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I pregiudizi e le persone
Editoriale

«Ciascuno continui a vivere secondo la condizione che gli ha assegnato il Si­gnore, così come Dio lo ha chiamato».

(1 Corinzi 7,17)


«Ognuno ha il proprio filtro, che porta con sé dappertutto, e attraverso il quale raccoglie, nella massa indefinita dei fatti, quelli che sono più idonei a confermare i suoi pregiudizi»

 (Henri de Lubac)

 

Solo chi ne è stato soggetto sa quanto sia avvilente essere incompresi, non capiti o addirittura emarginati per un atteggiamento prevenuto nei propri confronti! Quante volte vengono maledetti i pregiudizi, “scorciatoie del pensiero” che sembrano il più delle volte inibire ogni forma sincera di dialogo e di libero confronto? Non esiste via di scampo: chi ci sta innanzi ormai ci ha associati a un’idea comune, siamo “standardizzati” in un’immagine stereotipa e non c’è più nulla da fare, punto e basta. Tutti vorremmo sopprimere i pregiudizi, ma tutti sappiamo che ciò non è possibile, non fosse altro perché noi stessi vi facciamo ricorso qualche volta.

Pregiudizi, stereotipi, luoghi comuni… sono tutte scorciatoie del pensiero umano che cercano in qualche modo di rispondere con minore fatica al fondamentale “bisogno di ordinare le cose del mondo, di nominarle, classificarle, stabilire fra loro gerarchie distinguendo ciò che è superiore da ciò che è inferiore, costruire schemi e norme di riferimento”. Fanno parte – nostro malgrado – di quel processo conoscitivo che accompagna ogni essere umano dotato di coscienza interrogante; tendono a disporre ogni cosa “secondo una logica che dà luogo a un universo di significati ordinato e quindi, presumibilmente, stabile e tranquilizzante” (G. Rifelli).

Lasciar sedimentare questi giudizi restrittivi dentro la propria coscienza, senza qualche volta metterli in discussione o almeno in dubbio, può avere fatali ripercussioni. Se una persona, che aderisce ad alcuni pregiudizi o stereotipi su un determinato gruppo sociale, inizia a “divinizzarli” o assolutizzarli, è assai facile che essa assuma un comportamento negativo, arrivando anche a forme concrete di discriminazione, di emarginazione, perfino di violenza.

Questa modalità di risposta comportamentale s’innesca ancora in molti quasi automaticamente quando si parla di persone omosessuali, condizione che riguarda circa il 5% della popolazione mondiale, stando alle recenti informazioni fornite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Succede spesso che, quando costoro acquisiscono una valenza positiva della loro identità omosessuale e la rivelano conseguentemente a se stessi e agli altri (coming out), si attivano quasi per incanto attorno a loro una serie feconda di pregiudizi. È pensiero comune, ad esempio, che la persona omosessuale sia colui o colei che assuma, per “definizione”, caratteristiche e comportamenti dell’altro sesso: gli uomini gay si esprimono con gesti, abitudini e atteggiamenti tipici del sesso femminile; le donne lesbiche invece con quelli tipici del mondo maschile; oppure sono persone segnate da tratti devianti della loro personalità, quindi fondamentalmente sono soggetti insicuri, infelici, depressi, viziosi, trasgressivi, provocatori, ribelli dell’ordine sociale costituito. Altri ancora pensano che l’omosessualità sia un male curabile a livello psichiatrico, perché – come si ostina ancora a dire – omosessualità è il risultato di un trauma da ricercarsi sempre nell’“infanzia difficile” del soggetto.

Finché si continuerà a confinare le persone omosessuali in tali astrazioni, non vi sarà alcun presupposto per il dialogo e per l’accoglienza matura di queste persone nella società e nella chiesa. È per questo che il presente fascicolo di Credere oggi cercherà di affrontare la tematica tenendo come riferimento le persone omosessuali, non l’omosessualità.

I contributi di questo numero vogliono offrire motivi di riflessione, certi come siamo che solo l’ascolto e la relazione sono antidoti al pregiudizio, certi che queste persone non sono degli “sbagli della natura” e neppure dei capricciosi, ma sono persone che chiedono di essere ascoltate e accolte nella loro differenza, più che diversità. Vogliamo parlare, cercare di entrare in dialogo con le persone e, per quanto possibile, andare al di là dei soliti pregiudizi che fabbricano soltanto ignobili etichette (e forse gli omosessuali sono stanchi di ricevere etichette).

La strutturazione di questo fascicolo segue la sua naturale impostazione interdisciplinare. Apre l’articolo di Luca Pietrantoni che espone gli atteggiamenti psicosociali più diffusi verso gli omosessuali. La funzione umana della sessualità e la difficoltà odierna di evidenziare e di descrivere maschile e femminile entro una propria identità sono i temi sviluppati da Lucio Pinkus. Una ricognizione sui passi biblici che parlano o presentano l’omosessualità viene offerta dal biblista Romeo Cavedo. Le riflessioni etico-antropologiche sull’omosessualità muovono dal recupero del primato dell’unità della specie sulla differenza di genere e dalla centralità della relazione sulle forme della sua espressione (Giannino Piana). Se il tema dell’accoglienza delle persone omosessuali in ambito cattolico presenta molte contraddizioni, in ambito protestante il dibattito non si può dire sereno. Ermanno Genre ci aiuta a ripercorrere gli sviluppi della riflessione etico-pastorale e le forme rituali di accompagnamento che si stanno attuando nelle chiese riformate.

È possibile vivere un cammino di vita interiore, ispirato alla fede cristiana, per le persone omosessuali? Tenendo come sfondo il vissuto quotidiano di tante persone, DomenicoPezzini indica alcuni elementi per avviare, sviluppare e maturare un’efficace esperienza spirituale.

In chiusura, la rassegna bibliografica sul tema, curata da GianniGeraci, e una sommaria documentazione che contempla alcune testimonianze e una breve cronistoria dei gruppi di omosessuali credenti.

a.f.

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