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Dio nella vita quotidiana
Editoriale

Dio è raggiungibile attraverso l’esperienza della vita quotidiana. Questa convinzione ispira la tradizione sapienziale biblica che trova la sua espressione privilegiata nei libri che compongono il «Pentateuco sapienziale»: Giobbe, Proverbi, Qohelet, Siracide e Sapienza. Il Dio d’Israele che parla attraverso i profeti ed è presente nel tempio e nella Torah, custodita e annunciata dai sacerdoti, è pure il Signore della vita quotidiana e risponde alle domande degli uomini mediante i saggi da lui ispirati. La vita umana è frammentata, dispersa e segnata dalle contraddizioni, ma il sapiente è in grado di cogliervi la presenza e l’azione divina che ne rivelano il senso nascosto, conferendo unità a tutto ciò che accade.
All’interno del canone biblico, i libri sapienziali si segnalano per una caratteristica del tutto originale: la loro autorevolezza – come osserva Giuseppe Bellia – si fonda non sull’imponenza di teofanie o di oracoli profetici, ma sulla forza suasiva delle argomentazioni tratte dall’esperienza e dall’eredità culturale e teologica dei padri. Tutto ciò rende unica la figura del sapiente (hakam) che non si indirizza a Israele a partire dalla «parola del Signore che gli fu rivolta» (Ger 1,2) né come guida in nome di Dio. Il suo contributo è diverso: a differenza del capo, del sacerdote o del profeta, egli si presenta come “semplice” pedagogo, che propone ciò che ha compreso della vita, indica la via che conduce al successo e mette in guardia da ciò che invece porta a sicuro fallimento.
Nel libro dei Proverbi, da molti considerato il testo “archetipo” della letteratura sapienziale biblica, il saggio emerge come figura centrale nella vita comunitaria: la sua funzione sociale e teologica si realizza nell’insegnamento, attraverso il quale egli comunica il proprio sapere e la propria esperienza, con affabile autorevolezza ma anche con umiltà, consapevole dei limiti personali e di ogni conoscenza umana. Più di altri, egli sa che molto è ciò che sfugge all’osservazione e spesso è difficile comprendere ciò che è bene per sé e per gli altri: «Agli occhi dell’uomo tutte le sue opere sembrano pure, ma chi scruta gli spiriti è il Signore» (Pr 16,2; 21,2). Lo scopo è pratico: spesso nei panni di padre/maestro, il sapiente non comanda, non impone ma cerca di persuadere il figlio/discepolo a fidarsi della sapienza consegnata a Israele, insegnando i precetti del ben vivere, insieme alla fede dei padri, in un percorso che ha come sbocco la benedizione e la pace. Di preferenza, l’esortazione si rivolge al giovane inesperto, che deve guardarsi da vari pericoli, tra i quali spicca l’antifigura dello stolto, vero modello negativo da cui rifuggire, per trovare la gioia nella ricerca assidua della sapienza, nel quadro di una relazione che assume i contorni del rapporto personale, se non addirittura sponsale.
La letteratura sapienziale è stata a lungo considerata “minore” rispetto ad altre parti della Scrittura, come il Pentateuco o i libri profetici. L’interesse per la sapienza biblica fu risvegliato dalla scoperta che la riflessione sapienziale non era una prerogativa di Israele: in tutto l’Oriente antico essa godeva di grande prestigio e popolarità, come testimonia il ricco patrimonio letterario dell’Egitto e della Mesopotamia. Gli studiosi parlano di una «sapienza internazionale», caratterizzata dalla predilezione per gli ambiti profani della vita e orientata al ben vivere e alla buona educazione. Spesso l’intento principale consisteva nell’insegnare il modo di essere felici e avere successo, con una vita conforme all’ordine cosmico.
I saggi della Bibbia conoscevano questa letteratura e vi hanno attinto, ma conservando un’identità propria e inconfondibile. Il confronto tra la riflessione sapienziale del vicino Oriente antico e la corrispondente tradizione d’Israele rivela un’evidente affinità e numerosi punti di contatto, ma fa anche emergere il genio del popolo eletto. I sapienti di Israele non assimilarono passivamente la produzione sapienziale dei popoli vicini, ma la recepirono in modo selettivo, “inculturandola” con intelligenza nel contesto della fede dei padri. È questa, certamente, una delle indicazioni “di metodo” più preziose che la sapienza biblica ha consegnato alla propria epoca e a quelle successive.
La riflessione dei sapienti d’Israele non si limitò, però, a una semplice ripetizione di quanto ricevuto dalle generazioni precedenti: le situazioni della vita e le contraddizioni della storia provocarono un approfondimento e una rilettura del dato tradizionale. Tutto ciò portò alla “crisi” della sapienza: non tutto quello che accadeva nella vita di una persona o del popolo poteva essere compreso e giustificato solo a partire da una condotta morale tenuta in precedenza. In altre parole, il divario tra la “retribuzione” sperata e quella sperimentata poneva non pochi interrogativi all’uomo biblico che, attraverso l’esperienza di Giobbe e le riflessioni di Qohelet, sperimentava i limiti dell’insegnamento tradizionale, connotato da semplificazioni teologiche che ne rivelavano l’inadeguatezza, soprattutto nell’urto con la realtà dura e contraddittoria della vita quotidiana. La teodicea fino ad allora conosciuta veniva messa in discussione, l’immagine del “Dio della retribuzione” ne usciva scossa, ponendo le basi e le premesse per una nuova conoscenza di Dio, che solo una nuova rivelazione divina poteva donare dall’alto.
Con questo fascicolo, «CredereOggi» offre uno strumento agile ed essenziale che accompagna il lettore alla scoperta (o alla riscoperta) del mondo della sapienza biblica, una delle sezioni più suggestive delle Scritture. L’approccio è quello a più voci, in cui a ciascun autore è stato richiesto di illustrare un aspetto particolare della riflessione sapienziale: diverse tessere di uno stesso mosaico da cui emerge il volto antico e sempre nuovo della Sapienza.
Il primo contributo è a cura di Giuseppe Bellia, scritto poco prima della sua morte, avvenuta il 12 marzo scorso, La lettura sapienziale biblica: un’inculturazione mai conclusa. Si tratta di una panoramica della letteratura sapienziale e della presentazione biblico-teologica dei singoli libri del Pentateuco sapienziale. Attraverso uno studio sociologico e antropologico, emerge la singolare capacità di “inculturazione” dei sapienti di Israele, che indagarono la vita degli uomini, la loro fede e il loro mondo in un dialogo fecondo con la cultura e le tradizioni del loro tempo.
Il saggio esplicava la sua funzione sociale e teologica soprattutto nell’ambito della relazione tra maestro e discepolo. Sulle diverse sfaccettature di questo rapporto riflette Luca Mazzinghi, Il saggio nel mondo biblico: maestro e discepolo.
La Sapienza prende la parola. Nel libro dei Proverbi e nel libro del Siracide, si assiste a un processo di personificazione della Sapienza, in virtù del quale ella – come sostiene Sebastiano Pinto, La Sapienza personificata: quando il medium è il messaggio (Pr 8,22-31 e Sir 24,1-22)non è più soltanto oggetto di ricerca da parte dell’uomo biblico, ma diventa un soggetto che parla e agisce, rivolgendosi a tutti coloro che la desiderano.
La letteratura sapienziale ama avvalersi di immagini e metafore. Tra quelle che più hanno attirato l’attenzione dei lettori, vi sono le due metafore presentate al capitolo nove del libro dei Proverbi: donna Sapienza e donna Follia. Entrambe si rivolgono al giovane inesperto, invitandolo al rispettivo banchetto. Lo studio di Martino Signoretto, Il giovane inesperto tra donna Sapienza e donna Follia si sofferma sulle conseguenze delle scelte del giovane, chiamato a decidersi per la Sapienza, ma alle prese con le seduzioni di donna Follia.
L’articolo di Grazia Papola, Giobbe: si può amare Dio per nulla?, affronta uno dei temi fondamentali del libro di Giobbe: l’autenticità e la “gratuità” della fede del protagonista. È la domanda-sfida che il satan pone a Dio all’inizio del racconto e che attraversa l’intera vicenda narrata nel libro: può esistere una fede forte e piena anche se priva dei segni della benedizione di Dio, oppure la prova a cui è sottoposto il protagonista rivelerà una religiosità solo interessata alla custodia benevola del Signore?
Le riflessioni di Qohelet sono pervase da sottile ironia, con la quale l’agiografo non solo coinvolge il lettore, ma lo spinge verso altri orizzonti di senso, sollecitandolo a prendere posizione, a provare letture diverse, alternative. Su queste dinamiche si concentra lo studio di Serafino Parisi, Qohelet: quale ironia salverà il mondo?
L’indagine sul libro del Siracide è affidata a Maria Carmela Palmisano, Siracide: il timore del Signore è principio della sapienza. Di grande rilievo per tutta la riflessione sapienziale biblica, il rapporto tra il timore del Signore e la sapienza assume valore programmatico nell’opera di Ben Sira. E non potrebbe essere diversamente, poiché il timore del Signore e la sapienza danno “forma” alla vita umana dal suo inizio, la fanno crescere e l’arricchiscono di bellezza e di fecondità.
L’articolo di Luca Mazzinghi, L’escatologia del libro della Sapienza mette in luce il contributo di quest’opera allo sviluppo di una visione veterotestamentaria del tutto nuova circa le “realtà ultime”, quali l’aldilà e la vita dopo la morte.
L’eco della riflessione sapienziale è presente nel Nuovo Testamento. La domanda circa l’identità di Gesù, soprattutto nei sinottici, trovò una risposta a partire dall’immagine evangelica di Gesù come Sapienza divina, menzionata misteriosamente nell’Antico Testamento come agente di Dio nella storia, e rivelata misticamente nelle azioni e parole di Gesù stesso. Su questi aspetti riflette Dinh Anh Nhue Nguyen, Gesù il saggio di Dio e la Sapienza divina nei vangeli sinottici.
L’ultimo articolo, La sapienza: recezioni teologiche, è il frutto della collaborazione di Simone Morandini e Serena Noceti. La riflessione – uno studio sull’attenzione che la teologia ha riservato alla letteratura sapienziale – si concentra su due campi di ricerca: la teologia della creazione e la cristologia femminista.
Per lungo tempo, gli interpreti non hanno riservato grande attenzione ai libri sapienziali, ma a partire dal XIX secolo la situazione iniziò a mutare fino a raggiungere una produzione dalle dimensioni più che ragguardevoli ai nostri giorni. L’Invito alla lettura, a cura di Tiziano Lorenzin, rappresenta perciò una vera e propria “bussola” che aiuta il lettore a orientarsi con profitto nel mare magnum della bibliografia sulla letteratura sapienziale nella Bibbia.

Buona lettura.
* * *

Con questo numero, «CredereOggi» continua il suo percorso di studio e riflessione sui libri della Bibbia, cui la rivista ha già dedicato diversi fascicoli. Da segnalare, tra quelli pubblicati: La teologia narrativa di san Luca (5-6/2000: n. 119/120), Matteo, il vangelo della chiesa (5-6/2001: n. 125/126), La catechesi kerygmatica di Marco (5-6/2002: n. 131/132), Giovanni, l’evangelista dalle ali d’aquila (5/2003: n. 137), In dialogo con san Paolo e le sue lettere (5/2004: n. 143), Profeti nella Bibbia (6/2017: n. 222)[1]. È un “servizio” che la nostra rivista intende offrire anche in futuro: per questo ci rivolgiamo a voi, cari lettori, chiedendo un sostegno convinto in questi tempi travagliati, nei quali «CredereOggi» vuol continuare a rappresentare un punto di riferimento, umile ma affidabile, per tutti coloro che desiderano vivere e “pensare” la propria fede.


[1] L’elenco completo dei fascicoli si può consultare il sito web della riv ista: http://www.credereoggi.it/pagina.asp?id=12 (5.5.2020).


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