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Chiesa, denaro, solidarietà: intenzioni e responsabilità
Italo De Sandre

1. Di cosa vive la chiesa: dal retroscena alla scena

Quando si riflette su di un problema complesso come questo, l’attualità sociale ed ecclesiale è nello stesso tempo la cornice del senso e la spinta a capire, e l’intemperie attuale rende urgente almeno porsi delle domande. Pochi anni fa, preparando una riflessione per una pubblicazione delle Edizioni Messaggero Padova, piccola ma con un tema importante: La redenzione è gratuita, si era venuti a conoscenza di una relazione-deliberazione del 2014 della Corte dei conti molto critica sulla «destinazione e regolazione dell’otto per mille dell’Irpef», cioè sulle modalità con cui è gestita la scelta di destinazione dell’otto per mille dei redditi dei cittadini[1]. Il massimo organo di controllo delle finanze pubbliche sottolineava soprattutto che chi non sceglie probabilmente non sa o non si rende conto che di fatto delega a chi sceglie la destinazione della sua parte di reddito, per cui non vengono rispettati i principi di proporzionalità, volontarietà e uguaglianza in materia. Facendo dei semplici calcoli, se fossero stati rispettati tali principi e assegnati i fondi secondo la proporzione degli optanti effettivi, la chiesa cattolica nel 2014 avrebbe ricevuto poco meno di 500 milioni invece degli effettivi 1000 milioni di €uro circa[2].
Una domanda conseguente: come la chiesa potrebbe continuare a far fronte ai propri impegni tradizionali anche solo con un dimezzamento di quel contributo, dato che molti fedeli sono abituati da anni a delegare all’otto per mille la responsabilità del suo sostegno? Al di là di una serie di ammonimenti e di appelli, alcuni presbiteri, monaci e laici impegnati hanno ammesso che non c’è molta discussione e, soprattutto, che non c’è una seria riflessione teologica e culturale su questo tema.
Sono passati pochi anni da allora e, dopo il recente Giubileo della misericordia (8 dicembre 2015 - 20 novembre 2016), affrontare il rapporto in senso lato tra denaro, economia e vita quotidiana della chiesa vuol dire sforzarsi di riflettere non solo sul senso morale-religioso, ma più in generale sul senso socio-culturale del denaro, divenuto centrale almeno da un secolo a questa parte, e far emergere ragioni e affetti di un qualcosa che comunque è, e sarà, «luogo di contraddizione». Non si è sufficientemente consapevoli che il denaro è insieme una «cosa» concreta e un «codice simbolico», cioè un sistema di significati, valori, motivazioni, regole che, in una vita fatta di continui scambi sociali, dice ciò che si può o non si può avere o dare, comprare o vendere, possedere o donare, accumulare o dissipare. Questo codice, soprattutto dall’espandersi dei mercati e dell’industria, è infatti uno dei più importanti perché il denaro è diventato il mezzo necessario per ottenere pressoché qualsiasi fine cui venga dato valore, quindi è diventato valore-fine in se stesso: regola l’economia legale e illegale, ha a che fare con cibo e armi, cure mediche sofisticate e persone sfruttate come schiave.
Nel lessico corrente resistono rappresentazioni popolari, stereotipi e pre-giudizi oggi forse più correnti di ieri, sul rapporto tra «soldi», beni economici e religione, in cui vengono mescolati senza troppe sottigliezze Vaticano, curie, santuari, preti, avarizia, sperperi, potere, consumismo[3]. C’è una contrapposta attribuzione di senso, stereotipata appunto (rinforzata da scandali come quello dell’Istituto per le opere di religione [IOR]) da parte di individui o gruppi pregiudizialmente anticlericali verso i preti e i religiosi, di «fare i soldi con le offerte», di vivere «senza lavorare», di dirsi poveri e non esserlo, di «buttar via i soldi per fare chiese», ecc.[4]. La parola «denaro» ha connotazioni mai neutre e astratte, piuttosto di sospetto, perché tocca esperienze ed emozioni comuni, per di più in una fase di decennale crisi economico-sociale mondiale e locale non ancora superata. Dati i ripetuti richiami di questo pontefice a un’attenzione evangelica alla povertà, a un uso dei beni attento agli ultimi, alla trasparenza, il problema si è fatto ulteriormente delicato in campo cattolico, perché in alcune aree essi non sono accolti[5].
Non esistono ricerche empiriche specifiche su questo tipo di questione, ma la sua storia sociale complessa, pesante, ha prodotto nel tempo varie riflessioni sociologiche, e oggi induce soprattutto a fare un uso intelligente dell’«osservazione partecipante» (strumento insostituibile nelle ricerche e nel nostro stesso vivere quotidiano): su scarsità e ricchezza bisogna trovare parole nuove dalla tradizione e dalle nuove conoscenze, per vederne difficoltà e opportunità.

2. Il denaro: un codice di comunicazione, pervasivo e opaco

Nel dare un ordine mentale alle esperienze e alle azioni che facciamo, ogni volta scegliamo una tra le alternative che sensatamente abbiamo disponibili (tenendo peraltro in sospeso le alternative che non concretizziamo), e agendo condividiamo con altri l’azione e il suo senso per noi. La comunicazione con cui esprimiamo quello che pensiamo-facciamo è tessuta in ogni nostra relazione sociale, anche e soprattutto in forme non verbali. È un processo psicologico-culturale sempre a rischio, perché ha successo solo quando abbiamo in comune con gli altri sia la lingua sia soprattutto i nostri modi di dar significato alle cose, che nella comunicazione funzionano da media culturali, da codici simbolici (i media tecnologici sono la TV, il telefono, ecc.). Condividendo con gli altri un certo modo di pensare noi possiamo attribuire loro più correttamente il senso che loro danno alle azioni, esperienze, messaggi, e gli altri possono farlo rispetto a noi. Così costruiamo le nostre rappresentazioni culturali sugli altri e sugli eventi che succedono. È fondamentale che questa comprensione incrociata, reciproca, funzioni bene, non sia disturbata e distorta (vedi, al contrario, la crisi comunicativa di oggi, anche tra cattolici), che le interazioni risultino avere un senso condiviso, anche se in disaccordo su specifici problemi. In ogni sistema sociale sono attivi diversi codici simbolici che hanno appunto la funzione di regolare le aspettative reciproche in ogni ambito fondamentale del vivere, in modo tale che il senso delle esperienze e delle azioni in ciascun ambito di vita venga per il possibile compreso e attribuito. Si pensi ai modi di intendere la solidarietà collettiva, il potere e il diritto, la verità, la religione, il denaro, l’arte, l’amore tra due persone. In brevissima sintesi val la pena accennare ad alcune connessioni reciproche, nel nostro caso quelle con il denaro, che di fatto danno senso ai modi con cui lo si ottiene e lo si utilizza.
La solidarietà (in senso sociale generale, non nel senso di altruismo o beneficienza) è il codice generativo dell’etica di ogni società, perché intreccia il riconoscimento comune del «noi», la reciprocità (fare agli altri quello che si vorrebbe fosse fatto a se stessi, e il suo reciproco) e la fiducia, le responsabilità verso se stessi e gli altri: le disuguaglianze, le migrazioni, le povertà odierne nel mondo mostrano drammaticamente la centralità dell’economia e del denaro nella crisi della solidarietà.
Il codice verità definisce come distinguere il vero e il falso nelle conoscenze e nelle credenze, e l’istruzione, la ricerca, la comunicazione implicano finanziamenti, interessi, guadagno o gratuità.
Il codice religione[6] regola le aspettative sul senso ultimo delle esperienze, azioni e relazioni, della vita, della natura e del trascendente, induce a costruire e mantenere templi, case per religiosi, ad attivare opere, a donare e a raccogliere offerte.
Il codice arte regola ciò che si qualifica bello o brutto, da ammirare o rifiutare, monumenti e musei, che anche la chiesa costruisce e custodisce.
Il codice potere regola le aspettative su quanto uno può fare e soprattutto può far fare ad altri cose decise da lui, ed è legato al diritto, che definisce in forme legittimate ciò che è giusto e ciò che non lo è: il rapporto con il denaro è delicato e pesante, perché chi ha molto denaro ha di per sé molto potere, e viceversa.
Il codice amore (tra due persone) regola il modo in cui si possono formare ed esprimere sentimenti, affetti, legami sessuali tra persona e persona, nella condivisione delle esperienze profonde di un altro in quanto unico. Anche qui il modo di intendere e usare il denaro favorisce o impedisce il prendersi concretamente cura dell’altro.
Detto questo, il denaro è un medium di comunicazione che più di altri costringe a tener presente che (e come) le azioni profane e religiose con cui disponiamo concretamente di beni, producono messaggi non verbali che pesano. Volenti o nolenti si danno dei segnali forti rispetto ai quali certe spiegazioni verbali possono risultare un di più, e spesso non essere nemmeno credute. Noi stessi attribuiamo quotidianamente agli altri certe ragioni a partire da quanto vediamo sul loro modo di ottenerlo e di usarlo, a prescindere dalle loro intenzioni e dalle loro parole cui diamo più o meno credito. Il legame etico con la solidarietà, tra conoscenti, tra estranei appartenenti alla stessa società e verso «stranieri», è fortissimo, perché essa non si realizza senza un minimo di creazione e condivisione di risorse.
Il denaro, però, mostra da questo punto di vista un altro aspetto pesante dell’esperienza contemporanea: la distanza che anche attraverso il denaro l’individuo pone nei confronti delle persone e delle situazioni. Già nel 1900 Georg Simmel diceva: «L’influsso del denaro sulle relazioni, palese o travestito in mille forme, crea un’invisibile distanza funzionale tra gli uomini che costituisce una protezione interna e una compensazione»[7]. Ci rendiamo conto, anche quando diamo un’elemosina, di come il denaro segna la distanza psicosociale con quelle persone, consentendoci di allontanarle rapidamente dalla nostra portata visiva e annullarne il contatto[8]. Si pensi, sul piano mondiale, il peso dell’anonimità nella gestione dei capitali finanziari, sia legali che illegali, che ben poco tengono conto dell’economia reale, del valore del lavoro, dei diritti e doveri delle persone (e nel mondo si parla di «paradisi» fiscali o finanziari)[9].

3. Osservare, analizzare, agire con trasparenza

Nella chiesa sul denaro e l’economia si danno giudizi morali spesso generici, e di solidarietà si parla molto attraverso la forma di donazioni in denaro e di volontariato; solo da alcuni anni sono state fatte riflessioni serie sulle dinamiche etiche dell’agire economico, con prospettive nuove che non assumono il profitto come perno, ma le persone e l’ecosistema, la dignità e la giustizia per tutti, inclusi coloro che lavorano nelle organizzazioni ecclesiastiche[10]. All’interno della vita quotidiana concreta della chiesa questi temi restano in gran parte non esplicitati, non chiariti, considerando la materia di competenza delle autorità canoniche e di specifici addetti ai lavori, tenuti al segreto d’ufficio. Si sono prodotti giudizi e norme in chiave morale, ritenendoli strumentali rispetto al grande valore della fede, agli appelli all’altruismo religioso, alla sacralità del ruolo dei sacerdoti, al governo della chiesa istituzione.
Oggi bisogna riuscire ad analizzare sistematicamente e con minor vaghezza le strategie legate agli stili di vita del clero e dei laici e laiche, alle risorse per la vita interna della chiesa, non separandole dalla solidarietà sociale di base verso tutti e tutto, affrontandone le posizioni contraddittorie[11].
In questo clima può crescere un’altra perplessità, su di un problema discusso già un secolo fa: con il denaro si ricompensano e pagano «prestazioni dello spirito», dove «spirito» non allude a religione, ma a dimensioni immateriali dell’agire sociale, laico e religioso, cioè conoscenze, regole, poteri, il cui valore non è legato alla fatica soggettiva e all’utilità economica del lavoro stesso. Nelle diverse chiese cristiane o confessioni religiose ci sono modi diversi di considerare il fatto che un ministro, prete, pastore, monaco, si impegni a mantenersi da sé, producendo beni e servizi, oppure che sia la comunità dei suoi fedeli a sostenerlo (oppure la società in generale come in parte in Italia).
Il papa ripete spesso l’importanza della gratuità dei servizi liturgici, contro certi «listini dei prezzi» delle messe e dei sacramenti che tempo fa venivano esposti in santuari e parrocchie. Una volta un parroco italiano in tutta sincerità si era sentito di dover esprimere la sua perplessità al riguardo, ritenendo che senza certe regole i suoi fedeli non avrebbero più contribuito al sostentamento della parrocchia. È utile tenere presenti entrambe queste affermazioni e capirne il senso, perché è tuttora un problema[12].
Una convinzione più comune emerge (meno sottovoce di una volta) nella quotidianità di laici e preti: che siano amministrate con più cura le eventuali rendite, le offerte dei fedeli, che si dia trasparenza alla circolazione e all’uso del denaro e dei beni in genere. Va riconosciuto che oggi molti sacerdoti si formano essi stessi e si fanno aiutare da laici preparati, magari ancora con poca partecipazione alle decisioni. In molte parrocchie le cose sono più trasparenti di una volta, meno frequente nelle diocesi e nelle opere che agiscono nel campo.
L’opacità simbolica interferisce in modo tutt’altro che positivo con il codice religione, e non può essere contrastata con affermazioni astratte. Bastano, dal vertice alla base, anche poche evidenze di ingiustizie, di sperperi, di occultamento o storno di soldi, il non pagare salari giusti, o strumentalizzare la buona fede di persone meno attrezzate per cultura o per età da parte di singoli preti o religiosi, per far incrinare la fiducia non solo verso i diretti responsabili, ma verso la chiesa o verso la religione in generale. Questo è già avvenuto. Secondo il Rapporto Demos 2015 sulla fiducia degli italiani nelle istituzioni, questo papa gode della fiducia dell’84% degli interpellati, ma la chiesa in generale del 47%. Nel 2013 per papa Benedetto XVI era il 53% e la chie sa in generale il 44%. La fiducia nel papa è molto aumentata, assai poco nella chiesa, percepita ancora come istituzione retta da regole e autorità, fondamentalmente impersonale e ancora autoritaria[13].

4. Da «buone intenzioni» a responsabilità concreta. Church Social Responsibility

Utilizzando anche per la chiesa l’idea di «solidarietà-comunione tra estranei»[14], è necessario riflettere sulla qualità dell’appartenenza religiosa. Sentire di appartenere alla chiesa cattolica non vuol significare «dirsi» semplicemente cattolici (in Italia ancora un’ampia parte di italiani nelle indagini si dichiara cattolico), ma sentirsi nel «noi» di una comunità concreta, localizzata, in cui si hanno incontri e legami di reciprocità faccia a faccia (che non di rado può avere i limiti del campanilismo, vedi le difficoltà di unire parrocchie e diocesi). In questa prospettiva già anni fa si è allargata la percezione dell’aumento delle persone che invece «credono senza appartenere»[15].
Per chi dichiara di appartenere alla chiesa cattolica il legame non è necessariamente forte a tal punto da sentirsi corresponsabile della propria parrocchia o diocesi, perché le relazioni possono esserci ma fragili, discontinue, on demand (far dire una messa, un funerale, ecc.). È la qualità delle relazioni personali oltre che formali a essere in questione, tra i fedeli, con il presbitero e tra fedeli e presbiteri di parrocchie vicine tra di loro. Un’appartenenza seria implica ciò che sopra si è riferito alla solidarietà: il riconoscimento di far parte di un «noi» concreto, la fiducia tra i membri della comunità, e soprattutto la responsabilità condivisa dei costi e dei benefici di ciò che la comunità è e fa.
La corresponsabilità è legata alla fiducia data e ricevuta, una virtù sempre messa alla prova, molto fragile: basta poco perché si rompa. Dare e ricevere credito ha un senso economico, ma soprattutto un valore sociale, relazionale, su di esso si basano i rapporti formali e le relazioni personali, perderlo è perdere una delle risorse sociali più importanti. Sono dimensioni correlate, in cui la debolezza (o la forza) di una indebolisce (o rafforza) le altre: la verifica di questo legame è data appunto dalla misura con cui le persone si fanno carico non solo delle idee, dei valori e degli obbiettivi, delle buone intenzioni, di una presenza più o meno costante ai riti, ma anche di una collaborazione diretta, gratuita o retribuita, dei costi, dei percorsi, dei risultati e degli effetti che le azioni producono.
Tale responsabilità è concentrata dal Codice di diritto canonico su vescovi e parroci, ma anche ad essi oggi viene chiesta una seria condivisione, nel progettare, decidere, realizzare, valutare le azioni pastorali. Già alla fine dell’Ottocento si indicava come segno del grande cambiamento sociale che stava avvenendo, il passaggio da un’«etica delle intenzioni» (che non tiene conto delle conseguenze, anche se si tratta di sofferenze e di distruzioni) a un’«etica della responsabilità» (che invece si fa carico dei costi, dei risultati e degli effetti).
Non è solo un problema di contabilità, ma di accountability (responsabilità, appunto), presa in carico di tutti i soggetti e i problemi coinvolti in un’azione, che implica un fare e anche un riflettere su quanto si fa, di verificare concretamente e di valutare insieme le proprie azioni nel contesto delle azioni di altri e dell’ambiente esterno.
Per i cattolici come singoli la vita si esprime tradizionalmente nella simbolizzazione di passaggi (battesimo, matrimonio, ricorrenze personali, ricorrenze collettive, messe festive, ecc.) in cui il rapporto tra denaro e riti si realizza seguendo lo stile di vita delle famiglie, con diversi orientamenti di offerte e di spese di eventuali festeggiamenti[16]. In campo cattolico va affrontato più ampiamente il tema della responsabilità sociale di comunità, non separando la vita dei singoli e quella dell’organizzazione ecclesiastica. In una parte del mondo economico da anni si è radicato – anche se ancora non molto diffuso – il senso etico della corporate social responsibility, l’assunzione di responsabilità delle imprese verso chi lavora all’interno, i soggetti esterni interessati, i clienti, la collettività locale, l’ambiente. È fondamentale che si allarghi anche nelle comunità religiose locali, nazionali e mondiale, la consapevolezza del valore testimoniale di un’etica dell’organizzazione ecclesiale, per la quale sia regola la valorizzazione di tutte le persone e dei loro diritti-doveri, senza che nessuno/a sia utilizzato e trattato come un servo, e che ciò si accompagni al senso dell’appropriatezza delle azioni, della loro sostenibilità, dell’equità nella distribuzione delle risorse tra le comunità locali, di una valutazione condivisa dei percorsi, dei risultati e degli effetti di tutto questo sulle persone e sulle cose. Un’etica dell’organizzazione, appunto, che non significa aziendalizzare le chiese ma, al contrario, rendere etici in primis i rapporti di collaborazone intra-ecclesiale.
Ciò che purtroppo sta emergendo è che l’ancora insufficiente trasparenza delle organizzazioni ecclesiastiche unita alla prassi notevolmente impersonale di sostegno delle confessioni religiose in Italia (di fatto in ampia proporzione nella chiesa cattolica), nei fatti hanno facilitato un clima non facile da mutare, nonostante la recente trasparenza nell’amministrazione dell’otto per mille già operata dagli organi competenti della CEI.
Negli ambienti economici delle diocesi ci sono molte difficoltà nel riconsiderare il modo globale con cui nella vita concreta s’intrecciano le dimensioni spirituali, relazionali, economiche, organizzative, che non si può continuare a separare e tantomeno a nascondere. Bisogna che tutti – anche fuori della chiesa cattolica – vedano e capiscano se non c’è malevolenza, che la vita pastorale, la carità, i servizi, sono frutto di cooperazioni serie, condivise, che costano e vanno valutate, che le persone si sentano informate e coinvolte, come dovrebbe essere nella vita normale di ogni famiglia, di ogni organizzazione sociale, tanto più in comunità generate da una fede.


[1] Cf. R. De Zan - I. De Sandre, La redenzione è gratuita. Denaro, culto e corresponsabilità, EMP, Padova 2015, 65-66.

[2] Nel sito del Ministero dell’economia e delle finanze (MEF) si vede che nell’ultimo anno di cui si dispone di dati dettagliati, il 2015, gli optanti totali sono stati il 42,79% dei contribuenti, entro i quali per la chiesa cattolica il 34,20%. Sulla base della disposizione dell’art. 47 della L. 222/1985 – frutto di un accordo diretto tra il governo italiano e la Conferenza episcopale italiana (CEI), per cui «in caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse» – la chiesa cattolica riceverà nel 2019 il 79,94% dell’importo totale.

[3] Andrebbero qui citati i bestsellers che trattano dei cosiddetti scandali vaticani. Si fa però più genericamente riferimento al peso culturale di stereotipi diffusi, non tanto alla radice scritturistica a cui i cristiani si richiamano, contenuta – ad esempio, come viene approfondito in modo specifico nel citato volumetto De Zan - De Sandre, La redenzione è gratuita – nel Vangelo di Luca (Lc 16,9-13), in cui vengono contrapposti due tipi di «ricchezze» a cui uno può aderire nella sua vita: o il denaro che inganna oppure ciò che è degno di fiducia; o farsi un culto del denaro (che diventa idolo) oppure adorare Dio «ricco di grazia». Il gioco originario di parole semitiche dei due termini della questione, che nel primo caso usa il notissimo «mammona», ricchezza, denaro intesi nel loro contenuto ingannevole e iniquo, incomprensibile in italiano, normalmente diventa uno stereotipo.

[4] C. Maltese, La questua. Quanto costa la chiesa agli italiani, Feltrinelli, Milano 2008, a cui ha risposto U. Folena, La vera questua. Analisi critica di un’inchiesta giornalistica, Avvenire, Roma 2008. Tra i recenti cf. G.L. Nuzzi, Via Crucis, Chiarelettere, Milano 2015; E. Fittipaldi, Avarizia. Le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della chiesa di Francesco, Feltrinelli, Milano 2015.

[5] Cf. Francesco, Discorso all’Assemblea generale della CEI (21 maggio 2018). All’opposto, l’impostazione culturale di un cattolico come il filosofo Marcello Pera al convegno «Chiesa cattolica, dove vai?» del 7 aprile 2018 (conclusosi con una declaratio su quale sia la fede autentica), che asseriva che la chiesa deve occuparsi della salvezza degli uomini e non della loro «liberazione», che la porterebbe a impegnarsi in modi da lui definiti fuorvianti nell’economia e nella politica. Si pensi alle posizioni simili nel mondo cattolico statunitense.

[6] Anche se alcuni nella religione non individuano un vero e proprio codice, quanto una forma particolare di regolazione culturale che si rifà a diversi codici simbolici di base.

[7] G. Simmel, Filosofia del denaro, UTET, Torino 1984, 610-611.

[8] Una distanza che però ha anche altri risvolti, come si può vedere prendendo, ad esempio, il rapporto tra un professionista e un cliente: da un lato, segnala la necessaria distanza «professionale» tra quel professionista e quel cliente, dall’altra deve consolidare la responsabilità e l’impegno che l’uno deve assumere rispetto all’altro.

[9] Di recente con queste attenzioni si è espressa, con una serie di prese di posizioni argomentate, il documento della Congregazione per la dottrina della fede - Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, Oeconomicae et pecuniariae quaestiones. Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario (17 maggio 2018), in http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20180106_oeconomicae-et-pecuniariae_it.html (18.9.2018).

[10] Cf. il lavoro di due dei più impegnati economisti L. Bruni - S. Zamagni (), L’economia civile, Il Mulino, Bologna 2015.

[11] Cf. la trasmissione su «Uomini e profeti» (RadioRAI3), condotta da Brunetto Salvarani, che ha affrontato il tema Bibbia ed economia, con interventi dell’economista Luigino Bruni e della giornalista Nicoletta Dentico, del Consiglio di amministrazione di Banca Popolare Etica.

[12] «“Tutti noi siamo stati salvati gratuitamente da Gesù Cristo e quindi dobbiamo dare gratuitamente”. È una lezione per tutti “gli operatori pastorali”, i quali “devono imparare questo”: che “la loro vita deve essere gratuita, a servizio all’annuncio, portati dallo Spirito”», Francesco, Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae (11 giugno 2018), in https://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2018/documents/papa-francesco-cotidie_20180611_omelia-santa-marta.html (18.9.2018). Cf. anche L. Bianchi, Monologo partigiano sulla gratuità. Appunti per una storia della gratuità del ministero nella chiesa, Il Poligrafo, Padova 2004.

[13] Cf. http://www.demos.it/a01211.php (18.9.2018). Per un’analisi ampia recente M. Faggioli, Cattolicesimo, nazionalismo, cosmopolitismo. Chiesa società e politica dal Vaticano II a papa Francesco, Armando, Roma 2018.

[14] Secondo l’espressione di Habermas, riferita alle società moderne, tra persone che non si conoscono, e frequentemente non condividono le stesse opinioni, ma dovrebbero essere disponibili a dialogare per costruire un’etica condivisa, cf. J. Habermas, Solidarietà tra estranei. Interventi su «Fatti e norme», Guerini e Associati, Milano 1997.

[15] Cf. G. Davie, Believing without Belonging: Is This the Future of Religion in Britain?, in «Social Compass» 37 (4/1990) 455-469.

[16] Si tratta di un problema non solo liturgico, come si può ben intendere, anche perché, comunque, le celebrazioni dei sacramenti diminuiscono, i matrimoni religiosi in molte parti d’Italia sono inferiori a quelli civili, e aumentano le convivenze che non celebrano riti pubblici di passaggio.


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