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Sacerdozio battesimale e sacerdozio ministeriale
Editoriale

Quando dono quel che possiedo, quando porto la mia croce e seguo il Cristo,
allora io offro un sacrificio sull’altare di Dio.
Quando brucio il mio corpo nel fuoco dell’amore e ottengo la gloria del martirio,
allora io offro me stesso quale olocausto sull’altare di Dio.
Quando amo i miei fratelli fino a dare per essi la mia vita,
quando combatto fino alla morte per la giustizia e per la verità,
quando mortifico il mio corpo astenendomi dalla concupiscenza carnale,
quando sono crocifisso al mondo e il mondo è crocifisso per me,
allora io offro di nuovo un sacrificio d’olocausto sull’altare di Dio...
allora io divento un sacerdote che offre il suo proprio sacrificio.

(Origene, Hom. Lev 9,9: PG 12, 521D-522A)

 Quante volte ancora oggi si sente dire sacerdote per indicare il prete, o si fa riferimento al sacerdozio per intendere esclusivamente il ministero del presbitero? La lunga citazione di Origene potrebbe suonare, a orecchie poco avvezzate alla musica del Nuovo Testamento, una pia analogia spirituale, che vuole applicare alla sfera «profana» concetti e simboli del «sacro». Sebbene la teologia e il magistero, da almeno quarant’anni, abbiano riproposto autorevolemente la lettura sacerdotale dell’esistenza cristiana, non ci sono dubbi che essa non sia riuscita a far breccia nella mentalità e nel vocabolario corrente del popolo di Dio. Sacerdozio insomma è ancora principalmente quello ministeriale; la sua forma battesimale stenta invece a trovare una propria collocazione nell’autocoscienza e nell’immaginario religioso delle nostre comunità cristiane.

Questo avviene probabilmente perché nello sviluppo della teologia del sacerdozio si è solitamente partiti, almeno dal tempo della Riforma e Controriforma, da un confronto diretto – quasi un’antitesi – fra sacerdozio battesimale e sacerdozio ministeriale, cercando per ragioni di polemica confessionale, di sminuire l’uno per esaltare l’altro e viceversa. I protestanti avevano eliminato il riferimento al sacerdozio per i ministri, estendendolo in modo indifferenziato a tutti i cristiani. I cattolici hanno risposto sottolineando sempre di più la dimensione sacrale della persona e del ministero sacerdotale e i suoi «poteri», separando i «sacri» pastori dal loro gregge e designandoli sacerdoti del culto piuttosto che ministri del popolo. L’articolo di E.Castellucci ci aiuta ad addentrarci nei percorsi della storia che ha segnato le tappe della «sacerdotalizzazione» del ministero a spese della «laicizzazione» del vissuto di ogni battezzato.

Ponendo la domanda sul sacerdozio alla luce degli scritti apostolici (B.Maggioni) e dei primi Padri della chiesa ci si accorge, invece, della prospettiva originale da cui guardare per comprendere il sacerdozio cristiano. Né quello battesimale né tanto meno quello ministeriale sono il punto di partenza per una retta comprensione del sacerdozio. Il motivo è che l’unico sacerdote vero e proprio è Cristo, perché unica e irripetibile è la mediazione fra Dio e gli uomini che solo lui può offrire. Gesù è insieme vittima e sacerdote, colui che offre il sacrificio e colui che è offerto, e il suo sacerdozio, come il suo sacrificio, non è affatto rituale, è anzi talmente vitale da essere un unicum così singolare che non ha bisogno di alcun altro completamento. Al sacerdozio di Cristo partecipa il sacerdozio della chiesa, la cui peculiare caratteristica è di essere segno e strumento visibile e tangibile del mistero compiutosi nel Figlio di Dio (O.Marzola). Il battesimo, dunque, rende tutti i cristiani sacerdoti in quanto li unisce, li innesta nel corpo di Cristo, li consacra perché con la loro presenza nel mondo assicurino la manifestazione continua della comunione fra Dio e l’umanità. Il popolo di Dio, ci ricorda l’intervento di L.Sartori, è il primo depositario dell’investitura sacerdotale di Cristo, in quanto partecipe della sua missione di profeta, sacerdote e re. Potremmo dire che i cristiani sono inviati da Cristo per prolungare la sua azione sacerdotale nella storia: la chiesa in questa azione vive il suo essere sacramento della comunione che unisce Dio all’umanità e l’umanità a Dio, comunicando al mondo quella vita divina di cui è essa stessa fruisce per grazia.

Un sacerdozio rivolto all’esterno dunque, a servizio del mondo, e in questo senso realizzatore di un culto che si esercita non nel tempio, ma lungo le strade, nei luoghi di incontro, di lavoro, di gioia e di sofferenza. Dal sacerdozio battesimale proviene allora un conseguente «ministero battesimale» (G. Zambon) che accomuna tutti i fedeli e precede le differenze di carismi e ministeri specifici che ognuno, a seconda della sua particolare vocazione, è chiamato a svolgere nella comunità. Questa ministerialità basilare rende ragione della corresponsabilità di tutti i cristiani alla comune missione che il concilio ricorda in Lumen gentium 10: «I battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce. Tutti quindi i discepoli di Cristo [...] offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cf. Rm 12,1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della speranza che è in essi di una vita eterna».

Nel popolo tutto sacerdotale che senso ha, allora, che i pastori vengano chiamati sacerdoti in un modo speciale? Qual è lo scopo di un ministero particolare, indicato come «sacerdozio»? Non sarebbe sufficiente una funzione di guida e di coordinazione delle diverse membra del corpo di Cristo? Queste domande interpellano la teologia cattolica a spiegare dove risieda la differenza essenziale del sacerdozio dei ministri rispetto a quello comune a tutti i fedeli. Bisogna da una parte resistere alla tentazione di tornare allo schema che ripartisce i cristiani in gerarchia e laicato, stabilendo quasi una «divisione del lavoro» tra le sfere dello spirituale e del temporale, e assolutizzando la superiorità del sacerdozio ordinato quasi fosse un maggior grado di santità o vicinanza a Dio. D’altra parte, non si può neppure ridurre il sacramento dell’Ordine all’investitura di un funzionario a cui la comunità demanda alcuni compiti che possono variare completamente a seconda dei tempi e delle necessità. Il contributo di S. Dianich illumina questo problema, rinvenendo la specificità del ministero ordinato all’interno del popolo di Dio tutto sacerdotale. I fedeli, al fine di esercitare il loro sacerdozio nei confronti del mondo per il quale devono essere trasparenza di Cristo, hanno a loro volta bisogno di incontrare continuamente il loro Signore nella sua parola autentica, nello spezzare il pane della sua presenza e nell’amore fraterno di una comunità i cui diversi doni provenienti dall’unico Spirito siano vagliati e posti ordinatamente a servizio del bene comune. Il sacerdozio dei pastori, come viene messo in luce dal rito dell’ordinazione (G. Cavagnoli), è perciò un vero e proprio servizio di ripresentazione sacramentale di Cristo di fronte alla comunità. Configurati a Cristo sommo ed eterno sacerdote i ministri attuano e perfezionano il sacrificio spirituale di tutti i fedeli celebrando insieme a loro, come presidenti, il memoriale del sacrificio di Gesù. La differenza essenziale tra le due forme di sacerdozio la rinveniamo perciò proprio nel servizio specifico alla vita di fede dei credenti che il sacerdozio ministeriale offre a quello battesimale, con la parola, con i sacramenti e la guida pastorale, perché il popolo di Dio si mantenga unito al suo Capo e Signore.

Quando però il servizio si concretizza anche nell’esercizio dell’autorità ecco che le cose si complicano. C. Militello delinea in tal senso alcune «questioni aperte» riguardo al ministero ordinato, la cui configurazione esclusivamente maschile ha comportato lungo la storia cedimenti a logiche di potere difficilmente trascurabili. Pur non essendo direttamente chiamate ad assumere il ministero sacerdotale, le donne cristiane hanno certamente un insegnamento sul modo di intendere ed esercitare tale ministero; insegnamento che parte dalla dimensione carismatica di cui sono portatrici (il «genio femminile» di cui parla il papa in Mulieris dignitatem 30-31) e che deve sempre più essere recepito da tutta la chiesa. Parafrasando il sottotitolo di una famosa Istruzione, potremmo dire, senza troppe forzature, che sarebbe interessante leggere prima o poi qualche esortazione del magistero: su alcune questioni circa la collaborazione dei chierici al ministero dei fedeli, dal momento che il sacerdozio dei ministri è a servizio del sacerdozio di tutti i cristiani.

Molti nostri lettori, infine, troveranno stimolanti le riflessione di J. Rovira. La sua nota completa il quadro sul sacerdozio abbozzando il problema della difficile armonizzazione tra le esigenze dettate dal ministero ordinato e quelle che derivano dalla vita consacrata, di per sé nella linea della intensificazione del sacerdozio battesimale, un problema intensamente dibattuto in alcuni istituti religiosi.Non ci siamo soffermati invece sulla questione della «convenienza» tra celibato e sacerdozio ministeriale, una convenienza tanto grande da indurre la chiesa latina a richiedere, come requisito per l’ordinazione presbiterale, la «perfetta e perpetua continenza». «Essa non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio» – afferma Presbyterorum ordinis 16 – e rientra quindi in quei criteri spirituali e pastorali che la chiesa, nella usa saggezza, può stabilire e mutare nel tempo, a seconda delle esigenze e necessità del popolo di Dio.


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