Sant'Antonio.org - Il portale della comunità antoniana
Edizioni Messaggero Padova
   Homepage
   Chi siamo
   L'ultimo numero
   Consulta i fascicoli
   Monografie 2019
   Le serie (1980-2018)
   Abbonamenti
   Mailing list
   Il mio carrello

 
Ricerca avanzata



Amarsi da Dio di Oliviero Svanera
Ero straniero di Anselm Grün
Politica di Lorenzo Biagi


 Stampa pagina           Segnala pagina



 
Il volto della chiesa che serve
Editoriale

Con la promulgazione della Costituzione sulla chiesa Lumen gentium (21 novembre 1964), i padri conciliari stabilirono che «il diaconato potrà in futuro essere ristabilito come grado proprio e permanente della gerarchia» (LG 29). Così, dopo secoli di oblio, nella chiesa d’Occidente riapparve la figura ministeriale del diaconato «permanente». Come si può facilmente immaginare, non si trattò di una decisione estemporanea, ma il frutto dell’articolata riflessione che aveva preceduto i lavori del concilio. Già alcune voci della ricerca teologica più autorevole ritenevano che «un ripristino del diaconato nella chiesa fosse senz’altro auspicabile e urgente» (Karl Rahner nel 1957). Ancor prima, verso gli anni Trenta del secolo scorso, in Germania il movimento «Caritas» sosteneva la reistituzione del diaconato permanente, mentre in Francia gli studi storici e teologici concordavano nel suggerire il recupero di una figura ministeriale e di una prassi attestate fin dai primi secoli. Oltre a ciò, alcuni teologi si erano già espressi a favore del ripristino della struttura tripartita del ministero ordinato, mentre appariva sempre più stretto il legame tra servizio liturgico e prassi caritativa. Anche dal mondo missionario – a motivo della penuria di sacerdoti e delle nuove emergenze sociali e pastorali –, vescovi e operatori pastorali ne sollecitavano il ripristino.
Da più parti, dunque, si erano levate voci in favore della reistituzione del diaconato, tuttavia, come osserva Serena Noceti nel suo contributo, «i padri conciliari non hanno voluto ripristinare una prassi del primo millennio, ma riconsiderare una figura ministeriale, che contribuisse al ripensamento complessivo del ministero ordinato e che fosse rispondente ai mutati bisogni pastorali». Se un grande passo era stato compiuto, molto però restava da fare. Su diverse questioni non vi era ancora piena chiarezza: ad esempio, l’identità e lo specifico del diaconato nel mutato contesto sociale ed ecclesiale; il rapporto tra la sacramentalità del diaconato e la sua natura “laicale” e, ancora, la formazione e la condizione di vita del diacono permanente in rapporto alla scelta celibataria o matrimoniale. Anche riguardo alle funzioni dei diaconi coesistevano opinioni diverse: alcuni pensavano a un “collaboratore” del presbitero sempre più oberato di compiti amministrativi; altri individuavano come principale ambito “operativo” del diacono il suo impegno nel mondo; per altri ancora, il raggio d’azione del diacono doveva essere più ampio e spaziare dall’impegno caritativo e sociale alla catechesi, fino all’animazione di comunità cristiane in assenza di presbitero e alla sua funzione nella liturgia (matrimoni, battesimi ed esequie). Per un quadro teologico più organico e sistematico bisognò attendere l’opera collettiva Diaconia in Christo, a cura di Karl Rahner e Herbert Vorgrimler (1962), voluto dall’episcopato tedesco in vista del concilio, allo scopo di sostenere la richiesta del ripristino del diaconato.
Il concilio dedicò molta attenzione alla questione: tre delle dieci commissioni che operarono nella fase preparatoria si interessarono al diaconato, auspicandone il ripristino. Si fronteggiarono due schieramenti opposti: l’uno decisamente contrario alla reviviscenza del diaconato, l’altro invece favorevole. Il concilio si pronunciò a favore di quest’ultima linea, inaugurando una nuova stagione ecclesiale caratterizzata dall’apporto della “nuova” figura ministeriale.
Ripristinando il diaconato, il concilio non intendeva semplicemente replicare una figura antica, bensì ripensare una figura ministeriale adeguata all’oggi, che fosse in accordo sia con la tradizione sia con le mutate condizioni ecclesiali e pastorali. Come noto, riguardo al diaconato la stagione postconciliare è stata segnata da resistenze e rifiuti, insieme a una comprensione talvolta limitata e strumentale della novità in atto, anche se non sono mancate reali aperture che hanno trasformato l’azione pastorale della chiesa. Ormai a cinquant’anni dalle prime ordinazioni diaconali[1], «CredereOggi» ritiene maturi i tempi per una riflessione su questa “rinata” figura ministeriale, la sua identità e la sua missione, nel tentativo di mettere in luce quanto è stato recepito dei desiderata dei padri conciliari, i nodi problematici tuttora irrisolti e soprattutto individuare il contributo dei diaconi alla crescita del popolo di Dio, in un contesto sociale e pastorale in continua evoluzione. L’approccio tiene conto di una pluralità di prospettive, non solo perché questo è lo stile della rivista, ma perché sembra l’unica via da percorrere per comprendere la peculiare fisionomia del diaconato e del diacono, figura articolata e complessa, nel definire la quale entrano in gioco numerosi elementi.
L’articolo di apertura offre uno sguardo panoramico sul diaconato, la sua collocazione nella chiesa italiana e alcuni dei rischi connessi alla sua ricezione, spessa contrassegnata da soluzioni di breve respiro, ripiegate sulle necessità più immediate. Il ripristino del diaconato offre, invece, la possibilità di immaginare un volto diverso della chiesa, più diaconale. Queste e altre suggestioni sono proposte da Luca Bressan, Il diaconato. Questioni aperte.
Il travagliato percorso storico del diaconato riserva non poche sorprese e permette di cogliere il carattere “profetico” della scelta compiuta dai padri conciliari che ne vollero con forza la rinascita, favorendo anche il sorgere di un nuovo modo di comprendere e vivere la diaconia della chiesa. È questo il contributo di Enzo Petrolino, Diaconi e diaconia. Una panoramica storica.
Per comprendere la figura ministeriale del diaconato è imprescindibile il riferimento al concilio Vaticano II che ne ha deliberato in modo solenne il ripristino, dopo secoli dalla sua scomparsa. Diversi i testi in cui si parla della figura del diacono, delle sue relazioni fondamentali con il vescovo, i presbiteri e il popolo di Dio e delle sue funzioni nella vita ecclesiale. Un’articolata riflessione su questi aspetti è proposta da Serena Noceti, «De diaconis silere non possumus». I diaconi secondo il concilio Vaticano II.
I testi e i segni racchiusi nei libri liturgici non riguardano solo la dimensione rituale, ma mettono in luce anche diversi aspetti dell’identità e della missione del diacono. In altri termini, il libro liturgico si rivela imprescindibile non solo per la celebrazione, ma anche per la vita, come ricorda nel suo contributo Manlio Sodi, Pensare il diaconato a partire dalla liturgia.
A giudizio di Alphonse Borras, Il diaconato tra teoria e prassi, si può comprendere il diaconato, nel suo esercizio permanente, solo nel contesto della chiesa locale e della sua missione, e in stretto rapporto con gli altri ministeri, in primis il presbiterato. Secondo l’autore, il diaconato è ancora prigioniero di un’impropria considerazione “sacerdotale” che lascia in ombra alcune sue caratteristiche peculiari.
Chi è il diacono? Di che cosa si occupa? Qual è la sua funzione? È un sostituto del prete o è un’altra cosa? A partire da un’indagine realizzata dall’Osservatorio socio-religioso Triveneto, è possibile parlare dei diaconi in modo induttivo, ricostruendo cioè l’esperienza concreta del diaconato in una chiesa diocesana particolare. È il contributo di Monica Chilese, Input da un’indagine sul diaconato permanente realizzata nel Triveneto.
L’articolo di Luca Garbinetto, La formazione dei diaconi in Italia si propone di segnalare al lettore i riferimenti fondamentali per comprendere gli itinerari formativi dei futuri diaconi nelle diocesi italiane. I documenti magisteriali sono il punto di partenza, ma un contributo prezioso proviene anche dalla ricca esperienza maturata nei decenni postconciliari dalla chiesa italiana. Oltre alla formazione iniziale, si insiste sui percorsi formativi successivi all’ordinazione, una formazione continua più che mai necessaria per una costante verifica del vissuto ministeriale.
Non poteva mancare un contributo alla riflessione su una questione che vede impegnata la comunità ecclesiale, quella relativa al cosiddetto «diaconato femminile». Sullo stato della ricerca e sulle prospettive future offre un suo studio Cristina Simonelli, Donne e diaconato. Una singolare attualità?
Nella Documentazione, Il servizio dei diaconi, Donata Horak commenta la lettera apostolica Omnium in mentem (26 ottobre 2009) di papa Benedetto XVI contenente una riformulazione dei canoni 1008-1009 del Codice di diritto canonico. I cambiamenti introdotti riflettono un modo peculiare di intendere il diaconato, soprattutto nel suo rapporto con gli altri gradi del ministero ordinato.
Con l’Invito alla lettura, Enzo Petrolino consegna al lettore un’ampia rassegna bibliografica sul diaconato e alle varie questioni ad esso collegate, soprattutto quelle per le quali la discussione è ancora aperta. Si tratta di uno strumento prezioso che consente di approfondire la conoscenza di una figura ministeriale chiamata a offrire in misura sempre maggiore il proprio contributo nella vita della comunità ecclesiale.
Buona lettura.


[1] Le prime ordinazioni diaconali risalgono al 22 gennaio 1969 nella cattedrale di Vicenza, dove furono ordinati i primi sette diaconi della chiesa italiana, tutti appartenenti alla «Pia Società San Gaetano».


 Vai inizio pagina           Stampa pagina           Segnala pagina


© 2019 PPFMC Messaggero di S.Antonio Editrice
Via Orto Botanico 11 - 35123 Padova (Italy) - P.Iva 00226500288
Tel. +39 049 8225 777 (da lun. a ven. 9.00-12.30) - Fax +39 049 8225 650
email:credere@santantonio.org | Privacy & cookie
 

In order to provide you with the best online experience this site uses cookies.
By accessing our website, the user accepts to receive cookies.