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Messale festivo 2020
Trasparenze della parola
La fine del mondo


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I luoghi dove stiamo crescendo
Luca Peyron

1. In cerca di una morale condivisa e condivisibile

È il 1981 e Jean-François Lyotard[1] consegna alle stampe un breve scritto che in poco più di cento pagine annuncia la fine dei grandi miti novecenteschi: ideologie, fedi rivoluzionarie, utopie, etiche universali. Non fu il primo a farsi profeta, ma intervenne al momento giusto nel pieno degli albori di una rivoluzione di cui oggi vediamo i primi importanti esiti. Al posto delle strutture sociali come le abbiamo conosciute negli ultimi secoli, Lyotard preconizzava l’ascesa di un nuovo sapere appiattito sulla tecnica e validato dalla scienza, non più condizionato dalla sfera dei valori. Nel tempo del post – postumano, postindustriale, postmoderno – quello che si intravvedeva allora si vede molto bene oggi, così come Yuval Noah Harari in un fortunato testo ha ben descritto. Anche se non ne condivido le conclusioni, faccio mie alcune premesse secondo le quali ci troviamo in

un mondo globale che esercita una pressione senza precedenti sui nostri comportamenti e sull’etica individuale. Ognuno di noi è intrappolato in numerose ragnatele, che mentre limitano i nostri movimenti trasmettono le nostre vibrazioni più impercettibili a destinazioni remote.

Questo scenario ci porta alla domanda a cui tenteremo di dare alcune risposte in questo contributo:

Come posso trovare un solido riferimento etico in un mondo che si estende di gran lunga oltre i miei orizzonti, che funziona senza il minimo controllo da parte dell’uomo e che guarda con sospetto tutti gli dèi e tutte le ideologie?[2].

Siamo in cerca di una morale condivisa e condivisibile, una distinzione tra bene e male, da esercitare in una libera scelta ragionata ancorata a dei valori e attuata in una coscienza formata in un contesto del tutto nuovo e differente. Ad esempio, se la modernità ci consegna più metropoli, la rivoluzione digitale ci consegna una sola immensa metropoli in cui le vie sono digitali, le case e i palazzi sono i grandi agglomerati informativi e ognuno di noi vive accanto ad altri senza quasi rendersi conto che accada. Per di più ciò avviene in un perenne movimento, che ci ha reso improvvisamente tutti nuovamente nomadi, pur chiusi in una casa o in un ufficio. Così accade quanto il grande Edgard Allan Poe aveva raccontato:

La maggior parte di coloro che passavano aveva un’aria soddisfatta, pratica, e pareva preoccuparsi unicamente di come farsi strada tra la folla. Con le sopracciglia aggrottate e gli occhi vigili e svelti, non mostravano alcun segno di impazienza se venivano urtati da un altro passante, bensì, riaccomodandosi i vestiti, riprendevano il loro passo deciso. Altri, anch’essi in gran numero, avanzavano inquieti, con volti paonazzi, e parlavano da soli, gesticolando, quasi come se la densa folla che li circondava contribuisse a farli sentire soli. Quando incontravano un ostacolo, interrompevano improvvisamente i loro borbottii, ma raddoppiavano i gesti e, con un sorriso assente e forzato sulle labbra, aspettavano che il flusso riprendesse. Se urtati, si prodigavano in inchini e apparivano sopraffatti dalla confusione[3].

Tutto questo avviene ormai su scala planetaria, senza quasi che vi sia differenza rispetto all’effettiva dimora delle persone, metropoli o paese di montagna, perché la nostra cittadinanza reale, concreta, cogente, è quella che ci viene restituita dai media digitali. Non siamo più noi a dover correre sino agli estremi confini della terra, ma sono essi che ci giungono, più o meno educatamente, direttamente in casa.

2. Il digitale e noi

Riprendo allora due pensieri di Walter Benjamin:

L’uomo civilizzato delle grandi metropoli ricade in uno stato selvaggio, e cioè in uno stato d’isolamento. Il senso di essere necessariamente in rapporto con gli altri, prima continuamente ridestato dal bisogno, si ottunde a poco a poco nel funzionamento senza attriti del meccanismo sociale. Ogni perfezionamento di questo meccanismo rende inutili determinati atti, determinati modi di sentire.

E ancora:

Con l’invenzione dei fiammiferi verso la fine del secolo, comincia una serie di innovazioni tecniche che hanno in comune il fatto di sostituire una serie complessa di operazioni con un gesto brusco. Questa evoluzione ha luogo in molti campi; ed è evidente, per esempio, nel telefono, dove al posto del moto continuo con cui bisognava girare la manovella dei primi apparecchi, subentra lo stacco del ricevitore. Fra i gesti innumerevoli di azionare, gettare, premere, eccetera, è stato particolarmente grave di conseguenze lo «scatto» del fotografo. Bastava premere un dito per fissare un evento per un periodo illimitato di tempo[4].

In questo contesto, e con questo pretesto, assistiamo alla crisi delle agenzie etiche e morali tradizionali (scuola, associazionismo, chiese, sindacato, partiti). Semplificando davvero molto, forse troppo ma per esigenze di spazio non faremo diversamente, questo accade perché viviamo un tempo in cui il bisogno di salvezza e di paternità hanno subito una mutazione strutturale. Non esiste più la paternità classica, uccisa dal Sessantotto, e il riconoscimento dell’autorità che ci custodisce e tutela, perché è stato ghigliottinato dalla rivoluzione francese. Cerchiamo piuttosto qualcosa che sia affettivo ed emozionale, discontinuo quel tanto che basta per non sentirci mai obbligati e continuo quel tanto che è necessario per non vivere l’ansia di un abbandono. Una salvezza pronta all’uso, una conoscenza ready made, proprio quella conoscenza che Edgard Morin ci ha insegnato non funzionare. Una salvezza che si àncora a qualche cosa che non abbia tradito le nostre aspettative come, invece, hanno storicamente fatto la politica, la scienza, la cultura e prima ancora la religione. Nessuna di loro, infatti, ci ha garantito felicità, sicurezza o il progresso lineare che le narrazioni degli ultimi secoli promettevano. Ci resta così la tecnologia, figlia prediletta della scienza moderna, che in effetti sembra aver fatto camminare gli storpi e udire i sordi molto di più della fede. In questo quadro restano le paure, naturalmente, e ci affascinano le illusioni, come sempre.
Chi è il salvatore e il padre? Colui che oggi è capace di mettere insieme sicurezza e meraviglia, apertura e difesa, spazio di rispetto e sguardo indagatore: uno schermo. Di qui l’attitudine a continuamente “schermarsi”, letteralmente. Lo schermo, piccolo o grande che sia, mi protegge, lo posso spegnere o almeno ne coltivo la sensazione. Esso è uno strumento e dunque penso che non diventerò mai io lo strumento dello strumento, infatti come può uno strumento strumentalizzarmi? Lo schermo non ha una sua volontà, sono io che governo, non pensando di essere in realtà come quel bambino sulla giostra che pensa di essere lui a guidare la macchinina che gira in tondo. Lo schermo diventa l’“occhio di Dio” con cui osservo il mondo e attraverso il quale mi faccio osservare nelle modalità e nei tempi che io decido. Conosco e agisco, e tanto più conosco e agisco attraverso quello schermo tanto più mi giungono informazioni che costruiscono la mia personalità, la mia capacità di giudizio, disegnano il mio posto nel mondo.
Tanto più conosco e agisco digitalmente, tanto più il sistema, la macchina, la rete, mi suffragano nelle scelte, mi restituiscono consenso e mi illudono, chiudendomi in una bolla, che tutti la pensino come me. Nulla mi distoglie così dall’idea di essere nel giusto, che sia accettabile e accettato quello che sono e penso di me, anzi posso addirittura pensare che il mio pensiero influenzi quello degli altri e così di giorno in giorno questo consenso sostanzi perfino un certo potere.
Per qualcuno tutto ciò è diventato un lavoro, anzi potrebbe essere il mio lavoro, tutto mi dice che ci sono portato, che ne sono capace. Potrei essere un influencer, non ho bisogno di maestri, al massimo di qualche tutorial on line che mi permette di acquisire nuove capacità di fare. Io sono e il mondo lo sa.
È una bella storia, ma non è reale o perlomeno è reale solo per me, è una bolla in cui vivo e che il sistema crea di giorno in giorno e a cui credo, perché lo voglio, perché ne ho bisogno. Gli amici non sono reali, i contatti non sono legami, i pensieri diversi vengono filtrati per non urtarmi. Vivo on life, tra l’on line e l’off line, ma non ne ho contezza. Guardo, ma in realtà altri mi guardano, non come un leader, ma come un consumatore a cui far credere di essere leader, come nella favola di Hans C. Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore. Tutto è artificiale, come lo sguardo che abbiamo assunto che è gestito da una macchina, che è computazionale e che ci rende omologati e numerabili.

3. Verso una proposta


Ciò detto, la tecnica, come ha scritto Pierre Levy:

Non è né buona né cattiva (dipende dagli, usi, dai contesti e dai punti di vista) e neppure neutrale (essendo condizionante o cogente…). Non si tratta di valutarne gli impatti ma di individuare le irreversibilità in cui uno dei suoi usi ci immette, le occasioni che può permetterci di cogliere, e di formulare progetti che sfruttino le virtualità di cui è portatrice, decidendo cosa farne in futuro[5].

Sulla virtualità, parola chiave ancora troppa fraintesa, sempre Levy ci aiuta a collocare correttamente la questione:

La parola «virtuale» può essere intesa in almeno tre sensi: in un senso tecnico legato all’informatica, in senso corrente e in senso filosofico. Il fascino esercitato dalla «realtà virtuale» deriva in larga misura dalla confusione tra i tre. Nell’accezione filosofica, è virtuale ciò che esiste solo in potenza e non in atto, un campo di forze o di problemi che tendono a risolversi in un’attualizzazione. Il virtuale sta a monte della concretizzazione effettiva o formale (l’albero è virtualmente presente nel seme). In senso filosofico, il virtuale è evidentemente una dimensione molto importante della realtà. Ma nell’uso corrente, la parola «virtuale» viene spesso impiegata per significare l’irreale o una «realtà» che richiede una realizzazione materiale o il conferimento di una presenza tangibile. L’espressione «realtà virtuale» suona allora come un ossimoro, un oscuro gioco di parole. Generalmente si pensa che una cosa debba essere o reale o virtuale, e che dunque non possa possedere entrambe queste qualità insieme. Però, in termini rigorosamente filosofici, il virtuale non si oppone al reale, ma all’attuale: la virtualità e l’attualità sono due modalità diverse della realtà. Se appartiene all’essenza del seme produrre l’albero, la virtualità dell’albero in esso è reale (senza essere ancora attuale)[6].

La citazione è lunga, ma il chiarimento importante e ci permette di imbastire un ragionamento e rilanciare un’ipotesi di lavoro per educare e formare una coscienza morale, personale e condivisa che ha come residenza questo tempo e non nonostante questo tempo.
Proviamo, dunque, a delineare un percorso che ci aiuti a pervenire a educare una coscienza morale utilizzando in filigrana il metodo in teologia prospettato da Bernard Lonergan.
Il primo passo da fare è abbandonare l’antitesi reale e virtuale, che associa quest’ultimo a falso e ingannevole. Esiste materiale e immateriale oppure virtuale – come ci ha spiegato Levy – e ontico che costituiscono insieme quanto chiamiamo realtà. La digitalizzazione della realtà e la sua virtualizzazione ci permettono, con approssimazione non eccessiva e con un po’ di padronanza del mezzo che non va trattato mai in modo ingenuo, di avere un’idea piuttosto centrata della realtà, probabilmente migliore di quanto mai abbiamo avuto nel passato. Dobbiamo però tenere presente che l’occhio digitale è matematico, quindi sostanzialmente ha una visione determinista e meccanicista da cui dobbiamo discostarci, perché l’essere umano non è una macchina. Così l’immateriale non basta, è necessario integrarlo con il materiale, la macchina non basta e devo saperlo e prevederlo altrimenti non vedrò più quello che essa, per le ragioni più diverse, non mi farà più vedere. I contatti su Facebook non sono tutte le persone al mondo, i pensieri espressi sulla rete così come gli algoritmi mi fanno vedere non sono necessariamente il pensiero dei più e la macchina è fallibile per cui una ricerca su Google non esaurisce la mia possibilità di trovare delle risposte o delle informazioni.
Il secondo passaggio da fare ci porta a constatare che la coscienza morale è morale, cioè specificamente umana, in quanto è solo l’uomo capace di libertà e di desiderio nella ricerca del suo compimento. Dunque, come già accennato, non può e non deve delegare ad altro, come una macchina, l’esercizio ultimo della sua libertà. Tutto ciò che tende a tale direzione deve essere rifiutato e impedito. I sintomi di tale deriva, che ci permettono di combattere la malattia nel suo emergere, sono cinque e li individua Jacques Ellul[7]:

– il primo è la volontà di standardizzare tutto;
– il secondo è l’ossessione del cambiamento a ogni costo, che è la forma popolare assunta dal mito del progresso;
– il terzo è la crescita a ogni costo;
– il quarto è fare sempre più velocemente;
– il quinto è il rifiuto di ogni giudizio su ciò che è operato dalle tecniche.

Il terzo passaggio prende le mosse dal fatto che la coscienza morale si pone tra un «già» e un «non ancora», tra una promessa e un compimento, tra una protologia e un’escatologia. La tecnologia ci aiuta ad andare alla ricerca delle forme ancora inespresse, delle possibilità di futuro diverse e a continuare a porre delle domande. Infatti il cyberspazio, l’insieme di spazi digitali prodotti dalla tecnologia, è ricco di informazioni, di saperi e di conoscenze. È uno scenario che mette in crisi modelli e realtà, ma nello stesso tempo ci permette di conoscerne di nuovi e di lontani, di apprendere continuamente e di metterci in gioco ben al di là degli spazi consueti. Ma la tecnologia non ci fornisce alcuna protologia che non sia un assioma numerico o geometrico e non può fornirci alcuna escatologia per il semplice fatto che non muore mai, a differenza di ogni altro essere biologico. La tecnologia non è, dunque, la massima forma di espressione umana, non dobbiamo dimenticarlo e farlo dimenticare.
Di qui la necessità di riportare, e con forza, la protologia e l’escatologia divino-umana al centro del dibattito anche pubblico. Diversamente, l’umano rischia di pensare che la tecnologia possa sconfiggere la morte e così facendo ridurre a nulla il senso della vita.
L’ultimo passaggio è quello della decisione e dell’assunzione di responsabilità: la coscienza morale ha un carattere obbligante, è un imperativo categorico. La tecnologia, specialmente quella mediale, ci abitua invece alla reversibilità, alla replicabilità, ci illude che le possibilità siano infinite e sempre fruibili, di poter essere contemporaneamente in ogni luogo, di poter vivere in un eterno presente, anzi che l’unico tempo sia il presente. Di qui il probabile fallimento per mancanza di clienti della coerenza e con essa dell’integrità e infine della coscienza stessa.
Il rimedio è educare soprattutto i giovani a considerare la propria mente, la propria memoria e la propria coscienza, ossia il proprio sé: l’unica piattaforma realmente affidabile. Certamente meno performante rispetto a una digitale, ma infinitamente più capace di rispondere alle esigenze del passato, del presente e del futuro. Dobbiamo pensare che i nostri affetti, i nostri pensieri, i nostri stati d’animo così come i ricordi e le relazioni non possono e non debbono essere custoditi né da un cloud né da un dispositivo al silicio. Le immagini significative della nostra esistenza solo il cuore le può custodire davvero, non la rete. I profumi della nostra infanzia non possono essere classificati secondo una formula chimica ed eventualmente riprodotti da un gadget tecnologico, ma debbono restare nell’alveo nebbioso della memoria affettiva, con i biscotti di Proust[8].
Se gli algoritmi ci possono aiutare a decidere meglio, se i social media ci ricordano una data e un volto, l’ultima parola deve rimanere all’uomo, se tale vuole essere ancora. Non siamo macchine intelligenti, perché non siamo macchine e perché siamo intelligenti davvero. Se è vero, com’è stato detto, che gli esseri umani sono sempre stati di gran lunga più bravi a inventare strumenti che a usarli con saggezza, questo è vero soprattutto oggi. Tuttavia, da sempre siamo stati capaci di adattare il mondo alle nostre esigenze piuttosto che il contrario. Abbiamo vissuto, è vero, nelle caverne, ma poi abbiamo cominciato a costruire case anche là dove non c’era nulla.
In questo tempo di transizione, generazioni diverse con esperienze completamente diverse possono mettersi in dialogo per continuare a dare corso a questa nostra straordinaria capacità: adattare il mondo alle nostre esigenze, in questo caso il modo cybernetico, il mondo digitale, che è per un tratto sfuggito di mano costringendoci ad adattarci noi a lui, ma quella soglia che abbiamo oltrepassato con entusiastica incoscienza, oggi ci è chiara ed essendo pur sempre noi i proprietari della tecnologia e gli affidatari del creato, ci è possibile riprendere in mano la barra della realtà proprio come lo stesso termine «cibernetico» ci chiede di fare nel sua etimologia greca che richiama il timoniere.

4. Tra utopia e storia

Questo scenario rischia però di essere semplice utopia: la rivoluzione digitale non è in mano ai singoli, ma è in mano alle grandi imprese, alle nazioni egemoni, alla finanza internazionale. Per quanto sia romantico dire che votiamo con il portafoglio, e per quanto sia biblico immaginarsi come un resto profetico, l’utopia è sensata se ha qualche possibilità di diventare storia. Il concilio Vaticano II ci ricorda che:

Quanto più, dunque, prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità[9].

La chiesa e i battezzati debbono recuperare una posizione di profezia capace di generare una cultura condivisa e diffusa che supporti i nostri contemporanei a prendere coscienza delle questioni in gioco e assumere delle posizioni chiare.
Certamente è necessario rinunciare alla gratuità ingenua che la rivoluzione digitale sembra offrirci, in luogo di una matura capacità di stare nelle cose con il prezzo e per il valore che esse hanno. Il dialogo chiesa-mondo su questi temi ha un’importanza capitale e mi pare di poter dire che vi sono aperture che altrimenti erano impensabili. In fondo, non siamo i soli a sentirci smarriti e confusi, ed essere tra i pochi rimasti a poter sedere su spalle di giganti, fa ben sperare di poter essere ascoltati. Non possiamo, quindi, rinunciare ad annunciare verità e speranza, recuperando forse quell’unità di intenti e quella capacità di essere «cattolici» che abbiamo lasciato per strada. In questo senso semplice è chiaro è stato l’invito fatto dai padri sinodali al termine dell’assise su giovani, fede e discernimento vocazionale. Si legge:

L’ambiente digitale rappresenta per la chiesa una sfida su molteplici livelli; è imprescindibile quindi approfondire la conoscenza delle sue dinamiche e la sua portata dal punto di vista antropologico ed etico. Esso richiede non solo di abitarlo e di promuovere le sue potenzialità comunicative in vista dell’annuncio cristiano, ma anche di impregnare di Vangelo le sue culture e le sue dinamiche.

E ancora:

Il Sinodo auspica che nella chiesa si istituiscano ai livelli adeguati appositi uffici o organismi per la cultura e l’evangelizzazione digitale, che, con l’imprescindibile contributo di giovani, promuovano l’azione e la riflessione ecclesiale in questo ambiente[10].

Alcune chiese locali si stanno muovendo[11], altre potrebbero farlo e dar vita a luoghi di pensiero, intergenerazionali, in cui lavorare su questi temi. Là dove possibile in relazione alla pastorale universitaria[12] intesa come pastorale dei saperi capace di mettere in sinergia tutti i luoghi socialmente deputati al pensiero come atenei, facoltà teologiche, centri culturali. Educare ed educarci in questo tempo, affinché nessuno pensi di chiedere a Google la risposta sul senso della vita, ma ricominci a chiederlo alle grandi narrazioni che hanno guidato nel corso dei secoli credenti e non credenti.

Nota bibliografica

P. Benanti, Oracoli. Tra algoretica e algocrazia, Luca Sossella Editore, Bologna 2018; Id., La condizione tecno-umana. Domande di senso nell’era della tecnologia, EDB, Bologna 2016; L. Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Cortina Raffaello, Milano 2017; L. Gallino, Tecnologia e democrazia. Conoscenze tecniche e scientifiche come beni pubblici, Einaudi, Torino 2007; L. Peyron, Incarnazione digitale. Custodire l’umano nell’infosfera, Elledici, Torino 2019; S. Quintarelli, Capitalismo immateriale. Le tecnologie digitali e il nuovo conflitto sociale, Bollati Boringhieri, Torino 2019; P.C. Rivoltella, Tecnologie di comunità, La Scuola, Brescia 2017; D. Rushkoff, Presente continuo. Quando tutto accade ora, Codice, Torino 2014; S. Turkle, La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale, Einaudi, Torino 2016.


[1] J. Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli, Milano 1981.

[2] Y. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano 2018, 7.

[3] E.A. Poe, L’uomo della folla, Mondadori, Milano 2003, (or. 1840), 124-125.

[4] W. Benjamin, Angelus Novus. Saggi e frammenti, Einaudi,  Torino 1995, 109-110.

[5] P. Levy, Cybercultura, Feltrinelli, Milano 1999, 29.

[6] Ibid., 51.

[7] J. Ellul, Le bluff technologique, Pluriel, Parigi 2012.

[8] L’autore richiama l’esperienza narrata da Marcel Proust nel gustare col tè uno dei dolci più noti: la «madeleine»; ne riaffiora il ricordo dell’infanzia (Alla ricerca del tempo perduto, vol. 1, Mondadori, Milano 2012) (ndr).

[9] Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes (7 dicembre 1965), n. 16.

[10] Sinodo dei Vescovi, XV Assemblea generale ordinaria (3-28 ottobre 2018), I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Documento finale, nn. 145-146 (cf. http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2018/10/27/0789/01722.html#doc [3.3.2020]).

[11] Nel novembre 2019, nella diocesi di Torino è stato istituito il nuovo «Servizio per l’apostolato digitale»: https://www.apostolatodigitale.it/ (3.3.2020).

[12] L’autore è direttore della pastorale universitaria della diocesi di Torino (https://www.diocesi.torino.it/universitaria/ [3.3.2020]) e coordinatore del «Servizio per l’apostolato digitale» (ndr).


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