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Teologi protestanti del XX secolo
Editoriale

Con questo numero dedicato ai Teologi protestanti del XX secolo la nostra rivista chiude la «trilogia» finalizzata a presentare i principali autori delle diverse confessioni cristiane che hanno contribuito, nel secolo scorso, con il loro studio e le loro opere, al rinnovamento del pensiero teologico e al dialogo con la filosofia e con la cultura.

Non c’è dubbio che l’aggiornamento teologico che ha impegnato la chiesa cattolica sia stato provocato e costantemente alimentato dal confronto con quanto avveniva nei centri di studio e di pensiero delle chiese evangeliche. Il fatto stesso che i grandi teologi cattolici del Novecento siano in massima parte di lingua tedesca e francese mette in luce il fecondo influsso che ha sperimentato chi doveva esprimersi in un contesto segnato da giganti quali Barth, Bultmann, Cullmann e dagli altri grandi autori qui presentati, vissuti nel cuore tedesco dell’Europa o da lì emigrati durante il tempo del nazismo e della seconda guerra mondiale.

Come abbiamo già scritto negli editoriali dei precedenti fascicoli nn. 134 (2/2003) e 140 (2/2004) a proposito dei teologi cattolici e ortodossi, non si può pensare che nove personaggi, per quanto importanti, esauriscano la ricchezza e la varietà del pensiero teologico sviluppatosi nell’ambito delle chiese protestati nel corso del secolo. Li presentiamo, però, pensando soprattutto a quanti si accostano per la prima volta all’approfondimento della storia della teologia. Per loro quindi una prima precisazione terminologica: protestanti o evangelici?

Il termine protestante richiama di per sé l’origine storica delle chiese cristiane che nella prima metà del XVI secolo non accettarono più l’obbedienza a Roma schierandosi con le tesi dei riformatori; persa la sua accezione iniziale di contrapposizione, finisce per indicare la comunione di pensiero e di vita delle chiese nate con la Riforma. I protestanti, generalmente, si riferiscono a se stessi con il nome di evangelici, che sottolinea il radicamento della fede nel messaggio del vangelo, e il riferimento fondamentale della vita e dell’azione del cristiano. Nell’ambito delle chiese «evangeliche» dobbiamo poi distinguere quelle cosiddette «storiche», nate dalla riforma di Martin Lutero in Germania (da cui i luterani) o provenienti dalla riforma svizzera di Giovanni Calvino (i cui membri sono detti semplicemente riformati o calvinisti), e tutti i movimenti nati successivamente come «risveglio spirituale» o revival (prima metodisti e battisti, poi le varie chiese congregazionaliste, fino ai movimenti pentecostale ed evangelical). Nel contesto italiano i due termini protestante ed evangelico sono praticamente sinonimi; per questo nei contributi che seguono vengono spesso utilizzati come equivalenti.

Certo, la dicitura protestante può rammentare una vena polemica, che non possiamo negare abbia segnato i passati rapporti – non solo teologici – fra cattolici e fautori della Riforma. Il Novecento, a questo proposito, si pone come secolo di svolta: dal confronto duro e senza sconti, al dialogo, fiorito con il concilio Vaticano II e arrivato a maturazione nella seconda metà del secolo, con la riscoperta della comune fede cristiana e del comune patrimonio culturale occidentale con cui esprimerla.

Altra importante coordinata, per orientarsi tra i profili teologici che seguono, è la vicenda che ha opposto nell’ambito della teologia protestante, la via liberale a quella dialettica: opposizione più volte richiamata nei vari contributi e che costituisce uno degli spartiacque significativi per collocare i diversi teologi all’interno dello scenario che si va descrivendo.

La teologia liberale dal secolo XVIII aveva tentato di «accordare» Gesù con la modernità. Aveva la preoccupazione di riannodare la fede cristiana con un mondo cambiato dalla rivoluzione scientifica e industriale, e dalle spinte illuministe esplose con la Rivoluzione francese. Il problema dell’interpretazione si pone come il problema centrale: «Cosa dobbiamo “estrarre” come insegnamento razionale perenne dalle narrazioni mitologiche delle Bibbia?». La teologia liberale tentava di far vedere come il cristianesimo non sia contrario alla modernità, anzi quest’ultima nasceva addirittura dal suo interno. La spinta alla demitizzazione dei racconti biblici kerigmatici, l’inaugurazione dell’interpretazione storico-critica degli scritti ispirati, la ricerca del «Gesù storico» oltre quello della fede, sono le maggiori innovazioni apportate dalla teologia liberale e affermatesi nel XX secolo. Così facendo si tentava di trovare la continuità e la razionalità del fenomeno religioso, riducendolo tuttavia da trascendente a immanente.

La teologia dialettica inaugurata da K. Barth reagisce con forza e afferma l’assoluta trascendenza di Dio (il «totalmente altro»), sia in opposizione alla precedente teologia liberale, sia all’«analogia» cattolica, che scorge una somiglianza tra creatore e creatura, pur nella ancor maggiore dissomiglianza. Questa «dialettica» non cerca una sintesi hegelianamente intesa, non c’è un’unità sintetica da trovare: la crisi rimane aperta. Il vangelo non è paragonabile a nulla di ciò che l’uomo ha elaborato come religione, nel suo instancabile e vano tentativo di conoscere Dio. Il senso del limite umano è qui riaffermato fortemente: l’iniziativa e il compimento della salvezza sono solo nelle mani di Dio. All’uomo rimane la «decisione della fede», il salto con cui si consegna al Dio irraggiungibile. La religione invece, ogni religione, è vista come il maldestro tentativo di cogliere e possedere Dio senza passare per l’unica e necessaria rivelazione indeducibile della sua Parola: l’uomo Gesù Cristo.

La teologia dialettica conosce molteplici sfumature, soprattutto ad opera dei discepoli e successori di Barth, per dar ragione di questioni capitali a livello di antropologia teologica (la creazione e il rapporto Dio-uomo alla luce dell’incarnazione), che rischiano di sfuggire a un’applicazione estrema del metodo dialettico.

Si deve poi tener presente l’influenza delle filosofie novecentesche, principalmente l’esistenzialismo (Bultmann) e la filosofia ermeneutica (Ebeling e Fuchs), che interagiscono in modo originale con la teologia (in special modo tedesca e svizzera), ponendole nuove questioni e spesso imponendole i propri linguaggi. La teologia protestante si è lasciata interpellare fortemente dalle istanze della cultura accademica, ma non ha trascurato – soprattutto nella seconda parte del secolo – di confrontarsi e farsi interrogare anche dalle nuove esigenze sociali e dalle emergenti difficoltà di un mondo in rapida evoluzione, segnato da conflitti e affamato di speranza (cf. Bonhoeffer, Niebuhr, Moltmann, Pannenberg).

L’articolo introduttivo, curato da A. Maffeis, sintetizza abilmente il panorama della teologia evangelica del novecento. Maffeis approccia alcuni binomi fondamentali per delineare una mappa delle correnti, delle questioni, dei temi e dei percorsi del pensiero teologico protestante del XX secolo: teologia e parola, teologia e cultura, teologia e storia, teologia e contesto.

Dopo questo primo inquadramento generale passiamo in rassegna i successivi «ritratti» della vita e del pensiero dei teologi, rappresentativi delle differenti aree geografiche e scuole, per quanto tutti appartenenti alle chiese protestanti storiche. Sono disposti secondo l’ordine cronologico anagrafico e tratteggiano ciascuno, dopo un breve sommario biografico, i punti salienti e caratteristici delle idee e dell’elaborazione personale dei singoli teologi, non senza un riferimento alle critiche o alle sottolineature che altri autori hanno potuto rilevare.

Nella rubrica «Documentazione» diamo risalto al 150° anniversario della fondazione della Facoltà teologica valdese e dell’editrice Claudiana: due istituzioni che hanno aiutato la cultura italiana, stimolandola a conoscere e apprezzare il pensiero della teologia evangelica e le opere dei suoi promotori. Conclude il fascicolo il nostro classico appuntamento con l’«Invito alla lettura», curato da un esperto della teologia protestante come A. Moda.

Alessandro Ratti


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