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CONCILIARE VERITÀ E CARITÀ
Editoriale

Agli sposati poi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito – e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito – e il marito non ripudi la moglie. (1Cor 7,10-11)

            Il matrimonio è una realtà umana e sociale di primaria importanza: su di esso si fonda la stabilità della famiglia e della società. Da sempre e dovunque il patto coniugale è sentito e vissuto come un valore che và ben al di là di un semplice «convivere secondo le leggi» da parte di un uomo e una donna. Ma tra i cristiani la comunità di vita e di amore fra un uomo e una donna ha la dignità di sacramento: segno e strumento di grazia. Segno visibile dell’amore di Cristo.

Vocazione, dono e compito, l’indissolubilità del matrimonio, ricorda Giovanni Paolo II, «radicata nella personale e totale donazione dei coniugi e richiesta dal bene dei figli [...] trova la sua verità ultima nel disegno che Dio ha manifestato nella sua rivelazione: egli vuole e dona l’indissolubilità matrimoniale come frutto, segno ed esigenza dell’amore assolutamente fedele che Dio ha per l’uomo e che il Signore Gesù vive verso la sua chiesa» (Familiaris consortio 20). Il valore dell’indissolubilità del matrimonio si scontra però da sempre con il limite umano e il peccato, che a volte non sono in grado di assicurare una fedeltà a tutta prova alle promesse fatte il giorno della celebrazione (A. Fumagalli).

Nel nostro contesto culturale europeo-occidentale e postcristiano, assistiamo a una progressiva erosione di quei contrafforti sociali che «comprimevano» da secoli il problema del divorzio e delle nuove nozze (cf. C. Borghesi), nascondendo di fatto un dramma umano che esiste ed esisterà a tutte le latitudini: un rapporto coniugale può deteriorarsi irrimediabilmente, fino a diventare il contrario dell’amore, un odio distruttivo, o a volte solo un freddo ignorarsi reciproco.            A questo punto, se davvero non c’è più nulla da fare per ricominciare, le scelte sono due e due soltanto: far finire anche sul piano esterno quello che è già compromesso interiormente, oppure mantenere in piedi il vincolo e gli obblighi familiari conseguenti, pur con tutto il peso che questo comporta quando non vi è corrispondenza con ciò che si sente. La seconda scelta non può essere tacciata semplicisticamente, come fa certa cultura «laica», di fariseismo: spesso è invece una decisione sofferta e confermata a fatica ogni giorno da tanti coniugi che non vogliono far ricadere le loro sofferenze sui figli piccoli, o sulla propria «metà» che però ha perso ogni dolcezza. Neppure la prima alternativa deve essere precipitosamente giudicata come modo di scrollarsi di dosso gli impegni assunti, pensando solo a se stessi, senza un minimo di rispetto per l’istituzione familiare. Anche la decisione di divorziare, nella stragrande maggioranza dei casi, è vissuta come una sconfitta, a volte una tragedia a fronte della quale non si vede nessun’altra soluzione (G. Piana).

           Per i cattolici che hanno subìto il trauma del divorzio si apre poi un’ulteriore dilemma. La chiesa infatti, desiderando ribadire «la fedeltà assoluta alla volontà di Cristo che ci ha ridato e nuovamente affidato l’indissolubilità del matrimonio come dono del creatore» (Congregazione per la dottrina della fede, Circa la ricezione della comunione eucaristicada parte di fedeli divorziati risposati, n.10), ammette ai sacramenti della riconciliazione e della comunione eucaristica solo quanti non accedono a nuove nozze. Il vincolo sacramentale infatti, una volta posto con il mutuo consenso, è stabilmente sottratto a qualunque potestà umana. Neppure la suprema autorità della chiesa ritiene di avere alcun diritto né potere di sciogliere un matrimonio valido (rato e consumato). Il sacramento del matrimonio esprime l’amore di Cristo per la chiesa, un amore totale e incancellabile, la dedizione di colui che «dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Per risolvere i casi più penosi e non rendere le persone schiave dell’assolutezza del sacramento, la chiesa, seguendo l’attitudine paolina di 1Cor 7,10-11, ha sempre accettato la possibilità estrema della separazione qualora il protrarre la vita comune fosse divenuto impossibile o troppo doloroso: nessuno può obbligare i coniugi a vivere insieme quando tale vita comune non ha più umanamente alcun significato e diviene intollerabile. Ma tale condiscendenza non mette in discussione il perdurare del legame sacramentale e l’obbligo di serbare fedeltà al coniuge anche se non più amato.

Per rimanere, quindi, in piena comunione con la comunità cristiana è richiesto ai battezzati che si separano di perseverare nella fedeltà al primo matrimonio, testimoniando con questa scelta la grandezza dell’amore di Cristo, sempre fedele nonostante tutto.

Il coniuge credente, certo della verità del suo matrimonio, non può non vedere in questa evenienza una chiamata particolare, quella a condividere, dopo aver riconosciuto il proprio possibile peccato, il mistero della croce, il mistero dell’abbandono sperimentato da Cristo stesso, il venerdì santo della propria vita. È una sofferenza che merita profondo rispetto e non va in alcun caso banalizzata. Un simile coniuge diventa testimone della fedeltà indefettibile di Dio all’alleanza di amore, malgrado l’adulterio dell’uomo, e insieme testimone della speranza cristiana, cioè della profonda sicurezza che Dio compirà comunque i suoi disegni di salvezza e di gioia, al di là del peccato dell’uomo. Ne diventa una prova vivente (cf. Familiaris consortio 20; 83). Chi sa agire così si presenta come testimone prezioso della possibilità dell’uomo, per grazia, di amare davvero, con amore puro, gratuito, fedele per sempre, al modo stesso in cui Dio continua ad amare ogni creatura anche quella che chiude implacabilmente la porta del cuore e tenta la chiusura della porta della memoria.

          Chi, dopo un matrimonio valido finito con un divorzio, si fosse risposato civilmente o convivesse, per la sua «oggettiva situazione» non può in nessun caso essere ammesso ai sacramenti se rimane in questa situazione. Questa posizione deriva dall’interpretazione che il magistero cattolico dà ai passi evangelici che riportano le affermazioni di Gesù sulle esigenze del matrimonio (G.Leonardi affronta l’esegesi e l’interpretazione dei passi neotestamentari discussi) e dalle sanzioni che la tradizione le ha conferito (cf. canoni sul matrimonio del concilio di Trento).

La norma generale che intende preservare la «verità di fede» sull’indissolubilità matrimoniale non lascia comunque indifferente la chiesa nei confronti dei soggetti e delle loro diversificate situazioni irregolari. La strada che la chiesa latina ha tradizionalmente percorso è quella della verifica della validità del matrimonio fallito attraverso il giudizio del tribunale ecclesiastico (T. Vanzetto). Se un legame matrimoniale è viziato da un difetto fin dal suo inizio, tale legame è in realtà apparente, e se non c’è vero matrimonio non c’è neppure il sacramento. Lo scopo principale del processo canonico è quello di appurare la verità per rendere libere le coscienze. I limiti e le difficoltà di questo modo giuridico di procedere non possono far perdere di vista l’obiettivo: tutelare l’indissolubilità, ma dove essa sia accertata. Non possiamonasconderci però il fatto che sono una sparuta minoranza quei cattolici che accedono (o – in aree del mondo diverse dall’Occidente – hanno la possibilità di accedere) al tribunale ecclesiastico per valutare la loro situazione. Nel caso di matrimoni validi e comunque finiti in un divorzio non rimane ai coniugi se non il percorso della solitudine e dell’astensione dai rapporti sessuali (ma se si erano sposati non avevano probabilmente questa «vocazione») o la scelta di un’altra convivenza sempre e comunque «irregolare». È proprio quel «sempre» e «comunque» che fa problema. Dal tempo dei Padri della chiesa ai nostri giorni non c’è chi non veda che non basta parlare di «divorziati risposati» come fossero un’unica tipologia di «peccatori». C’è, per esempio, chi è stato abbandonatoe chi ha abbandonato. Chi, per violenza o continui abusi, ha reso insopportabile una vita coniugale e chi alla fine ha ceduto alla pressione. D’altronde c’è anche chi, consensualmente, senza tanti litigi ma neppure cercando un recupero, ha deciso che le cose «non funzionavano più».

          Il problema oggi si fa sentire più acutamente di un tempo, e si impone a una chiesa che prende coscienza del numero crescente di suoi figli che si scontra con il fallimento del proprio matrimonio e il tentativo di ricostruirsi una vita familiare. La chiesa, madre premurosa, deve continuare ad abbracciare i suoi figli con amore misericordioso e nello stesso tempo essere fedele alla verità che è chiamata a tutelare, ma di cui non può disporre (cf. le riflessioni e le proposte di G.Muraro).

La ricerca teologica e pastorale ha battuto varie vie, alcune delle quali rivelatesi a posteriori non praticabili. Possiamo raggruppare queste vie in due tipologie: la prima è di indole più propriamente morale, e affronta la situazione di coscienza degli interessati, lasciando inalterato il quadro dottrinale. Ma la personale decisione di accostarsi ai sacramenti da parte di divorziati risposati, anche dopo un accompagnamento adeguato, non è ritenuta accettabile dal magistero, per cui la norma dell’indissolubilità coniugale esula dalla sfera di applicazionedell’epikeia (il giudizio prudenziale sull’obbligatorietà di una norma in un determinato caso).La seconda tipologia di soluzioni è di carattere teologico-dogmatico, e comprende quelle argomentazioni tese a rivedere la dottrina dell’indissolubilità e le sue applicazioni ai differenti casi che si possono presentare. Questa seconda serie di percorsi è la più impervia, «via dolorosa» la qualificava il teologo B. Petrà. In essa rientra la soluzione che fa appello al principio di oiconomia delle chiese ortodosse, cioè la «condiscendenza» che ammette i divorziati – dopo una penitenza – alle seconde nozze, prassi mai formalmente condannata dalla chiesa cattolica che peraltro la considera un abuso. Un’altra proposta interpreta i casi di ingiusto e definitivo abbandono come uno stato di vedovanza morale. In tali circostanze andrebbe applicata, per il coniuge innocente, la norma paolina della libertà di risposarsi. Soluzioni come queste, peraltro non accettate dal magistero, che hanno comunque tutte dei problemi ad armonizzarsi con la teologia occidentale, per la quale il matrimonio valido tra i battezzati è perciò stesso sacramento, sciolto solamente dalla morte fisica di uno dei contraenti. Ulteriori indagini teologiche sono state intraprese riguardo il rapporto fra «contratto» e «sacramento»: per i battezzati, cioè, ha senso parlare di un matrimonio che possa non essere anche sacramento?

           Se il matrimonio cristiano ha le sue inevitabili e forti esigenze, si deve d’altra parte dire che esso suppone nei coniugi una fede corrispondente, non un semplice e vago desiderio di celebrare «in chiesa» il giorno più bello della vita. In Italia un matrimonio su quattro viene celebrato con rito civile, gli altri tre non rinunciano al momento religioso. In verità, chi può dire quanti siano i giovani che si accostano al sacramento del matrimonio con una fede «capace» di sostenerli nelle promesse che vanno a formulare? C’è chi si chiede se basti il certificato di battesimo per presuppore la fede, o se, nel nostro contesto, non sarebbe necessario e auspicabile accertarsi della presenza e qualità della fede dei fidanzati. Ma in ultima analisi – ricorda anche il papa, ben consapevole che senza la fede non si può porre un atto sacramentale – come si fa a «misurare» la fede necessaria alla celebrazione del matrimonio? (cf. Familiaris consortio 68).

C’è, infine, chi ritiene di dover aprire un chiarimento rispetto alla potestà vicaria del pontefice sul matrimonio sacramentale. Come mai, si chiede qualche teologo, la frase di Gesù rivolta a Pietro: «Quello che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19; cf. anche 18,18) non potrebbe essere applicata, in casi particolari, anche al matrimonio rato e consumato, allargando il «privilegio petrino»? In questo caso non si rientrerebbe nel monito di Gesù per cui l’uomo non deve separare ciò che Dio ha unito, ma si tratterebbe dell’esercizio del «potere delle chiavi» in una modalità di cui finora la chiesa non avrebbe avuto consapevolezza di poter fruire (cf. a proposito lo «sviluppo dogmatico» dello stesso «privilegio petrino»).

           Le discussioni teologiche qui sintetizzate mostrano, in primo luogo, che la questione dei cristiani divorziati risposati non è solamente un problema morale; ci sono ancora delle aree non adeguatamente esplorate dalla teologia che richiedono tempo, studi e pazienza, per non rischiare – come chiesa – di dare «doppi messaggi», che creano ambiguità o infondate speranze in chi li riceve (cf. M. Aliotta). E nel frattempo che fare?

La cura pastorale dei divorziati risposati è la prima e immediata risposta che le chiese locali sono chiamate a porre in atto, per manifestare che i fedeli divorziati risposati rimangono membri del popolo di Dio e hanno il diritto di sperimentare l’amore di Cristo e la vicinanza materna della Chiesa. Essi conservano la fede e continuano a far parte della comunità ecclesiale. I fratelli nella fede devono, perciò, condividere la loro sofferenza e aiutarli nel loro cammino umano e cristiano. La richiesta di non accostarsi ai sacramenti è un riconoscimento dell’oggettiva difformità della loro decisione rispetto all’ideale del Maestro che essi stessi avevano sottoscritto. Per questo non possono essere ammessi, né accostarsi in coscienza, alla mensa del Signore. Cura pastorale, quindi, non significa «indulgenza» o «soggettivismo» da parte dei pastori che a volte, con il loro comportamento, rischiano di ingenerare confusione nei fedeli che si vedono negare o concedere l’assoluzione sacramentale e l’eucaristia a seconda del ministro a cui si rivolgono. Neppure può significare «ignorare il problema», facendo finta che non esista, per non dover prendere scomode posizioni. Gli interventi di G. Dianin e la documentazione curata da O. Svaneraoffrono spunti interessanti per interrogarsi sulla prassi (e sulle omissioni) di alcune chiese nell’accompa-gnamento pastorale dei divorziati risposati che desiderano, pur con fatica, perseverare nel cammino della fede.

           Tra le forme di cura pastorale andrebbe, infine, riscoperta e riconsiderata la proposta di un vero e proprio status di penitentiper quelle coppie di divorziati risposati che intendono prendere sul serio la richiesta della normativa attuale della chiesa e camminare nella direzione da essa prospettata, senza considerarla a priori illogica o punitiva. Ricorda J. Ratzinger nella sua introduzione al volume Sulla pastorale dei divorziati risposati: «I fedeli divorziati risposati non possono mai perdere la speranza di raggiungere la salvezza». Il fatto di essersi allontanati dal comandamento del Signore non significa che ad essi siano precluse la conversione e la salvezza. «Se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza, nella carità» fino alla comprensione non tanto intellettuale quanto vitale del valore dell’astensione dagli atti propriamente matrimoniali nella loro seconda unione. Qualora arrivino alla decisione di trasformare il rapporto da coniugale in fraterno, i divorziati risposati dimostrano la volontà, nella loro condizione, di non rimanere in contrasto con l’insegnamento di Cristo, dando prova, con la loro disponibilità a «rendersi eunuchi per il regno dei cieli», di stimare i sacramenti ai quali possono in tal caso essere riammessi, senza doversi separare.

«Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio». Gli dissero i discepoli: «Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». Egli rispose loro: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca» (Mt 19,9-12).


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