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Quando l’autorità è feconda
Editoriale

«Era cessata ogni autorità di governo, era cessata in Israele,
 fin quando sorsi io, Debora, fin quando sorsi come madre in Israele».
(Giudici 5,7)

 

«Si può comprendere l’immensa importanza di santa Caterina o di Giovanna d’Arco
 solo quando si pensa a tutti coloro che non avevano saputo assolvere i medesimi grandi compiti».
 (Gertrud von le Fort)

 

     Esiste un gioco tra gli studiosi di ogni latitudine, un gioco linguistico che affascina. A volte confonde, sovente però sprona a riprendere il senso primigenio dei concetti. È il gioco degli ètimi, ossia il risalire alla costruzione e al valore semantico delle parole. Vogliamo anche noi prestarci a tale gioco, sottoponendo a esame un termine che non gode attualmente di molto favore popolare: autorità.

     La sua origine è latina (auctoritas); il verbo che genera questa parola è augêre. Chi possiede ancora vivi i ricordi del liceo, non faticherà a cogliere il significato di questo verbo, che è «accrescere», «fecondare». L’associazione mentale sorge immediata: è questa l’«autorità» che sperimentiamo nel quotidiano, un’autorità che aiuta a esprimere le potenzialità e le qualità di ognuno per il bene di tutti? Quando taluni la ricevono e la esercitano, non la confondono nella prassi con il termine cugino «potere», se non addirittura con «dominio»? E che dire dell’autorità concepita e stemperata nel solvente del paternalismo-maternali­smo? L’abituale esperienza con l’autorità forse può lasciarci un po’ delusi, perché la corrispondenza tra senso ideale e realtà appare distante.

     Dal gioco – che comincia a farsi seria riflessione – si evince una peculiarità per nulla secondaria: l’autorità sembra connotata dalla fecondità. Non desideriamo dipingere un ideale talmente alto da risultare bello, ma irrealizzabile; tuttavia la chiarezza dell’ètimo ci stimola a pensare che nell’autorità sia inscritta una funzione «maieutica» – per usare una terminologia cara al filosofo greco Socrate – che è fondamento del suo porsi. Infatti sarebbe «autorità», se perdesse tale qualifica che mette al primo posto sviluppo e crescita delle capacità della persona, privilegiando la reciprocità e la rapportualità? O non diventerebbe appunto potere, che esige dalle persone unicamente il rispetto di norme e regole, l’esecuzione di comandi, il funzionamento pressoché perfetto dei meccanismi sociali? Autorità così tratteggiate somigliano agli scribi e ai farisei di Mt 23,4 che «legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito».

     È utopia recuperare la «forza maieutica» dell’autorità, la sua capacità di dare espressione, vita e nutrimento alle potenzialità delle persone, come ci sembra abbia compiuto e continua a compiere Gesù? Non sarà una novità eclatante, ma nel nostro piccolo ci pare promettente indicare quale via percorribile quella di rendere più elastici e interagenti due binomi ancestrali, che l’umanità porta con sé: uomo-autorità/potere e donna-bel­lezza/seduzione. Vi è stata storicamente una forte identificazione di ruolo nei due generi, talvolta così rigida da escludere qualsiasi confronto dialettico: cosa può insegnare l’uomo alla donna in fatto di bellezza? cosa può insegnare la donna all’uomo in fatto di autorità? La considerazione risulta evidente e attuale se si pensa all’evento di Tangentopoli e affini, che ha «salutato» la politica italiana degli anni Novanta: quasi tutti gli imputati erano uomini, come a dire che i posti nevralgici dell’autorità (o potere?) erano di stretta “compe­tenza” maschile.

     L’ottica femminile può offrire a riguardo spunti interessanti per ricomprendere e proporre l’autorità come actio fecunda, azione feconda. Si pensi al simbolismo della maternità (cf. il contributo particolarmente lucido e denso di Giulia Paola Di Nicola). Scriveva con pertinenza molti anni fa Gertrud von le Fort che «non c’è nulla che denoti più profondamente e tragicamente lo stato del mondo di oggi quanto la completa assenza di ogni ideale materno, e quindi di forze veramente sostenitrici, sostentatrici e feconde» (La donna eterna, 1934). Parole lontane nel tempo, vicine nel senso.

     Ai più attenti non saranno sfuggite la strutturazione e l’impostazione particolari di questo numero. Escludendo il contributo documentativo di Tomas Spidlík (un’eccezione che conferma la regola) sulla paternità e mater­nità spirituali nell’Oriente cristiano, è concepito e realizzato interamente da donne. In apertura proponiamo un esame delle forme storiche in cui la donna ha esercitato l’autorità (Adriana Valerio). La riflessione attuale delle donne (Maria Teresa Bellenzier) e alcune considerazioni inerenti il suo esercizio negli ambienti della vita consacrata femminile (Marcella Farina) proseguono il percorso della rivista. Quanto vi è di «ma­schile» e di «femminile» nei modelli di autorità dentro le nostre istituzioni? Un interrogativo non semplice, cui Marisa Forcina dà una risposta. Non poteva ovviamente mancare un contributo che sondasse il tema nella dinamica ecclesiale, contributo svolto da Stella Morra. Sempre su questo sfondo, segue l’articolo di Letizia Tomassone sulla presenza e ruolo della donna nel cammino ecumenico. La chiusura è affidata a Marinella Perroni, che indica l’apporto dato dall’esegesi femminista per comprendere l’autorità della/nella Bibbia. 

  a. f.


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