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Denaro, dimensione spirituale e sostenibilità
Editoriale

Il mondo oggi non richiede alla comunità ecclesiale di non avere beni, ma di gestirli nella trasparenza, nel rispetto delle leggi e a servizio delle diverse forme di povertà. È anche quanto sostiene papa Francesco: «La trasparente e professionale gestione delle risorse economiche è immagine di una vera famiglia che cammina nella corresponsabilità e solidarietà tra i suoi membri e con i poveri»[1]. Come dimostra la cronaca, la gestione dei beni è un banco di prova per la chiesa, chiamata a testimoniare il Vangelo anche nell’amministrazione economica, consapevole che si tratta non di una questione marginale, ma di un vero e proprio luogo di annuncio e di verifica della propria credibilità.
Nulla di nuovo. Il primo dissidio all’interno della comunità cristiana negli Atti degli Apostoli non fu di ordine dottrinale, ma di carattere economico, come ricorda la vicenda di Anania e Saffìra (At 5,1-11). La fede in Gesù Cristo e l’annuncio del Vangelo furono gli elementi distintivi della comunità di Gerusalemme, ma ben presto i primi cristiani impararono che non era possibile ignorare la dimensione economica, in concreto l’attenzione alla comunione dei beni, senza che ciò generasse disagi e tensioni (l’assistenza quotidiana alle vedove di lingua greca: At 6,1-2).
Non basta dunque offrire “servizi spirituali”, operare in gratuità o essere animati da nobili intenzioni: sono necessarie trasparenza e ragionevolezza nel legare mezzi e fini, rendendo conto delle proprie scelte, delle azioni concrete e dei risultati ottenuti. Solo così potrà nascere e consolidarsi una cultura della corresponsabilità e della fiducia verso gli organismi che agiscono nella chiesa o a suo nome, soprattutto quando sono in gioco la solidarietà e la carità cristiana.
Talvolta in ambito ecclesiale (ma non solo), sul denaro e l’economia prevalgono invece giudizi morali generici e superficiali che ignorano le dinamiche etiche e comunicative dell’agire economico: nel modo in cui si dispone concretamente dei beni si producono messaggi non verbali che pesano, segnali forti rispetto ai quali le spiegazioni verbali possono risultare superflue, e spesso non essere nemmeno credute (cf. Italo De Sandre). Nella prassi ordinaria della chiesa questi aspetti rimangono in gran parte non esplicitati, non chiariti, pensando che si tratti di questioni di competenza delle autorità canoniche o dei soli addetti ai lavori, tenuti peraltro al segreto d’ufficio.
La questione non riguarda solo i “vertici”. Tra i fedeli il senso di appartenenza è spesso fragile e i rapporti con l’istituzione ecclesiastica, ad esempio la parrocchia, sono spesso on demand, cioè limitati a una prestazione da richiedere (la celebrazione di una messa, un battesimo, un funerale, ecc.). Il riconoscimento di far parte di un “noi” concreto, una comunità precisa, solo in rari casi si traduce in corresponsabilità che preveda la partecipazione ai costi e ai benefici di ciò che la comunità è o fa. Alcuni vescovi e parroci hanno avviato processi di condivisione nel progettare, decidere, realizzare e valutare le azioni pastorali, ma non si tratta ancora di una prassi diffusa: laddove, però, questo è avvenuto, sembra che l’atteggiamento della comunità ecclesiale abbia iniziato a mutare, prendendo coscienza di un nuovo modo di percepire e vivere l’esperienza della fede in senso più comunitario.
La scarsa trasparenza delle organizzazioni ecclesiastiche, unita alla prassi impersonale di sostegno delle confessioni religiose in Italia, ha contribuito invece alla creazione di una distanza non facile da superare, nonostante i progressi da parte degli organi competenti (ad esempio, la comunicazione della Conferenza episcopale italiana in merito alla gestione del gettito derivante dall’ottoxmille). La sfida consiste nel tener insieme gli ideali, la gratuità e la sostenibilità. In altre parole, si tratta di realizzare la propria missione, crescendo e sviluppandosi senza soffocare le motivazioni ideali. Non è semplice, ma neppure impossibile: armonizzare sostenibilità e fedeltà ai propri ideali richiede uno sguardo ampio che abbia ben chiara la meta cui tendere, con un’idea sullo sviluppo delle opere, senza snaturare elementi fondamentali come la gratuità e l’attenzione ai più poveri.
La rivista dedica questo fascicolo monografico alla sostenibilità economica della chiesa, nella convinzione che riflettere sul rapporto tra denaro-economia e vita quotidiana della chiesa sia un impegno non più dilazionabile, ma da affrontare con intelligenza evangelica, capacità critica e professionalità. Ogni realtà ecclesiastica, quando valuta e decide come disporre delle proprie risorse economiche, non può venir meno alla fedeltà al messaggio evangelico: è in gioco la credibilità stessa del ministero pastorale e della testimonianza di fede.
Il movente economico non è all’origine dell’agire ecclesiale e delle sue diverse articolazioni organizzative, ma queste non possono durare nel tempo senza una buona gestione delle risorse. In un mondo complesso e in rapido mutamento, si tratta di cogliere ciò che tiene insieme gli ideali e la sostenibilità, con scelte di governance coerenti con la propria missione. È quanto sostiene Alessandra Smerilli, Di che cosa vive la chiesa oggi: tra teologia, pastorale e sostenibilità.
Un approccio in chiave storica al sostegno economico della chiesa è proposto da Elio Apeciti, La storia del «sovvenire» letta in parallelo con la storia della chiesa nel fondamento della parola di Dio. Muovendo dai Vangeli e dall’esperienza della prima comunità cristiana, l’articolo descrive la situazione “economica” della chiesa, con particolare attenzione ad alcuni snodi fondamentali: il Medioevo, il concilio di Trento, ciò che è accaduto nel corso dell’Ottocento, la svolta del concilio Vaticano II e il nuovo quadro delineatosi con la revisione dei Patti lateranensi del 1984.
L’epistolario paolino si sofferma sulla prassi caritativa delle comunità fondate dall’Apostolo delle genti, facendone emergere lo stile solidale, i vincoli di reciprocità familiare e l’impegno a sostenere i bisognosi tra i credenti. Su queste e altre forme di solidarietà delle comunità paoline, da comprendere alla luce dell’identità e della missione della chiesa delle origini, riflette Giuseppe De Virgilio, Paolo e la sostenibilità economica delle «sue» comunità.
L’articolo di Italo De Sandre, Chiesa, denaro, solidarietà: intenzioni e responsabilità, affronta un tema delicato: la relazione tra denaro/economia e vita quotidiana della comunità ecclesiale. Trasparenza, condivisione e professionalità sono le chiavi per favorire un più radicato senso di appartenenza alla chiesa, fondato non più sulla delega, ma sulla corresponsabilità e l’impegno personale.
Una riflessione sul rapporto tra denaro, dimensione spirituale e azione pastorale è offerta da Giulio Carpi, La raccolta fondi come evangelizzazione: il fundraising. Lo studio si concentra sul fundraising e le sue motivazioni ideali, nella convinzione che esso sia da pensare come un atto di evangelizzazione, dove non è importante solo la richiesta di denaro, ma anche il coinvolgimento delle persone e l’appello alla conversione che unisce chi cerca e chi dona.
La questione della sostenibilità economica riguarda anche gli istituti di vita consacrata, chiamati a vivere nella fedeltà al proprio carisma in un tempo che li vede alle prese con una difficile situazione: la scarsità di nuove vocazioni e la conseguente necessità di ridisegnare la distribuzione delle presenze e delle opere (scuole, ospedali, centri assistenziali, ecc.). Sull’impatto con queste sfide riflette Giovanni Dalpiaz, Crescita e declino nelle presenza sociale degli istituti di vita consacrata.
Fin dalle sue origini, il movimento francescano ha fatto della povertà e dell’uso povero dei beni uno dei tratti caratteristici del suo stile di vita. Ma il tempo passa, il mondo cambia e le diverse generazioni non possono limitarsi alla mera ripetizione del passato. Sui modi in cui il francescanesimo risponde alle sfide odierne offre il proprio contributo Martín Carbajo Núñez, Sostenibilità economica della famiglia francescana.
Infine, un contributo a due voci: Vanna Ceretta e Gabriele Pipinato, La gestione economica: luogo di annuncio credibile. La gestione economica dei beni ecclesiastici è avvertita dai parroci o da altri operatori come un peso. Non lo si può negare, ma resta pur sempre vero che l’amministrazione dei beni è parte integrante della pastorale e le scelte in questo campo possono dare scandalo oppure offrire una testimonianza di coerenza e affidabilità.
Nella Documentazione: Bilancio: comunicazione e trasparenza, il lettore può accostare tre testi interamente ripresi dal Rapporto annuale 2016 della diocesi di Padova, chiesa all’avanguardia nella redazione del bilancio, secondo criteri di trasparenza e completezza, che consentono di cogliere lo «spirito» dell’iniziativa e possono rappresentare motivo d’ispirazione per altri enti.
A conclusione, è da segnalare l’Invito alla lettura, a cura di Oreste Bazzichi, in cui il lettore trova preziose indicazioni bibliografiche relative a una materia articolata e complessa come la sostenibilità della chiesa, in cui è implicata un’ampia gamma di competenze in diversi settori.
Buona lettura.

[1] Francesco, Discorso ai Partecipanti al Capitolo generale dell’Ordine dei Frati minori cappuccini (14 settembre 2018).


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