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La via sacra dell'ospitalità
Editoriale

 «Non si trova la verità,
se non praticando l’ospitalità»[1]

L’ospitalità è una tradizione con radici antiche, una pratica che ha attraversato la storia e le culture, una realtà che ha plasmato la vita quotidiana di popoli e individui, rendendo possibile lo sviluppo della civiltà. Da sempre un legame unisce l’ospitalità alla dimensione religiosa: «L’ospite è sacro», gode della protezione divina e lo si deve accogliere, ponendosi al suo servizio con rispetto e cordialità.
Nella cultura odierna la situazione è profondamente mutata. L’ospitalità non è più un incontro con Dio, come per Abramo a Mamre (cf. Gen 18): in molti casi è intesa semplicemente come un «intrattenere parenti e amici». Il concetto di ospitalità è stato “ristretto” e si assiste ormai alla sua deformazione. Come osserva Maria Poggi Johnson[2], oggi si parla di «industria dell’ospitalità», mentre nella pubblicistica si dispensano consigli sul come “ricevere”, ma al solo scopo di far colpo sull’ospite, se non addirittura di metterlo in soggezione. Nulla di più estraneo alla visione “tradizionale” dell’ospitalità.
Ma il volto del mondo è in continuo cambiamento e con l’arrivo di masse di profughi che bussano alle porte dell’Europa, in fuga dalla guerra, alla ricerca di un futuro migliore, si rende necessario un ulteriore ripensamento del concetto di ospitalità. La crisi umanitaria di cui siamo testimoni, spesso impotenti, pone come improrogabile l’esigenza di elaborare concetti “nuovi” che permettano di comprendere le condizioni di un’umanità alle prese con le sfide della globalizzazione e al contempo di attivare processi per la costruzione di tale umanità.
Avviata sui sentieri della nuova evangelizzazione, la comunità ecclesiale è chiamata a dare il proprio contributo, elaborando “nuove” forme di azione pastorale, nella consapevolezza che il movimento delle persone produce non solo disagi, ma propone nuove sfide insieme a nuove opportunità. In particolare, il fenomeno interessa le chiese locali, che devono confrontarsi con una presenza crescente di persone giunte da altre aree geografiche e culturali; persone che chiedono ospitalità non solo alle istituzioni civili, ma anche alle comunità cristiane.
Si tratta di fenomeni complessi, di cui devono occuparsi le normative nazionali e internazionali, ma sono anche realtà che possono inaugurare una stagione nuova e rappresentare un terreno fertile per le nostre società, soprattutto per le comunità ecclesiali, non nel senso di un vago spiritualismo o di un ingenuo buonismo, ma nella certezza che anche in questo tempo lo straniero porta con sé una benedizione. Occorre mettersi alla scuola di Abramo che accolse Dio stesso nella persona di tre sconosciuti, giunti alla sua tenda «nell’ora più calda della giornata», vale a dire nel momento meno indicato per fare o ricevere visite. L’anziano patriarca, che non li aveva chiamati né invitati, semplicemente alzò gli occhi, li vide e chiese loro «la grazia di non passare oltre» (Gen 18,1-3).
Il fascicolo pone al centro della riflessione l’ospitalità, argomento oggi più che mai dibattuto, ma anche una categoria ampia da affrontare attraverso un approfondimento interdisciplinare, poiché interessa più campi e dimensioni, senza tuttavia appartenere compiutamente a nessuno di essi.
Il primo contributo è di Francesco Spagna, La sfida dell’accoglienza. L’ospitalità da una prospettiva storic a e antropologica. Muovendo dalle intuizioni di Emmanuel Lévinas e Jacques Derrida, lo studio contestualizza il fenomeno dell’ospitalità in prospettiva interreligiosa, a partire dall’antichità. Sono messe in evidenza le trasformazioni dell’ospitalità nel mondo moderno, per arrivare alla realtà contemporanea e ai problemi causati dall’attuale crisi umanitaria.
Umberto Curi, Accoglienza e ospitalità. L’altro che è in noi ricorda come nella cultura antica lo straniero si identificasse immediatamente con l’ospite. Di particolare interesse la xenia, l’insieme delle norme che il mondo greco aveva elaborato per regolare il rapporto con lo xenos, lo straniero in cerca di ospitalità. Il tema dell’accoglienza trovò espressione anche nei miti e nelle riflessioni degli antichi filosofi, ponendo in luce il carattere “ospitale” dell’Occidente, almeno per un millennio.
La riflessione sul dato scritturistico è proposta da Germano Scaglioni, «Ama lo straniero» (Dt 10,18). L’ospitalità nella Bibbia. Lo studio coglie l’originalità del modo in cui la rivelazione biblica comprende e vive l’ospitalità, pratica che caratterizzò non solo l’esperienza storica di Israele, ma anche il ministero di Gesù e la vita delle prime comunità cristiane.
Lorenzo Biagi studia il rapporto Etica e ospitalità, due termini il cui senso è da ripensare. L’autore mostra come l’etica porti in se stessa la radice dell’ospitalità, ma allo stesso tempo come solo attraverso l’accoglienza dell’altro, nel rispetto della sua identità, si possa realizzare un progetto e una pratica di convivialità. Identità e differenza non sono nemiche dell’ospitalità, a condizione che nessuna sia rivendicata unilateralmente, ignorando l’altra.
L’ospitalità possiede anche un “profilo” politico e giuridico. Su questi aspetti si sofferma l’articolo di Vincenzo Rosito, L’ospitalità come categoria politica: esiste un diritto all’ospitalità? Entrano in gioco diversi modi di considerare l’ospite e di rapportarsi con lui, ma la sfida – secondo l’autore – consiste nel rendere possibile una «comunità di pratiche ospitali», in cui ciascuno possa dare il proprio contributo.
L’ospitalità non è una realtà statica, ma una facoltà umana da perfezionare. Si tratta di un dinamismo, un itinerario da percorrere, in vista della maturità; un potenziale da coltivare, poiché non raggiunge il proprio compimento se non attraverso un impegno paziente. È ciò che Anna Bissi sostiene nel suo studio sulle Dinamiche psicologiche dell’ospitalità.
Oltre a essere una pratica virtuosa, l’ospitalità è anche una spiritualità, in cui Dio non si comprende come controfigura della giustizia umana, ma secondo l’immagine evangelica di colui che fa piovere sui giusti e gli ingiusti. Nel suo articolo, La spiritualità dell’ospitalità, Marco Dal Corso propone un «credere ospitale» che si impegna nella costruzione di un mondo non più dominato dalla logica del risentimento o dal rifiuto della differenza.
L’ultimo contributo è di Fabio Scarsato, L’ospitalità nella vita religiosa e nella tradizione francescana. La pratica dell’ospitalità non è mai stata un’esclusiva dei soli religiosi, ma è nella vita consacrata che essa ha trovato l’humus ideale per svilupparsi, assumendo varie forme nel corso del tempo. Dopo un excursus sul monachesimo dei primi secoli, lo studio si concentra sulla tradizione che prese avvio da san Francesco e da santa Chiara, per metterne in luce gli aspetti più innovativi ed originali.
Nella Documentazione, a cura di Placido Sgroi, sono presentate le riflessioni di due autrici – Luce Irigaray e Maria Poggi Johnson –, diverse per orientamento e formazione culturale, ma concordi nel sottolineare un aspetto importante: l’ospitalità richiede la pluralità, non la fusione.
Infine, sempre Placido Sgroi, nell’Invito alla lettura, propone una rassegna bibliografica, ampia e articolata, per consentire al lettore l’avvio di un percorso personale di approfondimento sul tema complesso e stimolante della monografia.
Con questo non pensiamo certo di aver esaurito tutti gli aspetti della questione. Abbiamo voluto solo riflettere su una prassi per molti desueta, comunque problematica, certamente interessante oggi dal momento che realizza l’incontro tra le differenze senza limitare le identità. Buona lettura.


[1] L’espressione di Louis Massignon (1883-1962) è citata da P.-F. de Béthune, L’ospitalità. La strada sacra delle religioni. Prefazione di R. Panikkar, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2013, 120.

[2] M. Poggi Johnson, Amor m’accolse. L’ospitalità al cuore della vita. Prefazione di Antonia Aslan. Postfazione di don Luigi Ciotti, Marietti 1820, Genova 2014, 30.


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