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Dalla proscrizione al discernimento
Editoriale

 In necessariis unitas,
in dubiis libertas
in omnibus caritas
[1].

Eresia è un termine che evoca antiche controversie dottrinali, contrapposizioni che hanno segnato il cammino del pensiero cristiano, già a partire dai primi secoli. La storia ci ha consegnato figure eminenti che in nome della fedeltà alla vera fede hanno accettato lo scontro con coloro che la negavano o la mettevano in dubbio, giungendo anche a subire la persecuzione, l’esilio, addirittura la morte. Ma quello di «eretico» è anche l’epiteto con cui, in modo semplicistico e sbrigativo, si è qualificato l’avversario di turno. Non soltanto, dunque, la custodia dei significati evangelici, di ciò che è essenziale e irrinunciabile, ma anche uno spauracchio da agitare per mettere a tacere voci scomode o semplicemente non allineate con il pensiero dominante.
Il termine ha diversi significati. Nel pensiero greco-ellenistico, hairesis indicava scelta, scuola di pensiero, via specifica di sapienza, ma anche opzione pratica, percorso di vita. Nel mondo giudaico, secondo la testimonianza di Giuseppe Flavio, il termine designava invece i partiti o i movimenti (esseni, farisei, sadducei) che caratterizzavano il panorama religioso al tempo di Gesù (I secolo d.C.). Assente nei vangeli, il termine «eresia» compare negli Atti degli Apostoli (5,17; 26,5), ma è soprattutto a partire dall’epistolario paolino che assume una connotazione negativa, come fattore divisivo nella comunità cristiana (1Cor 11,18-19; Gal 5,20). Nella Lettera a Tito (3,9-11) e nella seconda Lettera di Pietro (2,1), il termine «eresia» assunse, invece, il significato di deviazione perniciosa del pensiero. Con questa nuova accezione ebbe inizio una copiosa letteratura antieretica, come testimoniato, ad esempio, dalle opere di Giustino (Trattato contro tutte le eresie), Ireneo (Esposizione e confutazione della falsa gnosi [noto come Adversus haereses]), Tertulliano (La prescrizione contro gli eretici), ecc.
È ancora questa l’idea prevalente nella mentalità odierna: l’eresia intesa come «deviazione dottrinale», in contrapposizione a un nucleo essenziale, rappresentato da ciò che è ritenuto come ortodossia. La ricerca, tuttavia, ha evidenziato una realtà più complessa e articolata. A lungo si è ritenuto che all’origine del fenomeno, prima ci fosse l’ortodossia, da cui solo in un secondo momento, come deviazione colpevole o deliberata, si sarebbe distaccata l’eresia. Il tradizionale modello «luce-ombra» (precedenza della retta dottrina che di riflesso porta con sé la denuncia dell’errore) fu criticato da Walter Bauer (1934), il quale interpretò l’eresia come un fenomeno complesso nel quale intervengono più fattori, anche se non dello stesso valore o peso (cf. Cristina Simonelli). L’osservazione dello studioso tedesco fece comprendere che di fronte all’eresia occorre muoversi con intelligenza evangelica, con capacità critica, con attitudine ermeneutica o detto altrimenti con profondo discernimento.
Non di rado invece si è affrontata la questione dell’eresia ricorrendo a indebite semplificazioni. Ciò è accaduto nell’antichità, ma anche, per motivi diversi, in epoca moderna e contemporanea, dove – alla luce della cultura del sospetto – il fenomeno è stato archiviato come operazione ideologica, compiuta dalle strutture ecclesiastiche, interessate unicamente ad affermare il proprio potere. Come ha ricordato Giovanni Paolo II, in occasione del grande giubileo dell’anno 2000, la storia ha registrato anche violenze pubbliche nella lotta contro le eresie. D’altro canto, però, non sono mancati esempi positivi, se non illuminanti, come nel caso del processo che ha portato alla formazione del canone delle Scritture. Riguardo ai vangeli, il processo è stato «plurale, inclusivo, ma non equivoco» (Cristina Simonelli), salvaguardando l’originalità di ogni vangelo, senza mettere in secondo piano l’eccedenza dell’evento Cristo rispetto alle testimonianze dei singoli autori.
Discernimento è allora la parola chiave: si tratta di allargare lo sguardo su molteplici piani e considerare la vita cristiana nel suo insieme, senza respingere le domande né l’interrogazione costante, nella consapevolezza del carattere provvisorio e perfettibile delle formule e delle regole. È quanto insegnato da Tommaso d’Aquino per il quale l’atto della fede non è rivolto agli enunciati, ma alla realtà creduta[2]. Ed è quanto si propone il presente fascicolo: presentare una riflessione ampia e articolata sull’eresia, tema da non rubricare semplicemente come retaggio del passato, ma che richiede un approccio attento alla complessità, investigando non solo sulle forme che essa ha assunto nel corso dei secoli, ma cercando anche di comprenderne le cause profonde e le declinazioni nel contesto culturale ed ecclesiale dei nostri giorni.
L’articolo introduttivo è di Cristina Simonelli, Eresia: all’incrocio di molte vie. Nella tradizione cristiana, il discorso sull’eresia rimanda alla custodia di ciò che è essenziale, ma in diverse circostanze hanno prevalso altre preoccupazioni. L’eresia si presenta invece come una realtà polivalente, dai contorni non sempre definiti, che si pone come pungolo critico al pensiero dominante, non di rado esposto al rischio dell’intolleranza ideologica.
Il concetto di «eresia» riguarda anche il mondo ebraico, dove indica i rapporti tra i vari gruppi o partiti che formano la sua diversità. Nella fase della separazione tra cristianesimo e movimento rabbinico, il tema dell’eresia assume una connotazione «negativa» in entrambe la parti. Nell’ebraismo contemporaneo prevale invece la dialettica tra «eresia» e «apostasia» per regolare i rapporti tra i vari gruppi, caratterizzati da profondi contrasti dottrinali. Su questi aspetti, riflette Gabriele Boccaccini, Eresia? Una prospettiva ebraica.
L’ortodossia non assume necessariamente un volto ostile. Pasquale Basta, L’Evangelo quadriforme come forma dell’ortodossia, dimostra come già a partire dal processo di formazione del canone delle Scritture sia presente un esempio di ortodossia plurale, inclusiva e non equivoca.
È corretto utilizzare il concetto di «eresia» per comprendere l’ostilità con cui Gesù fu trattato dalle autorità religiose giudaiche del suo tempo? Alcune affermazioni di Gesù potevano essere interpretate come «eretiche» dai suoi avversari? A questi e ad altri interrogativi risponde Piero Stefani, Gesù eretico.
Il contributo di Walter Magnoni, Eresie. Non solo idee, ricorda che l’eresia non è solo questione di parole o sistemi di pensiero: oltre all’ortodossia esiste l’ortoprassi, ovvero un agire coerente con quanto si professa. In un’epoca segnata dal narcisismo e dal consumismo, appare importante riflettere sul rapporto del credente con le ricchezze, l’inclusione sociale dei poveri e la cura dell’ambiente.
La costruzione dell’altro in quanto eretico (ma anche nemico, straniero o deviante) segue traiettorie particolari. Il saggio di Cristina Simonelli, Evidentemente eretici. Procedimenti di costruzione dell’altro mette a fuoco questi percorsi al fine di ricostruire le reali connotazioni dell’eresia di cui si parla, ma anche per decostruire il tratto violento che spesso caratterizza questi procedimenti.
Il dialogo ecumenico ha compiuto numerosi progressi anche sul piano linguistico, ovvero circa il modo in cui si parla delle altre chiese. Una parola come «eresia» in questo contesto è semplicemente fuorviante, come dimostra la riflessione di Simone Morandini, Il dialogo ecumenico: decostruire «eresia»?
All’eresia si associa spesso il sospetto, un atteggiamento ambivalente che apre e chiude percorsi di vita e squarci imprevisti per nuove letture del mondo. In questa complessità, ci sono sospetti buoni e sospetti cattivi, e occorre trovare una misura che permetta di riconoscerli. È quanto sostiene Lucia Vantini, Sospettare nel bene e nel male.
Nella Documentazione, Cristina Simonelli propone un singolare percorso analitico (Logiche escludenti), muovendo da testi che dischiudono prospettive originali sul tema dell’eresia: dalla tradizione rabbinica, alla voce di un autore del V secolo d.C., al testo di una Bolla pontificia indirizzata a due inquisitori della Germania, per giungere ad alcuni autori contemporanei.
Infine, l’Invito alla lettura, curato da Aleksander Horowski, offre un ricco repertorio bibliografico, a beneficio del lettore che intende avviare un proprio percorso di approfondimento sull’eresia, il suo sviluppo storico e le sue diverse declinazioni fino ai nostri giorni.
Buona lettura.

[1] «Unità nelle cose necessarie, libertà in quelle dubbie, carità in tutte». Di discussa attribuzione (molti hanno pensato a sant’Agostino, ma si tratta di congetture), la frase fu utilizzata da Giovanni XXIII nella sua prima lettera enciclica, Ad Petri Cathedram (29 giugno 1959), sui tre beni da promuovere e conseguire secondo lo spirito della carità cristiana: la verità, l’unità e la pace.

[2] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae II-II, q. 1, ad 2um.

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