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I «crocevia» della vita ecclesiale italiana
Editoriale

La chiesa italiana si sta preparando all’importante appuntamento decennale rappresentato dal Convegno ecclesiale di Verona, che si svolgerà a ottobre 2006. Un’occasione di convergenza e di ascolto sinodale, sulla scia dei precedenti convegni, ma anche appello ad affrontare le sfide pastorali che, se qualche anno fa potevano sembrare ancora rinviabili, oggi appaiono più che mai urgenti.

Nel titolo del fascicolo abbiamo parlato di un «bivio», ma forse sarebbe più corretto parlare di parecchi «crocicchi»: alcuni da affrontare, altri che stanno ormai alle spalle. La chiesa italiana infatti ha già intrapreso una nuova strada a partire dal travaglio del rinnovamento postconciliare, cammino percorso ormai da quarant’anni. Diceva il card. C. Ruini nella sua prolusione alla 55a Assemblea generale della CEI (Assisi, novembre 2005): «In Italia, in particolare, dobbiamo essere grati a Dio perché il rinnovamento conciliare ha inciso in maniera profonda sul volto e sulla realtà delle nostre chiese, e anche sui modi e sulle forme della presenza cristiana nella vita del paese, senza arrestare certo i processi di secolarizzazione e purtroppo di scristianizzazione, aiutando però a comprendere le radici di questi fenomeni e soprattutto stimolando una risposta pastorale e culturale non ripiegata sulla sola difesa della nostra grande eredità cristiana, bensì rivolta a far nuovamente fruttificare questa eredità, in chiave di missione e di evangelizzazione». La strada, dunque, sembra indicare il cardinale, passa per una regione più arida di quanto inizialmente previsto, e a volte si insinua la tentazione di guardare indietro, al tempo in cui «i processi di secolarizzazione e di scristianizzazione» non erano evidenti né eclatanti, quando si poteva ancora parlare di «società cristiana» e la «cura pastorale» era chiaramente distinta dalla «missione» e dalla «prima evangelizzazione». Il cambiamento che si è invece prodotto negli ultimi quarant’anni, anzi, l’accelerazione del cambiamento culturale e sociale, ha trascinato con sé, in una corsa affannosa, anche le chiese, le cui strutture sono fatte per durare nei secoli, ma non mostrano di avere la capacità plastica di adattarsi velocemente alle mutate e sempre mutevoli condizioni. Eppure la chiesa ha imparato a non richiudersi in difesa, ha conquistato la consapevolezza di esistere per rimanere accanto all’umanità, sulla strada – pur polverosa e accidentata – della storia. In ogni generazione, forte di questa certezza, la chiesa deve però trovare i modi migliori per mostrare che davvero «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» (GS 1).

Con questo numero «CredereOggi» presenta qualche spunto di sintesi dell’attuale situazione pastorale, mettendo l’accento su alcune questioni che sono state valutate dalla redazione snodi importanti, il cui esito condizionerà non solo l’azione pastorale della chiesa italiana, ma la sua stessa autocomprensione e presentazione.

Abbiamo scelto di iniziare con una panoramica sul percorso della chiesa in Italia da Roma Loreto e Palermo verso Verona, affidando a Paolo Doni il compito di ricordare le tappe significative, i documenti e le parole-chiave che hanno scandito la vita ecclesiale dagli anni ’70 ad oggi.

Andrea Toniolo e Chino Biscontin riflettono sui due «attori» protagonisti della vita della chiesa nel tempo del suo pellegrinaggio: la comunità, forma visibile della comunione, che, da una parte, deve sempre più prendere coscienza di essere soggetto dell’azione pastorale, e dall’altra, si riconosce bisognosa di rivedere e aggiornare le modalità del comunicare la fede e dell’esercizio di ogni ministerialità al proprio interno e verso l’esterno; e la parola di Dio, tesoro della chiesa, rivelazione da annunciare, celebrare e vivere; Parola da incontrare nella Tradizione vivente di una comunità che sa «iniziare» i suoi membri all’ascolto orante della Scrittura, attestazione perenne della Parola, senza cedimenti verso il fondamentalismo, ma neppure verso un’erudizione priva di afflato spirituale. Una comunità dunque che conosce la Scrittura per vivere la Parola.

Tanti problemi, difficoltà teoriche e pratiche e attese sono riversate sull’espressione «iniziazione cristiana», che Giorgio Ronzoni qualifica come «nodo irrisolto» del diventare cristiani oggi. Essa è il crocevia di questioni che riguardano i cammini di preparazione catecumenale e la catechesi ai già battezzati, ma suscitano richieste anche in campo liturgico, volte a significare meglio di quanto non accada oggi l’unità dei sacramenti dell’iniziazione cristiana. La svolta seria qui richiesta è di prendere come modello (analogato principale) dell’iniziazione quella degli adulti, ai quali offrire iniziative di riscoperta della fede e di inserimento impegnato nella comunità, avendo il coraggio di spostare le energie pastorali troppo concentrate sulla socializzazione religiosa dei più piccoli, enorme sforzo che, se non supportato dalle famiglie, si rivela se non dannoso, nella maggioranza dei casi inutile.

Un’altra parola forte nello strumentario della pastorale è «progettazione», su cui riflette Valentino Grolla nel suo articolo. È finito per tutti il tempo della «ripetizione» secondo modi prestabiliti e ritmi scanditi dai secoli, ma non si è ancora imposta la mentalità progettuale. Essa richiede di imparare a ragionare per obiettivi, tappe intermedie e mezzi per raggiungerle, distinguendo i «grandi progetti» dalla «programmazione» delle linee pastorali che dei primi deve essere concreta attuazione. Progettazione vuole dire anche lavoro di discernimento comunitario, non solitario, in cui ogni membro della chiesa, secondo il livello di competenza, porta il proprio contributo. Progettare, poi, implica organicità nei piani pastorali dei diversi soggetti ecclesiali (chierici, religiosi, laici, parrocchie, associazioni, gruppi, movimenti...), il cui reciproco integrarsi sia segno tangibile di comunione che va realizzandosi nella pratica quotidiana, e non rimane solamente a livello teorico («credere senza vedere»). L’ultimo passo della progettazione e della successiva programmazione è la verifica: ci sono ancora forti resistenze nell’ambito ecclesiale a compiere questo passo, quasi fosse una tentazione di «contabilità spirituale» e non, invece, il necessario riscontro del se e del come i progetti disegnati all’inizio siano stati posti in essere e condotti alla meta. Senza questo accertamento sereno seppur rigoroso, neppure la chiesa che deve fare i conti con i suoi aspetti umani, può progredire e rischia invece di illudersi di camminare, scrivendo e riscrivendo nuovi progetti, di cui però non controlla la fattibilità e la messa in atto.

Questione aperta – e da tenere aperta – è quella che riguarda l’identità laicale. Marco Vergottini, nel suo contributo: I cristiani laici, o meglio la laicità della chiesa ripercorre la gestazione conciliare e postconciliare delle caratteristiche della figura del fedele laico nella chiesa. Sollevando lo sguardo oltre le acquisizioni teologiche finora recepite si pone una domanda cruciale: l’«indole secolare» è davvero lo specifico del laico, ciò che lo caratterizza? E ancor più radicalmente: la laicità è una «vocazione», uno «stato di vita» o è la condizione di tutti i battezzati, previa a ogni scelta o risposta vocazionale? Domande teologiche che prospettano – a seconda delle risposte – risvolti alternativi anche nella vita spirituale e nella prassi pastorale, perché hanno ricadute notevoli sulla comprensione dell’essere e dell’agire, ad intra e ad extra, della stragrande maggioranza dei membri della chiesa.

Dario Vivian affronta un altro argomento caldo, quello delle relazioni tra movimenti ecclesiali e parrocchia: «separati in casa» che rischiano di viaggiare su binari paralleli o partner desiderosi di completarsi a vicenda? La parrocchia è e rimane la struttura-cardine della vita cristiana come si è delineata nei precedenti millenni; sono nati però, soprattutto nel postconcilio, altri modi e vie comunitarie di realizzare l’esperienza cristiana: associazioni, movimenti, «cammini», che in varie maniere e misure si mettono in relazione con la chiesa diocesana e con la dimensione parrocchiale. La prospettiva della «pastorale integrata» è certo supportata da motivazioni ecclesiologiche fondamentali: la centralità della chiesa locale a cui ogni credente deve far riferimento, le espressioni carismatiche da vagliare e valorizzare per il bene comune, il «carattere popolare» della chiesa – in cui tutti si ritrovano per il solo titolo del battesimo – senza però coartare le specificità e la ricerca di radicalità di quanti assumono una particolare forma di discepolato nei diversi movimenti suscitati dallo Spirito. La dialettica parrocchia-movimenti può, dunque, rivelarsi provvidenziale nel tenere in sana tensione ed equilibrio spinte che, se assolutizzate, conducono inevitabilmente a squilibri facilmente denunciabili, e che d’altronde non sono infrequenti.

L’ultimo contributo ritorna a tematizzare la parrocchia, in quanto comunità cristiana locale inserita in un territorio. Luciano Bordignon prendendo le mosse dalla Nota CEI del 2004: Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, scruta e valuta i mutamenti che hanno coinvolto la parrocchia, facendola passare dalla situazione di «centro» della vita sociale a realtà «periferica», combattuta tra le richieste di «servizi religiosi» e la necessità di riscoprirsi soggetto evangelizzante in un determinato contesto territoriale. La situazione precaria dovuta al calo numerico dei ministri ordinati e le prospettive non ottimistiche a questo proposito, sommate alla mobilità della popolazione, richiedono nel contempo un’opera di revisione degli assetti e di ridisegno delle comunità sul territorio, ricorrendo alla formula delle «unità pastorali». Queste ultime, per non risultare un espediente meramente organizzativo, dovranno diventare il banco di prova della capacità dei cristiani di costruire legami comunionali vivi e fattivi, a cominciare dai presbiteri, ai quali è richiesta una «conversione pastorale»: dal lavoro svolto individualmente a quello «di squadra», pensando e agendo come presbiterio e incentivando lo sviluppo florido di una ministerialità laicale non di rincalzo, ma pienamente legittimata e integrata.

Per favorire la riflessione che i vescovi italiani hanno richiesto ai cristiani e alle comunità in vista del IV Convegno ecclesiale, abbiamo riportato nella rubrica Documentazione una sintesi (curata da Ezio Falavegna) della traccia Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo elaborata dall’apposito Comitato preparatorio della CEI. Come si rileva dal titolo, è messa al centro la virtù della speranza che scaturisce dall’incontro con Cristo risorto e che ci sospinge nel continuare, nonostante tutto, ad annunciare il vangelo. Questa speranza è infatti la radice della testimonianza del cristiano e della chiesa nei confronti del mondo: è la speranza riposta in Cristo che giustifica ogni discernimento, azione e testimonianza dei suoi discepoli: ciò non va dato per scontato, ma anzi sottolineato. Le prospettive che si aprono alla chiesa, e che fanno da sfondo al convegno di Verona, si incentrano sull’opera di diffusione della speranza cristiana, nell’ambito della missionarietà, con un ritrovato impulso all’annuncio del vangelo, nell’ambito della cultura, come capacità della chiesa di offrire agli uomini e alle donne di oggi un orizzonte di senso, nell’ambito della spiritualità, come cammino di santificazione attraverso l’impegno nel mondo e in simpatia con il mondo.

Il contributo della nostra monografia si inserisce idealmente in quel lavoro di studio della situazione, di elaborazione e di dibattito sulle scelte pastorali attuate e da intraprendere richiesto dai nostri vescovi, con il desiderio di compiere un servizio a quanti vogliono rispondere personalmente all’invito degli stessi vescovi a riflettere – con intelligenza e passione – sul ministero della speranza affidato alla chiesa. C’erano senz’altro tanti altri ambiti dell’azione pastorale che meritavano di essere presi in considerazione in questo numero, in particolare l’impegno nei campi delicati della comunicazione e della pastorale della salute. A questi temi però «CredereOggi» ha già dedicato i numeri 144 (Comunicare la fede, comunicare nella fede) e 145 (Salute, guarigione e salvezza) che possono utilmente essere riletti come integrazione a ciò che viene qui proposto.

Questo centocinquantesimo fascicolo conclude l’annata 2005, che segna il primo giubileo di attività della rivista. Per il futuro ci auguriamo di continuare, insieme ai nostri lettori, nell’opera di aggiornamento e approfondimento teologico interdisciplinare, nella fedeltà al nostro comune compito di rendere ragione della speranza che è in noi (cf. 1Pt 3,15).

 


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