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Ripensare le incombenze dei parroci
Editoriale

Per i parroci è sempre più difficile conciliare il servizio pastorale con le responsabilità amministrativo-gestionali. Negli ultimi decenni sono notevolmente aumentate le incombenze pratiche relative alla gestione e all’amministrazione delle parrocchie. Il lamento è ormai corale: le incombenze economiche e burocratiche assorbono tempo ed energie e molti parroci le avvertono come estranee al ministero pastorale vero e proprio. La diminuzione del numero dei presbiteri complica ulteriormente il quadro: è frequente che a un parroco sia assegnata la cura di più parrocchie, così che egli può trovarsi a dirigere il restauro o la manutenzione di edifici, insieme alla gestione di un numero talvolta non trascurabile di opere già esistenti. A ciò si aggiunga il fatto che i preti impegnati nel servizio parrocchiale possono avvalersi sempre meno dell’apporto dei religiosi (e delle religiose), anch’essi alle prese con la penuria di nuove vocazioni.
La situazione è delicata: da un lato, il parroco non può esimersi dalle incombenze riguardanti le questioni burocratiche, perché i mancati adempimenti amministrativi comportano sanzioni; dall’altro, nella vita di molti parroci queste incombenze sono diventate soffocanti, con ripercussioni sul loro ministero.
Con tutto ciò, i parroci non hanno la possibilità di delegare nessuna delle proprie incombenze amministrative. Secondo la normativa canonica, solo il parroco può rappresentare giuridicamente la parrocchia ed è l’unico che possa e debba amministrarla. Solo nel caso estremo di grave negligenza (can. 1729 § 1), il Consiglio pastorale per gli affari economici, su provvedimento del vescovo, può sostituirlo.
Burocratizzazione del sacro e sovraccarico delle condizioni di vita sono un rischio concreto, come segnalato da diverse ricerche sui presbiteri, per i quali il peso crescente delle incombenze burocratiche figura tra le cause di maggior di disagio. La gestione dei beni ecclesiastici, con tutto ciò che comporta, comprime lo spazio del rapporto con i fedeli e pone le premesse perché si indebolisca la figura del prete come punto di riferimento spirituale. Sul piano personale, si creano tensioni tra ciò che il parroco è chiamato a essere, soprattutto come guida e sostegno spirituale, e ciò che egli può effettivamente offrire alle persone, che ancora chiedono la sua presenza in molte situazioni. È altrettanto evidente, però, che il ministero pastorale del parroco non possa essere esclusivamente sacramentale o catechistico, vale a dire solo “spirituale”: nella vita di ogni persona, e quindi anche del parroco, vi sono incombenze pratiche da svolgere con amore e per amore, o almeno con diligenza.
Di certo non è la prima volta nella storia della chiesa che i parroci si trovano ad affrontare situazioni problematiche. Ma, come osserva Giorgio Ronzoni, ai nostri giorni si ha l’impressione di assistere a un capovolgimento della scelta compiuta dalla prima comunità cristiana di Gerusalemme, narrata al sesto capitolo del Libro degli Atti. Gli apostoli sperimentarono il carico eccessivo derivante dal servizio alle mense, oggetto di rimostranze da parte dei beneficiari, e decisero di affidare tale “incombenza” a un gruppo di sette uomini, di buona reputazione, pieni di Spirito Santo e di sapienza. In questo modo, essi poterono dedicarsi con maggior libertà alla preghiera e all’annuncio della Parola.
Papa Francesco ricorda che «il prete non è un burocrate o un anonimo funzionario dell’istituzione»[1], ma le condizioni operative possono ridurlo a ciò, suo malgrado. La legislazione canonica ha indubbiamente lo scopo di assicurare al parroco le migliori condizioni per l’esercizio del munus regendi, ma le situazioni mutano rapidamente, e in un contesto in cui i parroci devono farsi carico della cura di più parrocchie, occorre avviare un percorso di riflessione. L’amministrazione dei beni temporali attiene alla potestas iurisdictionis e non alla potestas ordinis: se finora si è preferito assegnarla in via esclusiva ai parroci è per garantire loro piena libertà di azione nel quadro dell’attività parrocchiale. Al di là del fatto che non sempre questa scelta abbia sortito gli effetti desiderati, ci si può chiedere se non sia «giunto il momento di dare loro – almeno a quelli che lo desiderano – la possibilità di delegare l’impegno dell’amministrazione» (infra, p. 136).
«CredereOggi» intende richiamare l’attenzione dei suoi lettori, e attraverso di essi quella della comunità ecclesiale, su un aspetto rilevante nell’esperienza di molti parroci, un aspetto che condiziona la vita dei diretti interessati, ma che inevitabilmente si ripercuote sull’intera attività pastorale. Pur non potendo esaurire l’ampio spettro delle questioni legate al rapporto tra servizio pastorale e incombenze burocratico-amministrative, il fascicolo si propone di mantenere viva la discussione su questo tema che, a meno di cambiamenti repentini attualmente non all’orizzonte, caratterizzerà sempre di più la vita delle comunità parrocchiali nei prossimi anni.
Il primo contributo è di Alessandro Castegnaro, Ci sarà ancora un parroco nel nostro futuro? Il parroco oggi. Uno sguardo sociologico. Diversi gli aspetti su cui si concentra la riflessione. Tra questi, il profilo del parroco in un contesto tradizionale, ormai tramontato, posto in rapporto alle nuove tendenze, sviluppatesi in tempi più recenti, che hanno modificato la figura e la condizione del parroco.
Matteo Visioli, La potestas e il sacramento dell’Ordine affronta una serie di interrogativi circa la natura di questo potere e il suo eventuale esercizio da parte dei fedeli battezzati, sullo sfondo delle indicazioni magisteriali. La potestas è associata al sacramento dell’Ordine sacro per il servizio e l’edificazione della chiesa.
Lungo la storia, nella chiesa sono affidate mansioni di responsabilità anche a non presbiteri, soprattutto nell’ambito della gestione dei beni ecclesiastici. Sulla situazione attuale, caratterizzata da segni incoraggianti, ma anche da ritardi e carenze, riflette l’economo della Conferenza episcopale italiana Mauro Salvatore, Le figure di «responsabili» non presbiteri.
Il contributo di Alphonse Borras, Incombenze amministrative dei parroci in Belgio tocca diversi aspetti: gli obblighi del parroco secondo il Codice di diritto canonico, il riferimento alla particolare tipologia parrocchiale in Belgio, ormai ricomposta in unità pastorali, e il complesso equilibrio tra visione pastorale e gestione economica.
Lo studio di Arturo Cattaneo, La situazione del parroco nel diritto ecclesiastico svizzero, permette di gettare lo sguardo in un contesto geograficamente prossimo a quello italiano, ma regolato da una legislazione che disciplina in modo del tutto diverso il rapporto chiesa-stato, con notevoli riflessi sulle responsabilità del parroco e le sue condizioni di vita.
Il diacono permanente può dare un contributo significativo anche nel caso di parrocchie senza un parroco residente. Diverse questioni, tuttavia, restano aperte: qual è la sua autorità? Come si pone in rapporto alla figura del parroco? Ne è un supplente oppure la sua funzione si deve comprendere secondo altre categorie? Di questi e altri interrogativi si occupa l’articolo di Monica Chilese, I diaconi in luogo dei presbiteri nelle comunità parrocchiali senza parroco residente.
È in atto un profondo ripensamento circa il rapporto tra donna e ruoli ministeriali e decisionali all’interno della comunità cristiana. Una panoramica storica, a partire dalla testimonianza evangelica fino ai nostri giorni, è offerta da Maria Chiara Marzolla, Donne e ministeri: servizio e responsabilità.
Infine, a mo’ di sintesi, si pone il contributo di Giorgio Ronzoni, Ripensare le incombenze amministrative dei parroci. Partendo dall’analisi della situazione ecclesiale odierna, il contributo – di carattere teologico-pastorale, ma in dialogo con la normativa canonica – segnala piste di approfondimento, formulando anche proposte concrete di soluzione.
L’Invito alla lettura, a cura di Luigi Dal Lago, offre segnalazioni bibliografiche su un argomento tanto delicato quanto importante non solo per i parroci, ma anche per l’intera comunità ecclesiale, che riconosce nel parroco una figura fondamentale del suo cammino come popolo Dio.
Buona lettura.

[1] Francesco, Discorso alla Conferenza episcopale italiana (16 maggio 2016).


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