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Il cammino, un paradigma per «dire» Dio e l’uomo
Editoriale

Secondo le Scritture, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è un Dio sempre in cammino. Anche Israele, il popolo eletto, si comprende come «identità dinamica», le cui radici storiche e spirituali sono associate all’esperienza di un «arameo errante», di un uomo cioè che del camminare aveva fatto un tratto distintivo del suo essere nel mondo (cf. Dt 26,5-9). Lo stesso Gesù visse buona parte del suo ministero pubblico in cammino sulle polverose strade della Terra del Santo. Dopo la risurrezione, egli non abbandonò i panni dell’homo viator, ma si presentò come un viandante, in cammino sulla strada che da Gerusalemme conduceva a Emmaus, in compagnia di due discepoli, cui svelò la sua identità (cf. Lc 24,13-35). La missione di Paolo di Tarso, l’Apostolo delle genti, non sarebbe comprensibile senza considerare il suo infaticabile cammino sulle strade dell’impero romano per portare l’annuncio evangelico sino ai confini della terra (cf. At 1,8). Numerosi pellegrini, nel corso dei secoli, intrapresero lunghi viaggi per visitare i «luoghi santi», lasciando preziose testimonianze su ciò che avevano visto, insieme ad appassionanti racconti del loro percorso interiore. Nell’accezione spirituale del «camminare», la tradizione cristiana annovera autentici capolavori: basti ricordare l’Itinerarium mentis in Deum di san Bonaventura o la Salita del monte Carmelo di san Giovanni della Croce.
Se dall’ambito teologico e spirituale si passa a considerare l’apporto della letteratura, il quadro si arricchisce di altri contributi memorabili, pagine che hanno lasciato una traccia profonda nell’immaginario collettivo. Opere come l’Odissea, l’Eneide e la Divina Commedia hanno posto al centro della narrazione il «cammino» dei rispettivi protagonisti, delineando in tal modo un paradigma per la comprensione dell’uomo e del mondo. L’homo viator è stato anche oggetto di numerosi studi e analisi da parte di antropologi, storici, filosofi e sociologi, che hanno vivisezionato il fenomeno e la pratica del «camminare».
Nel nostro tempo, poi, sono sempre più numerosi coloro che, attraverso l’esperienza del cammino, scoprono (o riscoprono) la dimensione dello «spirito». In alcuni casi, il camminare assume addirittura una funzione terapeutica e di recupero dei valori più autentici della vita, spesso offuscati dai ritmi frenetici del mondo moderno.
Il camminare, dunque, è un’esperienza che attraversa i tempi, i luoghi e le culture, ma forse proprio per questo rischia di non essere compreso e spesso finisce per essere relegato tra le cose ordinarie, quindi ovvie della nostra quotidianità. La realtà è ben diversa, come ha rivelato anche il Covid-19, che ha imposto numerose limitazioni alla vita personale e sociale, non ultima la possibilità di muoversi liberamente. Il camminare, nelle sue declinazioni (pellegrinaggio, vagabondare, migrazioni, ecc.), non è soltanto un movimento nello spazio, cioè lo spostamento da un luogo a un altro, né può essere circoscritto alla sola dimensione fisica – il camminare con i piedi –, ma coinvolge dimensioni profonde dell’humanum, come il pensiero, la riflessione, il modo di intendere e vivere la vita, la possibilità di instaurare e coltivare relazioni. Da non trascurare, inoltre, un fatto importante: dall’azione del camminare deriva anche un linguaggio fatto di parole e simboli con cui sono narrate le vicende delle nostre esistenze e l’avventura dell’umanità intera, secondo un codice espressivo facilmente comprensibile, perché universale.
Ma il fenomeno e la pratica del camminare rappresenta, anzitutto, una realtà con cui la comunità ecclesiale deve confrontarsi in modo intelligente e propositivo. In un mondo che cambia, la «chiesa in uscita» è chiamata a ripensare il proprio modello di evangelizzazione e servizio, anche in merito a questa feconda categoria antropologico-teologica che coinvolge o almeno interessa molte persone, soprattutto le giovani generazioni, spesso refrattarie ad altre modalità di annuncio e proposta. Il contributo del fascicolo si pone in questa linea, senza alcuna pretesa di esaustività, ma nella speranza di offrire un quadro articolato che aiuti il lettore a cogliere diversi aspetti di questa realtà – il camminare – che possiede ancora la capacità di provocare gli uomini e le donne del nostro tempo, facendo intuire la possibilità di un’esperienza da cui trarre preziose indicazioni nella ricerca di una dimensione “ulteriore” di senso.
Il fascicolo si apre con un articolo di Paolo Gamberini, «Deus viator». Un nuovo paradigma per «dire» Dio. La Bibbia non propone una concezione statica della trascendenza divina, rivela invece il carattere dinamico ed evolutivo del rapporto di Dio con le realtà create. A partire dal mistero dell’uomo-Dio, Gesù di Nazaret, lo sguardo si estende a tutto il cosmo, che «geme e soffre» in attesa di «entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,19-22).
Seguendo i passi di Gesù lungo le strade della Galilea e nelle regioni circostanti, in riva al lago e sul monte, fino in Giudea e a Gerusalemme, è possibile a mettere a fuoco il mistero d’amore da cui tutto trae origine: la sua obbedienza filiale al Padre. Gilberto Depeder, Imparare camminando. L’esperienza di Gesù propone uno studio dei tratti fondamentali di tale esperienza, individuati mediante la presa in esame dell’effettivo cammino di Gesù, secondo la testimonianza del racconto di Marco.
Lo studio di Serena Noceti, «Quelli della Via»: chiesa in cammino mette in evidenza come il «non ancora», che segna la natura della comunità ecclesiale, fosse ben presente nella percezione dei primi cristiani. Il nome con cui erano conosciuti – «quelli della Via» (At 9,2) – rifletteva l’autocoscienza della chiesa delle origini: pellegrini e forestieri su questa terra e in cammino verso la patria futura.
Il tema del cammino, della via, del percorso di vita non riduce il proprio significato all’idea del bivio, che si presenta man mano che la vita mette l’uomo di fronte alle scelte etiche. Il contributo di Martino Signoretto, «Andare» e «stare». Dalla creazione alla Gerusalemme celeste inserisce i motivi dell’«andare» e dello «stare» in un orizzonte più ampio, rappresentato dall’intera narrazione biblica.
L’esperienza del camminare segnò l’esperienza umana e spirituale del Poverello di Assisi che seppe trasformare «la strada» in luogo e occasione di testimonianza evangelica. Approfondisce questa dimensione di san Francesco e del movimento che a lui si richiama l’articolo di Niklaus Kuster, Pellegrinaggio e missionarietà. San Francesco e la strada.
Lo studio di Mariaclara Rossi, Pellegrine medievali, ricorda che il camminare non è un’esperienza solo al maschile. Nel corso della storia molte figure femminili, più o meno note, si sono avventurate sui sentieri e le strade del loro tempo, lasciando testimonianze preziose sui luoghi visitati e sul modo in cui esse hanno vissuto i loro viaggi.
Il mondo giovanile guarda con profondo interesse al camminare, in modo particolare al pellegrinaggio. Si tratta di un fenomeno complesso che interroga la comunità cristiana, chiamata a orientare questa pratica in termini che siano educativi della persona e in vista dell’annuncio cristiano. Su questi aspetti riflette Paolo Asolan, Il camminare e i giovani. Motivazioni sociologiche.
Nella tradizione biblica, un testo più di altri è connotato dal motivo del cammino, inteso come esperienza di Dio nel mondo e nella storia: il libro dell’Esodo. Il percorso del popolo eletto indica simbolicamente il cammino della vita, la parabola dell’esperienza umana, il passaggio continuo da una condizione all’altra dell’esistenza. In altri termini, il cammino di Israele assurge a cifra comprensiva della stessa condizione umana, come sostiene Gianromano Gnesotto, Uomo camminante. L’esodo come paradigma antropologico.
Trattando di pellegrinaggi, il pensiero corre subito alle tre peregrinationes maiores: Gerusalemme, Roma e Santiago de Compostela. L’articolo di Martino Signoretto, I pellegrinaggi urbani. Recarsi a Gerusalemme nelle proprie città, si sofferma invece sul pellegrinaggio con riferimento a mete «minori», più vicine e accessibili. Spesso si tratta di itinerari intra muros che riproducono, su piccola scala, alcuni dei luoghi o monumenti più importanti dei grandi itinerari tradizionali.
Nella Documentazione, a cura di Fabio Scarsato, sono riportati i testi di due autori, un poeta e un filosofo, accomunati dal riferimento al tema del «camminare». La scelta è ispirata dal desiderio di offrire un orizzonte di riflessione quanto mai ampio e differenziato, un modo per dimostrare come lo stesso tema si possa affrontare da prospettive e sensibilità diverse, ma sempre con profondità e intelligenza, laicamente e religiosamente.
Fabio Scarsato propone anche l’Invito alla lettura, un approccio ragionato alla vasta bibliografia sul «camminare», tema che nel corso degli ultimi anni ha attirato l’interesse di studiosi ed esperti di varie discipline. Particolare attenzione è dedicata alle esigenze dei lettori che si accostano a questo tema con sensibilità e attese diverse, nell’intento di avviare un percorso di approfondimento personale, muovendo dalle suggestioni offerte dagli autori, che hanno contribuito alla realizzazione del presente fascicolo.
Buona lettura!



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