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Chi è la persona che discerne?
Gaetano Piccolo

1. Trovare il filo

Ci troviamo ogni giorno davanti a una quantità di frammenti che non sempre riusciamo con facilità e immediatezza a rimettere insieme dentro un tutto dotato di senso. Zygmunt Bauman descriv eva le molteplici esperienze della vita come perle disperse che non sempre riusciamo a tenere insieme con un filo che permetta di comprendere la catena degli eventi[1]. Il discernimento è proprio quell’esercizio ermeneutico che appartiene solo alla persona; è il tentativo, cioè, di attribuire un valore alle cose per decidere come stare davanti alla vita e cosa farne di quelle perle che continuamente ci troviamo tra le mani. Senza il discernimento i fatti della vita restano, quindi, sciolti e incomprensibili. Discernere è, dunque, una modalità di esistenza che definisce la persona nella sua specificità.
In questo articolo cerchiamo di individuare le caratteristiche della persona che discerne, provando a farle emergere dall’analisi del processo stesso del discernimento.

2. Una persona che desidera

Se ci mettiamo a cercare vuol dire che sentiamo la mancanza di qualcosa. È il grido di sant’Agostino, che riconosce di essere diventato una abisso per se stesso, un enigma, un grande interrogativo[2]. Prima ancora di porre domande, l’uomo avverte di essere egli stesso una domanda per se stesso. La superficialità e la rapidità della vita porta spesso a nascondere questa domanda. L’ostentazione della felicità e del benessere ci induce a non far emergere questo vuoto. Eppure siamo inevitabilmente alla ricerca di qualcosa che ci manca. Viviamo perché siamo incompleti. È questa mancanza che ci fa muovere. Le cose non sono mai del tutto chiare e cerchiamo continuamente di trovare una risposta al vuoto che ci abita. Siamo, infatti, persone che desiderano. È ancora sant’Agostino a ricordarcelo in una delle sue omelie: «Viviamo dunque, o fratelli, di desiderio, poiché dobbiamo essere riempiti»[3].
La prima parola del discernimento è dunque il desiderio. Una parola che ci riporta proprio a una mancanza: de- è la particella che indica questo vuoto. Non a caso il viaggio è da sempre una metafora della vita: ci mettiamo in viaggio per cercare un porto, una terra in cui essere felici[4], come i Magi, nel Vangelo di Matteo, che lasciano la terra delle loro sicurezze per cercare qualcosa che anima il loro cuore e li spinge fuori da se stessi (Mt 2,1-12). I Magi non possono che camminare nella notte, ovvero quando il buio permette di vedere le stelle. Non a caso la parola desiderio contiene anche questa immagine: sidus-sideris, «stella». Il buio, dunque, è certamente il tempo in cui non vediamo esattamente come stanno le cose; il buio può essere inquietante e pericoloso, ma è anche il momento propizio per metterci in viaggio. Proprio quando non ci sono stelle, infatti, la nostra vita diventa un dis-astro, perché ci ritroviamo nella notte senza una stella da seguire.
Il desiderio include una dimensione di sorpresa e di rischio: i Magi si inoltrano anche laddove non si aspetterebbero di trovare quello che cercano. Chi pretende di avere tutto sotto controllo e di muoversi solo quando tutto è chiaro, non si lascia muovere dai desideri e non parte mai. I nemici principali del desiderio sono perciò la paura e il tempo. Sono questi gli ostacoli che possono spegnere fin dall’inizio ogni percorso di discernimento. La paura ci blocca perché temiamo di perderci o di non trovare quello che vogliamo. Il discernimento richiede, infatti, indifferenza, ovvero la libertà interiore per essere aperti alla scoperta. D’altra parte, evitiamo talvolta di metterci a discernere perché ci sembra di perdere tempo, preferiamo le soluzioni facili o le risposte preconfezionate, oppure, in certi momenti della vita, possiamo avere l’impressione che non sia più il tempo per discernere, abdichiamo così alla nostra possibilità di diventare persone autentiche.
La persona che discerne è, dunque, la persona consapevole della propria incompletezza, la persona che riconosce di essere mancante di qualcosa: fin dall’inizio, nel Vangelo di Giovanni, Gesù ci rimanda a questa mancanza, chiede infatti ai discepoli del Battista che lo seguono: «Che cosa cercate?» (Gv 1,38). Cosa vi manca, cosa vi spinge a mettervi in cammino? Di lì in poi, Gesù comincia a educare i discepoli a diventare sempre più consapevoli di questa mancanza: alle nozze di Cana manca il vino per fare festa (cf. Gv 2,1-11), alla Samaritana manca un marito vero per realizzare la sua vita (cf. Gv 4,5-26), alle folle che seguono Gesù manca il pane per sfamarsi (cf. Gv 6,1-15), ai discepoli che sono andati a pescare manca il cibo per cenare con Gesù risorto (cf. Gv 21,1-12).
Siamo persone che cercano, dunque, perché siamo esseri che desiderano.

3. Una persona che sente e immagina

Sebbene il discernimento non sia oggi di moda, l’uomo dell’epoca dei social ne mostra implicitamente la necessità. L’approccio intellettuale è ormai andato in archivio e le persone esprimono un profondo bisogno di comunicare la propria affettività, sebbene non abbiano gli strumenti per poterlo fare.
La contrapposizione tra la dimensione razionale e quella affettiva non solo impedisce di comprendere la dinamica del discernimento, ma tradisce anche quella che è la costituzione integrale della persona. Anche l’antropologia biblica, infatti, non ci presenta la persona come divisa in parti che si compongono tra loro, siamo piuttosto sempre in presenza di un individuo unitario, del quale possiamo mettere in evidenza dimensioni diverse: l’uomo è un essere corporeo, ovvero indigente, effimero, bisognoso di cure, continuamente alla ricerca di ciò che può tenerlo in vita. Ma questo stesso uomo, proprio grazie alla sua dimensione fisica, prova anche emozioni che segnalano le sue reazioni davanti agli stimoli che riceve dal mondo esterno, è un uomo psichico, ovvero emotivo. Questo stesso uomo, poi, ha la capacità di riflettere e interpretare quello che sente, è un uomo pneumatico, capace di sentimenti, ed è questa dimensione che gli permette anche di mettersi in relazione con Dio, si tratta infatti della dimensione spirituale[5].
Questa descrizione mette in luce una distinzione fondamentale per il processo del discernimento: si tratta della distinzione tra le emozioni e i sentimenti, tra psiche e pneuma, tra anima e spirito.
Le emozioni sono, infatti, le nostre reazioni immediate agli stimoli esterni. Esse sono pubbliche, come dice Antonio Damasio[6], in quanto possono essere viste da tutti, o perché si esprimono attraverso tracce somatiche o perché sono rilevabili con gli strumenti diagnostici che individuano le aree del cervello che si attivano davanti a uno stimolo. I sentimenti, invece, sono privati, perché sono il risultato di un’interpretazione personale del soggetto.
Questa descrizione dei sentimenti richiama l’idea dei loghismoi che troviamo, per esempio, in Massimo il Confessore: non si tratta, infatti, solo di pensieri, ma di pensieri appassionati[7]. I pensieri infatti non sono mai neutri, ma sono dotati sempre di una connotazione affettiva, essi ci muovono in qualche direzione. Lo stesso possiamo dire dei sentimenti: non si tratta semplicemente di affetti, ma di movimenti interiori dovuti alle nostre interpretazioni della realtà. Sentimenti e pensieri sono, dunque, indistinguibili e costituiscono il materiale su cui facciamo discernimento: a partire da ciò che sentiamo, ci chiediamo quale pensiero sia in atto in quel sentimento. Solo a questo punto possiamo cominciare a distinguere se il pensiero che abbiamo individuato viene da Dio o dal Nemico, per usare l’espressione di sant’Ignazio. Ci sono, però, anche pensieri che vengono dalla nostra personalità, dalle nostre inclinazioni, abitudini, o dalla nostra storia, possono essere modi di pensare inveterati, schemi che riproponiamo davanti alle situazioni che ci troviamo di fronte.
Questa dinamica tra pensieri e affetti ci riporta a quanto già diceva Epitteto: «Non sono le cose in sé che ci danno fastidio, ma l’opinione che ci facciamo di esse»[8]. I nostri sentimenti sono sempre l’espressione di un’interpretazione che stiamo dando alle cose. Dal punto di vista spirituale, questa interpretazione può essere suggerita da Dio o dal Nemico. È qui, come dicevamo, che si inserisce propriamente il discernimento.
Dal momento che le nostre interpretazioni sono per lo più legate a scenari futuri, ci accorgiamo che un’altra dimensione inevitabilmente presente nel discernimento è l’immaginazione. L’immaginazione può essere il luogo della paura o della gioia, ma può essere anche lo strumento che possiamo mettere in atto per elaborare scenari possibili, in modo da sentire che cosa proviamo davanti a queste eventualità e di conseguenza distinguere quali sentimenti vengono da Dio e quali dal Nemico davanti alle prospettive future.

4. Una persona libera

Uno dei motivi per cui il discernimento non è di moda è il fatto che esso richiede un’assunzione di responsabilità. Discernere vuol dire esercitare la libertà rispetto alle passioni. Discernere vuol dire non andare dove ci porta il cuore, ma chiederci cosa ci spinga ad andare in una certa direzione piuttosto che in un’altra. La nostra volontà mette in luce una tensione, davanti alla quale il nostro intelletto è chiamato a riflettere. L’intelletto non obbliga la volontà, mostra piuttosto l’opportunità e le conseguenze. La nostra volontà rimane libera. E la persona è chiamata ad assumersi la propria responsabilità rispetto alla scelta di una certa strada. In questo senso diciamo che discernere non vuol dire scoprire la volontà di Dio su di noi: Dio ci spinge, ci sostiene, ma non ci costringe. Discernere vuol dire costruire la nostra scelta, essere cioè figli adulti davanti a Dio, che si prendono la responsabilità delle loro risposte.
Il discernimento oggi non è di moda, perché, come ha sostenuto Massimo Recalcati in diversi suoi testi, c’è una scomparsa della paternità[9]; siamo refrattari cioè a diventare adulti, preferiamo non esercitare la nostra libertà, ma affidarci ai luoghi comuni o alle attese degli altri, oppure preferiamo delegare le nostre scelte al parere di un leader o di persone carismatiche a cui abbiamo appaltato la nostra coscienza.
Solo la persona che discerne vive, quindi, in maniera autentica. Come direbbe Martin Heidegger, la persona che vive in maniera autentica è quella che si appropria delle sue possibilità più proprie[10], la persona che cerca di scegliere il meglio per un’esistenza piena e realizzata. Siamo autentici solo quando non ci abbandoniamo alla spontaneità, ma esercitiamo la nostra libertà davanti ai fatti della vita.

5. Una persona che prega

Il discernimento di cui parliamo non è mero buon senso, né abilità strategica, né tantomeno questione di marketing per individuare l’affare migliore. Il discernimento di cui parliamo in questa sede è il discernimento spirituale. Se partiamo dal presupposto che siamo stati creati per lodare, servire e riverire Dio nostro Signore, come dice sant’Ignazio all’inizio degli Esercizi spirituali, non possiamo dubitare del fatto che Dio stesso non rimane indifferente davanti alla nostra vita, ma cercherà continuamente di aiutarci a raggiungere il meglio per noi. Discernere è, dunque, ascoltare le «mozioni» interiori, sempre per usare il vocabolario degli Esercizi spirituali, le spinte che Dio suscita dentro di noi. Si tratta di trovare quella strada, per dirla con sant’Agostino, che ci fa uscire dall’inquietudine per dare riposo al nostro cuore: «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché in te non riposa»[11].
Il luogo in cui ascoltare le mozioni interiori è la preghiera. Non ci può essere discernimento, dunque, senza preghiera. Se analizziamo la struttura della preghiera suggerita da sant’Ignazio negli Esercizi spirituali, vi ritroviamo le dinamiche antropologiche che abbiamo fin qui menzionato. L’uomo che prega è per Ignazio innanzitutto un uomo che desidera, un uomo che presenta subito a Dio quello che «vuole e desidera». Si tratta, cioè, di una persona totalmente coinvolta nella relazione con Dio.
Nella preghiera, attraverso la riflessione meditativa o l’immaginazione contemplante, colui che prega ascolta ciò che la parola di Dio muove in lui: «Non è infatti il tanto sapere che sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente»[12].
La preghiera è, dunque, il luogo privilegiato in cui i pensieri appassionati possono emergere. È il luogo della raccolta di quel materiale su cui sarà poi possibile applicare le regole del discernimento che sant’Ignazio introduce negli stessi Esercizi spirituali.
La parola di Dio costituisce nella preghiera l’alterità che ci interpella e che svela quei movimenti pseudo-consolatori che talvolta possono accompagnare una vita solo apparentemente spirituale. In tal senso è eloquente l’episodio riportato all’inizio del Vangelo di Marco (Mc 1,24), in cui un uomo che abitualmente si recava in sinagoga, vivendo quindi una vita religiosa apparentemente irreprensibile, non si era mai accorto di essere abitato da uno spirito impuro. Solo l’ascolto autentico della parola di Dio, cioè di Gesù stesso, permette a quell’uomo di sentirsi colpito, ferito e svelato. La parola di Dio non è, dunque, sempre consolatoria, anzi generalmente mette in luce la nostra distanza dalla proposta del vangelo. Talvolta è proprio questa inquietudine, che viene dallo spirito buono, che ci scuote e ci aiuta a scegliere di nuovo la via della vita.

6. Una persona che decide

Come ci viene suggerito dalla parabola del grano e della zizzania (cf. Mt 13,24-30), le decisioni richiedono tempo: all’inizio, quando spuntano, grano e zizzania sono molto simili. Discernere vuol dire attendere per valutare ciò che dà vita e ciò che invece toglie vita. Arriva però il momento in cui occorre riporre il grano e bruciare la zizzania. È il tempo di una chiarezza sufficiente (mai totale) per decidere.
Ancora una volta, la dinamica della decisione fa emergere la struttura olistica della persona: è la volontà, ovvero il desiderio, che spinge l’intelletto a tornare nei luoghi reconditi della memoria per riconoscere e mettere insieme i frammenti dell’esperienza. È nell’interiorità, diceva infatti sant’Agostino, che è possibile vedere l’intero: «Totum conspicere»[13]. Analogamente, riflettendo sul soggetto che decide, san Tommaso diceva che «propriamente parlando, non è solo la sensibilità o solo l’intelligenza a conoscere, ma l’uomo mediante entrambe»[14].
La decisione è il compimento del discernimento, che a sua volta suppone però un percorso molto più articolato e non riducibile al momento della decisione. Al contempo, emerge anche che la decisione è il compimento di quel cammino di consapevolezza che è iniziato con il desiderio. Decidere è, dunque, vedersi nel proprio presente: richiede un ritorno su di sé per confrontarsi con i limiti e le risorse della persona. Possiamo decidere bene solo se siamo sufficientemente consapevoli della realtà in cui siamo. È vero infatti che occorre elaborare possibili scenari tra cui scegliere, ma l’immaginazione funziona solo se è ancorata alla realtà, cioè se elabora percorsi e strategie realmente possibili.
La decisione è anche il tempo della visione sintetica che la persona ha di sé, perché è il momento in cui la dimensione affettiva e la capacità riflessiva si uniscono in una sintesi feconda. La possibilità di individuare delle regole, come suggerito da sant’Ignazio, nei processi decisionali, fa emergere anche l’ipotesi di una certa regolarità che accomuna le persone.
Decidere vuol dire, inoltre, riconoscere che la realtà che ci troviamo di fronte è sempre mutevole e originale. Se la realtà fosse immobile, allora non dovremmo chiederci come agire nelle nuove situazioni. Già Aristotele ricorreva, invece, al concetto di epikeia che potremmo tradurre come valutazione o proprio come discernimento. L’epikeia è connessa alla virtù della fronesis, ovvero a quella forma di conoscenza che potremmo tradurre con «prudenza»[15]. Ci sono, infatti, certamente dei principi o norme generali che accompagnano la vita, ci sono valori in cui crediamo, c’è una sapienza acquisita nel tempo. Eppure la realtà ci propone di volta in volta situazioni nuove, casi particolari. I fatti contingenti non sono mai totalmente riportabili a una norma generale. Ecco perché le nostre decisioni richiedono da parte nostra una valutazione, per capire come adattare di volta in volta la regola generale al caso particolare: ferire una persona è un male, ma se si tratta di ferirla per estrarre un freccia da cui è stata colpita, allora ferire non è un male, ma un modo per salvare la vita.
In tal senso, sant’Ignazio afferma che il discernimento più difficile è quello che occorre fare davanti al bene. È proprio questo, infatti, il caso in cui possiamo maggiormente sbagliarci. Un bene non va scelto per il semplice fatto di essere un bene, ma occorre valutare se si tratta di un bene reale per la persona in questo momento. La situazione contingente della persona è un elemento fondamentale nella valutazione. Si tratta di una considerazione che mette in luce la dimensione temporale, cioè storica, dell’esistenza umana.

7. Autenticità

Sebbene il discernimento preluda per lo più all’azione, non è questa la dimensione che lo caratterizza propriamente. Il discernimento è un processo continuo nella vita della persona, che consente di prendere consapevolezza del proprio mondo interiore. Questa consapevolezza può preludere alla decisione, ma non è necessariamente finalizzata a essa. La persona che discerne è una persona in contatto con se stessa e proprio per questo è una persona libera che non abdica alla propria responsabilità. È in altre parole una persona autentica, perché decide di sé.
Allo stesso modo, anche la relazione con Dio è tanto più vera quanto più è caratterizzata dal discernimento. Una fede che non discerne rischia di diventare retorica, intellettualizzazione o fondamentalismo. In tal senso comprendiamo l’insistenza con cui, nel suo magistero, papa Francesco continua a ribadire la centralità del discernimento per la vita cristiana: non è possibile essere credenti senza essere prima autenticamente umani.

Nota bibliografica


C.A. Bernard (ed.), L’antropologia dei maestri spirituali. Simposio organizzato dall’Istituto di spiritualità dell’Università Gregoriana (Roma, 28 aprile - 19 maggio 1989), Paoline, Milano 1991; M. Costa, Direzione spirituale e discernimento, ADP, Roma 2009; G. Grandi, Decidersi. Scegliere e decidere di sé secondo una prospettiva antropologica cristiana, Meudon, Portogruaro (VE) 2009; T.H. Green, Il grano e la zizzania. Il discernimento: punto di incontro tra preghiera e azione, ADP, Roma 2007; M. Ruiz Jurado, Il discernimento spirituale. Teologia, storia, pratica, San Paolo, Milano 1997; G. Sovernigo, Le dinamiche personali nel discernimento spirituale, EMP, Padova 2010.

[1] Z. Bauman - K. Tester, Società, etica e politica. Conversazioni con Zygmunt Bauman, Raffaello Cortina, Milano 2002, 95.

[2] «Factus eram ipse mihi magna quaestio»: Agostino, Confessioni, IV, iv, 9.

[3] Agostino, Commento all’epistola ai Parti di san Giovanni, IV, vi.

[4] Cf. Agostino, De beata vita, Prologo.

[5] Cf. H.W. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, Queriniana, Brescia 1975, 40-58.

[6] A. Damasio, Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello, Adelphi, Milano 2003, 40 e 108.

[7] Massimo il Confessore, Centurie sulla carità III, 42: SC 9.

[8] Cit. in Arriano, Enchiridion, 5.

[9] Cf. M. Recalcati, Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina, Milano 20172; Id., Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli, Milano 2014 (ndr).

[10] M. Heidegger, Essere e tempo, Mondadori, Milano 2006, §9.

[11] Agostino, Confessioni, I, i, 5.

[12] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, 2.

[13] Agostino, De magistro, XIV, 45.

[14] Tommaso, De veritate II, 6, ad. 3.

[15] Aristotele, Etica Nicomachea, V, 10-11, 1137a 31-1138a 3.


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