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Il camello e la cruna
Editoriale

     «Il ricco e il povero si incontrano, il Signore ha creato l’uno e l’altro».
     (Proverbi 22,2)
     
     «Le ricchezze sono al servizio del saggio, allo sciocco comandano».
     (Seneca)

     
     La carità verso i poveri, l’attenzione ai bisognosi è sempre stato uno dei tratti peculiari dei cristiani. Non è davvero difficile indicare in ogni epoca del cristianesimo la figura di un santo che si è particolarmente distinto per l'azione caritativa. Tuttavia, a partire dal concilio Vaticano II, grazie anche al progresso delle scienze e della tecnica e alle veloci comunicazioni tra i cinque continenti, nella coscienza dei cristiani tale azione caritativa si è estesa a macchia d’olio: se si viene a conoscenza che, a migliaia di chilometri dal nostro paese, si sono scatenati un disastro naturale o un crudele evento bellico, fucine di morti e di poveri, la sensibilità di molti cristiani si attiva e cerca di tradurre concretamente la solidarietà.

     Nel suo insieme la comunità cristiana ha sentito come un proprio dovere la carità verso i poveri, dovere che le viene direttamente dall’insegnamento di Cristo. In tempi recenti il magistero ha recepito e formalizzato tale attenzione in una formula assai suggestiva e – per certi versi – molto impegnativa e compromettente: «opzione preferenziale per i poveri» (Centesimus annus 57, Sollicitudo rei socialis 42).

     Questa ufficiale preferenza della chiesa ha condotto più di qualche libero pensatore e alcuni teologi a ritenere che chi possiede, chi ha dei beni e vive nell’abbondanza sia escluso dalla salvezza di Cristo. Colui che, per meriti propri o per le fatiche del proprio lavoro o ancora per averle semplicemente ereditate, abbonda di ricchezze, è considerato al pari di un «estraneo» alla grazia di Dio. L’unica alternativa accettabile per costui è alienare i beni che possiede a favore dei poveri, realizzando così quello che non riuscì a compiere il giovane ricco dei Vangeli, un cammello che voleva passare attraverso la cruna dell’ago.
     Ancor più riprorevole e demonizzato è il sistema economico capitalista, valutato da molti quale fautore responsabile degli squilibri economici planetari, che contribuisce a mantenere viva la frattura tra sfruttatori e sfruttati, tra ricchi e poveri, tra possidenti e nullatenenti, che elargisce maggiori ricchezze ai ricchi e dispensa ulteriori povertà ai poveri.

     Davvero la chiesa con l’opzione preferenziale per i poveri preclude ai ricchi o a chi vive nel benessere la possibilità di salvarsi? Se si accetta quest’ultima interpretazione, non si corre il serio rischio di indurre gli uomini a pensare che si possa limitare con categorizzazioni umane la grazia della redenzione di Cristo?
     Altri interrogativi si stagliano nella loro urgenza di chiarificazione: benessere e ricchezza possono trovare compatibilità con l’ideale cristiano? Può un cristiano professare tranquillamente il suo credo e al contempo vivere nella società dei consumi, senza sentirsi in colpa?

     Certamente Dio non si basa sulla dichiarazione dei redditi per elargire la sua grazia! Dovendo restare in questo mondo e dovendo in qualche modo contribuire alla sua crescita, è normale sviluppare e accrescere i nostri beni. Tutti aspirano a vivere in maniera più dignitosa e in condizioni migliori; molti di noi cercano di realizzare un risparmio che possa avviare – più che garantire – un futuro per i figli. Soddisfare questi desideri in modo equilibrato non significa necessariamente sfruttare il prossimo e soggiacere pertanto in uno «stato di peccaminosità». Ricercare equità tra le risorse del pianeta è senz’altro un obbligo per tutte le nazioni, e ognuno è chiamato a collaborare con il proprio apporto.

     «Quis dives salvetur?» (Quale ricco potrà salvarsi?), si domandava in un’omelia Clemente d Alessandria nel II-III secolo. Già questo padre della chiesa, che contava tra i suoi discepoli molte persone agiate, affermava che in sé l’essere ricchi non ci esclude dal regno dei cieli. E il peccato ad escluderei, non la ricchezza. Ciò che conta è come agisce la coscienza del cristiano, come egli si determina nella storia, non il trovarsi nel bisogno o nell’agiatezza.
     Come ben ci ricorda nel suo contributo il segretario generale del CENSIS, Giuseppe De Rita, pare privo di significativi e proficui sbocchi contrapporre in modo rigido ricchezza e povertà, prendere posizione per l’una a sfavore dell’altra, guardare con viscerale sospetto il capitalismo. Non è standosene fuori che si potrà dare un’anima al consumo: «Quella che sembra mancare oggi e di cui si avverte il bisogno è una spiritualità del consumo che aiuti a vivere anche questa dimensione della vita in modo pieno. Il consumo, prima ancora di essere qualcosa da contenere, da delimitare, da relativizzare, come pure appare giusto fare, rappresenta qualcosa da arricchire di senso... Il Dio dei cristiani non gioisce vedendo soffrire gli uomini; egli vuole per essi una vita piena di tutto ciò che ha creato per loro» (A. Castegnaro, Il prezzo del consumo, Bologna 1994, p. 64).

     Il presente numero sembra all’apparenza non molto consistente. In realtà i contributi che lo compongono spingono a una profonda riflessione e revisione di alcuni luoghi comuni. In apertura l’articolo di Alessandro Castegnaro approfondisce il significato del termine «ricchezza», sviluppando i reconditi nessi che la società del benessere porta con sé. Carmine Di Sante  analizza il concetto di ricchezza nella tradizione ebraica, valutata positivamente come «benedizione divina»: come si concilia con l’opposta visione cristiana, che ha capovolto questa benedizione in «maledizione».

     Le analisi ci aiutano senz’altro a comprendere, ma attraverso quali processi si può sviluppare una «spiritualità del consumo» e accogliere la «soddisfazione-gratificazione» come elementi positivi? Abbiamo chiesto a Lilia Sebastiani di poter svolgere questi ultimi interrogativi, mentre Dalmazio Mongillo  affronta l’antica antinomia Provvidenza-previdenza. Di particolare interesse il contributo di Giuseppe De Rita, che espone possibili scenari futuri nel rapporto tra mercato, globalizzazione e solidarietà. L’auspicio è che la comunità cristiana entri con il suo contributo nel grande processo di unificazione planetaria in atto.

     In chiusura, come documentazione, Fabio Salviato, presidente della Banca popolare Etica di Padova, espone la nuova realtà della finanza etica: origini, novità, esperienze in corso.

a.f.


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