Sant'Antonio.org - Il portale della comunità antoniana
Edizioni Messaggero Padova
   Homepage
   Chi siamo
   L'ultimo numero
   Consulta i fascicoli
   Monografie 2020
   Le serie (1980-2019)
   Abbonamenti
   Mailing list
   Il mio carrello

 
Ricerca avanzata



quarantesimo
Messale festivo 2020
Trasparenze della parola
La fine del mondo


 Stampa pagina           Segnala pagina



 
La formazione della coscienza nella chiesa
Oliviero Svanera

1. Crisi e necessità di un’educazione della coscienza

  È luogo comune nell’ambito di una lettura della società occidentale parlare di crisi della morale. Crisi caratterizzata dalla caduta dei valori tradizionalmente condivisi da tutti, dall’assenza nelle persone di una chiara percezione della loro gerarchia, dalla perdita delle evidenze etiche comuni.

Ciò è sotto gli occhi di tutti come effetto di un cataclisma che ha distrutto le conoscenze e le acquisizioni etiche accumulate nel corso dei secoli. Il sapere morale è ormai disperso in mille rivoli, assieme ai frammenti delle varie scienze o delle arti. Il contesto in cui permangono poi le ultime nozioni etiche a disposizione non è più ricostruibile ed esse risultano incomprensibili e inservibili. “Abbiamo, è vero, dei simulacri di morale, continuiamo a usare molte delle espressioni fondamentali. Ma abbiamo perduto, in grandissima parte se non del tutto, la nostra comprensione, sia teorica che pratica, della morale”[1].

Senza riferimenti di senso per la vita collettiva, l’abitante del villaggio globale vive una nuova stagione di solitudine e di insignificanza. Deve fare i conti con il senso di spaesamento e di estraneità a cui è consegnato in questa società. “È la società della “coscienza infelice” in cui il singolo non interpreta più la società e non ne è più interpretato”[2]. Società dell’incertezza e della solitudine, in cui ci si difende imparando a riderci su. Nel riso infatti il cittadino globale esprime tutta l’ambiguità della sua condizione attuale: “È un male che le cose non siano così stabili e attendibili come vogliono far credere di essere; è un bene che non siano così rigide e soffocanti come appaiono”[3].

La mancanza di una finalità al nostro esistere, l’assenza di un fondamento della morale ha mandato in crisi anche l’educazione morale. Infatti che educazione della coscienza morale possiamo proporre? Quali valori etici dobbiamo trasmettere? Quelli che abbiamo ricevuto; ma servono veramente a qualcosa, se li abbiamo ereditati da un mondo che è definitivamente alle nostre spalle? Con quali criteri decidere allora ciò che va tramandato ai nostri figli?[4]

Di certo non si può più pensare la formazione morale in termini di semplice assimilazione di una condotta o di pura trasmissione di valori e norme di comportamento – che nel recente passato si realizzavano per lo più per osmosi vitale all’interno della famiglia – da tramandare di generazione in generazione e di cui esigere la puntuale osservanza. Di esse ai più è oramai sfuggito il senso e la verità.

Così l’idea e la possibilità di un’educazione della coscienza morale si riduce oggi al solo carattere procedurale delle regole pubbliche, necessarie alla convivenza civile; o all’enunciato della presunta neutralità etica di ogni processo formativo stante il pluralismo culturale che genera un relativismo morale per cui i giudizi etici possono essere tutti validi, visto che i contesti culturali sono diversi e differenti sono anche i principi etici sostenuti dagli individui. Non è dunque pensabile un’educazione morale univoca; si può auspicare in caso solo un’educazione fedele alle convenzioni morali della propria società, un convenzionalismo etico per cui ciò che è giusto è inscritto nelle convenzioni della società di appartenenza.

Si percepisce che una tale situazione contiene molte insidie. Così per esempio se si accettasse che, stante il nostro contesto multiculturale, possano valere solo le convenzioni morali della società di appartenenza si potrebbe legittimare l’intolleranza, secondo la logica per cui la tolleranza sarebbe giusta o ingiusta a seconda della società in cui si vive.

Non a caso, sulla base dell’idea di “dignità dell’uomo”, si cerca invece di affermare o di riaffermare nel dibattito etico la convinzione che certi diritti sono essenziali o costitutivi della persona umana. Si cerca di ridare fiato cioè a una soggettività autoconsistente che, dando un fondamento a valori che ci accomunano, permetta non solo a culture diverse di negoziare un modus vivendi rispettoso delle reciproche differenti tradizioni etiche, ma di avviare processi formativi plausibili e sempre più inderogabili[5].

L’educazione morale ha sempre accompagnato l’uomo nella tensione morale tra l’ideale degli scopi prefissati e il reale delle possibilità attuative. Oggi, di fronte alla consapevolezza che al massimo di capacità scientifiche e tecniche si accompagna il minimo di conoscenza di fronte al senso e agli scopi – con lo spettro di un naufragio della nostra società – si rende ancor più decisivo e delicato, quasi un’estrema àncora di salvataggio, investire nella qualità morale delle persone. Educare oggi a distinguere il bene dal male, “costruire una coscienza morale”, diventa una sfida a cui non ci si può sottrarre, “un compito magnifico e gravoso, che spetta a genitori, insegnanti ed educatori”[6].

2. Magistero ecclesiale ed educazione della coscienza morale

Su questo scenario si stagliano anche le preoccupazioni del magistero della chiesa che da tempo va segnalando all’interno della comunità ecclesiale “una sorta di dissociazione tra la fede cristiana e le sue esigenze etiche a riguardo della vita, giungendo così al soggettivismo morale e ad alcuni comportamenti inaccettabili”[7].

Al riguardo i vescovi italiani denunciano che è in atto “una vera e propria eclissi del senso morale [...]. Più radicalmente, la caduta delle ideologie totalizzanti e delle grandi utopie di liberazione storica [...] ha lasciato spazio a forme di relativismo, di indifferenza diffusa per le domande radicali, senso del provvisorio, frammentazione del sapere e delle esperienze”[8]. Ne scaturisce una decisione di fondo per “un forte impegno in ordine alla qualità formativa, in senso spirituale, teologico, culturale, umano”[9].

Già il concilio Vaticano II aveva chiaramente evidenziato, accanto alla centralità della coscienza morale, l’importanza della sua formazione per la vita personale e sociale[10]. In particolare questa è decisiva nell’impegno dei fedeli laici per quanto riguarda la ricerca della verità morale, che va incarnata oggi con competenza e disponibilità allo Spirito: “Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena”. Senza attendersi dai pastori la risoluzione di tutte le questioni morali anche gravi sollevate dalla nostra società in rapida trasformazione, “assumano invece essi piuttosto la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero”[11].

Giovanni Paolo II ha fatto rimbalzare in merito un interrogativo preciso: “Qual è il ruolo della coscienza nella formazione del profilo morale dell’uomo?”[12]. Infatti, mentre si riconosce che “il senso acuto della dignità della persona umana e della sua unicità, come anche del rispetto dovuto al cammino della coscienza, costituisce un’acquisizione positiva della cultura moderna”[13]. Va pure sottolineato che deve essere molto forte “l’appello a formare la coscienza, a renderla oggetto di continua conversione alla verità e al bene”[14].

Per questo da una parte l’opera della chiesa, nei confronti ad esempio di opinioni o teorie etiche relativistiche o utilitaristiche, non si deve “restringere alla loro denuncia e al loro rifiuto, ma mira positivamente a sostenere con grande amore tutti i fedeli nella formazione d’una coscienza morale che giudichi e conduca a decisioni secondo verità” (cf. Rm 12,2). Deve infatti trovare “il suo punto di forza – il suo “segreto” formativo – non tanto negli enunciati dottrinali e negli appelli pastorali alla vigilanza, quanto nel tenere lo sguardo fisso sul Signore Gesù[15] fino a giungere a “una sorta di “connaturalità tra l’uomo e il vero bene[16].

 D’altro canto l’azione educativa della coscienza cristiana, che si radica innanzitutto nell’ascolto della Parola di Dio che illumina il credente sul suo cammino, trova un grande aiuto nel magistero della chiesa. Questi non vuole per nulla intaccare la libertà di coscienza del cristiano, desidera invece condurla a essere libera nella verità, ponendosi quindi “solo e sempre al servizio della coscienza, aiutandola a non essere portata qua e là da qualsiasi vento di dottrina secondo l’inganno degli uomini (cf. Ef 4,14)”[17].

Il compito poi di educare la coscienza a un giudizio morale retto, in accordo con la ragione e la legge divina, come ben evidenzia il Catechismo della chiesa cattolica,“è un compito di tutta la vita. Fin dai primi anni dischiude al bambino la conoscenza e la pratica della legge interiore, riconosciuta dalla coscienza morale. Un’educazione prudente insegna la virtù; preserva o guarisce dalla paura, dall’egoismo e dall’orgoglio, dai risentimenti della colpevolezza e dai moti di compiacenza, che nascono dalla debolezza e dagli sbagli umani. L’educazione della coscienza garantisce la libertà e genera la pace interiore” (n. 1784).

  3. Formare una coscienza morale a immagine di Cristo

  Quale via deve dunque percorrere la comunità cristiana per ridare un senso alla formazione della coscienza morale oggi?

“La parola “formazione” suscita i nostri sospetti”[18]. Il sospetto a cui qui ci si riferisce è quello di pensare che la formazione della coscienza sia una questione di progetti, programmi e strumenti pedagogici e pastorali, o si risolva in una rifondazione della teoria morale cristiana o in una rinnovata casistica per i problemi etici oggi più scottanti. La questione seria della formazione è invece come il credente, la chiesa quale corpo di Cristo, viva in conformità con la persona di Cristo. Come il mondo intero, ogni uomo possa essere conforme a Gesù, come cioè si formi Cristo in lui (cf. Gal 4,19).

a) Formati a immagine del Dio trinitario (cf. Gn 1,26)

Il punto di partenza per situare l’educazione della coscienza morale è l’autocomunicarsi amoroso del Padre mediante lo Spirito nel Figlio suo, per cui l’uomo è coinvolto in un cammino che lo immette in una progressione divinizzante. La chiesa infatti “fa esperienza di Dio che si rivela dentro la storia come esistenza personale, alterità e libertà”, così che per essa ora “il modo nel quale Iddio Padre è, costituisce l’esistenza e la vita come un fatto d’amore e di comunione personale”[19]. Il modo di essere di Dio infatti è essenzialmente l’amore, che è anche l’unica categoria ontologica e assiologica che lo determina eticamente. Questo modo costituisce ora ontologicamente anche l’essere dell’uomo, fatto “a immagine” di Dio (Gn 1,26-27), cioè creato per partecipare e comunicare alla vita trinitaria e personale di Dio, anch’egli dunque costituito come alterità personale e libera, che è dunque “il modo nel quale l’uomo è[20].

Il nostro agire morale scaturisce ed è espressione di questa dimensione ontologica della coscienza morale trinitaria; è quindi un progettarsi e un agire di relazione, di reciprocità, di apertura e accoglienza dell’altro, cioè di amore. La coscienza morale cristiana è coestensiva all’essere trinitario dell’uomo, è tensione morale a essere e a realizzare nel divenire ciò che essa è in un’autocomunicazione che rifletta e attualizzi l’amore che ama del Padre, il lasciarsi amare del Figlio e l’amore che unisce nella libertà dello Spirito.

 Ne deriva una “spiritualità educativa” che mira a un’educazione integrale e relazionale della persona. Essa non si restringe al livello di alcune proprietà individuali oggettive e universali da educare (volontà, ragione, sentimento, ecc.); si situa invece a livello di verità e profondità della persona quale intersoggettività, reciprocità di amore e di libertà, espressione della sua verità ontologico-trinitaria. L’educazione morale coinvolge la coscienza del credente in questo evento trinitario storico-salvifico, che è fondamentalmente esperienza di grazia.

A volte si è stati educati a giudicare la bontà o la malizia del cristiano in base all’adempimento di leggi o prescrizioni umane. Questo se ci fa sentire meritevoli ai nostri occhi e certi della ricompensa divina, non trascende però la nostra bontà umana e un certo minimalismo etico. Non educa la coscienza a uscire dal Scilla e Cariddi di una visione rigidamente oggettivista ed essenzialista (con i caratteri del legalismo, moralismo, astoricismo...) o, al contrario, soggettivista e situazionista (con i caratteri del relativismo, spontaneismo...). Il cristiano va aiutato invece a formarsi a una mentalità morale che nel vissuto storico sia coestensiva nel suo agire della propria realtà misterica trinitaria di grazia.

La pedagogia nella costruzione di una coscienza di comunione e di relazione passa qui attraverso un triplice movimento: “Il decentrarsi, quale atto di immedesimazione e di attenzione verso gli altri; l’incentrarsi, quale capacità di assumersi compiti comuni e di partecipare, in quanto membri che si riconoscono in una comunità; il ritrovarsi, quale senso dell’accomunamento, al di là della diversità di condizioni e posizioni”[21].

Perché avvenga un tale processo è essenziale stabilire dei legami, creare relazioni con le persone e tra le persone, mediante “strategie” o esperienze di fraternità e di condivisione. La coscienza si struttura attraverso un’esperienza originaria di buona relazione con gli altri che gli consente di credere nella vita e nel suo valore promettente.

I rapporti familiari rimangono qui decisivi. Sono essi ad avviare attraverso l’esperienza filiale al senso dello stupore e della gratuità del dono della vita; attraverso l’esperienza genitoriale alla responsabilità di un mutuo dare e ricevere, che si alimenta al contempo della piena dedizione all’altro come pure del ritrarsi perché egli cresca in autonomia; attraverso l’esperienza tra fratelli a saper accogliere la diversità come una ricchezza, a confrontarsi, a condividere e a cooperare con gli altri. È questa la via per una coscienza che in avvenire saprà poi allargare lo sguardo sul mondo intero e aprirsi ai doveri della giustizia, del rispetto, della riconciliazione e della pace[22].

L’educazione è dunque una questione interpersonale. Nasce e si sviluppa in una dinamica fondata sulla fiducia e sulla libertà che non mira a condizionare la mente e la volontà altrui o a inculcare verità ma, facendo leva sulle ricchezze interiori proprie ad ognuno, punta a dischiudere all’agire nuovi orizzonti di senso, di responsabilità e di solidarietà con i fratelli.

b) Affinché sia formato Cristo in noi (cf. Gal 4,19)

Il dinamismo trinitario dell’Agape si rivela nella sua pienezza alla coscienza nel mistero pasquale di Gesù Cristo. Per esso il credente viene inserito nel ritmo della vita trinitaria attraverso il mistero di morte e risurrezione di Gesù. “È dunque il Cristo crocifisso e risorto l’unico e definitivo luogo e orizzonte in cui io posso accedere, nello Spirito, a un’ontologia trinitaria della persona che si compie nella grazia-caritas[23]. A ogni uomo che si mostra disponibile all’azione dello Spirito può essere comunicata e partecipata l’esperienza pasquale di Gesù, il suo dono di grazia e di amore.

La coscienza è il luogo dove l’uomo si autocomprende come dono di Dio in Cristo. Ne deriva che il giudizio morale del cristiano è chiamato a essere giudizio di valore sulla capacità di vivere la vocazione in Cristo e a valutare se le scelte morali concrete sono espressione del suo essere persona nuova. L’esistenza cristiana viene ricondotta all’indicativo salvifico, che ne esprime la dignità nonché i valori e le conseguenti esigenze morali per una responsabilità forte e impegnata nella libertà dello Spirito[24].

La fedeltà al comandamento, le direttive date dalla chiesa, la testimonianza ecclesiale, l’azione che libera e guida le energie di bene della persona... sono tutti aspetti di una pedagogia della coscienza morale che acquistano il loro senso vero, la loro consistenza e profondità alla luce del dinamismo proprio all’operare in noi dello Spirito pasquale (cf. Ef 4,23). Diversamente si rischia di sfociare o in una ricerca della verità morale oggettiva che prescinde dalla situazione esistenziale della persona, o in un dualismo interiore tra la motivazione trinitaria e cristologica cristiana da una parte e le norme o le indicazioni della ragione umana dall’altra. Non si accede in definitiva alla formazione di una coscienza unitaria che ha nella sequela e nella passione messianica di Gesù il criterio oggettivo per il proprio agire morale.

In questa direzione allora l’educazione della coscienza morale cristiana si compie non solo attraverso un’istruzione “sui valori etici narrando”, ma anche introducendo la persona “in un’esperienza salvifica corrispondente”[25]. Una tale “iniziazione” si attua mediante i segni e i gesti liturgici, che immettono il credente nel mistero della vita nuova in Cristo e – si pensi per esempio alla funzione dell’iniziazione battesimale nella chiesa antica – diventano riferimento necessario per il definirsi di un’identità e di una coscienza cristiana.

La formazione, iniziazione della coscienza si realizza poi attraverso la dinamica della comunione fraterna (koinonìa), della presenza testimoniante di persone credibili (martyrìa) e del servizio umile all’altro (diakonìa). Si tratta di forme attraverso cui il credente – pensiamo qui al rapporto pedagogico paradigmatico tra Gesù e i suoi discepoli descritto dal Vangelo – partecipa di una dinamica formativa che ne struttura l’identità morale, ancor prima che egli ne colga pienamente il senso[26].

4. Educare a un discernimento nella libertà di Spirito

L’idea di un’educazione come cammino graduale di iniziazione della coscienza al senso morale cristiano si dispiega in varie direzioni. Si tratta innanzitutto di un “educare” – dal latino e-ducere, “portare fuori da” – inteso come un condurre all’esterno del cuore della persona aspirazioni, ideali, attitudini e potenzialità già presenti fin dalla sua creazione nel suo intimo e orientabili al bene, al bello e al vero. La comunità cristiana ha sempre difeso e affermato la consapevolezza dell’interna capacità dell’uomo di operare il bene, anche quando tale visione è stata oscurata da un eccessivo accento sul peccato originale e sulla sua impotenza al bene, che ha determinato nell’antropologia cristiana un dualismo tra natura e grazia

“Educare” – dal latino edere, “nutrire”, secondo un’altra accezione etimologica – è però anche capacità di trasmettere all’educando un sapere morale, fatto di valori come l’amore, la giustizia, l’onestà; di norme e regole di vita; di tradizioni e modelli di comportamento che definiscono la cultura morale di un popolo. L’apprendistato morale è qui da cogliere nella linea della comunicazione affettiva. Si pensi in particolare alla relazione originaria e più autentica, quella materna. I primi articoli della legge morale sono trasmessi già mentre il bambino viene allattato nel sorriso o nell’aggrottarsi delle ciglia di un volto che, con le sue espressioni e il suo posarsi silenzioso, mentre si incrocia con quello del bambino, gli testimonia fiducia e/o non approvazione sul valore delle proprie iniziative.

L’opera educativa è dunque un’arte che sa coniugare gli aspetti cognitivi (istruzione, insegnamento critico, apprendimento...) con quelli vitali (esperienze e processi di liberazione e di responsabilizzazione...), ed è accompagnata dall’azione dello Spirito, l’Educatore interiore. Egli educa la coscienza a un discernimento, quale capacità di scrutare e valutare tra i vari atteggiamenti umani quelli che provengono o meno dalla sua mozione interiore (cf. Ef 1,9-10; Rm 12,2; Eb 5,14).

a)      Educare alla libertà

“Voi siete chiamati alla libertà” (Gal 5,13). Questo proclama di san Paolo è il manifesto di ogni educazione al discernimento morale cristiano.

Oggi l’uomo si dibatte tra la “volontà di potenza” che lo rende allergico a ogni eteronomia morale, e l’illusione della libertà assoluta, dell’autosufficienza che gli fa chiudere gli occhi di fronte ai propri limiti. La condizione della libertà è per certi versi oggi più tragica di ieri. Essa sottopone il singolo a uno “stress decisionale” in una ridda di informazioni e di stimoli e in un eccesso di possibilità di scelta, a fronte dell’assenza di un quadro interpretativo univoco a sua disposizione. Il risultato non è un maggior senso di responsabilità davanti alla vita propria e altrui, ma una cultura adiaforica in cui non è importante cosa è bene o cosa è male perché le scelte sono guidate dal gusto personale, eletto a unico criterio oggettivo, dal “ciò che funziona” in ordine alla realizzazione personale e immediata[27].

Ogni uomo può comunque volgersi al bene soltanto nella libertà. Sappiamo però che l’agire morale libero si struttura nell’interazione tra vari condizionamenti di ordine genetico, psicologico, sociologico e, specie oggi, mediatico. Ciò, da una parte, ci rende consapevoli della complessità della natura umana e dei molteplici meccanismi che conducono allo sviluppo della coscienza morale. D’altra parte invoca ed esige le condizioni perché il processo di responsabilità sia condotto, attraverso i processi di socializzazione, di mediazione cognitiva e affettiva, verso un sentire olistico e unitario della coscienza. L’obiettivo è educare la persona a decidere “non per cieco impulso interno o per mera coazione esterna”, ma con convinzione e sempre più liberamente attratta dalla volontà di realizzare il suo bene integrale, procurandosi allo scopo “da sé e con la sua diligente iniziativa i mezzi convenienti”[28].

Se pensiamo ad esempio alla forza pervasiva e potente della “realtà mediatica” in cui siamo inseriti – di cui conosciamo l’influsso nella modificazione della percezione della realtà, nella conversione di principi di valutazione e di condotta – si fa urgente per il cittadino globale la capacità di discernimento, l’acquisizione di una coscienza ermeneutica. È necessario governare il rapporto con i media, “creare i filtri, potenziare la conversazione, il dialogo e il confronto” a partire “dalla consapevolezza che non esiste una “determinazione automatica” fra il “medium” e la mente-volontà umana, e che è possibile creare uno “scudo mentale” attraverso la creazione del “senso critico” dell’individuo”, imparando a distaccarsi e a mantenere un confronto con la vita reale[29].

In tale direzione va valorizzato il contatto umano diretto, la relazione interpersonale attraverso cui si può raggiungere un livello comunicativo più forte, vero e profondo. La comunicazione dal vivo infatti “impatta” il cuore della persona e coinvolge, sostiene così la mediazione dei contenuti culturali, religiosi e morali fedeli alla verità su Dio e sull’uomo. Ciò quindi che può sembrare schiavizzante per la coscienza morale, come il potere mediatico o qualsiasi altro condizionamento, non solo può trovare forme di resistenza, ma può tradursi in una possibilità di nuova responsabilità in vista di una crescita autonoma nel contesto dello sviluppo integrale della persona.

b)      Educare a giudicare da sé

La coscienza della persona in Cristo è coinvolta in un dinamismo di Spirito, dinamismo di crescita nella libertà che si dispiega concretamente nella capacità di far interagire nella propria coscienza le indicazioni oggettive di valore, le esigenze soggettive e le peculiarità della situazione specifica nella ricerca e realizzazione concreta del bene da fare qui e ora.

La legge nuova dello Spirito Santo, legge di libertà non si struttura in noi solo per un intervento esterno di indottrinamento, o solo attraverso l’abitudine all’osservanza di leggi positive, o come si notava poc’anzi, per un automatismo della grazia che ci garantisce una maturazione morale.

La scelta fondamentale del Cristo morto e risorto, che costituisce la coscienza fondamentale cristiana, sussiste e si realizza nella capacità di formulare giudizi concreti sul bene e il male conformi alla prassi messianica di Gesù. Ma se si vuole che la verità-valore proposto dalla fede mediante la carità sia reso efficace storicamente, diventa indispensabile essere educati a un metodo di discernimento.

La proposta conciliare, nella linea del vedere-giudicare-agire, è già indicativa in tal senso ed esprime il desiderio di integrare i diversi processi personali, culturali e religiosi della valutazione etica. Infatti, sebbene tutti noi dobbiamo affrontare sempre nuove questioni morali, ci manca la chiarezza su come giudicare e discernere[30]. “La maggior parte di noi effettivamente non possiede un metodo riflessivo per affrontare i problemi morali”. Ci si affida di volta in volta all’autorità, alla tradizione, alla propria intuizione, alle regole e alle aspettative sociali. Mentre “la sensibilità morale è il prodotto di un buon metodo etico e la base appropriata della coscienza”[31].

 Poiché l’uomo ontologicamente nuovo in Cristo, cresce continuamente verso la salvezza (cf. 1Pt 2,2) e nella conoscenza della volontà di Dio (cf. Col 1,10), egli cerca di costruire ogni giorno in coscienza la propria risposta di Spirito che non è mai già preconfezionata (cf. Rm 12,2). Come dire che la formazione della coscienza non si limita alla conoscenza dei valori morali e delle norme che li mediano: la verità morale è un “di più” rispetto a ogni codificazione e memorizzazione di norme astratte.

Norma e coscienza però non sono qui due poli posti nella persona in un aut aut lacerante: è la coscienza che deve cogliere la verità morale, ciò che è buono e gradito davanti a Dio nella “ferialità” salvifica del qui e ora. Il discernimento, in una ricerca comune di tutta la comunità cristiana illuminata dalla Parola, è a servizio di una verità che trascende la coscienza stessa e che essa deve continuamente invenire.

L’educazione della coscienza si apre allora a compiti di progettualità in ordine alla soluzione di “tanti problemi morali, che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale”[32]. Un compito “creativo” dunque in ordine all’incarnazione della legge morale nella città terrena che è stato per lo più trascurato dalla tradizione teologico-morale e dalla prassi educativa cristiana. “Sussiste dunque l’esigenza, cercando (tentando) in maniera “creativa” e responsabile, servendosi di tutte le realtà, conoscenze e valutazioni a disposizione (anche quelle del popolo di Dio ecclesiale e del magistero), la soluzione giusta, e infine interrompere altrettanto responsabilmente questo processo di ricerca in quanto “ora sufficiente” e arrivare così a una vera convinzione”[33].

Per questo si può parlare dell’etica come arte, in quanto il suo discernimento coinvolge la sensibilità, la situazione, l’immaginazione e la creatività personali e non può essere catturato solo in processi razionali e scientifici.

5. Verso una coscienza morale matura

Il dono dello Spirito nel soggetto rinato per la Pasqua di Cristo, come si diceva, rende l’itinerario morale cristiano un processo dinamico, un cammino di conversione gradualmente chiamato a integrare nel vissuto le esigenze radicali e assolute della volontà di Dio (cf. Ef 4,23-24; Col 3,9-15).

Questo dato che la tradizione ecclesiale ha sempre riconosciuto come tipico di ogni iniziazione alla fede cristiana e alla sua educazione, ha trovato un riscontro antropologico nello studio del fatto morale come fatto di crescita, che valorizza i dati dello sviluppo morale forniti dalla psicologia dell’età evolutiva.

L’educazione morale della coscienza è stata ancorata a lungo a un ottimismo socratico-platonico, nella convinzione della corrispondenza consequenziale tra l’apprendimento del bene e la sua effettiva attuazione. Ancor oggi si rileva come l’opera educativa corra il rischio di una “proiezione benigna”, cioè di “una specie di ottimismo implicito ed esplicito per quanto riguarda la capacità riflessiva e l’equilibrio emotivo delle persone in generale”, mentre si sottovalutano le “difficoltà che esse possono avere nella comprensione dei valori e nell’applicazione alla propria vita”[34].

Gli studi psicologici sullo sviluppo morale dell’individuo rendono oggi la pedagogia morale più cauta e realista. Infatti il passaggio dall’eteronomia all’autonomia morale attraverso processi di socializzazione che implicano regole di cooperazione e partecipazione (J. Piaget); la possibilità che il soggetto giunga a un ragionamento morale emancipato dai propri impulsi e interessi egocentrici, passando attraverso il rispetto delle convenzioni sociali, dell’autorità e della legge, per giungere a un’etica della convinzione dove una decisione di coscienza nasce da principi etici scelti personalmente, non avviene in modo scontato e lineare (L. Kohlberg).

Natura non facit saltus (Linneo). Nella serie di gradi di passaggio o di crescita qui accennati, la maturità morale della maggior parte delle persone si fermerebbe a standard conformistici o al rispetto dell’autorità costituita necessaria al mantenimento dell’ordine sociale. Ben pochi raggiungerebbero una maturità morale guidata da principi etici universali come la giustizia, l’uguaglianza e il rispetto dei diritti e della dignità di ogni uomo[35].

Questa consapevolezza induce l’educazione della coscienza non tanto a “graduare” la legge morale secondo la situazione dei singoli, compromettendone la verità oggettiva, ma certo a conciliarla con la visione della concreta e storica verità della persona in cammino. La legge della gradualità evidenzia come ci si avvicini al bene gradualmente, per cui la “strategia educativa” consiste nel continuo appello ad allargare progressivamente i margini del bene possibile.

Quindi se, da una parte, non si può prescindere dalla presentazione dell’etica nelle sue esigenze normative, dall’altra la constatazione realistica della distanza tra la morale ideale e la morale reale, tra il desiderio di perfezione morale e limite della sua realizzazione, deve diventare una preoccupazione non solo ascetico-spirituale, ma pedagogico-morale. “La chiesa può e deve applicare – anche in forma riflessa – una gradualità secondo una forma sapiente e sensata, e saper quindi, in certe forme e in certe condizioni, “ignorare” e tollerare una distanza del genere”[36].

6. Elogio del senso di colpa?

Un’educazione della coscienza radicata, come dicevamo, sul fondamento trinitario-storico-salvifico della morale, si preoccupa meno di determinare “cosa fare”, rispetto all’esigenza di chiarire sempre “perché fare”, di dare il “senso” di ogni decisione morale o, in altre parole, il “perché vale la pena” sotteso a ogni presa di posizione etica. La legge nuova dello Spirito, legge di amore e di libertà, è qui la legge suprema che sovrasta ogni norma particolare e insieme la forza interiore che la anima in quanto criterio per tutte le scelte.

Hanno ancora senso qui le minacce, le punizioni o i castighi? E quale forza e che peso possono avere oggi le norme morali, i divieti e le ingiunzioni che impegnano o obbligano la coscienza?

Da una educazione autoritaria a una permissiva. La legge del pendolo ha guidato le scelte pedagogiche degli ultimi anni con sottesa la stessa logica: l’incapacità dell’adulto ad affrontare un rapporto autentico con l’educando o perché tutto è già stato deciso e regolato (autoritarismo), oppure perché niente va imposto e tutto è concesso (permissivismo). L’esito a cui si perviene è nel primo caso la mortificazione del desiderio di vivere e, nel secondo, la destrutturazione di sé. Con tutto ciò oggi la vera questione è che l’adulto manca radicalmente di un’identità capace di trasmettere contenuti e modelli di valore che sono comunicabili solo narrando di sé mediante lo “stare con”, il “camminare accanto”, il condividere sapendo offrire una testimonianza significativa, cioè sensata.

In questo processo si è messo sul banco degli imputati il senso di colpa, considerato il perno – così spesso si è detto – di una cultura e di una pedagogia di matrice cristiana, che parla persino di una colpa originaria. L’educazione morale contemporanea ha assunto perciò come parola d’ordine l’imperativo di emanciparsi dal super-ego freudiano, cioè da quell’istanza normativa assoluta e tirannica, causa di tanti sensi di colpa che castrano la ricerca del piacere e frustrano l’autostima personale.

In verità il senso di colpa – ben espresso dal rimorso interiore – nasce dal rimprovero che il soggetto si sente fare per non aver risposto all’ideale dell’io, cioè al dovere morale di contenere la violenza dei propri impulsi aggressivi. Fin qui però esso non ha nulla di patologico. Si tratta di una realtà che permette la strutturazione morale sia della persona come della vita sociale. Anche se è vero che un’accentuazione della funzione di questo occhio vigile della legge – pensiamo a una certa prassi del sacramento della riconciliazione – ha certo irretito il quotidiano nelle maglie di una morale legalistica che Gesù stesso ha stigmatizzato.

Come sempre dunque il rischio è di buttare con l’acqua sporca il bambino che è nella vasca. E così, col desiderio di evitare nevrosi ossessive e di difendere la coscienza morale da processi morbosi, si è finito per non capire come questo stadio del super-ego – stadio certo pre-morale della coscienza in cui si affrontano i divieti primordiali come il “non uccidere”, “non avere rapporti parentali fusionali”, “non mentire”... che permettono l’istituirsi della relazione originaria con l’altro – abbia lo scopo fondamentale, mettendo dei paletti in campo, di aiutare il soggetto a porre le premesse per superare l’angoscia da “stress decisionale” di cui si diceva, facendogli acquisire il senso di responsabilità e della realtà di sé e degli altri[37].

Fatta salva dunque una via educativa che sappia essere accogliente e fiduciosa verso la persona – evitando specie nelle prime fasi dello sviluppo morale, sia lo scoglio, per eccesso di ingiunzioni, dello scrupolismo; sia quello, per difetto, dell’anarchia pulsionale – si sente urgente oggi un’educazione delle proibizioni e dei limiti, anche delle punizioni per quanto contenute “nel rispetto umano e negli scopi educativi: finalizzata all’apprendimento e quindi a un senso dell’amore”. Per questo ci vuole certo un’autorità e delle agenzie educative credibili – si pensi qui all’importanza persuasiva della testimonianza e delle narrazioni di senso fatte in casa dai genitori e al ruolo della scuola – ma certo “una società che non sia in grado o abbia paura di proporre degli imperativi, è destinata ad abbandonare i propri figli. [...] Una società che tema di mettere dei limiti, è priva di senso di responsabilità, manca di principi”[38].

Del resto lo stesso san Paolo esorta a fare i conti con la constatazione che alla rinascita in Cristo dell’uomo nuovo, che chiama alla comunione fraterna, alla reciprocità nella carità con gli altri, non si dà sempre nel quotidiano una capacità di discernimento e di scelte morali corrispondenti(cf. 1Cor 8). Se la fede in Cristo, e non la legge, ha valore salvifico (cf. Gal 3,10ss), questa però non perde vigore su un piano oggettivo e in funzione pedagogica (cf. Gal 3,23-25), quale “mediatrice di reciprocità”[39] perché si dispieghino tutte le possibilità dell’amore (“a servizio gli uni degli altri”, cf. Gal 5,13).

Il processo formativo in questa direzione non può partire da una libertà senza vincoli, ma dal cogliersi da subito – si pensi al legame madre-bambino – situati in una relazione d’amore per cui si scopre non solo che la libertà dell’altro è il limite della mia, ma che la libertà dell’altro è la condizione della mia[40].

In tal senso il comandamento dell’amore che esprime l’originale ispirazione cristiana della morale è legge dello Spirito e riempie tutto il campo della libertà morale. Esso impedisce la stagnazione o la ricerca compensatoria di sicurezza, ed è legge di responsabilità che invoca l’uscita dall’egocentrismo e dal narcisismo morale (“vivere secondo la carne”), in vista di una progettualità di accettazione e di servizio all’altro (“vivere secondo lo Spirito”: cf. Gal 5,16ss).

A tanto è chiamata l’azione educativa della coscienza morale, che non potrà mai esaurirsi in una pura istruzione di norme o di condotte, quanto proporsi come arte che introduce a un’altra arte: quella di amare, di vivere appieno cioè la verità della libertà in Cristo e, in lui, il compimento del proprio desiderio di felicità e di salvezza.

Oliviero Svanera
docente di Teologia morale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, sezione di Padova

Sommario

A partire dalle difficoltà che attraversa oggi il compito educativo della coscienza sia per la crisi delle evidenze etiche, come per la scarsa propensione delle scienze pedagogiche e della cultura attuale ad assumere l’interrogativo morale in tutta la sua referenzialità al bene morale, si riafferma l’urgenza educativa per la strutturazione della coscienza morale. Anche il magistero ecclesiale, la comunità cristiana intera si interrogano sulle vie da percorrere per ridare un senso alla coscienza morale e all’educazione del credente in Cristo.

Il percorso proposto, attraverso il riferimento al mistero trinitario storico-salvifico, evidenzia la necessità di una coscienza morale di comunione coestensiva con la propria realtà misterica trinitaria di grazia. Si evidenzia per questo come sia essenziale stabilire dei legami, creare relazioni con le persone e tra le persone, che consentano alla coscienza nel suo originario strutturarsi di credere nella vita e nel suo valore promettente. I rapporti familiari rimangono qui decisivi.

Diventa poi importante, sia attraverso un’azione istruttiva, come attraverso un’iniziazione alla vita fraterna, liturgica e alla diaconia ecclesiale, che la persona sia introdotta in una dinamica che formi un’identità coscienziale secondo il sentire di Gesù e la libertà del suo Spirito.

L’educazione alla libertà per il bene, come acquisizione di una coscienza autonoma e critica di fronte ai vari condizionamenti odierni; la capacità di giudicare da sé, imparando a discernere ciò che è bene e ciò che è male e sapendo assumere anche una progettualità in ordine ai vari problemi della vita, sono poi i compiti fondamentali a cui è chiamato ogni impegno formativo.

In questa direzione, consapevoli della distanza tra la morale ideale e la morale reale, la coscienza va sostenuta e guidata nel cammino progressivo che allarghi i margini del bene possibile. E, in tal senso, oltre una visione autoritaria o permissiva dei processi formativi, va rivalutata la testimonianza persuasiva della figura paterna e materna e della società tutta, in ordine sia alla qualità promettente della vita come alla definizione di una legge, quella dell’amore, che ne chiarisca il valore impegnativo.

NOTA BIBLIOGRAFICA

E. Alberich (a cura di), Educazione morale oggi,LAS, Roma 1983; G. Gatti, Educazione morale etica cristiana, Elle Di Ci, Leumann (Torino) 1994; S. Majorano, La coscienza. Per una lettura cristiana,Paoline, Cinisello Balsamo (Milano) 1994; A. Manenti - C. Bresciani, Psicologia e sviluppo morale della persona, Dehoniane, Bologna 1993; P. Valadier, Elogio della coscienza, SEI, Torino 1995.



[1] A. MacIntyre, Dopo la virtù. Saggio di teoria morale,Feltrinelli, Milano 1988, pp. 12-13; cf. G. Angelini, La crisi della morale,in “La rivista del clero italiano” 70 (1989), pp. 662-675.

[2] U. Galimberti, Orme del sacro,Feltrinelli, Milano 2000, p. 226.

[3] Z. Bauman, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano 2000, p. 63.

[4] Di fatto all’abbandono dell’interrogativo morale – la domanda su cosa è bene e non solo su ciò che è giusto – da parte della scienza si è aggiunto quello sulla educazione della coscienza morale – la cui consistenza si coglie appunto in riferimento al bene in senso propriamente morale – da parte della pedagogia. Cf. A. Caprioli - L. Vaccaro, Educazione. Questione cristiana e questione civile, Morcelliana, Brescia 1991; AA.VV., Educare nella società complessa. Problemi, esperienze, prospettive,La Scuola, Brescia 1991.

[5] Cf. F. Botturi, Formazione della coscienza morale: un problema di libertà, in Per una libertà responsabile, a cura di G. L. Brena - R. Presilla, Messaggero, Padova 2000, pp. 73-95.

[6] I. Montanelli, I giovani assassini di Novi Ligure, in “Corriere della sera”, 16 marzo 2001.

[7]Giovanni Paolo II, lett. enc. Evangelium vitae 95, 25 marzo 1995, in EV 14/2484. Cf. Giovanni Paolo II, lett. enc. Veritatis splendor 88, 6 agosto 1993, in EV 13/2753.

[8]Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali dellepiscopato italiano per il primo decennio del 2000, Roma 29 giugno 2001, 41.

[9]Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il Vangelo..., op. cit., 44.

[10] Cf. Concilio Vaticano II, cost. past. Gaudium et spes 16, 7 dicembre 1965, in EV 1/1369; dich. Dignitatis humanae 3. 14, 7 dicembre 1965, in EV 1/1047-1051. 1078-1081.

[11]Concilio Vaticano II, cost. past. Gaudium et spes 43, in EV 1/1455.

[12]Giovanni Paolo II, lett. enc. Veritatis splendor 30, in EV 13/2615.

[13]Giovanni Paolo II, lett. enc. Veritatis splendor 31, in EV 13/2619.

[14]Giovanni Paolo II, lett. enc. Veritatis splendor 64, in EV 13/2693.

[15]Giovanni Paolo II, lett. enc. Veritatis splendor 85, in EV 13/2745.

[16]Giovanni Paolo II, lett. enc. Veritatis splendor 64, in EV 13/2693.

[17]Giovanni Paolo II, lett. enc. Veritatis splendor 64, in EV 13/2694.

[18] D. Bonhoeffer, Etica,Bompiani, Milano 1963, p. 69.

[19]Chr. Yannaras, La libertà dellethos. Alle radici della crisi morale in occidente, Dehoniane, Bologna 1984, pp. 11-12.

[20]Yannaras, La libertà dellethos..., op. cit., p.15.

[21] G. Mollo, Letica nella famiglia,in “La Famiglia” 32 (1997), fasc. 186, p. 11.

[22] Cf. Giovanni Paolo II, es. ap. Familiaris consortio 43, 22 novembre 1981, in EV 7/1664.

[23] P. Coda, Per unontologia trinitaria della carità. Una riflessione introduttiva, in “Lateranum” 51 (1985), p. 74.

[24] Cf. Concilio Vaticano II, decr. Optatam totius 16, 28 ottobre 1965, in EV 1/805-810.

[25] T. Goffi, Etica cristiana narrativa. Verso un metodo nuovo in teologia morale?, in “Rivista di Teologia morale” 47 (1980), p. 351.

[26] Cf. Giovanni Paolo II, es. ap. Familiaris consortio 39, in EV 7/1650-1654; P.D. Guenzi, In che direzione formare le coscienze?, in “La Settimana” 10 (1997), pp. 8-9.

[27] Cf. Z. Bauman, Le sfide delletica,Feltrinelli, Milano 1996.

[28]Concilio Vaticano II, cost. past. Gaudium et spes 17, in EV 1/1370.

[29] S. Fernandez Ardanaz, Linflusso dei mass-media nella formazione della coscienza morale, in Crisi e risveglio della coscienza morale nel nostro tempo, a cura di A. Lobato, Dehoniane, Bologna 1989, pp. 140-141. Cf. numero monografico 124 di “Credereoggi”: Mass media: per un cammino etico.

[30] Cf. Concilio Vaticano II, cost. past. Gaudium et spes 43-44, in EV 1/1454-1462.

[31] D.C. Maguire - A.N. Fargnoli, Letica come arte e come scienza. Un metodo per valutare i problemi morali,Dehoniane, Bologna 1998, pp. 49.

[32]Concilio Vaticano II, cost. past. Gaudium et spes 16, in EV 1/1369.

[33] J. Fuchs, Ricercando la verità morale,Paoline, Milano 1996, p. 140. Cf. B. Häring, Norma e coscienza creativa,“Il Regno. Attualità” 34 (1989/8), pp. 177-181.

[34] B.M. Kiely, Psicologia e teologia morale. Linee di convergenza, Marietti, Casale Monferrato 1982, p. 12.

[35]Kiely, Psicologia e teologia morale..., op. cit., p. 296. Cf. R. Duska - M. Whelan, Lo sviluppo morale nelletà evolutiva. Una guida a Piaget e Kohlberg, Marietti, Casale Monferrato 1979.

[36] K. Rahner, Differenza tra morale teoretica e reale, in La salvezza nella chiesa. Strutture fondamentali della mediazione salvifica, Herder, Roma 1968, p. 144. Cf. Giovanni Paolo II, es. ap. Familiaris consortio 34, in EV 7/1631-1635.

[37] “L’assenza del senso di colpa significa e implica l’assenza di questo “altro”, il cui desiderio ha per noi valore di misura e di legge del nostro stesso desiderio, di quest’ “altro” che incarna o ripete l’istanza paterna... fino al Padre”: G. Sovernigo, Senso di colpa, peccato e confessione. Aspetti psicopedagogici,Dehoniane, Bologna 2000, p. 160.

[38] V. Andreoli, Amici laici, rivalutiamo lantico senso di colpa, in “Avvenire”, 26 giugno 2001. Cf. J.-P. Mensior, Percorsi di crescita umana e cristiana,Qiqajon, Magnano (Biella) 2001; A. Phillips, I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, Milano 1999.

[39] J.C. Sagne, La loi, la récriprocité et le don, in “La Vie Spirituelle. Supplement” 108 (1974), p. 13.

[40] Questa relazione d’amore, che è esperienza del sentirsi amato e del legame profondo con l’altro, è poi chiaramente decisiva per il sorgere nella persona del debito d’amore. “Non ci può essere né pentimento, se la creatura non è stata amata, né senso di colpa. L’amore donato è il fondamento di ogni possibile sentimento morale. Dobbiamo temere non tanto l’inferno della colpa, ma il deserto dell’amore”: G. Mazzoccato, Senso di colpa e pentimento, in “Servitium” 137 (2001), p. 79.

 Vai inizio pagina           Stampa pagina           Segnala pagina


© 2020 PPFMC Messaggero di S.Antonio Editrice
Via Orto Botanico 11 - 35123 Padova (Italy) - P.Iva 00226500288
Tel. +39 049 8225 777 (da lun. a ven. 9.00-12.30) - Fax +39 049 8225 650
email:credere@santantonio.org | Privacy & cookie
 

In order to provide you with the best online experience this site uses cookies.
By accessing our website, the user accepts to receive cookies.