestano attraverso guarigioni, miracoli e esorcismi in diretta, tengono inchiodati migliaia di fedeli sia di fronte alla televisione sia nei diversi eventi religiosi. La liturgia viene trasformata da questi pastori in una sorta di spettacolo dello straordinario, nel quale i suoni, i colori, le immagini e gli effetti speciali concorrono a stupire e meravigliare le masse.

Nelle chiese carismatiche di ultima generazione, i pastori e le pastore possono trovare nel pulpito un solido punto di riferimento nel quale scoprire il senso della propria esperienza e dare espressione alle più diverse velleità. Le chiese diventano un contenitore di desideri e aspirazioni che trovano realizzazione attraverso il potere dello Spirito. Pastori medici, architetti, biologi, artisti, insegnanti, scrittori e cantanti capitalizzano così le proprie virtù mondane. Prendendo il caso africano, è possibile fare l’esempio della chiesa «Montagna di Fuoco e Miracoli» a Lagos, Nigeria, con sedi sparse in tutto il mondo[8]. Il suo fondatore è biologo e genetista di successo, che istruisce i suoi membri su come recitare con estrema aggressività e violenza, preghiere per combattere colera spirituali e germi satanici. Allo stesso modo, D. Oyedepo, noto architetto nigeriano nonché fondatore e leader della chiesa «Faith Tabernacle», ha realizzato per la sua impresa spirituale un elaborato progetto per il suo mega-auditorium, inserito nel Guinness dei primati come il più grande al mondo (50 mila posti a sedere), che sembra essere, a detta degli esperti, un vero e proprio capolavoro architettonico. Diversi sono gli esempi dal Brasile, dove pastori cantanti – ormai superstar – hanno aperto un’intensa competizione per l’accaparramento di fedeli a suon di musica e concerti, come il pastore John Duncan o Marcelo Crivella[9].
Anche nel territorio italiano abbiamo rilevato qualche interessante esempio, come quello di Joshua, un giovane pastore di una delle sedi italiane della «Christian Pentecostal Mission», una chiesa di origine africana che abbiamo avuto modo di osservare durante le nostre ricerche. Il pastore Joshua ha 33 anni, proviene da Enugu State in Nigeria. Gestisce la sua chiesa di 30 membri in un piccolo locale nei pressi di una stazione ferroviaria di una città di media grandezza. Della sua chiesa colpisce lo scintillio dei modernissimi strumenti musicali. Pastor Joshua è un appassionato di musica, nonché cantante hip hop, uno stile musicale nato nei ghetti neri degli Stati Uniti. Ha aperto un sito internet dove fornisce suggerimenti per il successo e la condotta di una leadership vincente. Scrive di giustizia, liberazione dell’Africa dalla sua seconda schiavitù (il neo-colonialismo), condanna la corruzione e l’uso di droga e alcol. Nella sua pagina Facebook riporta i suoi personaggi preferiti tra i quali spicca Pastor Adeboye – attuale leader di una delle mega-chiese nigeriane, la «Redeem Christian Church of God», e Usher – cantante hip hop e R&B (Rhythm and Blues) afroamericano. Un’accoppiata che a primo acchito può sembrare del tutto singolare. Eppure un simile accostamento rivela ancora una volta la capacità del pentecostalismo di accogliere nel proprio grembo culture che non solo fanno riferimento a tradizioni di un popolo ma riflettono i desideri e le passioni di generazioni di giovani che nella musica riescono a esprimere al meglio le proprie emozioni.
Tuttavia, l’aspetto che appare più rilevante nella leadership di queste chiese è l’uso di una parola che trasforma. Per molti versi, possiamo descrivere questo processo utilizzando la descrizione elaborata da Pace in merito alle gesta d’improvvisazione e trasmissione del virtuoso della comunicazione.

Costui utilizza i pre-esistenti materiali simbolici dell’ambiente socio-religioso e li utilizza per creare un nuovo universo simbolico; possiede un potere di comunicazione che lascia immaginare altri mondi possibili; possiede la forza della parola, una parola che «fa fare». Il virtuoso è colui che fa pensare l’impensabile ed è capace di mobilitare nuove energie per dare inizio a un nuovo credere[10].

Possiamo riconoscere tali caratteristiche in molti dei pastori e pastore africani/e incontrati/e anche in Italia. Nelle chiese pentecostali africane, per esempio, vengono indubbiamente creati nuovi scenari sociali. Alla condizione di straniero e migrante, così come a tutto il paradosso della migrazione, i pastori e pastore attribuiscono un nuovo senso. Le loro liturgie sono una perfetta combinazione di narrazioni sulla migrazione, storie bibliche di successo, preghiera, benedizione e autosuggestione che creano le condizioni per un’esperienza di rafforzamento, promessa di salvezza e successo. Nel contesto migratorio lo straniero, il viaggiatore, l’esule, il pellegrino, ed eterne figure in movimento vengono decantate e riscoperte nelle parole della Bibbia nelle quali si riconosce il potere di Dio, la sua grandezza e ricompensa. Così il pastore Samuel, ghaniano, ha parlato ai membri della sua comunità in uno dei sermoni:

In questa terra straniera sono molte le difficoltà, ma ricordate che Dio è con noi. Così come parlò ad Abramo, così parla anche a noi e ci dice (leggendo dal libro della Genesi 12,2): «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria verso il paese che ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò». Il Signore ci benedice mentre maledice coloro che ci opprimono. Dio dice: «Maledetto colui che lede il diritto del forestiero, dell’orfano e della vedova»(dal Deuteronomio 27,19). Io aggiungo questo: maledetti coloro che usano gli stranieri come schiavi, che abusano del loro lavoro, che li maltrattano negli uffici, nelle stazioni di polizia, nelle prigioni e alle frontiere. Gli Italiani devono fare attenzione: il giudizio sta arrivando!

In questo esempio possiamo, dunque, scorgere i tratti di una delle funzioni latenti che queste chiese svolgono, ossia la possibilità di ricostruire il senso dell’esperienza attraverso nuovi significati dell’esistenza. In altre parole, oltre a dispensare salvezza, protezione, guarigione e miracoli, queste chiese distribuiscono anche nuove identità che possono essere consumate sia in quel particolare contesto che altrove. Nello specifico contesto diasporico è il paradosso della migrazione a cambiare di senso, così come la stessa immagine del migrante. La condizione affinché questo avvenga è sempre e solo una: diventare dei ri-nati ossia born again, entrare a fare parte di una comunità internazionale, liberati dalle strette definizioni legate alla nazionalità, all’etnia come pure a legami sociali e familiari che impediscono il successo e l’alleanza con Dio[11].
Di certo, il pensiero religioso del pentecostalismo non si sofferma su controversie teologiche, ma sugli aspetti pratici della vita di tutti i giorni. Le parole e le pratiche religiose sono dunque significanti tanto quanto lo sarebbero dogmi teologici e dottrinali, essendo queste il riflesso di una vita quotidiana che fonda le proprie battaglie spirituali anche su elementi socio-economici.
Sono dunque il messaggio pentecostale, il linguaggio e i mezzi per veicolare la parola a fare del pentecostalismo uno dei più grandi movimenti dell’ultimo secolo. La parola non celebra il sacrificio, la sofferenza e il triste peregrinare della vita in una valle di lacrime. Salvezza, prosperità, restituzione, guarigione e rimedi contro ogni forma di afflizione fisica e sociale disegnano i tratti di una dottrina leggera, poco dogmatica, comunicata attraverso linguaggi, simboli e codici di diverse culture, generi e generazioni. Il coinvolgimento dei sensi e l’abbattimento della dicotomia mente-corpo concorrono a rendere unica l’esperienza della partecipazione alla liturgia. Il corpo e i sensi entrano prepotentemente nell’esperienza religiosa, singoli individui e intere comunità, guidate dal potere carismatico dei pastori, danno vita a nuovi scenari di «sacro disordine dei sensi» o nelle parole di un noto pastore pentecostale nigeriano di «santa follia».

[1] Cf. W. Hollenweger, Pentecostalism: Origins and Developments Worldwide, Hendrickson, Peabody (Mass) 1972.
[2] E. Pace, Salvation Goods, the Gift Economy and Charismatic Concern, in «Social Compass» 53 (1/2006) 12.
[3] Cf. V. Turner, The Ritual Process: Structure and Anti-structure, Aldine Publications, Chicago1969.
[4] Cf. H. Cox, Fire from Heaven: the Rise of Pentecostal Spirituality and the Reshaping of Religion in the 21st Century, Addison Wesley, Reading 1995, p. 259.
[5] Cf. P. Hills - M. Argyle, Musical and Religious Experiences and their Relationship to Happiness, in «Personality and Individual Differences» 25 (1/1998) 91-102.
[6] Cf. A. Ukah, A New Paradigm of Pentecostal Power: The Redeemed Christian Church of God in Nigeria, Africa World Press - Red Sea Press, New Jersey & Asmara 2008, p. 227.
[7] E. Pace - A. Butticci, Le religioni pentecostali, Carocci, Roma 2010).
[8] Cf. M.A. Ojo, The End-time Army: Charismatic Movements in Modern Nigeria, African World Press, Trenton (NJ) 2006.
[9] Cf. M. Oosterbaan, Mass mediating the spiritual battle: Pentecostal appropriations of mass mediated violence in Rio de Janeiro, in «Material Religion» 1 (2005) 358-85.
[10] E. Pace, Raccontare Dio. La religione come comunicazione, Il Mulino, Bologna 2008, p. 117.
[11] Cf. R. van Dijk, The Soul is the Stranger: Ghanaian Pentecostalism and the Diasporic Contestation of “Flow” and “Individuality”, in «Culture and Religion: An Interdisciplinary Journal» 3 (1/2002) 49-65.


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